L'angolo di Dario

angoloBentornati!
Volevo ringraziare tutti quanti mi hanno espresso la loro ammirazione incondizionata in seguito alla pubblicazione di questa rubrica: siete molto gentili ma purtroppo non posso prestarvi altro denaro (ndg=nota di Gian, lo dà già tutto ai vari vu' cumprà quotidiani). Sarà per la prossima volta. Si parla oggi di un nuovo beniamino dei Ciardellis: Ron Gallo, con il suo 'Heavy Meta' (East West).ron gallo Pur essendo il disco in questione uscito nella prima metà del 2017 era decisamente sfuggito all'attenzione dei più (senz'altro alla nostra, comunque) ed è stato ripubblicato/ripromosso senza vergogna un paio di settimane fa. Questo 'Heavy Meta' è un album che funziona, sospeso com'è tra un citazionismo mai manierato (impossibile non pensare ai Rolling Stones sentendo l'opener 'Young Lady, You're Scaring Me' o non riconoscere i Beatles di 'Helter Skelter' nei coretti di 'Kill the Medicine Man') e una freschezza pop che è la sua vera arma vincente. Con questo divertito melange di glam rock, power pop e 60's garage (ma si potrebbero buttare nel calderone anche certo britpop e la roba solista di Jack White) Ron Gallo è riuscito a sfornare uno tra i dischi più interessanti di questo 2018. Peccato sia uscito nel 2017.

angoloHey! Siamo già arrivati alla quarta puntata de 'L'angolo di Dario', la rubrica gradita come una bolletta del gas ma molto meno costosa.
Durand-Jones-The-IndicationsParleremo oggi di un disco che ha quasi due anni ma è disponibile nei nostri lidi solo da pochi giorni: l'album di debutto di Durand Jones & the Indications. Agevolmente inquadrabile nel filone 'retro-soul' reso popolare in tempi recenti dalla Daptone Records (etichetta che ha pubblicato i dischi di Sharon Jones e Charles Bradley, tra gli altri) quest'opera prima stupisce piacevolmente per la varietà ed efficacia dei singoli brani ma ha nella voce del leader la sua arma migliore. Durand Jones ha infatti una vocalità straordinariamente calda e duttile, a suo agio sia nei morbidi toni alla Marvin Gaye dell'opener 'Make a Change' sia nell'enfasi James Browniana di 'Groovy Baby'. Arma migliore, si diceva, ma non certo unica: gli Indications sanno decisamente il fatto loro e il batterista Aaron Frazer presta il suo falsetto à la Smokey Robinson alla bellissima 'Is It Any Wonder?', uno dei pezzi migliori dell'album. Compratelo ora, prima che diventino famosi.

angoloBenvenuti alla terza puntata de 'L'angolo di Dario', la rubrica di banalità musicali e varia umanità che il mondo ci invidia.
Oggi parliamo di un album molto atteso dal folto popolo di metallari (veri, presunti e ex) che affollano i ranghi dei clienti di Disco Club: è finalmente uscito 'Firepower', l'ultimo lavoro dei Judas Priest! Piccola premessa per chi non si abbevera esclusivamente alla fonte del Vero Metallo: i Judas Priest sono forse stati la band più influente di sempre per quello che è l'heavy metal agli occhi – e alle orecchie – di tutti. Pelle e borchie? Flying V? Tappeti di doppia cassa? Acuti sovrumani? Harley-Davidson sul palco? JUDAS PRIEST! judas-priest-firepower-artwork-2018I Priest hanno sintetizzato la lezione dei loro immediati predecessori (Black Sabbath su tutti, senza dimenticare canzoni proto metal come la 'Communication Breakdown' dei Led Zeppelin o la venerazione di Halford per i Queen) e l'hanno trasformata in qualcosa che influenzerà, nel bene e nel male, migliaia di altre band. Prodotto dalla strana coppia Tom Allom e Andy Sneap (produttore storico della band il primo, legato a dischi più recenti di Megadeth, Accept e Opeth il secondo) questo 'Firepower' è più o meno quello che speravamo: un album che riesce efficacemente a ricatturare, più nello spirito che nella copia calligrafica, il sound classico della band. E se la voce di Rob Halford ha perso qualcosa sul registro più acuto (lontani i folgoranti salti di ottava del repertorio anni '70 o la brutale aggressione vocale di una 'Screaming for Vengeance' o una 'Painkiller') di certo ne è rimasta immutata l'immensa capacità interpretativa, al servizio di canzoni valide e stilisticamente variegate – dall'aggressiva title track alla ballata con echi Osbourniani 'Sea of Red', passando per la più radiofonica 'No Surrender'. Visto il recente abbandono dello storico chitarrista Glenn Tipton (sostituito in sede live proprio dal produttore Andy Sneap) questo potrebbe essere l'ultimo album in studio dei Priest: francamente poteva andarci (molto) peggio.

angoloCari clienti vicini e lontani,
approfitto della mia triste condizione di malato cronico (da quando non lavoro più per quella multinazionale che comincia per F e finisce per NAC ogni possibile malanno di stagione mi coglie inesorabile. Maledizione? O semplice vecchiaia?) per regalarvi la seconda puntata de 'L'angolo di Dario'. E voi che pensavate che Disco Club non regalasse mai niente!
rezillosOggi si parla di una ristampa che mi sta particolarmente a cuore: 'Flying Saucer Attack – the Complete Recordings 1977-1979' dei Rezillos, pubblicata da Cherry Red. Per chi non lo sapesse i summenzionati Rezillos sono un gruppo punk scozzese (di Edimburgo, per la precisione) che ha pubblicato solo un album in studio prima di sciogliersi. 'Punk? Che tipo di punk?' vi vedo già chiedervi ansiosamente. Immaginate un pop iper-accelerato con doppia voce femminile/maschile e un basso mixato al doppio del volume rispetto agli altri strumenti. Fatto? Ora unite al tutto un'immagine un po' alla B-52's e avrete i Rezillos. L'antologia in questione contiene 'Can't stand the Rezillos (l'unico album in studio di cui parlavamo prima), il live 'Mission accomplished...but the beat goes on' più una manciata di alternate takes, alternate mix e singoli assortiti. Come sempre succede in questo caso la dicitura: 'complete' è purtroppo fuorviante. Il live è leggermente editato e il brano '20,000 Rezillos under the sea' è curiosamente mutilo. Pazienza. L'unica altra antologia sul mercato è il vecchio cd pubblicato dalla Sire una cosa come 25 anni fa. Non fate i pezzenti e comprate la versione nuova, che non ve ne pentirete.
Ed eccoci al momento di due nuove rubriche, perfette per rallegrare le vostre gelide serate invernali.

angoloCari clienti presenti e futuri (i passati tipo 'compravo dischi qui trent'anni fa quando andavo a scuola' non li saluto, a meno che non tornino a comprare. E in quel caso rientreranno nelle prime due categorie) benvenuti a questa fenomenale rubrica, sorprendentemente nomata 'L'angolo di Dario' (vedi foto). Colpito nel profondo dalle reiterate insistenze di Gian (che ha più volte minacciato di mettermi a dieta licenziarmi in caso contrario) ho deciso di scendere in campo (ahem) e curare in prima persona uno spazio telematico nel quale parlare di musica, affaracci miei e varia umanità. Dopo aver atteso invano che l'ex-leader dei Ciardellis mi fornisse illuminati spunti (in seguito maggiori dettagli) ho ripiegato per questa prima puntata su un disco che non può mancare nello stereo dell'uomo di classe.
L'avidissimo Jimmy Page ha recentemente pubblicato 'Yardbirds '68', inizialmente disponibile solo tramite il suo sito e in seguito in vendita un po' dappertutto. Trattasi dei nastri del vecchio 'Live Yardbirds: featuring Jimmyyardbirds Page' (originariamente stampato su Epic nel 1971 per capitalizzare sul monumentale successo dei Led Zeppelin e immediatamente fatto ritirare dal mercato da Page stesso) adeguatamente ripuliti e rimasterizzati. Il live fotografa le fasi finali della carriera degli Yardbirds, ridotti a quartetto (in seguito all'abbandono di Jeff Beck) e artisticamente un po' appannati. Se paiono lontani i fasti psichedelici della formazione a due chitarre (peraltro durata lo spazio di un singolo o poco più) il set in questione evita i pezzi più 'bubblegum' del loro ultimo album (Little Games, prodotto con scarsa efficacia da Mickie Most) per concentrarsi maggiormente su un rock blues che – a tratti – non è difficile accostare ai futuri Led Zeppelin (in scaletta anche 'Dazed and Confused' notoriamente scippata a Jake Holmes). Come gradito bonus 'Yardbirds '68' contiene anche l'ultima session in studio registrata dal gruppo: otto brani dall'efficacia variabile che erano in parte disponibili nella rara antologia 'Cumular Limits', pubblicata nel 2000. Nota per Gianpier Guspe: qui c'è anche 'Knowing that I'm losing you', che diventerà in seguito la 'Tangerine' di Led Zeppelin III.
Insomma: gettate via i vostri bootleg di 'Live at the Anderson Theater' (anzi, portateli nell'usato che qui non si butta niente) e compratevi 'sto disco. Per i più golosi c'è anche un'esosissima versione in vinile, così non avete scuse.
Ci vediamo in negozio. (Dario)

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