Rock

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PAUL SIMON, In the Blue Light

Insieme all’annuncio del suo ritiro dalle scene arriva il quattordicesimo disco solista (esclusi quindi gli esordi con l’amico e compagno di ‘high school’ Art Garfunkel) di uno dei più grandi songwriter della canzone americana. Una formidabile capacità di scrittura a cui però ha sempre affiancato una straordinaria consapevolezza del tempo in cui agiva come artista e come persona. Quasi a riprova di quanto detto eccolo ripercorrere e rileggere alcune tappe della sua carriera, da “There Goes Rhymin'” del 1973 a “So Beautiful or So What” del 2011, tralasciando volontariamente brani celeberrimi o album epocali come “Graceland”. Per farlo si affida a un drappello di jazzisti (non una novità, vedi alla voce “Still Crazy After All These Years”) tra cui Wynton Marsalis che arrangia l’orwelliana “Pigs, Sheep And Wolves”, trasformandola in un’allegra fanfara New Orleans;o Bill Frisell, che colora in maniera inconfondibile “Love” “Darling Lorraine”, e “Questions For The Angels”; o John Patitucci, Jack DeJohnette e Joe Lovano (c’era David Sanborn nella versione originale) insieme per una “Some Folks' Lives Roll Easy” ancora più dolente e malinconica di fronte alla consapevolezza che “Most folks never catch their stars”. Ma comunque, sopra tutto, c’è sempre Paul Simon che nonostante i 76 anni mantiene una voce meravigliosamente capace di danzare sugli archi contemporanei di “Can't Run But” (arrangiata da Bryce Dressner dei National). Un disco impeccabile e imperdibile. (Danilo Di Termini)

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PAUL WELLER - True Meanings

Sono un vecchio fan (cioè: in età avanzata e da molto tempo) di Paul Weller e inevitabilmente ogni suo disco suscita in me emozioni contrastanti (di cui bisogna tenere conto per una corretta valutazione della recensione). La gioia di ritrovare un ‘vecchio’ amico si confonde con il malinconico rimpianto di anni che inevitabilmente non torneranno. Non ritorna nemmeno la musica degli Style Council e tantomeno quella dei Jam (ma qui si tratta di assecondare le leggi della natura, ché fare i punk a sessant’anni passati ‘suonerebbe’ alquanto anacronistico). Allora The Modfather decide di guardare avanti, cioè vivere consapevolmente il proprio presente: composizioni introspettive, spesso malinconiche, in cui ai consueti riferimenti si affiancano addirittura Nick Drake (l’intro di “Aspects”) o il più prevedibile George Harrison (“Books”); e poi ci sono gli ospiti, da Rod Argent, il leader degli Zombies (quelli di “She’s Not There”), che abbozza di vaga psichedelia l’apertura di “The Soul Searchers” con il suo organo Hammond (testo di Conor O'Brien dei Villagers) e la conclusiva “White horses” (qui il testo è di Erland Cooper), a Noel Gallagher, giusto per un paio di comparsate; soprattutto c’è una sezione archi che colora quasi ogni brano di riflessi autunnali, con un omaggio a “Bowie” per piano, chitarra e ‘string quartet’ davvero riuscito. Che è il participio, ovviamente passato, che più si adatta a sintetizzare questo quattordicesimo disco di Paul Weller. (Danilo Di Termini)

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JOHN PARISH - Bird Dog Dante

John Parish è un gregario. E non si pensi che essere gregario significa, in qualche modo, essere inferiore a qualcuno. Semplicemente, John Parish agisce, da anni, all’ombra di dischi altrui (PJ Harvey in prima fila) e di progetti laterali per costituzione (colonne sonore, collaborazioni, pezzi strumentali). Raramente ha pubblicato dischi decisivi (mai?) e la cosa apparentemente non lo ha disturbato. Bird Dog Dante (gran bel titolo) non è decisivo (quale disco oggi lo è?) ma unisce canzoni nel senso tradizionale del termine (ottimamente scritte) con passaggi atmosferici e liberi (figli del CV di John) in un insieme coerente e riuscito; un disco che passa da ballate folk corali e in punta di banjo (Sorry For Your Loss) a astratti pezzi per piano (Carver’s House) senza che l’ascoltatore patisca il balzo. Si sta comodi, all’ombra, spesso più che sotto il sole dei riflettori. (Marco Sideri)

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MARC RIBOT - Songs Of Resistance 1942-2018

Da quando è stato eletto Trump, praticamente ogni disco americano (a prescindere dal genere) è stato disco “di protesta”. Tutti, dai rapper ai giocatori di football al cast dei musical di Broadway ai pallidi indie rocker di Brooklyn, hanno coralmente disconosciuto il presidente con canzoni, versi e gesti. Qui, Marc Ribot fa un passo in più, mettendo in fila una sorta di bignami della canzone di protesta che cita Trump per nome (ovviamente) ma scava indietro nel tempo, e nella protesta, fino al 1942 con pretesa enciclopedica o poco meno. Ribot (chitarrista e collaboratore seriale) arruola un cast di voci di prim’ordine per riletture grossomodo folk (con punte jazzate occasionali) di classici e meno classici del repertorio di lotta; da ascoltare (perché insieme coinvolgente e assurda) la versione di Bella ciao, affidata a Mr. Tom Waits (Goodbye Beautiful, ovviamente). (Marco Sideri)

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LOW - Double Negative

I Low sono un trio mormone di lungo corso; marito (Alan), moglie (Mimi) e bassista (variabile). Fanno parte dei gruppi monolitici; nel senso che hanno un suono e un’identità riconoscibile e, salve variazioni che solo un fan può definire sostanziali, una costanza sonica spiccata. Il suono dei Low è lo slow core (si chiamava così a metà anni ’90): un lento incedere melodioso con ascendenze folk più o meno marcate e occasionali disturbi (elettrici, elettronici). In Double Negative i disturbi prendono il potere e deragliano la musica verso forme più astratte dove la melodia (le ascendenze folk di cui sopra) spunta a tratti, da buchi nei ritmi rotti e nelle frequenze irregolari del disco. La svolta (a sinistra) è assai benvenuta. Questo è il disco dei Low più inatteso e fresco degli ultimi (10?) anni. Cambiare abito fa bene a tutti, monoliti compresi. (Marco Sideri)

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SOFT MACHINE - Hidden Details

Hidden Details: dunque“dettagli nascosti”. Titolo programmatico per questo nuovo capitolo in studio di una delle band più gloriose del jazz rock inglese, in sostanza un invito a guardare oltre l’immediata evidenza che la macchina morbida” ha cinquanta primavere sulla schiena, e a cercare tracce significative di un passato che fui tanto visionario e innovativo da apparire ancora oggi come uno spicchio di futuro. E a conferma ci sono  centinaia di band contemporanee, che sulle piste ignote tracciate dai Soft Machine, magari con un  pizzico in più di elettronica si muovono come su autostrade sicure. I Soft Machine 2018 sono, per nostra fortuna, tutti musicisti che in una fase o l’altra della vita sono per davvero transitati nella creatura sonora che fu di Robert Wyatt e Hugh Hopper. Dunque John Etheridge alle chitarre, talento vertiginoso spesso dimenticato, Theo Travis con fiati e tastiere, forse oggi “il” fiatista progressivo più amato, Roy Babbington al basso, l’immenso John Marshall alla batteria. In pratica la ricomposizione auspicata dei “nuovi” Soft Machine e della Soft Machine Legacy attiva in parallelo.

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