Rock

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CHANTAL ACDA - Bounce Back

C’è chi s'è divertito a sparare ad alzo zero contro questo disco, in sede di recensione. Rimproverandogli mancanza di nerbo, ripetitività coatta, una generale assenza di coraggio, l'uso e abuso di formule già ascoltate mille volte. Vero. Ma vero anche che nel nebbioso reame del songwriting indie dell'ultimo quarto di secolo intessuto di malinconie, acquerelli gentili a contorno vagamente screziati di elettronica, riferimenti a un grande Nord dell'anima che a volte è anche specificatamente geografico (pensate all'Islanda, alla Norvegia o, come qui, all'Olanda) è pressoché inevitabile annoiare qualcuno, e soddisfare altri. Ciò premesso, è vero che Bounce Back è un disco lento e vagamente ipnotico, ma la voce di Chantal Acda è un piccolo capolavoro di fragilità, e gli arrangiamenti che s'è fatta cucire addosso sono belli, malinconici e funzionali: a cominciare dai tocchi timbrici assicurati dalla chitarra di Bill Frisell, uno che di atmosfere struggenti se ne intende. (Guido Festinese)

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ROLLING BLACKOUTS C.F. - Talk Tight

Già ad inizio anno, parlando qui  dei Rolling Blackouts C.F., il gruppo australiano di Melbourne, si diceva che le influenze ‘di casa’ erano più che evidenti, e la lunga ombra dei Go-Betweens incombeva sul loro suono. Un’altra cosa che ci si aspettava era un vero disco d’esordio, dopo il riuscitissimo  EP The French Press,  del quale si può leggere qui sotto:(http://www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6624-rolling-blackouts-cf-the-french-press.html). Al contrario, la Sub Pop ripubblica ora l’opera prima del gruppo, Talk Tight,  che uscì un po’ sottotono nel 2015; un altro disco breve, con sette pezzi fulminanti, freschi, con chitarre acuminate  registrate in primissimo piano. Una delizia per chi abbia nostalgia dello scintillante pop del gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, ma con un tocco felice e personale  anche se a tratti acerbo. Ma i ragazzi hanno tempo per migliorare e questi due EP sono certamente un ottimo antipasto. (Fausto Meirana)

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GREGG ALLMAN - Southern Blood

Gregg  Allman se n'è andato dal pianeta il 27 maggio scorso. Era malato, e provato parecchio dal male che lo stava consumando. Però, come tutti i vecchi leoni del rock, ha voluto lasciare un ultimo dono che funzionasse un po' da compendio delle tracce lasciate dal suo passaggio. E con caparbietà, nervi e muscoli tesi per un ultimo sforzo, e l'aiuto decisivo, in studio,, di un fuoriclasse dì come Don Was è nato il suo disco finale, accompagnato dal gruppo che lo seguiva sui palchi da quando non c'era più la Allman Brothers Band. Gente degnissima, professionisti innamorati di quel suono torrido e sensuale, caracollante e infiltrato di mille schegge musicali “altre” che è stato (e sarà) il southern rock. E dunque, per questo disco che già in copertina mette una passerella di legno su un tratto paludoso della Louisiana (ricordate lo “swamp rock”?), quasi a dire: “passate oltre, ma la strada maestra è questa”, Gregg ha scelto di cantare il Dylan di Going, Going, Gone da Planet Waves, Once I Was di Tim Buckley, Song for Adam di Jacksone Browne ( che era presente in studio, al momento della registrazione), la struggente ed inimitabile “Willin'” di Lowell George, “Black Muddy River” di Jerry Garcia, e così via. Dieci scintille che attizzano un  gran fuoco caldo, dodici nell'edizione de luxe che comprende anche un paio di versioni “live”, e un dvd che racconta il making of. Un lungo, grande addio. (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - Hitchhiker

Scavando scavando, ma con molta calma, dai ben forniti sotterranei  di Neil Young cominciano ad uscire i fantomatici dischi perduti, depennati, rinviati o reincisi dal bizzoso canadese. Primo di questi a vedere la luce  è Hitchhiker, che a ben vedere più che un disco finito e pronto per i negozi  sembra una specie di anteprima esclusiva per le orecchie del produttore David Briggs, non a caso la selezione si apre con Neil che sbraita  ‘Are you ready, Briggs?’. L’incisione è  superba e i brani suonati uno dietro l’altro, o così sembra... La maggior parte di essi ha poi trovato posto  in diverse uscite: Rust Never Sleeps, Comes A Time, American Stars ‘n Bars, Le Noise. Solo in qualche caso c'è un senso forte d’incompiuto, come nella versione piuttosto  essenziale di un gran pezzo come Powderfinger, e i due veri inediti,  Hawaii e Give Me Strength potevano forse rimanere tali, ma tutto sommato la forza delle esecuzioni, con voce e chitarra in primissimo piano  giustifica  pienamente l’acquisto e l’interesse collezionistico verso Hitchhiker, in attesa di Homegrown, Toast, Chrome Drerams e chissà che altro. (Fausto Meirana)

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IRON AND WINE - Beast Epic

Finalmente tornato ad incidere come solista (perchè Iron and Wine è solo lui, anche se sembra il nome di una band) Sam Beam si lascia indietro le due collaborazioni di lusso degli ultimi anni, una con Ben Bridwell dei Band Of Horses e una con la cantautrice Jesca Hoop, consegnandoci un disco raffinato e sostanzialmente acustico. Il cantautore della Carolina non abbandona né la sua barba da profeta,  né l’abilità nel comporre melodie  che entrano in testa al primo ascolto. Se nell’ultimo disco solista (Ghost On Ghost) gli arrangiamenti erano pesanti e un po’ ‘alla moda’, qui tutto fila liscio, tra contrappunti di archi, armonie vocali e qualche tocco magico come la steel guitar di Summer Clouds. Disco della maturità, quindi, che esce per la Sub Pop anche in un’edizione  deluxe in vinile doppio con  due brani in più (e una manciata di demo). In ogni caso ci si può accontentare della mezz’oretta ufficiale su cd senza troppi problemi, sarà così anche più facile  utilizzare il tasto repeat... (Fausto Meirana)

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STEVEN WILSON - To The Bone

Steve Wilson, nototiamente, è il musicista più occupato del mondo. Quando non è chiuso in sala con mixer a rivedere il catalogo di qualche gigante del prog classico è comunque al lavoro con una delle mille derive discografiche che lo assorbono. Alla faccia di chi si ricorda anche e sopratutto il Wilson leader dei Porcupine Tree, che ormai esistono solo nei ricordi. Perché, anno più anno meno, si tende a dimenticare che il signore del neoprog ha comunque un trentennio di attività sulla schiena, nonostante l'aspetto da nerd eterno ragazzo da computer. I suoi dischi da solista negli ultimi anni hanno rappresentato un po' una summa di dove si poteva arrivare all'inizio del terzo millennio: belle melodie malinconiche, occasionali sciabolate metal, derive psichedeliche d'antan, classe ed eleganza nella scrittura e nella scelta degli arrangiamenti. Qua e là qualche segno di stanchezza ha cominciato ad affiorare, sotto la polpa solida dell'impianto: ad esempio nel ripetitivo Hand. Cannot. Erase. Qui si cambia tiro e registro: se i momenti prog “classici” esistono, in un paio di occasioni si ascolta un Wilson più pop, più lieve. E come lui stesso ha dichiarato, i modelli di questo To the Bone li trovate nel decennio più "sospetto", per il prog: quello di XTC e Talk Talk. Certo, quando prende in mano le cose lui è difficile avvertire cadute di stile. Ma chi si attendeva l'iterazione di una formula bella ma anche un po' logora qui sarà sorpreso. (Guido Festinese)

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