Jazz

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GREGORY PORTER - Nat King Cole & Me

Insieme a Josè James, Gregory Porter è sicuramente la voce più originale apparsa negli ultimi anni nel jazz maschile. Dopo quattro dischi, in cui oltre alle sue indubbie doti canore si evidenziava un non comune capacità di autore, questo omaggio a Nat King Cole segna una decisa svolta nel suo percorso artistico. Quanto caldeggiata dalla sua etichetta, in vista anche del decisivo mercato natalizio, non è dato sapere; di certo se il repertorio scelto si concentra sulla fase più ‘pop’ del cantante di Montgomery, da “Mona Lisa” a “L-O-V-E”, da “Nature Boy” a “Quizas, Quizas, Quizas“, gli arrangiamenti per orchestra di  Vince Mendoza non lasciano dubbi sul tipo di pubblico destinatario del progetto. Eppure, nonostante queste premesse, non proprio incoraggianti, proseguendo nell’ascolto del disco, la voce di Porter riesce a conquistare, con una leggiadria che ricorda l’eleganza (e la brunitura) di un gigante come Lou Rawls. E riesce anche nel non facile impresa di rendere di dare nuovo lustro a classiconi come “For All We Know” o “But Beautiful”. Se lo acquistate per regalarlo al vostro anziano zio, attenti a non ascoltarlo prima, potreste decidere di tenerlo per voi. (Danilo Di Termini)

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VIJAY IYER - Far From Home

Il pianista di origine indiana, ma nato ad Albany, stato di New York, nel 2016 ci aveva regalato uno dei più bei dischi dell’anno insieme al trombettista Wadada Leo Smith. Ora ritorna con dieci composizioni originali eseguite da una formazione del tutto inedita (anche se con collaboratori di vecchia data), un sestetto completato da Graham Haynes (tromba), Steve Lehman (sax alto), Mark Shim (sax tenore), Stephan Crump (contrabbasso), Tyshawn Sorey (batteria). Inserendosi idealmente nel solco del collettivo M-Base di Steve Coleman (di cui Haynes è stato una delle colonne portanti e che Iyer aveva chiamato a collaborare nel suo primo disco nel lontano 1995), il progetto esprime al meglio il pensiero musicale del pianista: parti scritte e improvvisate si combinano senza soluzione di continuità, nel funky elettrico di “Nope” come nella pulsazione indianeggiante di “Good On The Ground”. Al centro del disco c’è “For Amiri Baraka” (eseguito in solo trio), dedicato al poeta e scrittore afroamericano per il quale “Un uomo è libero o non lo è”. Forzando la metafora, l'affermazione è altrettanto valida per il jazz; ma Iyer sa perfettamente che nel momento in cui il discorso si fa collettivo non si può fare a meno di regole e strutture per raggiungere compiutamente l’obiettivo. E questo disco ci riesce perfettamente. (Danilo Di Termini)

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ELLA FITZGERALD WITH THE LONDON SYMPHONY ORCHESTRA - Someone To Watch Over Me

Tra il 1956 e il 1964 Ella Fitzgerald entra in studio per incidere otto album dedicati ai songbook di altrettanti compositori. L’idea è del patron della Verve Norman Granz e per il repertorio di giganti come Cole Porter, Rodgers & Hart, Duke Ellington, Irving Berlin, George e Ira Gershwin le affianca arrangiatori del calibro di Billy May, Nelson Riddle Buddy Bregman o addirittura lo stesso Ellington con Billy Strayhorn. Da queste incisioni, di altissimo livello artistico (ma anche tecnico), e dalle session con Louis Armstrong, provengono quasi tutte le canzoni scelte per celebrare, a cent’anni dalla nascita, il talento inarrivabile di Ella. Ma, con le case discografiche c’è sempre un ma, se la voce è quella originale (in due brani “They Can't Take That Away from Me” e “Let's Call the Whole Thing Off” si ascolta anche il grande Satchmo) la musica è rieseguita, con nuovi arrangiamenti, dalla London Symphony Orchestra. In un solo caso, nell’apertura di “People Will Say We’re in Love” viene aggiunta un partner contemporaneo, Gregory Porter, per un duetto un po’ lugubre, nonostante il risultato comunque dignitoso. Insomma, l’operazione, se pur accettabile all’ascolto, suona abbastanza incomprensibile, tanto da consigliare l’acquisto del cd solo se proprio non avete voglia di cercare tra gli scaffali i dischi originali. Anzi, come mai non li avete già tutti? (Danilo Di Termini)

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DIMITRI GRECHI ESPINOZA - ReCreatio

Il sassofonista Espinoza da alcuni anni persegue progetti molto originali, nel panorama jazzistico della Penisola. Non che siano sentieri sconosciuti, ma senz'altro poco battuti, che richiedono concentrazione assoluta e padronanza tecnica, e che, in fondo, sono vie di autoconoscenza, quasi una forma di meditazione in musica. Basterebbe ricordare, a proposito, certe esperienze di Steve Lacy, di Rollins, di Garbarek. Qui troverete il secondo capitolo della serie in divenire Oreb: dischi registrati in presa diretta e in totale solitudine. Se il precedente era nato nel Battistero di Pisa nella Piazza dei Miracoli, questo ReCreatio è stato registrato invece nel Cisternino Pian di Rota di Livorno, che, a dispetto del nome, è uno spazio grande e risonante dove si depuravano le acque dell'acquedotto leopoldino, all'interno di un palazzo nobiliare. Una serie di microfoni diversamente posizionati hanno raccolto le improvvisazioni di Espinoza, in genere affascinanti cellule melodiche di poche note lanciate ed esplorate fino alle estreme conseguenze, tenendo conto anche del gioco di armonici sprigionato dall'inconsueto ambiente sonoro, reattivo e quasi “vivo”, nella risposta al suono. Attendiamo ora nuove esplorazioni. (Guido Festinese)

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POLLOCK PROJECT - Speak Slowly, Please!

Ecco un cd che, come si suol dire talora, potrebbe interessare schiere diverse di ascoltatori: ad esempio chi ama le voci da streghette maliarde delle grandi songwriter nordiche, chi ama i brani spruzzati di elettronica e qualche dosato campionamento, chi vuole un jazz libero dalla ripetizione coatta di schemi logori, e sorprenda ad ogni brano. Pollock Project è al quarto disco, e ora in formazione c'è il chitarrista svedese Mats Hedberg, ottimo apporto, vedi l’introduzione ruggentemente blues di Nana, che poi incorpora invece sapori etno alla Joe ZAwinul, mentre Simone Salza rileva il posto che fu di Nicola Alesini ai sassofoni. Due cover tra i brani originali  (splendido quello che intitola il disco) davvero sorprendenti: una So What davisiana tutta torsioni elettriche, e la struggente Watermelon in Eastern Hay di Frank Zappa, quella che in Joe's garage il Maestro baffuto immaginò come “the last imaginary guitar solo”. (Guido Festinese)

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ANOUAR BRAHEM - Blue Maqams

Anouar Brahem non ama l’etichetta ‘world music’ e nemmeno si riconosce nella definizione di jazzista, pur incidendo dal 1990 per ECM. Forse bisogna partire da questo acronimo – Editions of Contemporary Music – per provare a identificare l’opera del virtuoso dell’oud, nato a Tunisi nel 1957. Ma qual è la Musica Contemporanea dell’epoca in cui viviamo? Come scrive Eric Hobsbawm “le varie culture lasciano un segno in ogni nazione, influenzano e stimolano la cultura del Paese in cui sono accolte e gli elementi della cultura globale penetrano in tutte le altre”; quanto descritto dall’autore del Secolo Breve (grandissimo appassionato di jazz tra l’altro, tanto da scriverne una “Storia sociale”) si osserva da sempre molto più facilmente nella musica, ancor di più in quella  ‘pop’, prontissima ad assimilare tutto ciò che la possa rendere ancora più ‘popolare’ (e in ultima analisi remunerativa). Ma tutta la musica subisce un continuo processo di ‘aggiornamento’ dovuto alle evoluzioni culturali, sociali e politiche (i cinque anni di silenzio di Brahem, fino a “Souvenance” del 2014, sono anche conseguenza della profonda crisi tunisina dopo la Rrivoluzione dei Gelsomini del 2011: “A lungo mi è stato difficile concentrarmi sul lavoro musicale”) ed anche ai semplici incontri, più o meno casuali, tra i suoi interpreti.

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