Rock

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LEONARD COHEN - The Spirit Of Radio

Si consiglia in genere a chi è stato tenuto a stecchetto obtorto collo di andarci piano con gli eccessi calorici: si rischiano intasi e scarsa digeribilità del tutto. Lo stomaco non riesce più ad abituarsi a quantità importanti di nutrimento. Leonard Cohen è uno che ci ha tenuto a stecchetto per anni, con le esibizioni dal vivo e la documentazione sulle stesse. Poi qualcosa è cominciato ad apparire, dissimulato tra il troppo ed il nulla: un disco  dal tour di New Skin For The Old Ceremony, uno dall'Isola di Wight, remoto. E poi, complice un dissesto economico non esattamente piacevole, per chi si vede letteralmente portare via tutto da qualcuno di molto ingrato e molto disonesto, gli anni recenti, con una bella messe di “live”: più o meno tutti assai belli e intercambiabili. L'ultimo, per la cronaca, è il concerto di Dublino. Però ora saltano fuori anche bizzarrie assortite: come questo cofanetto  che imbandisce sulla tavola orami ipercalorica una stagione non certo troppo  frequentata, dal vivo: The Spirit Of Radio / Classic Broadcast Recordings offre un concerto da Toronto dell’88, uno da Los Angeles del ’93, ed un terzo cd che raccoglie ben tredici interviste del Signore con il Famoso Impermeabile Blu raccolte tra il ’61 ed il 2008: quasi mezzo secolo. Roba che può permettersi solo Dylan. (Guido Festinese)

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ROBERT KOYNE/JAKI LIEBEZEIT - Golden Arc

Il primo tentativo si intitolò The Obscure Department, e sembrava qualcosa di precario, riuscito e fragile al contempo. Non c'era altra spiegazione. Due mondi lontanissimi che si incontravano: da una parte Robert Koyne, che è il figlio del grande e sfortunato Kevin Coyne, magnifico songwriter del disagio oggi quasi totalmente dimenticato. Dall'altra Jaki Liebezeit, il batterista che diede un tocco straniante al più grande gruppo di kraut rock di tutti i tempi, i magnifici Can, esempio insuperato di futuro remoto in musica. Invece Coyne figlio e Liebezeit, con qualche tocco aggiunto di tastiere, di voci femminili, di violoncello hanno continuato l'avventura: scrivendo un notevole disco in cui lo scarno e fascinoso battere di Liebezeit sembra disseccare ed asciugare canzoni delicate e magnifiche, lasciate brade e semi-incompiute. Come se Piers Faccini o Nick Drake avessero preso una sbandata kraut senza accorgersene. Si fa per dire, naturalmente. (Guido Festinese)

 

 

 

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JUNIOR WELLS - Southside Blues Jam

Era il dicembre del ‘69, giusto agli sgoccioli delle giornate che sarebbero diventate il 1970, una settimana dopo. Il locale era il Theresa's Blues, un posto caldo della fredda Chicago che ora non esiste più. Lì si incontravano al lunedì sera una serie di fuoriclasse del blues acuminato ed elettrico. Presero le misure diverse volte, poi si ritrovarono in studio per vedere cosa era possibile tirare fuori. Qualcuno era allo sgocciolo del calendario d'attività, ad esempio il favoloso Otis Spann. Qualcuno era una specie di tigre aggressiva della chitarra, come Buddy Guy, come Louis Myers. Poi c'erano basso e batteria, ovvero Ernest Johnson e Fred Below, e il titolare della seduta, il gigantesco Junior Wells. Armonica di fiamma, voce incandescente ed ironica. Una delle incisioni blues più palpitanti mai ascoltate. Ascoltare per credere. Sette brani di bonus tracks, uno più bello dell'altro. (Guido Festinese)

 

 

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THE BAND - Palladium Circles

Nel diluvio di registrazioni ritrovate, bootleg travestiti da uscite ufficiali, dischi ufficiali travestiti da registrazioni clandestine segnaliamo questa palpitante ripresa della Band al Palladium di New York nel 1976, concerto trasmesso in diretta dalla stazione radio locale WNEW, dalla quale evidentemente sono usciti i nastri. Mancano un paio di mesi al concerto d'addio filmato da Martin Scorsese nel leggendario The Last Waltz, qui non ci sono ospiti stellari dal parterre del rock classico e del blues. Ci sono  loro quattro con il rinforzo di una sezione fiati tra le più grandi mai ascoltate nel rock, consapevoli di essere arrivati a un capolinea, a un crocicchio maledetto come quelli di Robert Johnson dopo il quale le cose non  saranno più le stesse. Così fu, infatti: a noi resta il cristallo digitale di un'energia analogica “roots”, di un suono talmente inimitabile che continua ad essere cercato oggi da tutti: dunque riponete questo bootleg accanto ai Basement Tapes ritrovati, se siete in cerca di calore con i primi  freddi. (Guido Festinese)

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VARIOUS ARTISTS -  Lost On The River: The New Basement Tapes

È possibile replicare la magia in provetta? La risposta dovrebbe essere: boh. In musica pende verso il no. Vediamo il caso dei Nuovi Basement Tapes: la magia è uno degli incidenti più discussi della musica americana, Bob Dylan e la Band, chiusi in un seminterrato, a Woodstock, che giocano con la tradizione e l’ispirazione per evocare quella che G Marcus chiamerà la “Vecchia, strana America”; la provetta è questo disco. Dove Elvis Costello e altri nuovi tradizionalisti mettono mano a testi inediti del Dylan di quei tempi là, sotto la guida di T Bone Burnett. Fortunatamente, i novelli interpreti non cercano di emulare Bob & C. ma, piuttosto, vestono le parole con la propria musica (folk rock con slanci soul e buone dosi di banjo). E così un incidente rivoluzionario diventa un disco comodo e melodioso. Sic transit. (Marco Sideri) 

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ADRIAN CROWLEY – Some Blue Morning

Di Adrian Crowley, da Dublino,  ci siamo persi qualcosa, visto che questo è il settimo disco del cantautore irlandese; la sua profonda voce baritonale,  supportata in gran parte da strumenti acustici e dagli archi di un piccolo ensemble, crea dense atmosfere, a volte gotiche alla Paul Roland, come in The Magpie Song, a volte più marcatamente folkloriche come nello splendido racconto The Wild Boar, dove il parlato evoca la grande tradizione orale irlandese, mentre in Hungry Grass l’eco di Love Will Tear Us Apart aleggia forse un po’ troppo nell’atmosfera oscura del brano. Dato il timbro vocale, Crowley, si confronta con  il rischio di facili paragoni ( Bill Callahan, Leonard Cohen, Tindersticks) , ma il disco non è assolutamente derivativo e di grande impatto, anche se richiede una buona attenzioni ai curatissimi testi d’impianto letterario per goderne del tutto la complessità. (Fausto Meirana)

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