Jazz

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CHANO DOMÍNGUEZ & WDR BIG  - Soleando

La WDR orchestra di Colonia matura, lavoro dopo lavoro, una sorta di eccellenza assoluta per quanto riguarda i progetti assieme ai jazzisti. Ha in formazione gente capace di trovarsi a proprio agio con qulasiasi musicista e qualsiasi partitura: ad esempio negli ultimi tempi li abbiamo ascoltati assieme agli Steps Ahead, ed ora con meraviglia e gratitudine ascoltiamo questo Soleando, in cui l'acrobatico, guizzante gruppo di flamenco jazz diretto dal pianista Chano Domínguez, con tanto di “cantaor” nervoso, tutto sussulti sulle compressioni del “canto profondo” interagisce con l'orchestra come un tutt'uno. Una gioia per le orecchie, a patto che vi siano familiari le alte temperature emotive delle note di Paco De Lucia, di Corea e, appunto, Domíngujez, forse il jazzista che meglio ha saputo sfruttare i ponti possibili tra note afroamericane e terra d'Iberia. (Guido Festinese)

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 THE MUH TRIO - Prague After Dark

Che ne dite di un pianista triestino che sembra avere il dono dell’ubiquità, tali, tante e diversificate  sono le sue esperienze? Roberto Magris in ogni suo lavoro sembra confermare il suo essere un magnifico apolide che riesce ad adattarsi a qualsiasi situazione sonora, permettendosi anche il piccolo lusso di indirizzarla. Quando è in Europa ad esempio spesso lavora con il suo MUH Trio che ha base strategica a Praga, con Frantisek Uhlir al contrabbasso e Jaromir Helesic alla batteria. Interplay superiore, un “drive” ritmico sotto le dita di Magris fluente, denso e inarrestabile, e l’intelligenza “storica” dell’uomo che sa recuperare due grandi schegge dimenticate da altrettante figure oggi colpevolmente trascurate: l’Herbie Nichols di Thirld World, che fu una sorta di “Monk nell’ombra”, e Joicie Girl di Don Pullen, il pianista debordante e implacabile che fece grande l’ultima formazione di Mingus. (Guido Festinese)

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DUKE ELLINGTON - An Intimate Piano Session

Discograficamente parlando il 1972 è un anno molto particolare per Duke Ellington: i due dischi fino ad oggi disponibili - “Live at Whitney” in trio e “This one for Blanton” in duo - sono delle vere e proprie eccezioni in una produzione in grandissima parte dedicata all’esecuzioni per orchestra. A confermare la singolare tendenza ne arriva oggi uno addirittura in piano solo, con l’eccezione di qualche brano in cui il Duca accompagna, da par suo, i cantanti Anita Moore e Tony Watkins, e quattro bonus tracks provenienti dai bis di un concerto del 7 novembre 1969, eseguite dal solo quartetto rimasto sul palco dopo l’uscita dell’orchestra (c’è Wild Bill Davis all’organo). Ma torniamo al piano solo, formula da sempre affascinante per la relazione necessariamente peculiare che s’instaura tra esecutore e ascoltatore: appena risuonano le note di “The Anticipation” come per magia tutto scompare e la musica prende il sopravvento.

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 MIKE RICHMOND - The Pendulum

Il violoncello non è esattamente il primo strumento che vi viene in mente se pensate all'iconografia “classica” del musicista jazz con strumento imbracciato. Non è neppure il secondo o il terzo, e bisogna fare uno sforzo di memoria per ricordarsi di qualche episodi o sul fratellino minore del basso di Ron Carter o di Dave Holland. La primogenitura dell'uso del legno intonato un'ottava sopra il contrabbasso va a Oscar Pettiford, che cominciò ad usarlo per ovviare ai danni di un incidente tra il '49 e il '50, continuando poi ad alternarlo al più ingombrante strumento per il resto dei suoi giorni. Mike Richmond, bassista solidissimo e autore di un metodo che i cultori delle corde spesse usano in tutto il pianeta, quasi mai è stato associato in modo automatico al violoncello, eppure il suo è un amore stagionato e ribadito nei decenni. Adesso arriva questo notevole cd tutto dedicato all'Oscar Pettiford violoncellista jazz, e non c'è una sola traccia debole o che non riservi belle sorprese e immaginazione dalle dita o dall'archetto del Nostro. Che ha scelto con acume tra le composizioni di Pettiford: ad esempio valorizzando  Why Not? That's What?, in pratica una risposta alla protervia un po' blasè di Miles Davis e della sua celeberrima “So What”, o scegliendo di chiudere in un climax danzante con Oscalypso, un titolo che si commenta da solo. Eccellenti gli altri della band, a partire da Peter Zak. (Guido Festinese)

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RICHIE BEIRACH & GREGOR HUEBNER - Live At Birdland New York

Registrato nell’agosto di cinque anni fa in uno dei locali storici del jazz newyorchese questo disco esce in occasione del compleanno dei due leader, entrambi nati il 23 maggio, anche se a vent’anni di distanza. Per l’occasione il settantenne pianista ha riunito compagni di lungo corso, come il contrabbassista George Mraz (i due si frequentano fin dagli album ECM di Beirach della fine degli anni ’70) e il batterista Billy Hart (insieme nel gruppo Quest con Ron McClure e Dave Liebman, imperdibili i dischi in duo con quest’ultimo, in particolare il recentissimo “Balladscape”); e compagni più ‘nuovi’, come il violinista tedesco Gregor Hubner, che ha partecipato alla recente trilogia dedicata ad altrettanti compositori classici (Round About Bártok, Federico Mompou e Monteverdi). A completare la formazione il trombettista Randy Brecker che nel primo brano “You Don’t Know What Love Is” ha il compito di evocare Chet Baker, con il quale alla fine degli anni ’70 Beirach ha iniziato la sua carriera. Trattandosi di un disco dal vivo i brani danno spazio a tutti i componenti del gruppo: ma se a tratti l’ascolto casalingo può soffrire di tale dilatazione, i dieci intensissimi minuti di “Siciliana” (da Bach) e gli oltre diciotto di “Elm”, la più celebre composizione del pianista, valgono il prezzo del biglietto. (Danilo Di Termini)

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TRIO 3 - Visiting Texture

Per circa un decennio il poderoso Trio 3 ( Oliver Lake al sax contralto, Andrew Cyrille alla batteria, Reggie Workman al contrabbasso: praticamente un' eccellenza assoluta del jazz più radicale maturato negli anni Sessanta) ha scelto di farsi accompagnare da pianisti: Jason Moran, Geri Allen, Vijay Iver, tra gli altri), e sono state piacevoli, anche se a volte attendibili scintille creative. Adesso i tre, tutti in età da più miti consigli risfoderano le unghie, e danno fondo all'esplosiva capacità di mettersi empaticamente in  gioco senza rete, e ne nasce questo magnifico, ostico, magmatico Visiting Texture. Dove troverete momenti di una tensione quasi non sopportabile, una dedica commossa a Max Roach, tutta giocata su metri irregolari, e la strepitosa ripresa di un brano di Ornette Coleman che il maestro del contralto libero non fece in tempo o non volle incidere, A Girl Named  Rainbow, dallo speziato profumo folk. Centro, ma solo per orecchie allenate a note non banali. (Guido Festinese)

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