Rock

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LULA PENA - Archivo Pittoresco

Lula Pena, poetessa, cantante e (ottima) chitarrista di Lisbona, con uno stile scabro e percussivo che sfrutta al meglio la possibilità di accompagnamento è una delle grandi voci del neo fado. Chi avesse in mente però una seguace della tradizione, con qualche aggiustamento tattico per la contemporaneità è completamente fuori strada. Lula, che dosa i suoi dischi a intervalli di tempo così clamorosi da far pensare che nulla le importi del mercato ( in media una decina d'anni tra uno e l'altro) sa sì affondare nelle pieghe più tormentate e scure della musica che ha preso nome dal “fatum” dei romani, ma al contempo dovete immaginare un talento che conosce ogni trucco per infiltrare il fado di chanson, di tango argentino e uruguayano, di morna capoverdiana, di atavici reperti trobadorici, perfino di ballad piegate sul blues che avrebbero avuto un bel posto nel canzoniere di un Leonard Cohen o, per restare nelle medesime estetiche, ma al femminile, di una Nico. Si sarà capito che la nostra ha dalla sua una voce conturbante e misteriosa, appoggiata su pochi e magistrali tocchi di chitarra, e che ogni brano è un viaggio decisamente  sorprendente. A un certo punto spunta fuori perfino No potho reposare, il brano classico sardo che fu illuminato dalla voce radiosa di Andrea Parodi: per lei è velluto scuro, frusciante e serpentino. (Guido Festinese)

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OPETH - Sorceress

Se si dovesse giudicare dal malinconico arpeggio iniziale di Persephone, uno potrebbe anche pensare di essersi i in una traccia acustica inedita della gloriosa Premiata Forneria Marconi che fu, con tanto di voce sussurrata ad insinuarsi tra le pieghe. Poi arriva un riff grande e grosso di pura impronta hard rock, e quella voce che sembra un calco di quella di Ian Anderson, il tutto si indurisce ancora con vampate metal come piaceva fare a Steven Wilson con i suoi Porcupine Tree. Altre citazioni? Un brano che si intitola Wilde Flowers, come il seminale gruppo canterburiano prima di Soft Machine e Caravan, Chrysalis, che sembra uscita di peso dai un disco dei Deep Purple Mark II, quelli più classici, The Seventh Sojourn, una specie di calco con riferimenti “etnici” dei Family, e così via. Al dodicesimo disco, gli svedesi Opeth, com'è successo anche ai cugini di suono Anathema, mostrano di aver lasciato alle spalle per sempre e senza rimpianti il death metal delle origini. Sono finiti in un trip settantino che potrebbe anche essere un vicolo cieco, ma fin quando la qualità dei brani è questa, godiamoceli senza remore. (Guido Festinese)

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CONOR OBERST - Salutations

Le preoccupazioni per la salute sembrano passate, quindi Oberst ci può persino scherzare su, e nel retro della copertina sembra stia subendo una rianimazione a bordo piscina, con  Jim Keltner impegnato a chiamare  il 118… Salutations è la versione full-band di Ruminations, il disco un po’ oscuro, uscito da pochi mesi,  che ha seguito il ricovero ospedaliero del poliedrico e versatile  cantautore di Omaha; lì c’era solo lui, qui c’è Jim Keltner alla batteria e i Felice Brothers come backing band (più Jonathan Wilson, M.Ward e Gillian Welch). Il tutto, oltre a rendere più piacevole l’ascolto della decina di brani già sentiti in Ruminations, ci consegna altri sette brani, forse un po’ meno densi, ma sicuramente dotati di un buon impatto sonoro, con i fratelli Felice a fare il verso alle band di Dylan, ma soprattutto a ‘quella’ Band…Che dire, infine, di questi dischi quasi gemelli? Se Ruminations vi è piaciuto, siate certi che il fratellone vi farà anche saltellare nella stanza grazie a fisarmonica e violino! (Fausto Meirana)

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GRANDADDY - Last Place

C’è in libreria, da qualche tempo, la ristampa di uno splendido romanzo di Kurt Vonnegut che si intitola Cronosisma.Il sarcastico scrittore americano immagina che un giorno il tempo cominci ad avvitarsi su se stesso, né futuro né passato, dunque, e una continua coazione a ripetersi degli ultimi eventi, avvitati in un loop temporale. Questo fa venire in mente un disco bello, importante e incredibilmente fuori tempo massimo come Last Place. Spieghiamoci: Jason Lytle aveva sciolto la band una decina d’anni fa, addio formalizzato con il notevole Just Like the Fambly Cat. Poi s’era rintanato a vivere tra i monti, facendo uscire un paio di dischi a suo nome che erano esattamente quanto ci si poteva aspettare: ottimo artigianato autoriale, senza il guizzo Grandaddy che spiazza e lascia qualche bella unghiata sull’anima. Adesso tornano, come se i dieci anni fossero archiviati in un filmino di dieci minuti. E riprendono le fila esattamente da dove avevano lasciato cadere la matassa:  dunque la consueta, geniale sintesi tra Neil Young, i Genesis laccati di tastiere perverse e minimali, il punk come fiammata improvvisa da consumarsi in briciole di secondi, le chitarre che sussurrano e volte si lascano scappare un ruggito su nervature pop ‘n’ roll.  E su tutto l’agrodolce siderale e tellurico assieme di quella vocina che racconta storie terribili come se ti stesse fornendo la ricetta della torta di mele, pessimismo cosmico avvolto nel miele degli armonici. A Lost Machine ruba il cuore, la conclusiva Songbird Son è la dimostrazione che si possono scrivere ancora brani spezza cuore, l’iniziale Way We Won’t, servita da un video che lascia una boccata d’amarezza è classico Grandaddy Sound. Benvenuti nel loop. (Guido Festinese) 

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ALASDAIR ROBERTS - Pangs

Dopo la solitaria austerità acustica del precedente "Alasdair Roberts", risalente ormai ad un paio d'anni fa, il grande folk singer scozzese, probabilmente il più importante "trovatore" britannico da Martin Carthy in avanti, torna a firmare un disco a suo nome (il nono in quindici anni, oltre alle innumerevoli e diversificate collaborazioni), avvalendosi del luminoso contributo (a dispetto dello scuro titolo di questa nuova pubblicazione) di una nutrita e valorosa band. Un Roberts qui spesso e volentieri "abbracciato" ad una chitarra elettrica (pratica che non gli è nuova), strumento che lui suona un po' alla maniera di un Wizz Jones (da una parte), nelle sue rare derive elettriche, e di un musicista medioevale (dall'altra), grazie a certi staccati estatici e stranianti, quasi indipendenti dal relativo sostegno armonico (ma la suggestione è probabilmente azzardata).

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SON VOLT - Notes Of Blue

Pare sia ispirato al blues classico quest'ultimo disco dei Son Volt, vera e propria creatura artistica del cinquantenne Jay Farrar, il quale con Jeff Tweedy e gli Uncle Tupelo diede inizio, ormai molti lustri fa, alla grande stagione dell'alternative country, ovverosia a quell'intuizione che un certa formulaicità potesse essere riproposta a partire da "inquadrature" differenti o come filtrata dalla "magica" interposizione di un prisma. Dall'ascolto intenso di bluesmen rurali come Mississippi Fred McDowell e Skip James (i mentori indicati da Farrar) sarebbe dunque nato questo "Notes Of Blue", timido gioco di parole tra l'espressione blue notes e la parola blues. L'album parte in modo elegante e però un po' convenzionale ("Promise The World"), per poi subito accendersi ed acquistare efficacia espressiva, grazie a uno spettacolare (e tutto sommato insolito per i Son Volt) sferragliare di chitarre elettriche ("Back Against The Wall", e soprattutto "Static", "Cherokee St" e poi "Lost Souls" e Sinking Down"). L'anima più morbida e riflessiva di Skip James (fin qui è stata omaggiata solo quella più ruspante e sorniona di Fred McDowell) viene rievocata dagli arpeggi country blues e dal canto assottigliato di "Storm" o di "Cairo and Southern". Ma il blues qui è ovviamente solo una sorta di nobile pretesto, non risiede certo nella riproposizione di un linguaggio né tanto meno di una codificata forma musicale, bensì nell'evocazione di un sentimento e nell'incisiva rielaborazione di alcune scarne cadenze. Per il resto questo breve documento discografico, coerente e ordinato, si nutre (in buona parte) della consueta desolazione alternative country (molto più post rock che blues, la quale è musica della vita, e non della tristezza, o non solo), per declinare ancora una volta in modo sapiente e ispirato una sempre valida idea di folk rock. Niente male. (Marco Maiocco)

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