Rock

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VERSING - 10000

Se proprio non amate le chitarre invadenti del “noise”, che a volte assestano scosse salutari ad andazzi troppo quieti, a volte, invece, sembrano agire di pura prepotenza invasiva, allora questo disco non fa per voi. Se invece siete cresciuti a botte di Dinosaur Jr., Pavement, Pixies e, soprattutto, Sonic Youth, 10000 vi suonerà incredibilmente stimolante e piacevole. I Versing arrivano da Seattle, una città che di chitarre rumorose se ne intende, almeno a far data dalle prime scorribande sul manico di un certo Hendrix, e su su, fino ai ’90 del grunge. In fin dei conti la loro musica è proprio figlia di quella stagione: linee melodiche perfettamente riconoscibili e in genere orecchiabili, montagne di fragore e distorsione aggiunta. Qualche volta il tiro si allenta (Loving Myself) e l’effetto è piacevolmente spiazzante, in altri casi si flirta con eleganza chiassosa col pop puro e crudo (Renew). Nulla di nuovo sotto il sole, senz’altro. Ma altrettanto indubbiamente  parecchio da ascoltare per darsi una buona scossa, in caso di torpore estivo. (Guido Festinese)

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KYLE CRAFTY & SHOWBOAT HONEY

Può un disco essere contemporaneamente la fiera della citazione, e piacevole dall’inizio alla fine? Di questi tempi senz’altro. E il miglior candidato all’orizzonte (non da oggi) è senz’altro Kyle Craft, alla terza uscita con questo titolo, che è anche il nome della notevole band che lo accompagna. C’è una bella definizione che gira, e descrive la musica del songwriter della Louisiana come “un juke box di un bar delle zone paludose caricato a glam rock inglese e southern rock degli anni ’70”. Qualcun altro aggiunge, a ragione, certi strascichi vocali dylaniani e bowiani, soprattutto, un gusto per il “gancio melodico” irresistibile che arriva dai dischi di quarant’anni fa di Elton John, l’ascolto compulsivo degli Stones che furono, assortita piccola pasticceria pop di marca beatlesiana e Beach Boys. Mettiamoci anche una punta dei dimenticati Silverhead, e ci siamo quasi. Il ragazzo ha memoria d’elefante, e talento mimetico impressionante. Se poi volete il disco ideale per fare uno scherzo all'amico bowiano, fingendo di aver trovato degli inediti del ’69, ecco il piatto servito. (Guido Festinese)

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THE BLACK KEYS - Let's Rock

Facile ritorno, quello dei Black Keys, alla formula che li ha portati al successo con il potente uno-due di Attack And Release (2008) e Brothers (2010); il power duo formato da Dan Auerbach e Patrick Carney poi ha svoltato leggermente con i dischi seguenti (El Camino e Turn Blue) verso la psichedelia, con risultati commercialmente ottimi, ma contraddittori sul versante artistico. Aggiungiamo il debole sforzo solistico zuccherato di country  di Auerbach (Waiting On A Song) e si capisce come mai, in Let’s Rock, fin dal titolo si tirano i remi in barca, cercando di orientare la bussola nella direzione giusta. Tra riff ‘grassi’ e ballate che potrebbero ricordare dei Creedence Clearwater Revival aggiornati, il disco si fa ascoltare con grande piacere, specie se stiamo guidando verso le vacanze, ma la proposta dei Black Keys comincia a sapere di vecchio e la cosa più elettrizzante, alla fine, è il brivido che dà la copertina... (Fausto Meirana)

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PINK FLOYD - Transmissions 1967 - 1968

Siamo alle solite. Quando tutto sembra essere stato portato alla luce, in un delirio completistico che rasenta i limiti dell’ossessione, ecco che arriva un sentiero laterale che, con l’innocenza perversa delle scorciatoie, vi dice che no, non è così. I possessori dei monumentali box floydiani che raccoglievano apparentemente tutto se ne facciano una ragione. Qui c’è dell’altro, e sono cose ottime. Riferite al periodo ben noto della transizione tra gli ultimi bagliori del “diamante pazzo” Syd Barrett, e la gelida, perfetta luce del nuovo arrivato David Gilmour. In buona sostanza le session registrate per la Bbc e trasmesse perlopiù per Top Gear o per il programma televisivo Tomorrow’s World, con qualche puntata per la tele francese, e addirittura due brani non da poco (Astronomy Domine e Interstellar Overdrive) del 6 maggio ’68 trasmessi da Roma dalla Rai: era il momento in cui Floyd tentavano di soddisfare le richieste impossibili di musica di Antonioni per Zabriskie Point. Nel film venne usato solo qualche spezzone, loro incisero materiale per due cd, e fecero anche qualche concerto. Qualità sonora complessiva ottima, spesso cristallina, e un altro tassello importante della lunga transizione dal mondo colorato e sfuggente dei primi Floyd alla perfetta macchina da suono lucida e straniante del periodo successivo.  (Guido Festinese)

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CAROLE KING - Live At Montreux 1973

Nel giugno del 1973 Carole King pubblica il suo quinto album, “Fantasy”: è oramai una vera e propria star nel firmamento della musica pop; con i precedenti dischi, “Tapestry” su tutti, ha venduto milioni di copie. In Europa non ha mai suonato dal vivo se si esclude uno special di una trentina di minuti per BBC Four nel 1971 (c’è anche James Taylor, lo potete vedere qui: www.youtube.com/watch?v=GqAgSTV56a0); ma due anni dopo, il 15 luglio, sale sul palco del Jazz Festival di Montreux e inizia a ripercorrere il suo disco più famoso: “Feel The Earth Move”, “Smackwater Jack”, “Home Again”, “Beautiful”, sono tutte rilette per pianoforte e voce. Dal passato, dal suo lavoro di autrice di canzoni iniziato nel 1958 con il marito Gerry Goffin [insieme nel celebre Brill Building, il palazzo in cui nasceva la musica americana negli anni ‘50 e ‘60, hanno scritto brani come "Loco-Motion" e (You Make Me Feel Like A) Natural Woman)], arriva “Up on the Roof”, portata al successo dai Drifters, e qui riproposta ancora in solitudine; ancora due brani da “Tapestry”, “It’s Too Late” e “Fantasy Beginning” e tocca al nuovo disco, riproposto quasi interamente con il gruppo con cui è stato inciso, in cui spiccano il batterista Harvey Mason, il sax di Tom Scott e la chitarra di David T. Walker. King non è cantante virtuosa, la sua estensione è limitata e anche la sua tecnica non è certo esemplare; ma come la collega Laura Nyro ha un’intensa capacità emotiva cui è impossibile sottrarsi. Anche i brani di “Fantasy”, meno conosciuti, riescono a coinvolgere il pubblico, come la trascinante “Corazon”, per arrivare al tripudio finale con le celeberrime “You’ve Got a Friend” e (You Make Me Feel Like A) Natural Woman”. Indispensabile ai fan, ma piacevole anche per i profani, si può vedere in versione DVD, ascoltarlo in CD o in vinile, con incisione più che dignitosa. (Danilo Di Termini)

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RORY GALLAGHER - Blues

Nella montagna di riedizioni, box stipati di remix più o meno significativi, dischi in origine singoli che diventano mostruose iperfetazioni da cinque, aver notizia che esce un triplo cd di Rory Gallagher è una bella boccata d’ossigeno. Il chitarrista irlandese che maneggiava la slide come un consumato bluesman del Delta trasferitosi a Chicago, il rocker che grondava a ogni concerto litri di sudore misto a whisky all’alba del 2019 non è nel pantheon degli intoccabili del rock. Eppure Jimi Hendrix, a domanda diretta se lui fosse il miglior chitarrista del pianeta rispose beffardo: “Andatelo a chiedere a Rory Gallagher”. Fu in predicato per sostituire Mick Taylor negli Stones, Ritchie Blackmore nei Deep Purple, per fortuna non accettò nessuna di quelle proposte, e andò avanti a modo suo, in direzione, per dirla con Faber, “ostinata e contraria”. Un cuore generoso grande così, un suono che Brian May dei Queen ha ammesso di aver studiato nei dettagli, una forza della natura intrisa di cultura del rock, del blues, e di quant’altre spore della grande famiglia afroamericana vogliate includere. Non fece in tempo a vedere i suoi cinquant’anni, Gallagher, con un fegato trapiantato e tante note ancora da accarezzare con la sua ruvida Fender Sunburst che ora è incastonata in un angolo della sua cittadina irlandese, Ballyshannon.

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