Rock

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CHANTAL ACDA & BILL FRISELL - Live At Jazz Middelheim

Chantal Acda, per chi segue le tendenze del songwriting indie rock, ha base in Belgio, dove è una sorta di istituzione dell’alternative, e non sembri una contraddizione in termini. Le sue canzoni malinconiche, lente e sinuose come spire di un boa possono anche non muovere emozioni, causa eccessiva uniformità, ma lasciarsi andare è un buon viatico per apprezzare un lavorio nascosto e minimale nelle pieghe dei brani stessi, che dispiega gran talento. In Bounce Back il chitarrista forse più influente e decisivo della scena jazz contemporanea (e da almeno vent'anni!), Bill Frisell, aveva accettato di collaborare con Acda, e i risultati c'erano tutti. Nulla, comunque, che facesse presagire l'attuale incanto di questo  live: Bill Frisell e Chantal Acda assieme, senza trucchi e senza inganno, su un palco. Frisell dilata arpeggi e sottilenature,  nota su nota.  Lei si lascia avvolgere da un tappeto volante di note, la voce che sussurra difficoltà di vivere e amare a nudo come non mai, le canzoni che sgorgano sincere e compiute, lui che sembra un cesellatore di emozioni, secondo per secondo. Quanta bellezza.  (Guido Festinese)

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JENNY SORRENTI / SAINT JUST - Prog Explosion And Other Stories

Innanzitutto, un po' d'ordine: questo cd recupera, finalmente, Prog Explosion, uscito solo su vinile nel 2011 per la Raro Records. Allora diedero un contributo gente di altissima caratura come Marcello Vento (Albero Motore, Canzoniere del Lazio, Carnascialia) e Francesco di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. In apertura,  però, troverete altre quattro tracce, con l'attuale formazione dei Saint Just che si appresta a pubblicare un quarto disco. E con il ritorno, finalmente, della “vera” voce di Alan Sorrenti, fratello di Jenny, quella dei due capolavori iniziali anni Settanta sepolti sotto la paccottiglia disco pop successiva: così finalmente si possono ascoltare Sienteme e Vorrei incontrarti come prog autentico comanda. A quanto pare Alan ci sarà anche in futuro, bentornato. Intanto gustiamoci questo spicchio di futuro che viene dal passato, con una delle voci più belle da quel decennio, una sciamana della dolcezza che non teme confronti neppure oggi: nulla è andato perduto. (Guido Festinese)

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RY COODER - The Prodigal Son

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.

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NEIL YOUNG - Paradox

Piccola verità scomoda, ma necessaria. Neil Young è un musicista che molto osa, e quando osa davvero gli esiti possono essere tonfi disatrosi (vedi alla voce Trans) o spettacolari, al di là di cosa ne pensi lui stesso (On the Beach, Time Fades Away, ecc.). Questo è un esito spettacolare, e spettacolare è pure il ritorno del vecchio coyote alle colonne sonore, e non solo: perché Paradox è un fantawestern a dir poco sconcertante, ma riuscito, protagonista Neil Young stesso e i suoi giovani Promise of the Real. La colonna sonora è un coacervo disordinato, frastornante e magnificamente pulsante di antichi pezzo gloriosi riveduti e corretti (Pocahontas, Cowgirl in the Sand), elettricità che sbriciola i muri, quando il vecchio rocker spara suoni saturati che sono noise puro, ticchettii di banjo precari, perfino un recupero del vecchio blues alcolico Baby what you want me to do, slabbrato e sporco il giusto. E quando la voce di Willie Nelson  canadese, miracolosamente intatta come quella di Neil Young, inizia il tutto con un epico “Many moons ago in the future”, si capisce che il viaggio sarà molto, molto interessante. (Guido Festinese)

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EELS - The Deconstruction

La decostruzione di Mark Everett, in realtà, è una strada  che il leader degli Eels ha percorso per tutta la carriera; dietro la produzione musicale di Everett c’è sempre stata una sofferenza pesante causata da improvvisi o drammatici lutti familiari. In certi dischi ce n’è di più come nel peraltro indispensabile Electro-Shock Blues, un capolavoro che risale, ahimè, a ben vent’anni fa… Anche in The Deconstrution, che esce a quattro anni dal precedente lavoro, c’è molto del rimuginare sulle perdite, dell’interrogarsi sul senso della vita; la dimensione prettamente acustica trasforma le canzoni in piccoli bozzetti, scenette di vita con qualche pretesa filosofica di troppo, ma confortate da  una buona vena in termini di melodie e arrangiamenti. Certo mancano, tranne che nel singolo Bone Dry, momenti ritmicamente più vivaci e coinvolgenti, ma evidente Mr E. non era dell’umore giusto.(Fausto Meirana)

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SCOTT MATTHEW - Ode To Others

Bello essere smentiti nei fatti e nella sostanza, ogni tanto. Sennò anche l'assestato mondo del songwriting indie sembrerebbe una palude immota dove si muove sotto la superficie vischiosa. Scott Matthew, barbutissimo australiano trasferito nella “Grande Mela” lo abbiamo lasciato con dischi tanto belli, quanto pericolosi: roba da chiudere sotto chiave per non farli trovare all'amico in depressione. Scriveva canzoni toste e disperate, con una voce che sembrava quella del cugino saturnino di Elvis Costello. Soprattutto, scriveva su se stesso e sulla propria infelicità. Tutto cambia, però, come dice una bella canzone: e già un titolo come “Ode agli Altri” dovrebbe fornire indizi. Un bel giorno Matthew s'è guardato attorno, e gli sono sgorgate tra le dita canzoni diverse. Per gli altri. Ad esempio le vittime dell'odiosa strage omofoba del Pulse Club. Ha trovato anche il coraggio di fare cover, e bene. Il chitarrista, produttore e amico Jürgen Stark s'è incaricato di arrangiarle con un'inedita fioritura di strumenti e di tocchi preziosi. Alla fine, è un piccolo trionfo per Matthew: che ci regala un disco che potrebbe molto essere apprezzato da chi ancora è a lutto per John Martyn e David Bowie. (Guido Festinese)



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