Rock

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VAN MORRISON - Three Chords And The Truth

Iperattivo come sempre  lo scorbutico cantautore  irlandese ci consegna il sesto album in soli quattro anni,  probabilmente il suo più convincente di questo frenetico periodo. I “tre accordi e la verità” del titolo sono proprio ciò che troviamo in questo disco fresco, corroborante  e non di certo rivoluzionario. Le quattordici canzoni hanno impresso il marchio di fabbrica d’artista, sono ben suonate e arrangiate, e la voce di Van è chiara nel suo incedere discorsivo tra le note. Tra i brani che si guadagnano una citazione, verso metà disco, c’è You Don’t Understand un sorprendente  reworking non accreditato della Ballad Of A Thin Man di Dylan, della quale riprende il riff dell’Hammond e l’impianto accusatorio del testo (chissà se a Bob farà piacere questo omaggio/oltraggio?). Il brano finale, invece, un lungo rimuginare di sette minuti tocca da vicino la classica Auld Lang Syne, con citazioni del testo e la riflessione sul tempo che scorre. Un’ottima sorpresa da uno dei  vecchi leoni che non deludono mai, anche quando si sparano uno scatenato  boogie-woogie senza pretese come Early Days, per puro divertimento. (Fausto Meirana)

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TOY – Songs Of Consumption
La band londinese ci sorprende con un nuovo disco, composto esclusivamente di covers; lo fa nel migliore dei modi; riescono tutte ad assumere una diversa identità, a sembrare quasi nuove canzoni. La scelta è di classe e variegata: Stooges (Down on street), Nico (Sixty forty), Troggs (Cousin Jane), Serge e Charlotte Gaingsbourg (Lemon incest), Soft Cell (Fun City), John Barry (A doll's house), BJ Thomas/Elvis/Pet Shop Boys (Always on my mind) e, addirittura, Amanda Lear (Tomorrow). I Toy si confermano uno dei migliori gruppi contemporanei, con un proprio stile ormai ben definito e riconoscibile; non bastasse assolvono anche un compito difficile e non da poco; mantenere accesa la fiammella di tante indimenticabili sonorità che ci hanno accompagnato nei migliori momenti della new wave. (Marco Bonini)
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Fu Simon Reynolds, qualche anno fa, a coniare per un suo libro l’efficace ma poco ricordata espressione “retromania”. Stava a significare che, nell’ultimo quarantennio o giù di lì ben poco di sostanzialmente innovativo è accaduto nel mondo della popular music, che continua a rimestare in una “classicità” rock che comprende ormai anche tutta la più o meno rumorosa scia del post punk. Se però dovessimo indicare una scena che è particolarmente “retromaniaca”, nel senso che cammina in avanti ma tenendo lo sguardo all’indietro, come l’angelo della storia di Benjamin, sarebbe quella dell’indie folk. Gli scaffali si affollano di uscite belle, o quantomeno carine, ben confezionate, ben suonate, ma che potrebbero essere uscite tranquillamente mezzo secolo fa. Come questo bel disco di Shannon Lay, il terzo, ma primo per la Sub Pop. Vi dicessero che è una piccola gemma perduta di San Francisco o di New York del ’69, scena folk rock, evidenti agganci ai Byrds, a Joni Mitchell, a Judy Collins, e via citando, ci sarebbe da crederci. Invece queste dodici aggraziate pennellate acustiche con finger picking da manuale, voce tersa, folate di sax, sprazzi di violino sono incisioni di ora. E tutto torna (indietro). (Guido Festinese)

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CORRIDOR - Junior

Mi dicono: - Questo disco è proprio divertente! - Faccio io: - Ma cantano in francese? -  Sì, ma le voci sono talmente ‘dentro’ nel mix che non te ne accorgerai…- Comunque i Corridor sono canadesi, di Montreal, e parlano quella lingua lì, cosa non proprio comune tra i gruppi che della Sub Pop di Seattle. Questo è il loro terzo disco e sembra di gran lunga  il migliore. Credo che l’unico modo per scacciare i dubbi (legittimi) sull’equazione tra la lingua francese e l’alternative rock sia quello di ascoltare Junior con rispetto ed attenzione. Il maggior pregio del disco risiede nell’immediatezza, nei ritmi solidissimi, metronomici come il motorik del krautrock, ma instillati della maestria pop che li avvicina a  gruppi come gli XTC. Muri di chitarre, percussioni marziali e pregevoli armonie corali sono i tratti distintivi del gruppo. Certo, l’uso delle voci sconta qualche debito di troppo nei confronti di gruppi come gli Animal Collective e i Fleet Foxes, ma i Corridor sono meno tecnologici dei primi e parecchio meno pastorali e presuntuosi dei secondi. Una vera sorpresa, parbleu! (Fausto Meirana)

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SEAN NOONAN - Tan Man's Hat

I dischi belli e lievemente sconvolgenti sono rari. Rarissimi, forse. Questo è un disco splendido, e decisamente sconvolgente. Perché mette in conto talmente tanti apporti e soluzioni sonore che si rischia il giramento di testa. Proviamoci. Sean Noonan è un batterista e compositore che arriva dalla scena punk jazz newyorchese degli anni ’90. E’ un irlandese folle innamorato di Zappa e di ogni musica che non sia banale. Malcom Mooney è un’icona vivente: era il primo cantante dei Can, mezzo secolo fa, glorioso ensemble kraut rock dedito a musiche così aliene che ancora oggi sono all’avanguardia. Jamaaladeen Tacuma era il bassista elettrico dei Prime Time di Ornette Coleman, Ava Mendoza una chitarrista sperimentale californiana che ha lavorato con Nels Cline (Wilco, avant jazz vario), Alex Marcelo un tastierista aperto a ogni musica. Se sopravvivete ai primi due brani, che sembrano fatti apposto per sconcertare e mettere alla prova l'ascoltatore, sappiate che troverete ballate insostenibili per delicata fragranza e avvampanti fiammate elettriche alla Pixies, il ricordo di “Riders On the Storm” dei Doors e quello del Rock in Opposition che fu, echi di free jazz nudo e crudo, dei King Crimson più involuti, di Tim Buckley, e derive strumentali che tutto sfiorano, e da nessuna parte mettono radici. E ogni volta che entra la voce stropicciata di Mooney, il rischio del luccicone è lì in agguato. (Guido Festinese)

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BOB DYLAN - Travelin' Thru - The Bootleg Series Volume 15

Si avvicina il Natale ed ecco che lo zio Bob ci lancia in pasto l’ennesimo Bootleg Series, volume quindicesimo; questa volta il disco indaga sulla collaborazione tra Johnny Cash con  le leggendarie sessions condivise. Diciamo subito che la parte del leone la fa il gigantesco ‘fuorilegge’, mentre Dylan, colto in una delle fasi più controverse della carriera (tra John Wesley Harding e Self Portrait) non ne esce benissimo… Il primo dei tre dischi consta di versioni alternative da JWH e da Nashville Skyline: poche sorprese, una outtake non memorabile (Western Road) due belle versioni con linea melodica alterata di As I Went Out One Morning e I Pity The Poor Immigrant. Il secondo disco è  interamente dedicato alla collaborazione Dylan-Cash, con il titolare (Dylan) che si fa un po’ mangiare dall’ospite, dal suo vocione e dal micidiale chick-a-boom dei rodati session men nashvilliani.

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