Jazz

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STAN GETZ - Getz At The Gate

Parlare di un doppio cd registrato dalla Verve il 26 novembre 1961 al Village Gate di New York – per un album rimasto inedito fino a oggi – significa rituffarsi in un periodo davvero fulgido nella pur ricca storia del jazz. Tanto per dire quasi in quegli stessi giorni, a dieci minuti a piedi da lì, John Coltrane si esibiva al Village Vanguard con un gruppo che comprendeva McCoy Tyner, Eric Dolphy, Elvin Jones; quello stesso “Trane” che prima di trovare in Tyner il suo pianista ‘definitivo’ (o quasi) aveva provato per un breve periodo Steve Kuhn, il pianista che insieme al contrabbassista John Neves e al batterista Roy Haynes completa la formazione di questo quartetto. 

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DAVE DOUGLAS - Devotion

Trio inedito per Dave Douglas che, oltre all’amico di vecchia data Uri Caine (con cui ha condiviso anche un disco in duo), arruola il gigantesco batterista Andrew Cyrille, anziano sodale di Cecil Taylor. Il progetto affonda le sue radici in un inno sacro del 1818 di Alexander Johnson: è proprio questo brano a chiudere un album, cui dà anche il titolo, interamente dedicato a omaggiare - con devozione - i ‘buoni maestri’. C’è Franco D’Andrea in “D’Andrea” e “Francis of Anthony”, Carla Bley in “Miljøsang” e “False Allegiances”, rispettivamente un brano incalzante e una sorta di tango da bordello; c’è Mary Lou Williams in “Prefontaine” e “Rose and Thorn”, Dizzy Gillespie in “ We Pray”; e in “Pacific”, destinato a Aine Nakamura affiora anche Duke Ellington con la prolungata citazione di “In a sentimental mood”. Menzione particolare al gioco sempre attento e puntuale, ma anche geniale e improvviso di Cyrille, per una collaborazione davvero riuscita. (Danilo Di Termini)

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Certi nomi finiscono nel dimenticatoio, e chi arriva dopo deve fare una gran fatica per rimettere a posto le cose nelle loro priorità estetiche e storiche: siamo in un’epoca che, come hanno scritto in un bel saggio Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, è “prigioniera del presente”. Un eterno presente senza un prima e un dopo. Jack Teagarden detto “Big T” se lo ricordano in pochi, ed allora ecco una ristampa che può aiutare a rimettere le cose in prospettiva. Era un trombonista (e vocalist) eccellente, con quel suono teso e avvolgente che avevano i musicisti che suonavano a Chicago, ma con un quid di lirismo in più. Iniziò a incidere nel ’27, quando scomparve, nel ’64, era ancora in piena attività, dopo aver suonato con gente come Louis Armstrong (anche nei favolosi All Stars dei tardi anni Quaranta), Benny Goodman, Bix Beiderbecke. Questo cd raccoglie due dischi necessari, con due bonus tracks, This is Teagarden, del ’56, e Chicago and All That Jazz, 1961: al pianoforte c’è Lil Harding Armstrong, la musicista che fu moglie e mentore di Satchmo. (Guido Festinese)

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JOSHUA REDMAN, Come What May

Dopo il bell’omaggio al padre Dewey di “Still Dreaming” del 2018, uno dei migliori dischi dell’annata trascorsa, Joshua Redman ritorna insieme ad Aaron Goldberg, Reuben Rogers e Gregory Hutchinson: "Sono fra i musicisti che preferisco al mondo. Abbiamo suonato così tanto nel corso degli anni e siamo stati insieme così tanto on the road ... per me, sono la situazione ideale per fare musica”. Ciò nonostante il gruppo, insieme da vent’anni, non incideva in quartetto dal 2001: Redman nel frattempo ha sperimentato nuovi contesti e collaborazioni non sempre con risultati indimenticabili (come nel disco sopra citato) frutto forse di uno sguardo spesso troppo compiacente all’approvazione del grande pubblico. “Come What May” viene ad assumere il significato di un ritorno alle origini, una rimpatriata tra vecchi amici in cui ci si sente perfettamente a proprio agio, liberi di esprimersi: la musica che ne consegue è esattamente così, ricca di energia come nel tempo dispari di “Circle of Life” o in “DGAF”, o estremamente rilassatacome nel brano che dà titolo all’album o nella conclusiva "Vast", sicuramente l’episodio più interessante con il suo crescendo ipnotico e al contempo avvolgente. Bentornato alle origini Mr Redman. (Danilo Di Termini)

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JAVIER GIROTTO TRIO - Tango nuevo revisited

Aveva dieci anni Javier Girotto quando, a Cordoba, si trovò tra le mani il vinile di Tango Nuevo, in copertina il grande baritonista statunitense Gerry Mulligan e il bandoneista Astor Piazzolla uno di fronte all’altro, a celebrare un incontro carico di implicazioni, per la storia delle musiche afroamericane distribuite su diversi rami dell’albero genealogico, com’è successo a jazz e tango. Il disco era del 1974, ed era stato inciso in studio a Milano, perché in quel periodo Piazzolla, notoriamente, viveva in Italia, dove il suo mantice di fuoco e intelligenza trovava spazio e libertà di azione. Quel disco viene ora ripercorso per intero (con qualche nuovo innesto, scelta coraggiosa) da Javier Girotto, il sassofonista e flautista argentino che in Italia è dal 1990, dove ha dato vita a innumerevoli progetti jazzistici, uno su tutti il formidabile quartetto Aires Tango. Dunque l’uomo giusto per affrontare il “nuovo tango” (uscito anche col titolo “Summit”) di Piazzolla e Mulligan, mettendo in conto il pianoforte di Alessandro Gwis dagli Aires, e il delicato ruolo di Piazzolla rilevato dal bandoneon di Gianni Iorio, già abituato a duettare con Girotto. Tra i massimi esperti del genere nella Penisola.  Impeccabili le esecuzioni, precisando anche che l’imponenza del suono di Girotto, spesso di urticante forza espressionistica, è cosa assai diversa dal “colore” più tenue di Mulligan. (Guido Festinese)

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BRANFORD MARSALIS - The Secret Between the Shadow and the Soul

Dopo il non entusiasmante disco con il cantante Kurt Ellling, Branford Marsalis torna alla classica formazione del quartetto con il contrabbasso di Eric Revis, la batteria di Justin Faulkner (che ha sostituito Jeff "Tain" Watts nel 2009) e il pianoforte del bravissimo Joey Calderazzo. A suo agio sia insieme a Sting che con un'orchestra classica, il più anziano dei fratelli Marsalis ha ormai trovato una sua cifra stilistica originale.

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