Rock

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STEVEN WILSON - Hand.Cannot.Erase.

Non si fosse chiamato Steven Wilson, qualcuno avrebbe gridato al miracolo, per quest'ora abbondante di prog alt rock lancinante e dolcissimo, che parte subito col piede giusto, tappeti di mellotron e tempi dispari. E prosegue con ballate spesse e derive ai bordi del visionario tra ricordi di Yes, Crimson e Camel, Genesis prima maniera. Con testi intelligenti e disillusi, al solito: il Nostro non è un allegrone. Però si chiama Steven Wilson, professione N° 1 al mondo nel prog rock, Sua Maestà Porcupine Tree, affidatario della revisione del catalogo dei mostri sacri, direttore di un'etichetta importante. Workaholic, drogato di lavoro incessante, come dicono nei paesi anglofoni. E il superlavoro inevitabilmente chiede il conto: come in Hand. Cannot . Erase, primo lavoro solistico che si ascolta con estremo piacere, ma senza nessuna sorpresa, niente che faccia gridare al miracolo, forse nulla di memorabile se non una qualità inattaccabile e algida, una perfezione non umana. Per altri un miraggio, per lui troppo poco. (Guido Festinese)

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HAWKWIND - Coded Languages / Live At Hammersmith Odeon November 1982

Sembra incredibile, e non è solo questione di nostalgica “retromania”, ma di certe figure chiave della storia del rock sembra non importare nulla a nessuno, in questo paese, o se ne parla, per dirla con Goffredo Fofi, “da pochi a pochi”.  Si considerino ad esempio gli Hawkwind, legittimi inventori della space rock in salsa albionica, con assortito parterre di minimali attrezzature elettroniche a sfarfallare sibili, echi, fruscii ed altre delizie da film di fantascienza di serie b su un solidissimo impianto hard prog, con tanto di chitarre in fiamme e ritmica da treno in corsa. Non se li fila nessuno, i più credano che la storia sia finita alla fine dei gloriosi Settanta del secolo scorso, e invece, udite udite, gli Hawkwind sono tuttora in piena e sfavillante attività, con qualcosa come centocinquanta dischi. Gli ultimi sono assai belli, ma se cercate nella sterminata discografia “live”, allora provate anche solo per curiosità a procurarvi questi imperioso Coded Languages. I Falchi del Cielo avevano appena pubblicato Choose Your  Masques, un gran disco, e nel tour che fece seguito rientrò nei ranghi Nick Turner, facendo pure una bella comparsata il poeta-scrittore di fantascienza Michael Moorcock. Il concerto allo Hammersmith Odeon, restaurato utilizzando tutte le sorgenti sonore note, è una gran sferzata d’energia “space”. Salite a bordo, il viaggio è lungo, ne vale la pena. (Guido Festinese)

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BILL WELLS & AIDAN MOFFAT - The Most Important Place In The World

Due scozzesi paffuti e barbuti che raccontano (uno) e musicano (l’altro) storie, perlopiù quotidiane, qualche volta intime; questa, in due frasi, la sostanza del “Posto più importante del mondo”, secondo disco comune per Bill Wells e Aidan Moffat. Aidan parla, come faceva negli Arab Strap, e lo fa con una rinnovata verve, che ricorda i tempi (lontani) in cui Glasgow si candidava a capitale (musicale). Nostalgie per gli Arab Strap a parte (che riguardano solo chi li ha amati), questo disco è musicalmente vivo e vario, diviso com’è tra ballate appoggiate sul pianoforte e sapori diversi (dal post punk al pop sfacciato). Merito di Bill Wells che è una sorta di decano della (urgh) scena scozzese, con una lista infinita di collaborazioni (e dischi) alle spalle. Un bel disco, con una personalità e un filo conduttore; non solo una raccolta di canzoni. (Marco Sideri)

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TWO GALLANTS - We Are Undone

I Two Gallants sono un duo (e fin qui anche chi se ne importa: il duo blues/folk/punk è oramai un tipo diffusissimo) partito in quarta con un esordio (The Throes, 2004) notevole. A segnare il suono TG la voce (nasale, emotiva) del cantante A Stephens e una scrittura forte. Qualità che si ritrovano in We Are Undone, ritorno di forma dopo un paio di uscite opache. La musica, dunque. Le coordinate restano quelle solite del vecchio folk (Katie Cruelly con più citazioni tradizionali di un’enciclopedia) e dell’elettricità sbavata (l’inziale e omonima traccia che pare una dichiarazione d’intenti). Quello che fa notare We Are Undone nel mare di uscite simili (per riferimenti e ispirazione) è la capacità di scrivere brani da ricordare e marchiarli con un’identità (sonica) riconoscibile; si chiama, in breve, personalità; ed è una gran bella dote in musica. (Marco Sideri)

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BELLE AND SEBASTIAN - Girls In Peacetime Want To Dance

Parlando di B&S nel 2015 è necessario chiarire qualche punto. Il primo: il gruppo viene dall’unica certificata ciofeca della discografia (Write About Love, 2010). Il secondo: i Belle and Sebastian non sono più, né torneranno plausibilmente a essere, il gruppo “di culto” che nei lontani anni 90 fece innamorare molti a forza di singoli e copertine bicromatiche. Detto questo, Girls… non è una ciofeca, e non fa innamorare nessuno. È un buon disco pop. L’album oscilla tra ballate stratificate (con suoni da soul anni 70: violini, tastiere, chitarre, tutte impilate) e pillole disco-indie (Enter Sylvia Plath e il contrasto tra titolo e ritmo danzereccio). Girls… arriva nel mezzo di folte attività extracurriculari per tutti i membri del gruppo (il patron S Murdoch in testa). Girls… potrebbe essere l’inziio della rifondazione dei B&S. (Marco Sideri)

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STEVE EARLE & THE DUKES– Terraplane

Sembra ormai difficile ascoltare un disco pienamente soddisfacente da parte di  Steve Earle,  nonostante dal vivo riesca sempre ad iniettare nei brani il fuoco della passione. Però i recenti concerti con i rinnovati Dukes facevano sperare in un cambiamento e magari in un disco con una vera rock band, ma non è stato così;  Terraplane si limita a proporre una mezz’oretta di sano, vigoroso, ma sterile blues, rifugio spesso usato, purtroppo, quando cala l'ispirazione (anche il titolo rimanda all’omonimo blues di Robert Johnson). Tuttavia non si tratta di un brutto disco, ad essere onesti, ma  ci si aspetterebbe molto di più da chi ha scritto pagine come Guitar Town, Copperhead Road o My Old Friend The Blues (appunto). Considerando la recente separazione dalla cantautrice Alison Moorer (cui forse si riferisce il brano più riuscito ‘Better Off Alone’) al povero Earle possiamo giusto concedere le attenuanti generiche, d’altronde,  dal punto di vista giudiziario, ha pagato già  duramente negli anni della dipendenza dalle droghe. (Fausto Meirana)

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