Jazz

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 GIOVANNI MIRABASSI - Live in Germany

La concentrazione di uno studio tedesco, il Bauer, aperto a qualche decina di persone, incapaci evidentemente anche solo di fiatare, come senz'altro Keith Jarrett avrebbe apprezzato, una ripresa del suono a dir poco impeccabile per lo Steinway gran coda centenario. E poi via, con sessantasei minuti a tema che ricostruiscono, con una declinazione di particolari spesso entusiasmante, tre ritratti di “donne in musica” eccezionali. Giovanni Mirabassi, da molti anni con base fissa in Francia (praticamente una “tastiera in fuga”: e come dargli torto?), sigla un altro piccolo capo d'opera, ricostruendo con la sua diteggiatura piena, armoniosa e classicheggiante le canzoni di Ella Fitzgerald, di Edith Piaf, di Mercedes Sosa. Quando non basta il riferimento diretto, inserisce anche uno spezzone in improvvisazione dedicato a Ella, Edith e Mercedes che lima e suggella il tutto. Un altro centro da un musicista che dovrebbe essere in ogni meditata discoteca contemporanea. (Guido Festinese)

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CHRIS POTTER - The Dreamer Is the Dream

Sassofonista ormai affermato, Chris Potter continua ad alternare una carriera al fianco di mostri sacri come Dave Holland o Pat Metheny a progetti da leader, approdati da qualche anno sotto l’egida ECM. Questo è il terzo album per l’etichetta di Monaco, dopo il primo ispirato dall'Odissea di Omero, “The Sirens”, e il secondo alla testa di dieci elementi dell’Underground Orchestra. Qui siamo nella classica forma del quartetto coltraniano e la citazione non è casuale poiché le prime note di “Heart in Hand” rimandano inevitabilmente a “Naima”, la splendida ballad di “Giant Steps”. “Ilimba” è invece una lunga cavalcata, in cui Potter riecheggia l’altro suo grande mentore Sonny Rollins, dove c’è spazio per il pianoforte di David Virelles e la batteria di Marcus Gilmore (direttamente dal gruppo di Vijay Iyer, nonché nipote di Roy Haynes). Con il brano che dà titolo all’album si torna ad atmosfere più liriche: una sinuosa introduzione con il clarinetto basso precede una splendida esposizione di Joe Martin al contrabbasso, poi rientra il tenore del leader a terminare il sogno. “Memory and Desire” vede Potter al soprano, mentre gli ultimi due brani, gli oltre dieci minuti dell’astratto “Yosadhara” e lo spigoloso “Sonic Anomaly”, chiudono una prova di grande versatilità all’interno di un progetto coerente e omogeneo. (Danilo Di Termini)

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ANTONIO FARAÒ - Eklektic

All'ultimissimo Miles Davis, quello delle avventure hip hop lasciate a mezza strada di Doo Bop questo disco sarebbe piaciuto. Avrebbe teso le orecchie, e pensato che qualcuno aveva intercettato le sue nuove piste. La presenza di Marcus Miller, peraltro, è più di un indizio. E il disco è piaciuto, e molto, anche a Benny Golson, un veterano di mille battaglie delle note blu che certo non le manda a dire, se qualcosa non gli torna, e che qui firma le note di copertina. Antonio Faraò con Eklektik sforna un disco personale nel segno del funk jazz, del soul, del r'n'b più colto ed imprevedibile, del rap. Partecpano calibri grandi oltre a Miller: Snoop Dogg, Manu Katchè, Didier Lockwood, Bireli Lagrene, Robert Davi, Mike Clark, per citare solo le collaborazioni internazionali. Micidiali up tempo funk nerissimo, ricordi di Joe Zawinul, momenti che sembrano arrivare dai St. Germain di qualche decennio fa, e così via. Il leader arrangia, suona tastiere e piano, sparge filanti momenti di elettronica. La tensione ritmica si allenta solo in un paio di ballad davvero soulful, che magari piaceranno solo agli appassionati del genere. Ma, comunque lo si giri, è un gran disco. (Guido Festinese)

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BILL EVANS TRIO - On A Monday

Sembra che da qualche tempo Bill Evans si sia trasformato in una vera e propria cornucopia alla quale attingere per soddisfare il bisogno degli appassionati di nuovi e imperdibili inediti: non si è spenta l’eco del ritrovamento dello splendido "Some Other Time", che sempre l’etichetta Resonance annuncia, per il Record Store Day, “Another Time: The Hilversum Concert” (ancora il 1968, e stessa formazione, Jack DeJohnette e Eddie Gomez). Qui invece siamo nel 1976, un anno non particolarmente ricco discograficamente parlando per il pianista che incide solo “Quintessence”, uno dei rari album in quintetto a suo nome e il ‘sequel’ del meraviglioso incontro con la voce di Tony Bennett. Ma si esibisce spesso in concerto con il suo trio, Eddie Gomez al contrabbasso, che gli è a fianco dal 1966 e ci resterà per altri due anni, e il ’neo-assunto’ Eliot Zigmund alla batteria. Proprio Zigmund in merito a questo disco ‘imprudentemente’ afferma: “È bello che ci sia finalmente una registrazione ufficiale che rappresenti la nostra parte dal vivo"; in realtà tale attività è già documentata in un “Paris Concert” (in effetti di difficile reperibilità se non in un box da 9 cd) registrato il 5 novembre e cioè dieci giorni prima giorni di questo “Monday”, con il quale inevitabilmente condivide la stessa scaletta (anche se in successione leggermente differente).

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LOUIS SCLAVIS DOMINIQUE PIFARÉLY VINCENT COURTOIS - Asian Fields Variations

Benché l’etichetta di Manfred Eicher abbia una collana - la New Series - in cui confluiscono dal 1984 musiche di difficile collocazione, dal barocco (e prima) fino ai giorni nostri, per mantenere fede al suo acronimo - Edition of Contemporary Music - anche nella serie ‘normale’, giunta con questo album al numero 2504 (l’inaugurazione è del 1969 con Mal Waldron, numero di catalogo 1001) sono ospitati dischi che molti appassionati di jazz esiterebbero a riconoscere come tali. Allertati così i tradizionalisti, che potranno anche evitare di proseguire oltre, gli altri si predispongano a un’esperienza affascinante e per certi versi unica.

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FOREBRACE  - Steeped

Dieci anni fa, il pirotecnico chitarrista savonese Roberto Sassi, che molti ricorderanno sul palco con la sua pedaliera di effetti a mezz'aria manovrata direttamente a colpi di anfibio, quando i Cardosanto incendiavano le serate dell'underground ligure, ha fatto una scelta motivata e radicale: se n'è andato in Inghilterra a cercare miglior fortuna. Ha fatto bene, perché la sua chitarra mutante ed imprendibile è stata accolta bene, e oggi Roberto suona con i grandi dell'improvvisazione radicale senza etichette, in quel mondo dove sfumano i sconfini tra i generi. Tra i molti progetti nei quali è coinvolto, ci sono i Forebrace, creatura sonora ideata dal clarinettista Alex Ward. Questo è il loro secondo disco, ed è una bomba sonora contemporaneamente spietata ed accessibile, come certe cose degli Zu, come il furor incendiario dei Last Exit. Riff spietati, torsioni dei ritmi fino a cavarne disseccati scheletri minimali, il clarinetto che sembra implorare e commentare beffardo il tutto assieme, la chitarra di Sassi che cresce, incorpora rumori parassiti, satura ogni spazio lasciato libero dal flusso, inventa piste cromatiche e dissemina schegge puntute che fanno girare la testa. Se siete in deficit di energia, questa è la perfetta miscela sonora energizzante. (Guido Festinese)

 

 

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