Rock
Se qualcuno pensava che il filone del canterbury sound si fosse esaurito sul finire degli anni '70 con gli ultimi dischi dei Camel e le già anacronistiche sortite di Hatfield and The North e National Health (il punk, anche giustamente, stava per arrivare a "sfasciare" ogni tipo di più sofisticata ricerca musicale), può provare a ricredersi. I canterburiani Syd Arthur, proprio originari di quella magica regione del sud est dell'Inghilterra (il Kent), non lontana dalla grande capitale londinese, tornano a riproporre con efficacia, tra l'altro riesumando la storica Harvest, quel tipo di linguaggio. E senza scadere nel manierismo, ovverosia muovendosi a modo loro, anche esprimendo una maggiore raffinatezza o compiutezza stilistica (ma va da se, sono passati giusto quegli oltre quarant'anni, utili ad assimilare e rielaborare con gusto, cura e professionale attenzione una materia ormai da tempo cristallizzata). Ecco quindi tornare sulla scena quella micidiale formula di leggere ed agili andature jazzy, pop a colori pastello (con quella sua smorzata e come attutita mescola di chitarre, basso, tastiere, batteria e spesso violino elettrico), sperimentazioni soniche e rock progressivo (dai tempi anche dispari) ancora in nuce, un po' come se "In The Land Of Grey And Pink" dei Caravan o "Mice and Rats In The Loft" dei Jan Dukes De Grey dovessero ancora essere pubblicati. "Sound Mirror" è il loro secondo lavoro, dopo il già riuscito "On An On" del 2012. La ricetta non sembra essere cambiata di molto, ma il quartetto (Liam Magill, chitarra e voce, il fratello Joel Magill, basso e voce, Raven Bush, violino, tastiere, mandolino, Fred Rother, batteria) suona libero, rilassato e sciolto, tutto concentrato sullo sviluppo della propria musica, e sulla qualità delle proprie "canzoni", senza preoccuparsi se quello che sta portando avanti, anche con una certa sensibilità filologica, è un genere d'antan, buono per la categoria delle "note post litteram". La chiave sta proprio nel riuscire a destare ancora meraviglia. Da ascoltare. (Marco Maiocco)
Sarà capitato anche a voi. Ci sono dischi, anzi, ci sono musicisti, che, a ogni successivo appuntamento, tradiscono se stessi. O, forse, tradiscono quello che noi aspettiamo da loro. Springsteen, che dal vivo sarà una meraviglia, pubblica cose come l’ultimo High Hopes che, esteso fan club escluso, non hanno senso comune. Eppure è bravo. Paul Heaton, da quando ha lasciato gli Housemartins, da quando ha abbandonato i Beautiful South, pubblica dischi solisti che non sono male ma non sono quello che è lecito aspettarsi da Paul Heaton. Vediamo meglio: What Have We Become, che riaccende la fiamma dell’ex co-voce dei BS, Miss Abbott, fa il suo dovere di disco di pop inglese raffinato. Canzoni svelte, melodie, osservazioni sociali al vetriolo imbevute di zucchero pop. Eppure non ha la forza o la bellezza lucente cui Paul ci aveva abituati. È abbastanza? Questo è il punto. (Marco Sideri)
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