Jazz

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ORNETTE COLEMAN - Live: Manchester Free Trade Hall 1966

Ogni occasione è buona per parlare di Ornette Coleman, anche l’uscita di un doppio cd che in fondo non aggiunge molto alla sua vicenda. All’epoca il sassofonista di Fort Worth è ritornato dopo una lunga pausa, circa tre anni, dal 1962 al 1965, in cui non ha pubblicato dischi, né suonato dal vivo, ma in cui ha continuato ad esercitarsi, imparando a suonare la tromba e violino. Il suo arrivo sulla scena nel 1958 è stato deflagrante, con otto album all’attivo che lo hanno consacrato come uno dei più radicali innovatori del jazz, ma che non sono stati sufficienti a garantirgli sicurezza economica e tantomeno il riconoscimento del grande pubblico e di molta critica. Ha inciso una colonna sonora, “Chappaqua suite”, che però non sarà utilizzata dal regista che gli preferirà quella di Ravi Shankar, ha riformato il suo trio con il quale si esibisce dall’ottobre del 1961, ed ha ripreso a proporre la sua concezione musicale, originalissima, in cui convivono il rhthym and blues e il free, le origini e il futuro, in un viluppo inesplicabile e che forse nessuno è mai riuscito a replicare. Si esibisce molto in Europa: da lì provengono i due live del Golden Circle di Stoccolma pubblicati dalla Blue Note, alcuni bootleg e questa registrazione radiofonica (piuttosto approssimativa a dire il vero) del 14 maggio 1966 durante un breve tour inglese. Ovviamente non è certo questo il disco con cui avvicinarsi all’opera di Coleman (un consiglio: il cofanetto Atlantic “Beauty is rarething” si trova ormai a un prezzo irrisorio; non lasciatevelo scappare); semmai l’ora e mezza di musica proposta, in un doppio cd, conferma ancora una volta l’integrità un musicista che non ha mai abdicato alle sue idee e che rappresenta un vero e proprio ‘unicum’, pressoché inimitabile nella storia di questa musica. Il voto finale è la media tra la qualità musicale – altissima – e quella della registrazione, davvero al limite. (Danilo Di Termini)

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PAOLO FRESU - Tempo di Chet al Modena

Un nuovo disco per Paolo Fresu e uno spettacolo per accompagnarlo o, più probabilmente, il contrario... In questi giorni nella nostra città è in cartellone 'Tempo di Chet' un'ottimo spettacolo teatrale di Leo Muscato e Laura Perini che racconta la vita travagliata di Chet Baker con un cast di otto attori e tre musicisti. Il trio di sfondo sul palco comprende Fresu alla tromba e flicorno, Marco Bardoscia al contrabbasso e Dino Rubino al pianoforte, mentre sulla scena si alternano gli otto attori, impersonando via via figure importanti della vita di Baker (i genitori, i manager, i musicisti, lo spirito di Bird). Trattando del trombettista 'maledetto' e della sua carriera segnata da molti passi falsi e dalla dipendenza, lo spettacolo vira spesso su toni dolenti e cupi, smorzati dalla musica e dalla verve degli interpreti, che si dividono i molti personaggi. Tempo di Chet, nella versione disco, è eseguito dagli stessi musicisti (con l'aiuto di Stefano Bagnoli alla batteria in due brani). Sono solo quattro i brani del repertorio di Baker ma non manca My Funny Valentine, mentre il resto è a firma Fresu, sei brani, con Rubino e Bardoscia che ne siglano due a testa. (Fausto Meirana)

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ERIC DOLPHY - Musical Prophet: The Expanded 1963 New York Studio Sessions

Pubblicato in triplo vinile lo scorso Black Friday arriva nel 2019 anche il triplo cd di “Musical Prophet: The Expanded 1963 New York Studio Sessions”, opera in cui la Resonance Records ha raccolto le incisioni realizzate da Dolphy l’1 e il 3 luglio 1963. Originariamente prodotte da Alan Douglas – l’uomo che stava lavorando per la realizzazione del mitico album di Jimi Hendrix insieme a Miles Davis al momento della scomparsa del chitarrista – le sessioni videro la luce in due dischi distinti, “Conversations” per la FM record nel 1963 (ripubblicato poi dalla Vee-Jay con il titolo “The Eric Dolphy Memorial Album”) e “ Iron Man” per la Douglas nel 1968 (da rimarcare in questi album più volte ristampatil’impareggiabile crocevia tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’di “Jitterbug waltz” di Fats Waller e la performance solitaria all’alto di “Love me”).La novità di questa edizione, curata dal flautista James Newton,consiste, oltre che nella rimasterizzazione dai nastri mono (quelli stereo sembrano essere scomparsi, forse in un incendio), in più di ottanta minuti di musica inedita che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto il lavoro di Dolphy fosse proiettato verso sonorità inedite, uno dei rari esempi di avanguardia ‘lirica’ che ancora oggi, a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa, ritroviamo in suoi molti epigoni (un nome su tutti, quello di Marty Ehlrich). Il parterre che accompagna Dolphy è di livello assoluto: Sonny Simmons al sax alto, Garvin Bushell al bassoon, Prince Lasha al flauto, Clifford Jordan al sax soprano, Woody Shaw alla tromba, Bobby Hutcherson al vibrafono, Eddie Khan e/o Richard Davis al contrabbasso, Charles Moffett e/o J.C. Moses alla batteria. Concentrandoci sulla parte inedita troviamo due lunghe rielaborazioni di “Muses for Richard Davis”per contrabbasso con archetto e clarinetto basso, sette alternate take e un brano bonus track - “A Personal Statement” - proveniente da una seduta per quartetto e voce con Ron Brooks al contrabbasso, Robert Pozar alle percussioni e Bob James al piano del 2 marzo 1964 (esattamente tra la seduta di “Out to Lunch” e quella di “Point of departure”, due album imprescindibili). Se proprio non siete convinti vi segnaliamo che le ponderose note di copertina sono redatte, tra gli altri, da Bill Laswell, Dave Liebman, Han Bennink, Henry Threadgill, Joe Chambers, Marty Ehrlich, Nicole Mitchell, Oliver Lake, Richard Davis, Sonny Rollins, Steve Coleman. (Danilo Di Termini)

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FLAVIO BOLTRO BBB TRIO – Spinning

Dopo un lunghissimo rodaggio live, approda finalmente all’uscita discografica il BBB Trio formato da Flavio Boltro alla tromba, Mauro Battisti al contrabbasso e Mattia Barbieri alla batteria. Svelata così l’origine del nome, ci si può accomodare all’ascolto di uno dei dischi più interessanti dell’anno, a partire dalla formula piuttosto inconsueta e da un repertorio pressoché totalmente originale, tranne la bella reinterpretazione di “Roma Nun Fa La Stupida Stasera”. Ma la sorpresa più piacevole è certamente l’immediata consapevolezza all’ascolto di trovarsi di fronte a una formazione che suona insieme nel senso più autentico del termine: ogni frase, ogni intervento, ogni accentuazione, fa parte di una conversazione in cui i toni possono essere i più disparati (da quelli quasi contemplativi di “Catalina” a quelli più accesi di “Black jack”), ma in cui nessuno dei protagonisti prende il sopravvento, in un dialogo in cui l’ascolto dell’altro è altrettanto importante di quanto si sta per dire. Il sinuoso bolero iniziale di “Natale a Mosca” (che evoca le atmosfere del meraviglioso trio formato da Aldo Romano, Louis Sclavis e Henri Texier),“Spinning”, quasi un tema di Ornette Coleman ritrovato, “Spiritual” dal semplice e gioioso andamento, sono tutti episodi di un’opera davvero compiuta e mirabile. (Danilo Di Termini)

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ENRICO PIERANUNZI - Play Gershwin

Ma come, un altro disco dedicato a Gershwin? Sì, un altro disco dedicato a Gershwin. Per fortuna. Nostra, e di chi, al di là della vacua supponenza di chi crede di ave ascoltato tutto, e tutto soppesato, ritiene di poter dare giudizi a priori. Gershwin quando è morto non aveva neppure quarant’anni: dunque tutta la sua musica è opera di un giovane geniale che affrontava le note con la stessa travolgente intensità di certi rocker che preferiscono “bruciare, piuttosto che arrugginire”. Ed ogni riferimento alla realtà è puramente voluto. Gershwin, ascoltato con orecchie pure, è “Forever young”, come canta Dylan. Bello allora che Enrico Pieranunzi, uno dei migliori pianisti jazz italiani, uno che anche quando sussurra sui tasti produce rombi di intensità emotiva  accanto al fratello Gabriele, violinista, e a un altro Gabriele, l’immenso Gabriele Mirabassi al Clarinetto abbia riletto Gershwin. Formazione timicamente atipico, esiti magnifici con un camerismo onirico e terreno al contempo. “Un americano a Parigi” e la “Rapsodia in Blu” come non li avete mai sentiti. (Guido Festinese)

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ANTONIO SANCHEZ - Lines In The Sand

Nato a Città del Messico, cresciuto musicalmente al Berklee college di Boston e poi alla corte di Pat Metheny, Antonio Sanchez ha perforato il muro della ristretta audience jazzofila con la partecipazione al film di Alejandro González Iñárritu “Birdman”, di cui ha curato anche la colonna sonora. Ora prova ad abbattere altri muri, quello drammaticamente autentico che corre lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, e quello dell’ipocrisia nei confronti dell’immigrazione, un tema universale e contemporaneo su cui il batterista si è pronunciato fin dal suo primo disco per la CamJazz nel 2007 intitolato proprio “Migration”. Come scrive sul suo sito “Questo album parla dell'esperienza degli immigrati. Questo album non parla di me o di immigrati come me. Questo progetto parla dell'immigrato che è stato costretto a fuggire a casa per paura, persecuzione, guerra e carestia. Si tratta del tipo di immigrato costantemente demonizzato, ostracizzato e politicizzato da pochi potenti in nome di un nazionalismo fuorviato che sta rapidamente erodendo una qualità fondamentale negli esseri umani: la capacità di provare amore per le persone che hanno un aspetto diverso da noi fare ed empatia per le persone meno fortunate di noi. Questo album parla di loro e del loro viaggio”.

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