Jazz

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JAVIER GIROTTO TRIO - Tango nuevo revisited

Aveva dieci anni Javier Girotto quando, a Cordoba, si trovò tra le mani il vinile di Tango Nuevo, in copertina il grande baritonista statunitense Gerry Mulligan e il bandoneista Astor Piazzolla uno di fronte all’altro, a celebrare un incontro carico di implicazioni, per la storia delle musiche afroamericane distribuite su diversi rami dell’albero genealogico, com’è successo a jazz e tango. Il disco era del 1974, ed era stato inciso in studio a Milano, perché in quel periodo Piazzolla, notoriamente, viveva in Italia, dove il suo mantice di fuoco e intelligenza trovava spazio e libertà di azione. Quel disco viene ora ripercorso per intero (con qualche nuovo innesto, scelta coraggiosa) da Javier Girotto, il sassofonista e flautista argentino che in Italia è dal 1990, dove ha dato vita a innumerevoli progetti jazzistici, uno su tutti il formidabile quartetto Aires Tango. Dunque l’uomo giusto per affrontare il “nuovo tango” (uscito anche col titolo “Summit”) di Piazzolla e Mulligan, mettendo in conto il pianoforte di Alessandro Gwis dagli Aires, e il delicato ruolo di Piazzolla rilevato dal bandoneon di Gianni Iorio, già abituato a duettare con Girotto. Tra i massimi esperti del genere nella Penisola.  Impeccabili le esecuzioni, precisando anche che l’imponenza del suono di Girotto, spesso di urticante forza espressionistica, è cosa assai diversa dal “colore” più tenue di Mulligan. (Guido Festinese)

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BRANFORD MARSALIS - The Secret Between the Shadow and the Soul

Dopo il non entusiasmante disco con il cantante Kurt Ellling, Branford Marsalis torna alla classica formazione del quartetto con il contrabbasso di Eric Revis, la batteria di Justin Faulkner (che ha sostituito Jeff "Tain" Watts nel 2009) e il pianoforte del bravissimo Joey Calderazzo. A suo agio sia insieme a Sting che con un'orchestra classica, il più anziano dei fratelli Marsalis ha ormai trovato una sua cifra stilistica originale.

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Immaginate un disco che riesce a riportare alla memoria la tempesta  intelligente dei Weather Report, l’acume visionario della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, le burrasche scatenate sui palchi dagli Area, dunque tutto ambito eclettico jazz rock, provate a unire al tutto il ricordo della imprevedibilità guizzante dei temi di Ornette Coleman, e avrete buoni indizi per mettervi sulle piste di Rosa Brunello. Contrabbassista e compositrice, Brunello è al suo terzo lavoro solistico con i suoi “Fermentos”: fermenti  vivi davvero, nelle persone di Michele Polga la sax, Frank Martino alle chitarre, Luca Colussi alla batteria, più abbondanti dosi di elettronica applicata ai guizzi già piuttosto palpitanti della musica da tutti i componenti. Un gran disco, che si ascolta con partecipato stupore dall’inizio alla fine, e che potrebbe piacere anche a chi frequenta raffinate sponde art rock. La riconferma che Rosa Brunello non è solo uno degli astri nascenti della scena jazz più audace in Italia: il termine di riferimento è, almeno, l’Europa. (Guido Festinese)

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JOACHIM KUHN - Melodic Ornette Coleman: Piano Works XIII

Joachim Kühn è uno dei pochi pianisti ad aver avuto l’onore di condividere il palco con Ornette Coleman, notoriamente poco avvezzo alla frequentazione dello strumento: il disco in duo registrato a Dresda nel 1996 – purtroppo fuori catalogo – resta uno dei migliori del sassofonista scomparso quasi quattro anni fa. Questo omaggio, oltre che riportare l’attenzione su uno dei più grandi interpreti del jazz contemporaneo, ha anche il merito di svelare un repertorio inedito: infatti al di là delle due versioni di “Lonely Woman” (da “The Shape of Jazz to Come” del 1959) che aprono e chiudono il disco, gli altri undici brani presenti, pur essendo tutti a firma di Coleman, non appaiono in alcun album ufficiale.

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CHRIS POTTER - Circuits

Abbandonata l’ECM dopo tre album tutti di buon livello, Potter insieme al tastierista James Francies, al batterista Eric Harland e al bassista Linley Marthe, approda all’Edition, etichetta inglese attiva da ormai dieci anni. L’introduzione di “Invocation” al clarinetto basso lascia presagire uno sviluppo interessante confermato dal pulsare funk di “Hold It” e dall’incedere crescente di "The Nerve", concluso da un solo di pianoforte che apre la strada a un bel finale. Quello del sassofonista (tenore e soprano, ma anche clarinetto basso, flauto e sampler elettronici) è jazz che si nutre di ogni influenza, viaggiando nel tempo della tradizione post-coltraniana, e nella geografia, arrivando a lambire l’Africa nel poliritmico "Koutomé", probabilmente il momento più riuscito del disco. Da qui in avanti, con “Circuits”, con “Green Pastures”, con “Exlamation” il gruppo sembra smarrire la sua identità, con i musicisti che sembrano più impegnati a sfoggiare il loro virtuosismo che a emozionare l’uditorio. Disco riuscito a metà o che forse, proprio per questo, catturerà l’attenzione di un numero più vasto di ascoltatori. (Danilo Di Termini)

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JOE PASS - Live all'Encore Theatre

Riedizioni e nuove scoperte di inediti – più o meno interessanti – sono comunque sempre un’occasione per tornare sui protagonisti – più o meno importanti – della storia del jazz. Se con Coltrane o Bill Evans, giusto per fare due nomi che negli ultimi tempi hanno beneficiato del lavoro di indomiti topi d’archivio, l’attenzione mediatica è ai massimi livelli, questo disco di Joe Pass rischia invece di passare inosservato.

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