Rock

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FLOTATION TOY WARNING - The Machine That Made Us

Tredici anni non sono pochi, eppure tanti  ne sono passati dal debutto dei Flotation Toy Warning (Bluffer’s Guide to the Flight Deck del  2004); solo adesso, complice un appassionato francese che ha insistito parecchio, si può ascoltare di nuovo il bizzarro mèlange di elettronica, prog e avanguardia  che caratterizza il collettivo art-rock di Londra, gruppo  abituato a sonorizzare spazi pubblici come chiese e gallerie d’arte, o privati, come salotti e loft della capitale britannica. The Machine That Made Us è comunque una bella sorpresa, soprattutto per gli arrangiamenti fluidi che mescolano felicemente l’ elettronica con degli  ottimi arrangiamenti vocali. Sarà difficile non emozionarsi all’ascolto di I Quite Like It When He Sings, strambo ma affascinante inno pastorale, o alla cantabilità (relativa) della finale The Moongoose Analogue con i suoi coretti un po’ ruffiani; comunque anche il resto non è da meno, provare per credere. (Fausto Meirana)

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STEVE EARLE & THE DUKES - So You Wannabe An Outlaw

Il nuovo disco di Steve Earle è dedicato a Waylon Jennings, ed è, diciamolo subito, il suo miglior disco da un bel po’; Jennings, che è scomparso nel lontano 2002, è ovviamente, l’outlaw del titolo, ma nel disco ci sono altri chiari omaggi, come al sopravvissuto per eccellenza della musica country, Wille Nelson; due cover per lui (solo nella deluxe edition, attenti!) e la condivisione del microfono nel primo brano del disco. Poi c’è il commovente ricordo del maestro-artigiano, Guy Clark, in Goodbye Michelangelo, dove il grande songwriter texano viene paragonato addirittura  al pittore rinascimentale… Sono citati inoltre, in un denso obituario, anche Merle Haggard, Steve Young, Greg Trooper e Bap Kennedy, tutti artisti scomparsi negli ultimi tempi. Il disco, però, non è per niente funereo e copre tutti gli aspetti  della musica di Earle, le ballate in punta di chitarra, il country più rigoroso con i controcanti femminili  e le sterzate rock-blues che lo hanno svelato una trentina di anni fa con il sanguigno Guitar Town. (Fausto Meirana)

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ROGER WATERS - Is This The Life We Really Want?

 I Floyd senza Waters sono stati un'impeccabile navicella scintillante alla deriva senza comandante in plancia a dare una direzione altra che non fosse una rotta abusata e prevedibile. Roger Waters senza i Pink Floyd attorno è stato, ed è, un comandante pieno di idee e di voglia di osare senza le persone giuste attorno per fare il grande balzo. Risultato: alla deriva gli uni, con modesti progetti solistici, alla deriva l'altro, a celebrare se stesso con un “Muro” sempre meno giustificato e sempre più monumentale. Salvo piazzare qualche colpo intermittente a memoria di antichi fasti. L'ultimo colpo ben piazzato, necessario ma non sufficiente per i Floyd è stato, checché se ne discuta, l'ambiguo e notevole Endless River: tant'è che alla guida del suono non c'erano i Floyd, ma gente floydiana quanto loro. Nel carniere: almeno tre brani memorabili. L'ultimo colpo ben piazzato di Roger Waters si intitolava Amused to Death, e parlava di un'umanità estintasi, nell'interpretazione degli alieni, perché “morta dal ridere”. Un altro modo per ribadire, nella classicità del pensiero watersiano, che “il sogno del dopoguerra” di una generazione era finito in un'esplosione che faceva l'effetto di un implosione, come nel finale di “On the Run”. Ciò premesso, il sogno del dopoguerra oggi, seppellito nel grigio argentato dei cellulari ultima generazione, a rimuovere la tempesta di colori di una generazione,  fa chiedere a Waters se “E' questa la vita che vogliamo veramente?”. No, non è questa, piena di nuovi “omuncoli del destino” alla Donald Trump che assomigliano molto ai maiali di Animals. Stipata di cattiveria, di pressappochismo, di superficialità emotiva e mediatica spacciata per velocità di informazione a vantaggio di tutti. Il vecchio e disilluso socialista inglese ricicla se stesso in parole dure e suoni magnifici e floydiani del tutto prevedibili. Quanto c'era da inventare lui lo ha già inventato. Le briciole del Sogno non saranno mai banchetti, ma, appunto, solo briciole: preziose e trascurabili. (Guido Festinese)

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LISA KNAPP - Till April Is Dead - A Garland Of May

Una celebrazione del maggio, della bella stagione, com'è tipica della tradizione contadina, qui in veste esoterica, pagana, sperimentale, capace di rimandare alle profonde radici rituali precristiane, più intrisa di ombre che di propizie luci smeralde (magari a dispetto di liriche gioiose), in una specie di compiuta sintesi tra ruralità e modernità, poetica "svitata" all'Incredible String Band e forbiti e saettanti passaggi vocali e ardimenti tecnologici di ispirazione quasi björkiana. Ma la britannica Lisa Knapp, oggi al terzo pregevole sofisticato lavoro, sembra contemplare tutto, per lo meno in ambito folk e popular: vengono in mente Beatles e Pink Floyd, Shirley Collins e Albion Band. Ci sono antiche song riproposte in chiave del tutto contemporanea, rumori ambientali di fondo, orologi che suonano (come forse non se ne sentiva dai tempi di "Time"), voci registrate, intrusioni meccaniche o timidamente elettroniche, ampi cambi di scenario, a conforto di una voce limpida e cristallina, spesso allucinata, che con esile tenacia, prevalentemente accompagnata da meravigliosi suoni acustici, tratteggia melodie accattivanti, raccolte e malinconiche. Un concept album quasi d'altri tempi, una celebrazione del maggio finalmente, perché aprile ha portato solo promesse, che adesso verranno felicemente dispiegate, ma quanta oscurità può celarsi dietro tutta quella luce? Un piccolo gioiello. (Marco Maiocco)

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JOHN MARTYN - Head And Heart - The Acoustic John Martyn

Tra i grandi del folk mediato e poi del rock inglese, prima elettricamente ipnotico e digressivo, e poi in bilico tra jazz elettrico e pop sofisticato, sempre in combutta con i suoni di oltre Atlantico, autore, folk singer, chitarrista orchestra, dal sopraffino controllo barocco in fingerpicking sulle voci della sua chitarra, John Martyn è stato un personaggio geniale e controverso, ipersensibile e caratteriale, sempre sospeso tra lievi e gentili stati di grazia ed ombrosi terrificanti periodi oscuri (un doloroso oscillare tra "Grace and Danger", oltre che tra "Head And Heart", di cui sa certamente qualcosa la prima moglie, la vocalist Beverly Martyn). In questo doppio album, direttamente dagli archivi Island, la Universal ne ripropone la luminosa (mai del tutto esclusiva) vicenda acustica, prima della definitiva svolta elettro jazz popular, che probabilmente possiamo già datare a partire dal '77.

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KATHRYN WILLIAMS - Songs From The Novel Greatest Hits

Kathryn Williams è una cantautrice inglese dal percorso irrequieto, tra canzone d’autore, folk e jazz. Tante variazioni di stile  però non fanno sempre  bene, tant’è vero che il suo disco più convincente è la raccolta di cover Relations di alcuni anni fa. Anche qui c’è una relazione, questa volta con un libro; Greatest Hits è il titolo scelto dalla scrittrice Laura Barnett per la storia intima  di un'immaginaria songwriter sessantenne, impegnata a compilare una propria compilation di successi e a fare un bilancio di vita. La Williams ha accettato la sfida di dare corpo a queste canzoni, basandosi sulla lettura del libro. Il risultato è piacevole, l’idea originale, ma resta un dubbio, dobbiamo prima leggere il libro, o possiamo liberamente ascoltare il disco? Secondo chi scrive il libro si presenta come opera più originale, ma anche le canzoni create dalla Williams si ascoltano con piacere, anche se affiora qui è là un eccesso di stili diversi, ma questo, talvolta, può anche essere un pregio. (Fausto Meirana)

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