Rock

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THOM CHACON - Blood In The USA

 Viene definito il Dylan di Durango, ma in realtà Thom Chacon, almeno in questo disco, sembra rendere omaggio a Bruce Springsteen (quello di The Ghost Of Tom Joad) e a Steve Earle (quello che tutti vorremmo ritrovare a scrivere canzoni come queste …).  Di Dylan però c’è il bassista Tony Garnier (e non è poca cosa) più  un certo soffio d’armonica a bocca. Blood In The Usa centra i problemi degli USA in una manciata di canzoni che toccano i temi del lavoro, dello stato della nazione e  degli immigrati messicani, con la consapevole amarezza che qualcosa sta andando storto nella terra delle opportunità. Chacon ha una bella voce, profonda e sincera, i testi sono chiari, espliciti e disarmanti; in essi ci sono le parole che molti americani non riconoscono più come proprie: pietà, condivisione, aiuto, accoglienza. I testi, visto che il disco esce per l’Appaloosa, sono ben tradotti in italiano nel libretto. L’ unico difetto, forse,  sono i soli ventisette minuti di durata, ma sono minuti intensi e soddisfacenti. (Fausto Meirana)

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CHARLOTTE GAINSBOURG - Rest

Miss Gainsbourg è un tale incrocio di culti e boulevard culturali che bisognerebbe metterla in un museo: figlia di Serge G e Jane Birkin, musa di Lars Von Trier, musica con Beck e Jarvis Cocker, vincitrice a Cannes, madre, icona e attivista. Insomma, volendo selezionare un volto per la consapevole, sofisticata e multiforme creatività di inizio millennio, Charlotte è perfetta. È perfetta anche perché, e veniamo a noi, quando pubblica, interpreta, fa qualcosa quel qualcosa tendenzialmente funziona; funziona seriamente. E funziona Rest che è un album sofisticato e avvolgente, con suoni magniloquenti (tra i produttori si schiera persino un Daft Punk) e la voce di CG che naviga, quieta e sicura, le strofe. Lo sfondo è ritmico e sintetico; non è un disco folk, Rest, non in senso formale; è un disco di chanson moderna, personale, dolente e luccicante, tra elettronica, sussurri e respiro orchestrale. (Marco Sideri)

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NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - The Visitor

La morale di “Al lupo! Al lupo!” è una delle più semplici e efficaci della tradizione popolare: se fai sempre la stessa cosa, presto o tardi la gente smette di darti retta. Neil, contrariamente ad altri colleghi più pigri, vive la sua terza età sfornando album a ripetizione (2 nel 2012, 2 nel 2014, 1 nel 2015, 2 nel 2016, “Al disco! Al disco”, si potrebbe dire); tutti degni, pochi o nessuno memorabile (dissentiranno i FAN, ma loro fanno storia a parte). È stato facile, quindi, comprare e ignorare The Visitor (toh, un altro disco tardo di NY). Fedele alla fiaba, The Visitor è, invece, il miglior Neil da “Le Noise” del 2010. È un disco rock sulla vena di “Freedom” (1989), con tocchi acustici squisiti e solide ballate torrenziali (alla Neil Young, potremmo dire). È un disco solido senza quel sentore di pilota automatico che ogni tanto spuntava di recente. Ci voleva. (Marco Sideri)

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CHRIS HILLMAN - Bidin' My Time

Ci sono molti motivi per amare questo disco, a parte l'ovvia considerazione che è un gran disco, musicalmente parlando, e una magnifica macchina del tempo che spesso orienta le lancette della storia in un imprecisato momento storico che sta, diciamo, tra il 67 e la metà del decennio successivo. Il motivo è che per il rientro in pista di Chris Hillman dei Byrds a distanza di dieci anni dal precedente lavoro, la curatela è stata affidata al grande Tom Petty: produttore e musicista, qui, con la sua solida band, dunque ultimo lavoro su cui il biondo di “Damn the Torpedoes” è riuscito a mettere le mani. Gli altri amici accorsi a dare una mano a questo disco che suona come una bella reunion dei Byrds in session con gli Heartbreakers, la band di Dylan, e la Nitty Gritty Dirt Band se proprio vogliamo metterci tutti, sono Roger McGuinn, David Crosby, la Desert Rose Band. Avrete capito cosa aspettarvi: scintillante jingle jangle sound chitarristico, armonizzazioni precise e celestiali, brani ben scritti e ben suonati a caccia di spirito “country rock”  originario. Apertura con una chicca da Peter Seeger, The Bells of Rhymney, che i Byrds registrarono mezzo secolo fa sul loro disco d'esordio, e poi anche Wildflowers di Petty, She Don't Care About Time di Gene Clark, Walk Right Back degli Everly Brothers. Quando a firmare è Hillman, la qualità è comunque altissima, e l’aria di festa e rimpatriata continua. (Guido Festinese)

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ANTONIO SANCHEZ - Bad Hombre

A riprova di quanto le (brutte) storie della politica vadano a ricadere sulla vita quotidiana di tutti, musicisti compresi, c'è ad esempio la sorte di migliaia di musicisti messicani negli Usa. Per il Presidente Trump, sbrigativamente, pressoché chiunque arrivi dal Paese sotto gli Usa è un “bad hombre”, una persona malvagia. Cioè non esattamente “bianco, anglosassone  protestante” come dovrebbe essere il mondo a stelle e strisce. C'è molta rabbia in questo disco solo del batterista Antonio Sanchez: con il ricavato di una colonna sonora fortunata s'è comprato una casa con una cantina trasformata in studio di registrazione, e lì è nato Bad Hombre. Introdotto da note mariachi, e poi intessuto di poliritmie vertiginose smontate e rimontate con una selva di macchine elettroniche,  con cupe tessiture ambient e strappi apocalittici quasi rock, echi e un senso di claustrofobia che deve essere quello che si respira perfino negli spazi aperti dove già esiste un pezzo di muro per separare i “malvagi” dai bravi bianchi armati fino ai denti. I muri, come diceva Tabucchi, si possono solo abbattere o scavalcare. E quelli di cupa grettezza culturale sbriciolare con dischi lucidi come questo. (Guido Festinese)

 

 

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VAN MORRISON - Versatile

Anche in musica a volte può essere utile cominciare dai numeri: 72 anni compiuti (in agosto), 38 album in studio, 42 concerti nel 2017. Non c’è che dire, Van the Man sta bene e non sembra intenzionato a  ritirarsi a vita privata. Buon per noi perché tra alti e bassi il livello qualitativo della sua produzione resta sempre altissimo: dopo aver omaggiato i grandi del rhythm and blues in “Roll With the Punches”, il penultimo disco uscito a settembre di quest’anno, con “Versatile” rilegge una decina di immortali standard jazz, aggiungendo anche sei nuovi inediti. Se, con una voce che inevitabilmente risente del passare degli anni, confrontarsi con Bo Diddley, Sam Cooke o Jimmy Rushing può essere problematico, con titoli come “A Foggy Day”, “I Get a Kick Out of You” o “Bye Bye Blackbird”, la musicalità infinita e il mestiere di Morrison riesce ancora a sorprendere e convincere. (Danilo Di Termini)

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