Rock

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BRIAN ENO/KARL HYDE - Someday world

E Brian Eno torna a cantar. Non che abbia mai smesso di farlo ma le ultime emissioni erano tutte strumentali e di sentirlo cantare io ho sempre voglia. Lo fa questa volta accompagnandosi con Karl Hyde, per chi non lo sapesse ex Freu (Doot Doot...) ed ex Underwold (ma si, colonna sonora di Trainspotting...). Il risultato è un'operina partorita senz'altro con molto gusto nel divertirsi dei due sodali che intessono simpatiche canzoni un pò guascone tanto intrise dei loro vicendevoli trascorsi. L'uso assolutamente anacronistico dei fiati sintetici (anche se come ospite c'è Andy MacKay dei Roxy Music), le ritmiche forsennate come da tempo non si sente nelle uscite di Eno, le influenze afro che già fecero la fortuna dei Talking Heads, qualcosa di kraut e un bel pò di ambient Jazz rendono Someday world simile all'ultimo film di Micheal Gondry : l'effetto stop motion o, se preferite, a passo uno , di queste canzoni sa tantissimo di artigianato e poco di artificio, insomma, rispetto ad altre cose che girano nell'aria, un disco ruffianotto, a suo modo candido, ma pur sempre affascinante che guadagna molti punti soprattutto da metà in poi. Meglio però sentirlo tutto. (Marcello Valeri)

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THE JEFFREY LEE PIERCE SESSION PROJECT - Axels and Sockets

Due anni esatti dal precedente capitolo, The Journey Is Long. Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce continua a mandare segnali di presenza, e che presenza. Mentre oggi tanta gente scrive roba raffinata ma senza scheletro lui, che ha lasciato scheletri spolpati, ti fa intuire il trionfo di carne maestosa che avrebbero avuto i suoi brani. Che dunque suonano, lo abbiamo detto e lo ribadiamo, come inediti da colpo al cuore. E ribadiamo anche che a maggior ragione anche qui, con questo splendido Axel And Sockets, terzo capitolo, si capisce perché tanti abbiano visto in Jeffrey Lee il Jim Morrison degli anni Ottanta e Novanta. Stessa confusa forza visionaria, medesima attitudine a cavalcare i propri demoni in forma di punk blues scheggiato e urticante, o a trovare schegge di quiete in dolcezze a dir poco fibrillanti. Con Iggy Pop, Debbie Harris,Mark Lanegan, Thurston Moore, Crippled Black Phoenix, e tanti altri signori dalla palude più scura del rock. (Guido Festinese)

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DIRTMUSIC - Lion City

Dirtmusic, parte seconda. Le session a Bamako, Mali sono le medesime che generarono il già notevole Troubles, l'atmosfera vira decisa verso ben più visionari, sciamanici tratteggi. Per chi non fosse addentro alla faccenda, ricordiamo che Dirtmusic è un progetto di Chris Eckman dei Walkabouts e Hugo Race dei Bad Seeds, in libera interazione con musicisti africani. Il perno è la strepitosa Ben Zabo band, cui si aggiungono Samba Touré, Ibrahima duof, Mc Jazz, Super 11, membri dei Tamikrest, e via citando. Il tutto dilatato su tracce amniotiche e trance, annebbiate in una opalescente nebbia dub-rock, crepitante di riverberi, che potrebbe ricordare certe avventure di Bill Laswell anni Novanta, o, al contrario, disseccate sula misura della dark ballad. Faccenda che Eckman sa ancora tratteggiare come (quasi) nessun altro. Quasi un capolavoro, insomma. (Guido Festinese)

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MOTORPSYCHO -  Behind The Sun

Il primo consiglio è di tapparsi gli occhi, e lasciar perdere l'orrida copertina: qualcuno metta ai domiciliari chi illustra i dischi dei norvegesi, che tanto varrebbe fossero tutti in bustine trasparenti. Il secondo è di ricordarsi la massima del Belzebù Bianco Romano: il potere logora chi non ce l'ha. Loro, un quarto di secolo di reame nell'indie rock più auto-indulgente, feroce e spesso riuscito della scena non intendono mollare l'osso del potere. E, fortificati dall'aggiunta in pianta stabile di un eccellente chitarrista come Reine Fiske, sfornano un signor disco che, tanto per citare i primi tre affondi, omaggia nell'ordine: i Led Zeppelin di Houses Of The Holy, i King Crimson del '72, i Black Sabbath più maturi. Poi arrivano bordate space rock, assortite avventure avantgarde, e via aggiungendo spezie sonore. Per gente che s'è fatta venire i capelli grigi a forza di watt, mica poco. (Guido Festinese)

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BEN WATT - Hendra

Sono passati trentuno anni dal precedente album (e da un Ep con Robert Wyatt); sembrerebbe una di quelle storie alla Rodriguez: artisti mancati che riappaiono dopo decenni di anonimato in lavori improbabili e poco gratificanti. Non è il caso di Ben Watt, metà Everything but The Girl (con la moglie Tracey Thorn), una sfilza di successi planetari alle spalle, un’attività da DJ acclamato in giro per il Regno Unito. Ma questo è anche l’anno in cui ha dato alle stampe un libro dedicato ai genitori “Romany e Tom”, un momento in cui Watt sta facendo i conti con il passato. Lo fa con un disco leggiadro, quasi interamente acustico, con ballate alla Costello ("Matthew Arnold's Field" e “Levels”, con David “Floyd” Gilmour alla steel guitar) e sprazzi decisamente più rock (“Nathaniel”). Un disco sincero e riuscito. (Danilo Di Termini)

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Terzo sabato del mese di aprile, quest'anno cade il diciannove, si celebra il Record Store Day. In ogni negozio di dischi che si rispetti gli appassionati si ritrovano alla ricerca delle edizioni speciali in vinile che le case discografiche hanno stampato per l'occasione. Si va dal quarantacinque inedito di Paul Weller su etichetta Virgin, al 78 giri di Albert Ammons per la Blue Note, da un EP dei Rolling Stones a un dodici pollici dei Joy Division (con una copertina discutibile a dire il vero). I quotidiani hanno dato ampio spazio all'evento, su tutti i siti web rimbalza la storia di Chris Brown, il commesso di un negozio di dischi statunitense che nel 2007 ha ideato la ricorrenza. In tutti gli articoli grande risalto ai numeri che confermano la rinascita del vinile le cui vendite sono in costante ed esponenziale aumento: per amor di chiarezza serve dire che i dati di partenza sono così bassi che nonostante gli incrementi percentuali siano enormi il mercato della musica resta drammaticamente e implacabilmente in crisi. Tanto che il giorno dopo, a festa appena consumata, a cadavere ancora tiepido, su Repubblica ecco le due pagine d'inevitabile contrappasso: "La musica è (di nuovo) finita" è il titolo scelto per il pezzo di Luca Valtorta che passa in rassegna una serie di libri e articoli in cui si chiarisce la perduta centralità della musica, tanto che la sentenza giunge inesorabile: "dopo il boom del grunge, il rock non ha più creato una vera controcultura". Probabile, in questa rubrica lo andiamo scrivendo malamente da qualche tempo; d'altronde la presunta centralità (Marx non sarebbe stato d'accordo per esempio) è comunque un breve episodio nella storia (così come la supremazia economica dell'Occidente; ma questo è un altro discorso). Ma sabato, durante la diretta radiofonica in onda da Disco Club sul sito web di Radio Gazzarra (grazie a Matteo Casari, ad Antonio Vivaldi, a Omar Sideri che l'hanno brillantemente condotta) mentre i clienti si succedevano raccontando il loro rapporto con la musica e con il negozio di dischi capita anche di sentire due ventunenni che rivelano il loro amore per Frank Zappa e gli Aphrodite's Child. Ne parlano con competenza, con orgoglio, quasi con affetto. E allora, sebbene il rock abbia perso la sua centralità sociale e la musica sia forse in via d'estinzione (ma non sarà la solita solfa degli anziani che non ritrovano più in giro i loro punti di riferimento?) ecco emergere una sorta di centralità individuale, altrettanto importante, che riannoda i fili con un passato confuso e sconosciuto quanto il presente che ci circonda. E ogni singola canzone che ci aiuta in questo, serve egregiamente il suo scopo; e forse non è giusto chiedere di più alla musica. Un buon Record, comunque.

vedi sotto galleria fotografica della giornata a Disco Club

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