2020 parole

13.5.20 Dove provo a immaginare il futuro della musica dal vivo.

Con la Fase 3 è arrivata anche la certezza che, per quest'anno, dovremo rinunciare ai grandi concerti, quelli da stadio per intenderci, dove decine di migliaia di persone si accalcano in luoghi acusticamente improbabili e spesso anche visivamente inadeguati (da qualche anno tocca anche vedere su siti come Ticketone posti in vendita a "visibilità ridotta"!). Anche se non sono mancati in passato esempi virtuosi riusciremo a vivere senza. (Non fraintendetemi: sto facendo una valutazione artistica, non economica. Mi rendo perfettamente conto della quantità di posti di lavoro e di indotto che verranno a mancare). Per i jazzofili, che raramente si ritrovano in uno stadio o in una piazza in mezzo ad una folla acclamante, è ufficialmente saltato l'appuntamento di UmbriaJazz, già riprogrammato al 9 luglio 2021. I concerti all'aperto si potranno tenere con una capienza massima di 1000 persone, ma con tutta una serie di limiti – "deve essere assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale sia per gli spettatori" – che scoraggeranno probabilmente la maggior parte dei promoter. Non tutti si spera: a Genova intanto Marco Tindiglia è intenzionato a rinnovare l'appuntamento con il festival Gezmataz, al Porto Antico. Nel resto d'Italia, non suoni ironico, si vedrà. In parte ci si dovrà rivolgere ai cari vecchi dischi e, probabilmente, a concerti in streaming da guardare agiatamente sul divano, con un ottimo audio, ma senza il pathos dello spettacolo dal vivo (intanto sulla pagina YouTube dei Radiohead sono stati aggiunti interi concerti con l'hashtag #StayHome #WithMe; su quella del Boss invece bisogna darsi da fare, ma il concerto di Londra del 2009 ad Hyde Park ad esempio si trova tutto, ma diviso in singole canzoni). Sono certo che non mancheranno le sorprese, qualche scoperta estemporanea, magari in piccoli locali, davanti a due tre tavolini, con artisti misconosciuti, ma comunque meritevoli: sarà questo il futuro della musica dal vivo a chilometro zero?

13.5.20 Dove sfogo il mio rancore sul cinema di Chazelle.

Ci risiamo: Whiplash era la storia di un diciannovenne disposto quasi a tutto per diventare un batterista jazz (cosa ne penso? Leggete qui http://danilodt.blogspot.com/2015/02/whiplash-come-dare-torto-tracey-thorn.html). La La Land una melensa storia d'amore tra un'aspirante attrice e un musicista jazz che sogna di aprire un locale; sì, avete capito bene, non incidere il disco della vita, ma aprire un locale per suonarci il pianoforte. Ora con The Eddy, Damien Chazelle recupera tutti i suoi luoghi comuni, li presta a Jack Thorne (uno che mia figlia undicenne ricerca attivamente con l'accusa di aver completamente travisato la saga Harry Potter nella scrittura teatrale di La Maledizione dell'Erede), che glieli restituisce sotto forma di serie Netflix. Anche qui abbiamo un locale jazz: The Eddy in una Belleville squallida e multiculturale (et voilà). Il jazzista è un esule Americano a Parigi, per qualche errore e dolore di troppo in patria, che ha smesso di suonare: anche lui trova più entusiasmante gestire un locale in mezzo a tossici e bande di quartiere. La band, che si autoproclama come una famiglia, litiga ossessivamente, per il pessimo carattere di Elliot e perché la storia appena finita con la cantante (Joanna Kulig, vista in Ida e in Cold War) non aiuta a rasserenare il clima. Sospendo il giudizio cinematografico sulla serie in attesa degli sviluppi; per quel che riguarda lo stile delle prime due puntate con la regia di Chazelle, tanta camera a mano, colonna sonora diegetica e compiacimento a mucchi. Per la musica invece è già tutto chiaro: ancora una volta il jazz che Chazelle predilige è quello superficiale, anestetico e consolatorio che non lascia traccia. Dalla veemenza della batteria, passando per il pianoforte grondante melassa, fino al Modern Swing ottimo come sottofondo allo Spritz, le note autenticamente jazz in Chazelle sono davvero poche. Che poi i suoi film piacciano o funzionino (a giudicar dagli Oscar, eccome!) non è il punto; ma il jazz è davvero un'altra cosa.

6.5.20 Dove si parla di pagne, della pigrizia che a volte ci prende e di quanta musica ci sia da scoprire.

Nei giorni scorsi, in una delle videochiamate che tanto vanno in questo periodo, ci siamo ritrovati con un amico a parlar di quei tessuti coloratissimi che arrivano dall'Africa. Si chiamano pagne - mi dice - sono gli scampoli con cui si fanno i vestiti. Il giorno dopo, mentre leggo un Simenon, La Cattiva Stella, mi imbatto in una frase che descrive "un ragazzone vestito di un pagne". Fino al giorno prima, non avrei saputo cosa fosse. Ho riflettuto sul fatto che quando sentiamo parlare di qualcosa, improvvisamente ce la ritroviamo davanti. Analogamente a quando si compra un automobile, pensando di essere stati originali e appena ci si mette al volante non vediamo che vetture dello stesso modello. Così succede con la musica: se non vinciamo l'irresistibile pigrizia che ci porta ad ascoltare solo cose affini a ciò che già conosciamo, rischiamo di precluderci la scoperta di cose strabilianti, che magari inconsapevolmente cercavamo da anni. In genere sono le persone ad aprirci...le orecchie: mi è successo con Nino Ferrer (sì, quello di Agata) che ho scoperto raffinatissimo e malinconico musicista grazie a Francesco; e con Weyes Blood, cantante di cui mi sono innamorato dopo una chiacchiera con Guido. Le riviste talvolta riescono a incuriosirmi (dovrebbe essere questa la funzione della critica no?), raramente i quotidiani, incapaci di uscire dalla routine; quasi mai gli algoritmi di Amazon o Spotify che consigliano nuovi acquisti o ascolti secondo percorsi banali o inspiegabili. In questi giorni pandemici gli spunti sono arrivati da Facebook: in tanti si sono gettati "sui dieci dischi per me importanti..."; da lì arriva Supper degli Smog, indicato da Fausto e da Antonio; e di loro mi fido. Invece l'Orchestra Baobab già la conoscevo: ma parlando di pagne, il mio amico si è ricordato di quella volta che, a Dakar per girare un documentario, è andato a vederli in un locale: non credo fosse quello da cui hanno preso il nome negli anni '70, ma sentendo quel racconto, mi è tornata voglia di sentirli. (Danilo Di Termini)

29.4.20 Dove si parla dei concerti e di cosa dovrebbe fare un servizio pubblico degno di questo nome.

Ultimo 2020 parole scritto ai tempi della Fase 1. In molti pensano che la differenza con la Fase 2 sarà quella che distingue la Quattro Stagioni dalla Capricciosa: è cioè nella prima i funghi, il prosciutto, i carciofini, le olive sono ripartiti in quattro diverse sezioni ordinate, nella seconda sono ammucchiati a caso. Al di là di questa arguta metafora gastronomica cosa cambia per il mondo della musica e dei concerti? Per ora niente. Sono cresciuto con il mito dei festival. Prima quelli rock ovviamente. Scoperti al cinema Italia di piazza Tommaseo nel corso di una rassegna pomeridiana in cui, insieme al mio amico Rino, vidi Yessongs, Pink Floyd at Pompei e Monterey Pop con Hendrix che brucia la chitarra e la sfascia sul palco. Ricordo ancora il mio primo festival dal vivo al parco dell'Acquasola, un pomeriggio in cui riuscì ad assistere all'esibizione degli Americanta (un gruppo sudamericano arrivato in Italia sulla scia degli Inti Illimani) e all'inizio di quella del Perigeo: si era fatto tardi e non avevo il permesso per restare fuori la sera. Altri tempi. In un'intervista il promoter Claudio Trotta ha serenamente ammesso che prima di rivedere qualcuno dal vivo bisognerà aspettare la primavera del 2021. E non parlo solo di festival, ma anche di semplici concerti, magari in club come il Village Vanguard di New York, dove, viste le dimensioni del locale, se sarà messa in atto la distanziazione si entrerà dieci alla volta, musicisti inclusi. Per adesso tocca accontentarci di Facebook dove gli artisti continueranno le loro dirette e gli appassionati condivideranno i video dei grandi del passato che fortunatamente si trovano in rete. Certo, se vivessimo in un paese in cui un servizio pubblico - finanziato con i soldi dei cittadini - fosse in grado (non tecnicamente ma culturalmente) di convocare i musicisti in studio per dei concerti esclusivi, potremmo intanto vedere qualcosa di nuovo, aiutando anche una categoria in estrema difficoltà. Ma, purtroppo, non è questo il caso dell'Italia.

22.4.20 Dove si parla di quanto ci manca il rumore di fondo.

Ho cominciato a sentirne parlare negli anni '70, quando compravo le mie prime riviste hi-fi, Stereoplay e Suono. Era l'incubo di noi appassionati che registravamo dagli amici i dischi che non potevamo comprare (cioè, la maggior parte): le piastre, così si chiamavamo i registratori a cassette non amplificati, avevano un rumore di fondo insopportabile. L'arrivo del Dolby, il sistema di riduzione, magari combinato con l'utilizzo delle cassette al cromo (e, nei sogni, della mitica quanto inaccessibile Nakamichi 1000), avrebbe dovuto migliorare la situazione; ma in realtà, almeno per me, il risultato era di rendere il suono fin troppo ovattato. L'arrivo del Compact Disc (preceduto da una pletora di marchingegni che non presero mai piede: l'Elcaset, il Minidisc, il Laserdisc) ci avrebbe finalmente salvato dal rumore? Avremmo scoperto ben presto (e l'annosa querelle tra il suono caldo del vinile e quello freddo del digitale non si è ancora conclusa) che il prezzo da pagare era alto, insopportabile (sempre per me). All'ascolto la musica appariva (e appare) asettica, sterilizzata. Analogamente a quanto cercava di dire Miles Davis ai suoi musicisti di fronte alle partiture di Sketches of Spain di Gil Evans, quando gli chiedeva di «suonare quello che non c'era», con la registrazione digitale sembrava scomparire quello che avrebbe dovuto esserci. Lo teorizzò anche John Cage quando nel 1952 scrisse la celeberrima 4'33", apparentemente quattro minuti e trentatré secondi di silenzio, in realtà costellati dai rumori casuali della sala da concerto e degli spettatori: scricchiolii, respiri, colpi di tosse, bisbigli e così via. In questi giorni di assordante silenzio è chiaro quanto il rumore di fondo faccia parte della nostra vita; e di quanto il silenzio sia rassicurante solo se ne ascoltiamo e riconosciamo le incrinature. Paul Simon l'ha detto meglio di tutti: When my eyes were stabbed by the flash of a neon light / That split the night / And touched the sound of silence. Sipario: il resto è silenzio. (Danilo Di Termini)

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