Rock
I tempi di The Crane Wife sono ormai lontani, e dal disco che li ha fatti conoscere, pieno di limpide ballate dai testi letterari e improvvise aperture sonore vicine al progressive, i Decemberists sembrano avere scelto di togliere anziché aggiungere; già il precedente The King Is Dead, del 2011, il loro disco più fortunato, inaugurava un folk-rock asciutto e personale che si ritrova anche in questo nuovo lavoro. Le dichiarate influenze che il leader Colin Meloy non manca di segnalare (Smiths, Morrison, il folk-rock inglese) risuonano anche in What A Terrible World, What A Beautiful World, ma ormai lo stile è piuttosto personale e riconoscibile, e dà vita ad un disco ben riuscito, con alcuni picchi come la splendida Lake Song che evoca il miglior Van Morrison, quello di Astral Weeks, e l’evocativa ballata folk Carolina Low, dove domina il fantasma del grande Bert Jansch. (Fausto Meirana)
Con un significativo ragionamento, Jon Weinsberger che sigla le note di copertina di Pickin' Friends spiega che nella musica (e non solo nel bluegrass dunque, musica di riferimento della Red Wine) non sono importanti né coloro che si impegnano a conservare le regole del gioco con le note, ma neppure quelli che intenzionalmente indirizzano la propria opera a romperle, le regole. Sono importanti coloro che non hanno motivo d'interesse per le regole musicali. Voilà, ecco spiegato il segreto di un gruppo che, decadi dopo la propria fondazione, conserva entusiasmo, incoscienza, coraggio e classe nel suonare. Oltre le regole. Che ha convocato in studio gente assai poco canonicamente “bluegrass” come Daniele Bovo e il folle Rushad Egglestone, violoncelli, Daniela Piras, flauto, Josh Swift, dobro, Roberto Bongiannino, fisarmonica. In aggiunta a gente come Paolo Bonfanti, Lowell Levinger, Annie Stainec, Davide Zalaffi. Funziona? Certo che funziona, visto che neppure ve ne accorgete, di tutta quella gente, nel pugno compatto che suona “bluegrass” e si chiama “Red Wine”. Oppure ve ne accorgete eccome, ma ci stanno proprio bene. Sennò non si spiegherebbe perché possa risultare perfettamente plausibile una versione bluegrass di Time Of No Reply dell'ombroso Nick Drake, apparentemente il meno “bluegrassizabile” dei musicisti. Quindi: gran festa per le orecchie. Prendetevi un'oretta di tempo, un bicchiere di quello buono (meglio se rosso, ovviamente), e accomodatevi in poltrona. Facebook può aspettare. (Guido Festinese)
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