Rock

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Micah P Hinson and The Musicians Of The Apocalypse - When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You

Ci restano poche (pochissime) sicurezze ed è in qualche modo corretto che una sia rappresentata da uno sghembo texano, occhialuto e dinoccolato. Micah P Hinson è una figura che un tempo si sarebbe detta “di culto”, ma oggi suona demodé (oggi è tutto “di culto”). Micah P Hinson è un cantante country (di questo tecnicamente, si tratta) con sbavature moderne (qualche lampo di elettricità, qualche tendenza sperimentale -la conclusiva The Skulls Of Christ). È un autore riconoscibile, il cui modo (la voce cantilenante, gli sfondi dilatati, la penna felice) conserva la specialità dei grandi interpreti, pur nella massa enorme di musica affine che esce ogni settimana. Questo disco (già il titolo pare un racconto di frontiera) conferma personalità e ricordi, in bilico, come tutto il country che valga la pena, tra dannazione e redenzione. (Marco Sideri)

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MARIANNE FAITHFULL - Negative Capability (Panta Rei, 2018)

L’avevamo lasciata quattro anni fa al termine di un concerto (di cui potete rileggere la recensione qui > http://www.discoclub65.it/concerti/archivio-mainmenu-40/5905-marianne-faithfull-live-allauditorium-di-milano-27-ottobre-2014.html) bellissimo e affaticato (il live del 2016 “No Exit” ne è fedele testimonianza). La ritroviamo quattro anni dopo con la voce ancora più stanca e dolente, il fedele Ed Harcourt alle tastiere e alla scrittura, il ‘Bad Seed’ Warren Ellis e il collaboratore di PJ Harvey, Rob Ellis: il risultato è un disco sublime e commovente, in cui da Parigi, dove vive da tempo, rielabora i recenti problemi di salute e la perdita di alcuni dei suoi amici più cari, da Anita Pallenberg (rievocata in “Born to Live”) al suo chitarrista Martin Stone (in “Do not Go”). Come fantasmi, dal passato arrivano anche “Witches' Song” (da “Broken English”, il disco della svolta del 1979) e la sempiterna “As Tears Go By” mentre il singolo di lancio “The Gypsy Faerie Queen” è stato composto(e cantato) insieme a Nick Cave. L’unica cover del disco è così “It's All Over Now, Baby Blue” di Dylan, con la struggente viola di Warren Ellis a fare da controcanto allavoce malinconica di Marianne. C’è ancora spazio per un brano scritto insieme a Mark Lanegan - “They Come At Night” - prima di constatare nell’ultimo brano, “No Moon in Paris” che “Tutto passa, tutto cambia, Non c'è modo di rimaneregli stessi”: eh già, niente luna a Parigi questa sera, solo un un disco da riascoltare fino a notte fonda. (Danilo Di Termini)

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BOB DYLAN - More Blood, More Tracks

Gli ultimi anni hanno portato un vero profluvio di registrazioni dagli sterminati archivi dylaniani. Non sempre, ma spesso dedicati a momenti cruciali degli anni Sessanta, quando il folksinger prese vesti e gesti da rocker, e viceversa, creando un unicum incendiario e disturbante. Massimo rispetto, come si suol dire. Ma c’è anche da pagar pegno a chi ama altre fasi del Signor Zimmermann, ad esempio la folgorante prima metà del decennio successivo, con un Dylan ultratrentenne perfettamente a fuoco nell’ispirazione, nella scrittura e nella musica, dove anche episodi apparentemente minori ( Pat Garrett & Billy the Kid, ad esempio) col senno di poi sono da considerare grandi dischi. Il capolavoro è stato Blood on the Tracks, uno dei  migliori dischi dylaniani di sempre, con quel piglio cruciale e indispettito e canzoni pressoché perfette. Sappiamo che Dylan quel particolare taglio nervoso lo cercò a lungo, alla fine abbandonando tutte le incisioni già tentate del disco, e usando anche il trucchetto di alterare la velocità delle bobine per ottenere un suono più secco e tagliente. Adesso però saltano fuori le “prime” registrazioni, e sono un pendant favoloso al disco celebratissimo: in pratica l’intera scaletta brano per brano, chitarra e voce, in un brano anche un contrabbasso. Chi conosce il disco qui troverà un Dylan molto più “cool”, quasi indolente nel porgere brani capolavoro come Shelter Form The Storm e Tangled Up in Blue. E in coda la solita grande canzone scartata, Up To Me, che per molti altri songwriter sarebbe il pezzo pregiato del disco. Lui se lo può permettere. Edizione per completisti maniacali in 6 cd. Meglio la secca “replica” in un solo cd. Adesso speriamo  si aprano gli archivi di Pat Garrett e di Planet Waves. E’ tempo. (Guido Festinese)

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ELVIS COSTELLO & THE IMPOSTERS - Look Now

A dieci anni esatti da “Momofuku” (se non si conta il live “The Return Of The Spectacular Singing Songbook!!!” del 2012) il nuovo album con gli Imposters (Steve Nieve alle tastiere, Pete Thomas alla batteria eDavey Faragher al basso; quest’ultimo è l’unico membro che li differenzia dagli ‘storici’ Attractions) non ne ripropone le atmosfere rock-oriented. Delle dodici canzoni infatti, ma sono sedici se acquistate la deluxe edition, tre sono scritte insieme a Burt Bacarach - “Don't Look Now”, “Photographs Can Lie”, “He's Given Me Things” - rinnovando la fulgida collaborazione che produsse l'imperdibile “Painted From Memory”, ed una con Carole King - “Burnt Sugar Is So Bitter” - composta nel lontano ‘97 quando i due frequentavano lo stesso ristorante di Manhattan. Le restanti, tutte della penna di Declan MacManus, non si discostano dalle cadenze da crooner del Costello più intimista e quasi jazzato, a parte “Mr. and Mrs. Hush” e il singolo radiofonico “Unwanted Number”. Tra i bonus spiccano “Isabelle In Tears” per piano, voce e campanellini che se fosse ancora vivo Chet Baker rischierebbe di diventare un altro standard e la francofona “Adieu Paris (L'envie des étoiles)”.

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IRON AND WINE - Weed Garden

Sam Bean (detentore del “marchio” Iron and Wine) ha l’aspetto di un Kris Kristofferson rurale, a proprio agio negli impervi sentieri boschivi più che nella giungla d’asfalto metropolitana. Inoltre, Sam ama le sonorità acustiche, le atmosfere sottilmente crepuscolari; quelle che partono dalla delicatezza quasi impalpabile di una ballata e arrivano a toccare corde inaspettatamente intime e profonde. Weed Garden, ultimo EP di Iron and Wine, si muove lungo le tracce di un indie-folk che sembra annunciare l’incursione dell’autunno e la rende un’efficace metafora di intimismo e poesia. 

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THE WEIGHT BAND - World Gone Mad

Il mondo sembra uscito fuori di senno o di sesto, pare suggerire il titolo di questa nuova pubblicazione, con quel saltimbanco elefante in copertina - disegnata da John Alpern (già al lavoro con The Eagles) - in bilico su un mondo, che con il suo esorbitante peso (the weight) sta letteralmente distruggendo o spaccando in due, anche se simpaticamente (almeno nel suo caso). Impossibile non individuarvi un riferimento all'inquinato e divisivo clima politico oggi imperante negli Stati Uniti, come dichiarato (per altro) dagli stessi protagonisti di questa brillante operazione.
Un'impresa, quella di questa talentuosa e nutrita The Weight Band, la cui "ragione sociale" rievoca immediatamente e volutamente il celebre classico della Band di Robbie Robertson e "soci" (con tutto il suo ramingo e visionario vagabondare), che non possiamo non considerare apprezzabile e divertente, pur in assenza di una vera e propria originale cifra artistica.

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