Rock

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
SHELLAC - Dude Incredible

Semplici, sono semplici gli Shellac di Steve Albini (e Bob Weston e Tod Trainer). Non perché sia particolarmente semplice la loro musica, o la loro storia, o ancora i loro riferimenti. Gli Shellac sono semplici perché semplice è la loro strada o, per i più romantici, la loro missione. Sono un trio (basso, chitarra, batteria, e pedalare), fanno rock, quando possono e dove possono, pubblicando senza tante cerimonie dischi con cadenza irregolare, mai meno che buoni, sempre fedeli a un’estetica rigorosa: incidere (bene) canzoni (belle e squadrate). Dude… parte bene con una copertina meravigliosa (due animali lottano) e prosegue meglio con brevi canzoni nervose che, rispetto alle prove precedenti, recuperano ombre blues (title-track) e folk (All The Surveyors) accanto all’usuale impianto rock fieramente indipendente e matematicamente squadrato. Semplicemente, bravi. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
MIREL WAGNER - When The Cellar Children See The Light Of Day

Il sangue non è acqua, o almeno così si dice. E il sangue può essere un buon punto di partenza per raccontare (presentare) Mirel Wagner e la sua musica. Originaria dell’Etiopia ma cresciuta in Finlandia Mirel porta qui i segni del vecchio blues africano, sposati a un’attenzione sonica di marca nordica. Unisce istinto e cura per l’atmosfera, pancia e precisione. Il disco, secondo per MW, primo per Sub Pop, è un crudo esercizio di scrittura. La voce e una chitarra, percossa più che suonata, sono gli unici ingredienti (se si eccettua qualche raro ribollimento elettrico) e le canzoni mostrano una maturità (compositivo) e una personalità (melodica) di prima grandezza. È ascoltando dischi così che ci si rimangerebbe volentieri lodi eccessive a penne inferiori (ma tanto è sempre troppo tardi). E allora tanto vale lodare Mirel, qui e ora, e festa finita. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
ANGE HARDY - The Lament Of The Black Sheep

Ange Hardy è una giovane folk singer britannica (classe 1983) di spirito e personalità, nel senso che la sua musica è capace di trasmettere intelligenza, umanità e vitalità. A leggere di lei, o anche qualche sua dichiarazione, si capisce che la sua vicenda personale, per quanto ricca, non dev'essere stata delle più semplici, fuggita addirittura di casa in giovanissima età. Oggi però le cose sembrano andarle decisamente meglio e "The Lament of The Black Sheep" è il suo terzo pregevole album solista, il secondo in chiave prettamente folk, dopo l'ottimo e apprezzato "Bare Foot Folk" (Story Records, 2013). La passione di Ange per la musica popolare, per il racconto in musica, maturata nel tempo, attraverso quella che sembra una progressiva e profonda presa di coscienza, è decisamente contagiante. Il passato (sarà una banalità, ma mai abbastanza), secondo quanto lei stessa sostiene, è un patrimonio da non disperdere, per meglio guardare al futuro, e le canzoni non sono altro che storie con una melodia (Ange si considera più una cantastorie che una musicista, pur non separandosi mai dalla sua chitarra, buona per ogni occasione). Una melodia che accompagna un canto, quello di Ange, ispirato e delicato, però non stucchevole, come a volte può capitare nelle "incantate terre" d'Albione, ma anzi schietto, franco, sincero. Un canto che è il risultato delle composizioni di Ange Hardy, tutte originali e scritte, secondo le sue intenzioni, come se fossero sempre esistite. Perchè in effetti Ange riesce a scrivere con efficacia nuova musica popolare, immettendosi, quasi mimetizzandosi nel solco della formulaicità e della tradizione, ma al contempo affrancandosene, grazie ad uno stile personale, a una sorta di imprevedibile veracità autodidatta, e all'utilizzo (per esempio) di qualche intrigante armonia vocale, con l'aiuto di un semplice pedal loop. Per la verità in quest'ultimo album la accompagnano diversi ospiti conosciuti lungo il cammino, che rendono il lavoro molto più corale del precedente, e tra i quali segnaliamo il talentuoso James Findlay, una specie di moderno Martin Carthy (il paragone non sembri irriverente, si ascolti il suo indicativo e notevole "Another Day Another Story" di un paio d'anni fa). Una storia da conoscere. (Marco Maiocco)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
MARCIA BALL - The Tatooed Lady And The Alligator Man

Signora del blues del sud ovest, Marcia Ball è pianista, cantante, compositrice, abile e coinvolgente, arrivata ad una più vasta notorietà, grazie alla sua apparizione (qualche anno fa) nel film documentario di Clint Eastwood "Piano Blues". Classe 1949, originaria di Orange (Texas), Marcia, come altri esponenti blues dello "sciagurato" territorio texano (vedi Clarence Gatemouth Brown), è da sempre fortemente influenzata dal pirotecnico e polifonico New Orleans style, dai sornioni boogie woogie e dai saltellanti e "sgangherati" intervalli su anneriti tasti d'avorio, tipici delle "paludi francesi" attorno alla mitica Crescent City, il soprannome di New Orleans. Vicina all'irrequieto stile pianistico di musicisti storici della culla del jazz come Fats Domino, Professor Longhair e Dr. John (si ascoltino qui la scatenata title track o le balzellanti e movimentate "Just Keep Holding On", "Like There's No Tomorrow", "Can't Blame Nobody But Myself", e "Get You A Woman"), con quest'ultimo "The Tatooed Lady and The Alligator Man" firma un album divertente, ironico e festoso, intriso dello stesso spirito danzereccio che anima un ritrovo zydeco in un vecchio e scalcinato cortile della Louisiana (in questo senso si senta "The Squeeze is on", con la partecipazione del fisarmonicista zydeco - il cajun afroamericano - Terrance Simien). Un lavoro ricco e corale, in cui non mancano incursioni rock ("Hot Springs"), abbandoni ad un blues più profondo, indolente e "canonico" ("Lazy Blues"), oppure più plateale ed espressionistico ("He's The One"), alternato a momenti anche di maggiore intimità e delicatezza ("Human Kindness", "The Last To Know"). Accompagna la Ball un nutrito e agguerrito manipolo di musicisti, tra i quali spiccano gli esponenti della sua band più ristretta (Michael Schermer alla chitarra, notevoli un paio di suoi assolo, Don Bennet al basso, Damien Llanes alla batteria), e poi Thad Scott al sax tenore (ottimo solista classic jazz e rhythm and blues) e Mark Kazanoff al sax baritono, che con gli ottoni di Jimmy Shortell (tromba) e Randy Zimmerman (trombone) formano un'infuocata e fulminante sezione fiati. Direttamente da Austin (Texas), città nella quale l'album è stato registrato, uno scanzonato viaggio nell'avventuroso e "salgariano" bayou country. Da non perdere. (Marco Maiocco)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
LEONARD COHEN – Popular Problems

Nel libretto di Popular Problems Leonard Cohen appare intento in un’operazione molto complessa, l’attenta lucidatura di un paio di  scarpe; altrove, nella sua pagina Facebook  lo troviamo, un po’ perplesso, a scrutare nel cofano aperto della sua auto… Devono essere questi i ‘problemi comuni’ che si trova ad affrontare ogni giorno, assieme a quello di recuperare le finanze sottrattegli da collaboratori scorretti. Forse quest’ultimo motivo ha spinto il cantautore e scrittore canadese far uscire  questa raccolta a poco più di due anni e mezzo dal precedente Old Ideas.  La profonda voce di Cohen è, come al solito accompagnata da tre voci femminili, quelle di Dana Glover, Charlene Carmon e Donna Delory,che offrono un bel contrasto armonico;  le basi musicali sono responsabilità  di Patrick Leonard, già al timone in Old Ideas e collaboratore, in passato di Madonna. A ottant’anni quasi compiuti, Cohen indugia ancora, ironicamente, sul sesso e la vita nell’iniziale ‘Slow’, tocca l’attualità permeata di guerre e carestia in ‘Almost Like The Blues’, scimmiotta l’easy listening con l’innocua, gradevole ‘Did I Ever Love You’ e si autocita nella conclusiva ‘You Got Me Singing’, una specie di ‘Bird On The Wire’ dei giorni nostri. Un disco riuscito, intensamente monocorde come ultimamente succede al canadese, specie nei dischi di studio, dove l’altro Leonard, Patrick,  andrebbe forse sorretto da altri musicisti. Dedica obbligata al maestro di buddhismo zen  Joshu Sasaki Roshi, scomparso quest’anno a 107 anni, di cui Cohen fu devoto allievo per cinque anni. (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
THE VASELINES - V for Vaselines

Nuovo album per The Vaselines che lasciano Sub Pop Records dopo aver realizzato con  l’etichetta di Seattle il loro secondo album “Sex With An X” nel 2010 e decidono di fare tutto  da soli con il marchio Rosary Music. “V for Vaselines” è autoprodotto ed è stato registrato  nella loro nativa Glasgow presso gli studi Castle Of Doom dei Mogwai, l’ingenere del suono  è Tony Doogan (Belle & Sebastian, Mogwai). All’album hanno partecipato amici musicisti  come Michael McGaughrin (1990s), Frank Macdonald (Teenage Fanclub), Stevie Jackson (Belle & Sebastian), Graeme Smillie (Olympic Swimmers), Paul Foley (Mandrake Shepherd)  e Scott Patterson (Sons & Daughters).    “V for Vaselines” è una celebrazione della prolungata chimica tra i due cospiratori Eugene  Kelly & Frances McKee. “È soltanto che lavoriamo bene insieme” afferma Eugene, “non so  da cosa dipende, ma quando siamo insieme riusciamo a creare un sound che non siamo in  grado di ripetere quando lavoriamo separatamente”. L’album è stato registrato molto  spontaneamente con il supporto di Creative Scotland ed è stato in parte ispirato dalla  partecipazione di Eugene ad una cover band dei Ramones di Glasgow. “Dopo  quell’esperienza, volevo solo scrivere alcuni brevi brani punk rock di modo da arrivare agli  orecchi delle persone subit, per poi uscirne altrettanto velocemente”.    “V for Vaselines” è il terzo album per la band formatasi a Glasgow nel 1987. Il loro debutto  “Dum Dum” fu realizzato dalla leggendaria etichetta scozzese 53rd & 3rd nel Giugno del  1989. La band si sciolse nella stessa settimana in cui l’album fu realizzato, ma il successivo  patrocinio di Kurt Cobain (Nirvana coverizzarono 3 brani dei Vaselines), ha portato Sub Pop a  compilare i loro primi singoli insieme all’album nel 1992 su “The Ways Of The Vaselines” e  poi di nuovo con la sua versione estesa “Enter The Vaselines” del 2009 che conteneva tutto  quello che la band aveva prodotto sino ad allora. 

CD in vendita da Disco Club a partire da mercoledì 1 ottobre 2014 al prezzo di 15,90 €

vedi sotto video

Login