Jazz

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JOHN SZWED - Billie Holiday

“La sua voce è sopravvissuta ai cambiamenti del gusto del pubblico durante l’epoca del rock, e ci raggiunge ancora nei caffè, nei ristoranti, nelle colonne sonore, nei musical dedicati alla sua vita e alle sue canzoni , negli innumerevoli album tributo, nelle allusioni rock (Angel of Harlem degli U2), o addirittura nei cartoni animati per la tv (God Bless the Child cantata dai Simpson), nei videogames (Grand Theft  Auto)”: così scrive in  apertura del suo nuovo testo John Szwed, storico del jazz, già autore di due importanti biografie precedenti, rispettivamente dedicate a Sun Ra e a Miles Davis. Qui le difficoltà sono moltiplicate, perché la “voce sopravvissuta” è quella della più espressiva vocalist jazz della storia, Billie Holiday. E’ vero, Billie Holiday non passa mai, anche nella Penisola così lontana dai locali di New York, e che la trattò davvero male quando le, allo scorcio della vita, fece una breve comparsa in Italia. E magari si potrebbe ricordare che anche di recente una vocalist italiana le ha reso omaggio, Chiara Luzzi con Floating - Visions of Billie Holiday. Billie Holiday è figura indagatissima: oltre quaranta i libri sulla sua breve vita. In cui di volta in volta prevale una visione tragicamente sensazionalistica della sua vita “noir” ulcerata da droghe, violenze subite da giovanissima, incapacità di avere rapporti affettivi degni, o, al contrario, quasi angelicata, come nel titolo della canzone degli U2, dove Billie Holiday appare come una sorta di algida creatura disincarnata dal mondo, e con una misteriosa capacità si sublimare ogni bassezza in puro rivolo di canto. Zweed sfronda il tutto, traccia inediti paralleli tra le chanteuse dei club parigini e i cantanti gospel, soul e rap afroamericani, riprende l’indagine necessaria sulle canzoni in repertorio e la cantante, con quell’ottava scarna di voce che riusciva a dire tutto, con calibrate sfumature infinitesimali di intonazione. Un libro necessario. (Guido Festinese)

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JOHN COLTRANE - Both Directions At Once: The Lost Album

Sonny Rollins, piuttosto acciaccato nel fisico, ma ben lucido con la testa, ha dichiarato, a proposito di questo disco, che è come se fosse stata scoperta una nuova stanza segreta nella Grande piramide. Bella immagine, perché questi nastri del marzo del 1963 davvero erano un grande buco nero nella storia del jazz. I  fatti ci dicono che il 7 marzo John Coltrane con il suo quartetto stellare (McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones) avevano una seduta di registrazione prenotata con il vocalist Johnny Hartman, per incidere un disco non certo memorabile. In realtà il giorno prima il Quartetto era già in studio, per tutto il giorno, e anche per provare brani nuovi. Una copia di quei nastri (bobina originale scomparsa) finisce a casa Coltrane: lui vuole farli ascoltare alla moglie. Fine della storia. Riemergono oggi, quasi mezzo secolo dopo, e con la curatela di Ravi Coltrane, figlio del grande John. Tre i brani totalmente inediti, due in forma canzone, con sigla numerica, uno un memorabile “Slow blues” da undici minuti che scava nell'anima. Compare l'unica versione in studio esistente di “One Up, One Down”, e una in trio della sognante “Nature Boy”. Il Quartetto è un congegno di precisione assoluta, ma l'emozione, tanti anni dopo, è intatta, e, semplicemente,  vengono i brividi, all'ascolto. (Guido Festinese)

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 ROBERTO MAGRIS SEXTET - Live in Miami @ The WDNA Jazz Gallery

E' successo abbastanza spesso che musicisti jazz italiani di ottima levatura abbiano trovato negli Stati Uniti il terreno più confortevole per suonare, elaborare progetti, trovare compagni di suono e di palco perfettamente in linea con l'estetica richiesta. La prima ad andarsene fu Patrizia Scascitelli, nome molto amato nei lontani anni Settanta. Dal 2006 fa base a Kansas City ( la città di Count Basie) Roberto Magris, triestino giramondo, pianista assai più avventuroso nel tocco e nelle concezioni di quanto in genere gli venga riconosciuto. Magris s'è chiaramente formato alla scuola harboppistica, ma quando suona emerge anche un'anima più sperimentale, e nel calore incendiario delle sue improvvisazioni ci sono anche momenti di climax che mettono in conto “cluuster” di note alla Don Poullen. Il nuovo disco è registrato a Miami dal vivo con il suo sestetto, con la tromba svettante di Brian  Lynch che a tratti può rammentare le volute di fiamma di Jack Walrath con Charles Mingus. Splendido il tributo a Roland Kirk, April Morning, un autore non sempre ricordato come dovrebbe essere. (Guido Festinese)

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ANDREA PAGANETTO - Nove

Buone notizie dal jazz ligure. C'è chi ha voglia di avventura sonora, muovendosi su quel crinale sottile fatto di azzardi e conferme, comunicativa e sintesi di diverse estetiche. Come il trombettista Andrea Paganetto, già attivo nel Free Area Quartet, e ora approdato al primo lavoro solistico  con eccellenti compagni di viaggio. Matteo Anelli al contrabbasso, Daviano Rotella alla batteria, Mauro Avanzini  al contralto, flauto e bansuri, il traverso indiano: tutti nomi che non hanno mai raccolto per quanto hanno seminato e per quanto meritavano. Paganetto è riuscito poi ad avere in studio Maurizio Brunod, il visionario chitarrista che da decenni lascia il segno nel jazz più disposto a mettersi in gioco e confrontarsi con la contemporaneità tutta, e Emanuele Parrini a viola e violino. Se c'è un nome che fa da nume tutelare a questo disco, potrebbe essere quello di Ornette Coleman, peraltro anche esplicitamente omaggiato nella settima traccia. Ma c'è anche tutta la lezione dei veterani dell'Art Studio, per restare in Italia, l'ombra di Kenny Wheeler, ed anche il ricordo di certe brucianti avventure elettriche di Rava di qualche anno fa. In definitiva: belli i temi, (finalmente) imprevedibili gli sviluppi, ottimi i musicisti, a partire dal titolare del disco, dotato di una sonorità luminosa e stagliata. Firma le note Javier Girotto. (Guido Festinese)

 

 

 

 

 

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JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS SOUND PRINTS - Scandal

Nel 2008 l’annuale tribute concert del SFJAZZ Collective – l’istituzione legata al San Francisco Jazz festival fondata da Joshua Redman - era dedicato all’opera di Wayne Shorter. Fra i musicisti invitati Joe Lovano e Dave Douglas che hanno deciso di portare avanti il progetto trasformandolo nel gruppo Sound Prints, insieme al pianista Lawrence Fields, alla contrabbassista Linda May Han Oh e al batterista Joey Baron. Dopo una prima apparizione al festival di Monterey del 2013 (disponibile nell’omonimo disco del 2015) seguita da alcune date in tour, ecco il primo album in studio. La musica del quintetto, un gruppo molto unito e omogeneo, alterna composizioni di Shorter come “Fee Fi Fo Fum” e Speak no Evil”, a brani originali che riprendono le atmosfere del sassofonista cui il gruppo si ispira, ma più in generale la produzione Blue Note anni ‘60 meno mainstream e standardizzata. Ovviamente fanno capolino il nume tutelare di Lovano (in “Scandal” l’omaggio a Coltrane è evidente) oltre che Monk in “Ups and Down”. Un quintetto che si colloca felicemente tra post-bop e avanguardia, con la qualità non comune di un appassionato lirismo. (Danilo Di Termini)

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ENRICO PIERANUNZI - Monsieur Claude [A Travel with Claude Debussy]

Nel novembre del 2015 Enrico Pieranunzi insieme a Diego Imbert (conrabbasso) e André Ceccarelli (batteria) incide “Ménage a Trois”, titolo che gioca sulla composizione del gruppo e sulle due bellissime “signore musicali” con cui il pianista  dichiara di convivere da sempre, la classica e il jazz. In quel disco infatti si potevano ascoltare elaborazioni di brani scritti da grandi compositori come Bach, Liszt, Schumann. Il grande successo ha indotto i tre protagonisti alla registrazione di un nuovo album, questa volta interamente dedicato alla musica di Claude Debussy; si tratta di undici titoli, composti perlopiù da Pieranunzi ed ispirati da composizioni dell’artista come “Valse Romantique”, “Ballade”, “La fille aux cheveux de lins” che diventano rispettivamente “Bluemantique”, “L’autre ballade” et “Cheveux”. Al trio in alcuni brani si aggiungono il sax di David El Malek e la splendida voce di Simona Severini per un lavoro che colpisce per luminosità e freschezza, ma soprattutto per mantenersi molto lontano da alcune paludate o superficiali commistioni dei due generi, ed essere un disco profondamente e intrinsecamente jazz nel suo svolgimento e nel suo felicissimo risultato. (Danilo Di Termini)

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