Rock

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FRANKIE COSMOS - Close It Quietly

Frankie Cosmos è il nome d’arte di Greta Kline, una venticinquenne americana che suona e canta  fin da quando aveva sedici anni. Importa magari che sia la figlia di due grandi attori hollywoodiani come Kevin Kline e Phoebe Cates, ma fino ad un certo punto… Con Close It Quietly  siamo già al quarto album,  mentre in questo stesso 2019  la Kline ha già prodotto un EP coraggioso di sola voce e piano, Haunted Items. Nonostante la giovane età, quindi,  c’è già molta esperienza, sia in studio che sul palcoscenico, come si legge  sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata. Pollice in su, quindi, per un ottimo disco di rock indipendente, fresco ed energico  che si fa ascoltare volentieri, grazie anche alla varietà e brevità dei ventuno brani; alcuni di essi non raggiungono neppure il minuto e mezzo, il più lungo, Wannago,  è l’unico a scavalcare i tre minuti; giusto un sacchetto di biglie, come quelle del retro di copertina… (Fausto Meirana)

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AKSAK MABOUL - Un peu de l’âme des Bandits

I dischi più belli non sono quelli che lasciano un’impressione passeggera di bellezza: sono quelli che resistono  ad ogni ascolto successivo, e che ogni volta  regalano prospettive sonore inedite. Succede con Sgt. Pepper, con London Calling, con Pet Sounds, con Dark Side of the Moon. E anche con questo capolavoro un po’ dimenticato, oggi finalmente di nuovo disponibile, e di una rilevanza musicale assoluta. Come sempre accade quando appare qualcosa che, col senno di poi, sembra chiudere un’epoca, e annunciarne un’altra ( pensate a O.K. Computer dei Radiohead o a The Shape of Jazz to Come di Coleman, per capirci), lì per lì il sasso lanciato nello stagno sembra andare subito a fondo. Poi scopri che i cerchi concentrici erano infiniti, e che continuano a increspare l’acqua. Aksak Maboul fu un collettivo belga arricchito, qui, dalla presenza di Chris Cutler e Fred Frith dai gloriosi Henry Cow. Incisero questo capo d’opera allo scorcio degli anni Settanta, uscì nel primo anno di quelli del riflusso. Indie rock ante litteram, pulsioni punk, rock in opposition, ambient music, sarcasmo feroce zappiano, incredibili citazioni “etniche” quando ancora non esisteva la world music, tanghi sghembi, dolcezza prog, perizia jazz e ferocia punk a braccetto per un mondo che scompariva, e ne annunciava un altro.

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NEIL YOUNG - Tuscaloosa

Vai a capirlo, Neil Young. Forse, per dirla con De Gregori, “non c’è niente da capire”. A volte fa uscire dai propri sterminati archivi registrazioni fiacche o ridondanti, che nulla aggiungono al suo statuto speciale di rocker e balladeur (quasi) inavvicinabile, spesso pubblica dischi dignitosi che andrebbero sfrondati a colpi di cesoia di una buona metà di “filler”, riempitivi fatti con più mestiere che ispirazione, e poi aspetta anni e anni (quarantasei, per esattezza) per far uscire una registrazione come questa. Che non è perfetta né inappuntabile, sia chiaro, ma va a documentare con una sorta di rabbia pacata, di furore raggelata quel delicatissimo periodo che sta tra l’apparentemente quieto incedere di Harvest (in realtà venato di malinconie profonde) e il cupo avvizzirsi del sogno, individuale e collettivo, che alberga in dischi come Tonight’s the Night, Time Fades Away, On The Beach. Harvest era del ’72, questo concerto degli inizi di febbraio del  ’73. Non è tutto quanto si ascoltò: è una buona scelta. Altri brani, dylanianamente, “soffiano nel vento”. E chissà se lui stesso li ha, da qualche parte. Gli Stray Gators che gli sono attorno da Harvest, qui,  sono una grande band, ma pesa per il “Loner” Neil  Young la freschissima scomparsa per overdose di Danny Whitten dell'altra band, i Crazy Horse. Suonano  bene gli Stray Gators, e in qualche caso coprono qualche sfasatura della voce del canadese. Che infioretta di battute acide e surreali parecchie presentazioni. Undici brani, quattro da Harvest, in apertura i classici acustici. Poi arrivano Time Fades Away, uno dei testi apparentemente più innocui e più agghiaccianti, in realtà, scritti da Young, la scudisciata di New Mama, la straziata Don’t Be Denied, che su Time Fades Away accenderà un mesto incendio di disillusione, e che qui suona ancora più amara. Scampoli di vita vera. Cos’altro ci nasconde, il canadese di Paradox, paradosso vivente lui stesso? (Guido Festinese)

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SANTANA - Africa Speaks

Il nome di Carlos Santana, soprattutto in Italia, fa storcere il naso a molti: nonostante un curriculum che da Woodstock, giusto cinquant’anni fa, lo ha portato a suonare con tutti i migliori musicisti rock, blues e jazz della sua generazione, su di lui grava un pregiudizio ineliminabile, quello di aver venduto milioni di copie di un brano, a onor del vero alquanto melenso, come “Europa”. Si aggiunga anche la contestazione politica (?) al concerto del Vigorelli del 1977, una hit mondiale come “Corazon Espinado” e parecchi album dimenticabili (tra cui quello del 2017 con gli Isley Brothers davvero deludente) ed ecco spiegato perché un piccolo gioiello come “Africa speaks” rischi di passare completamente inosservato. 

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VERSING - 10000

Se proprio non amate le chitarre invadenti del “noise”, che a volte assestano scosse salutari ad andazzi troppo quieti, a volte, invece, sembrano agire di pura prepotenza invasiva, allora questo disco non fa per voi. Se invece siete cresciuti a botte di Dinosaur Jr., Pavement, Pixies e, soprattutto, Sonic Youth, 10000 vi suonerà incredibilmente stimolante e piacevole. I Versing arrivano da Seattle, una città che di chitarre rumorose se ne intende, almeno a far data dalle prime scorribande sul manico di un certo Hendrix, e su su, fino ai ’90 del grunge. In fin dei conti la loro musica è proprio figlia di quella stagione: linee melodiche perfettamente riconoscibili e in genere orecchiabili, montagne di fragore e distorsione aggiunta. Qualche volta il tiro si allenta (Loving Myself) e l’effetto è piacevolmente spiazzante, in altri casi si flirta con eleganza chiassosa col pop puro e crudo (Renew). Nulla di nuovo sotto il sole, senz’altro. Ma altrettanto indubbiamente  parecchio da ascoltare per darsi una buona scossa, in caso di torpore estivo. (Guido Festinese)

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KYLE CRAFTY & SHOWBOAT HONEY

Può un disco essere contemporaneamente la fiera della citazione, e piacevole dall’inizio alla fine? Di questi tempi senz’altro. E il miglior candidato all’orizzonte (non da oggi) è senz’altro Kyle Craft, alla terza uscita con questo titolo, che è anche il nome della notevole band che lo accompagna. C’è una bella definizione che gira, e descrive la musica del songwriter della Louisiana come “un juke box di un bar delle zone paludose caricato a glam rock inglese e southern rock degli anni ’70”. Qualcun altro aggiunge, a ragione, certi strascichi vocali dylaniani e bowiani, soprattutto, un gusto per il “gancio melodico” irresistibile che arriva dai dischi di quarant’anni fa di Elton John, l’ascolto compulsivo degli Stones che furono, assortita piccola pasticceria pop di marca beatlesiana e Beach Boys. Mettiamoci anche una punta dei dimenticati Silverhead, e ci siamo quasi. Il ragazzo ha memoria d’elefante, e talento mimetico impressionante. Se poi volete il disco ideale per fare uno scherzo all'amico bowiano, fingendo di aver trovato degli inediti del ’69, ecco il piatto servito. (Guido Festinese)

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