Rock

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
THE DECEMBERISTS – What A Terrible World, What A Beautiful World

I tempi di The Crane Wife sono ormai lontani, e dal disco che li ha fatti conoscere, pieno di limpide ballate dai testi letterari e improvvise aperture sonore vicine al progressive, i Decemberists sembrano avere scelto di togliere anziché aggiungere; già il precedente The King Is Dead, del 2011, il loro disco più fortunato,  inaugurava  un folk-rock  asciutto e personale che si  ritrova anche in questo nuovo lavoro.  Le dichiarate influenze che il leader Colin Meloy non manca di segnalare (Smiths, Morrison, il folk-rock inglese) risuonano anche in What A Terrible World, What A Beautiful World, ma ormai lo stile è piuttosto personale e riconoscibile, e dà vita ad un  disco ben riuscito, con alcuni picchi  come la splendida Lake Song che evoca il miglior  Van Morrison, quello di Astral Weeks, e l’evocativa ballata folk Carolina Low, dove domina il fantasma del grande Bert Jansch. (Fausto Meirana)

 

Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
RED WINE - Pickin' Friends

Con un significativo ragionamento, Jon Weinsberger che sigla le note di copertina di Pickin' Friends spiega che nella musica (e non solo nel bluegrass dunque, musica di riferimento della Red Wine) non sono importanti né coloro che si impegnano a conservare le regole del gioco con le note, ma neppure quelli che intenzionalmente indirizzano la propria opera a romperle, le regole. Sono importanti coloro che non hanno motivo d'interesse per le regole musicali. Voilà, ecco spiegato il segreto di un gruppo che, decadi dopo la propria fondazione, conserva entusiasmo, incoscienza, coraggio e classe nel suonare. Oltre le regole. Che ha convocato in studio gente assai poco canonicamente “bluegrass” come Daniele Bovo e il folle Rushad Egglestone, violoncelli, Daniela Piras, flauto, Josh Swift, dobro, Roberto Bongiannino, fisarmonica. In aggiunta a gente come Paolo Bonfanti, Lowell Levinger, Annie Stainec, Davide Zalaffi. Funziona? Certo che funziona, visto che neppure ve ne accorgete, di tutta quella gente, nel pugno compatto che suona “bluegrass” e si chiama “Red Wine”. Oppure ve ne accorgete eccome, ma ci stanno proprio bene. Sennò non si spiegherebbe perché possa risultare perfettamente plausibile una versione bluegrass di Time Of No Reply dell'ombroso Nick Drake, apparentemente il meno “bluegrassizabile” dei musicisti. Quindi: gran festa per le orecchie. Prendetevi un'oretta di tempo, un bicchiere di quello buono (meglio se rosso, ovviamente), e accomodatevi in poltrona. Facebook può aspettare. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
KING CRIMSON - Live At The Orpheum

Robert Fripp è notoriamente uomo geniale, ma lunatico ed imprevedibile. Da diversi anni lancia segnali contraddittori, alternando a suo nome opere di tagliente intelligenza a soporifere incursioni in lungaggini che piacciono quasi solo a lui. Quello che è peggio, i fan sfegatatati hanno visto girare nei mesi scorsi un’edizione “live” dei gloriosi King Crimson senza Fripp: che è come immaginare Roma senza Colosseo, o Bruno Vespa senza Porta a Porta. Però l’uomo, si sa, riserva sempre sorprese. Ed ecco allora apparire, in un conciso, secco “live” da quarantuno minuti dello scorso anno uno dei migliori “live” di sempre del Re Cremisi, e, altra sorpresa, l’ottava incarnazione crimsoniana, di una potenza inusitata. Tre batteristi in scena: Pat Mastellotto, Bill Rieflin, Gavin Harrison dai Porcupine Tree. Due chitarre, quelle di Fripp, tagliente come una lama, e quella di Jakko Jakszyk, che si accolla anche degnissime ed acidule parti vocali. Rientra poi il grande Mel Collins con i suoi sassofoni e flauti di confine, e il “mostruoso” Tony Levin a basso e stick. Sette brani, ed almeno quattro capolavori mai ascoltati con tanta forza: One More Red Nightmare, The Letters, Sailor’s Tale, Starless, forse la più grande del lotto. E’ festa grande, il Re non aveva abdicato. Dvd del concerto losangelino accluso. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
PREMIATA FORNERIA MARCONI - Un minuto

E tre. Ha superato la boa del metà percorso l'impegnativo tour de force che la Pfm s'è imposta a ripercorrere passi fondamentali di un quarantennio fa, quando il giovane rock italiano cercava di divincolarsi dal beat a forza di energia e complessità. Un Minuto è la riproposizione “live” di Storia di un minuto, 1972, integrale. Opera come si suol dire da “far tremare le vene”, perché contiene pezzi da novanta come Impressioni di settembre , E' festa, La carrozza di Hans: praticamente siamo nei fondamentali del progressive rock peninsulare. Energia notevole, qualche luccicone, potenza dove è necessaria, ma anche un curioso rallentamento delle parti mid tempo nel cantato, quasi un voler entrare esitanti dalla porta secondaria nel cuore nudo dello “spaghetti rock”, come dicevano gli anglosassoni un tempo. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
SLEATER-KINNEY - No Cities To Love

Esiste, tra le maschere che popolano la nostra vita (o i film che guardiamo), un tipo che potremmo chiamare, grossomodo: lo “zio figo”; o, per avvicinarci al punto, la “zia cool”. Quella che ascolta i dischi giusti, legge i libri giusti, mentre i coetanei sono sommersi da conformismo e pannolini. Bene, trasferite questa maschera in musica, e voilà: le Sleater-Kinney. Le S-K furono indie-rocker femminili e consapevoli negli anni 90. Poi si dedicarono a progetti individuali (musicali perlopiù con l’eccezione di C Brownstein, anche titolare di una premiata serie TV) e dissero: ci sciogliamo. Con “No Cities To Love” ritornano sulle scene (10 anni dopo). Ritornare in sé non è un gran merito (oggi tornano veramente tutti, vedi l'ultimo Pixies per restare sul genere); farlo con un disco compatto, affilato, melodico, istantaneo e piacevolmente obliquo come questo, sì. È un merito eccome. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
ANDY WHITE - How Things Are

Quindici anni di matrimonio finiti nello schiocco leggero di una bolla di sapone non sono una faccenda facile da digerire, specie se di mestiere vai in giro per il mondo con una chitarra a tracolla e dentro ti ribolle palpitante e denso sangue irlandese. L'Isola di smeraldo Andy White la vede solo di tanto in tanto, fa base stabile in Australia, ma il fatto di avere globuli rossi gaelici gli ha fatto convertire in terapia musicale la tristezza. Il risultato è questo notevole How Things Are?, ovvero “come vanno le cose”, una domanda che Andy White deve essersi sentito rivolgersi parecchie volte, di questi tempi. La buona notizia è che il disco (undicesimo, nella carriera)  è tanto bello quanto vario, pur mantenendo le coordinate di suono che da sempre è lecito attendersi dal Nostro: e dunque un sapido procedere tra echi folk e sostanza pop storica. Con evidenti tributi pagati a Dylan (l'iniziale Driftin'), una ballatona in odore di Van Morrison (Separation Street), ed almeno un paio d'episodi notevolmente lennoniani, uno addirittura esplicitamente dedicato: Band Of Gold, e la splendida finale Lennon.(Guido Festinese)

Login