Rock

Valutazione Autore
 
66
Valutazione Utenti
 
0 (0)
JERRY LEE LEWIS - Rock & Roll Time

Non è una reinvenzione fulminante stile Johnny Cash, la vecchiaia di Jerry Lee Lewis. Ma del resto Jerry Lee non ha quel piglio da icona; non rappresenta nessuno e neppure lo rappresentava quando, all’apice del successo, ha buttato tutto in malora sposando la cugina di 13 anni. Jerry Lee è un outsider (leggete Hellfire, ottima biografia di Nick Tosches). Un outsider che continua, dagli anni ’50 senza prendere fiato, a suonare. Rock & Roll Time è un nuovo disco di vecchie canzoni che ha il (fulminante) pregio di non suonare nostalgico. La voce è un po’ stanca, il ritmo più lento, il pianoforte magari non va più a fuoco ma ogni pezzo è vivo e presente; l’ascolto un viaggio nell’oggi e non un giro al museo. Prova ulteriore dello stato di salute di JL, il fatto che i famosissimi ospiti siano solo una nota da comunicato stampa mentre scorrono le canzoni. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
71
Valutazione Utenti
 
0 (0)
RY COODER - Soundtracks

Si può ascoltare musica in un sacco di modi; come per ogni attività umana, dal collezionare trenini al tennis: chi gioca il sabato in Corso Italia, chi si allena per il Roland Garros. Ad ogni livello di approfondimento, corrisponde uno sforzo (e una soddisfazione) maggiore. Con i dischi, soprattutto se si tratta di raccontarli o consigliarli, vale la stessa regola: ci sono musiche per tutti, musiche per alcuni, musiche per pochi completisti squilibrati. Questo cofanetto raccoglie 7 colonne sonore incise da Ry Cooder tra il 1980 e il 1993 ed è un’uscita “per alcuni”. Alcuni che, però, saranno molto felici. Oltre il capolavoro Paris, Texas (1985) con le sue ombre di slide che sono genitrici dirette del Neil Young di Dead Man, trovate mille Americhe filtrate dalla chitarra di Ry: blues, musica di confine, qualche scivolone sonoro anni ’80. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
84 (2)
Valutazione Utenti
 
0 (0)
TWEEDY - Sukirae

Tweedy è un affare di famiglia. Tweedy sono Jeff (Tweedy) che è il padrone di casa Wilco e scrive, canta e suona accompagnato da Spencer (Tweedy) che è figlio di Jeff e batterista. Il titolo dell’album è il soprannome di Susan (Tweedy), moglie di Jeff e madre di Spencer. Quando le canzoni di Tweedy erano ancora idee abbozzate, la famiglia ha saputo che Susan era gravemente malata. Questo il contesto per uno dei dischi più riusciti, coerenti e coinvolgenti sentiti quest’anno. Le canzoni sono molte e varie: da qualche acidume rock a quiete ballate folk, tutte però caratterizzate da una verve (e una penna) non comune. Qui s’incontrano i molti Jeff Tweedy del passato: quello imberbe e folk degli Uncle Tupelo, quello scafato e rock dei Wilco, quello recente e produttore (Mavis Staples, Low). S’incontrano e, insieme al resto della famiglia, incidono un grande disco. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
SAM AMIDON - Lily-O

Banjoista dal tipico, circolare e fulminante arpeggio, della serie "un tranquillo weekend di paura", folk singer, fiddleista, chitarrista, ricercatore, nativo del Vermont (regione che proprio d'autunno pare dia il meglio di sé) da una famiglia di origini irlandesi e da genitori (entrambi) musicisti folk, oggi residente a Londra con la moglie Beth Orton, altra folk singer (anche più nota), e la figlioletta, Sam Amidon lavora su una rielaborazione del folk concreta e al contempo visionaria (in questo disco può per esempio ricordare il John Martyn più sperimentale e onirico: si ascolti la suggestiva e "dispersa" "Down The Line"). Interessante, viva, brillante, avveniristica, la sua formula, capace di far interagire in modo equilibrato la materia densa del folk con elementi più space o psichedelici, costruiti anche grazie all'utilizzo intelligente, (tutto sommato) ancora inusuale in questi ambiti, di intriganti effetti elettronici, che, insieme alla sua voce (forse) un po' troppo "leggera", conferiscono a quest'ultimo coinvolgente album, registrato a Reykyavik, e in generale alla sua musica una dimensione decisamente più popular. In questo senso lo aiuta (qui) non solo l'abituale collaborazione di Chris Vatalaro, batterista molto personale, dall'aereo e graffiante tocco jazzy, e musicista elettronico di valore, ma anche la partecipazione al disco di chi in qualche modo ha ispirato questo modo di procedere, sospeso tra la tradizione, opportunamente riarrangiata, e un folk rock fantascientifico, quasi appartenente ad altri mondi, e di cui la title track "Lily-O" può rappresentare l'ideale esemplificazione. Stiamo parlando di Bill Frisell, uno degli "eroi" di Amidon, che, perfettamente a suo agio (non poteva essere altrimenti), impreziosisce l'intero lavoro con il suo consueto sound lunare e le sue solite marziane trovate sonore. Qui però non siamo alle prese con la "metafisica" friselliana, che rispetto alla tradizione compie una sorta di fantasmatico salto in alto, né con le riflessive, polverose e scavatrici rimeditazioni post-rock dell'alternative country, ma con uno sguardo davvero rivolto ad un futuro immaginario e possibile, a tratti un balzo nell'iperspazio, direttamente dal passato o (ancora) dal futuro. Notevole. (Marco Maiocco)

Valutazione Autore
 
75 (3)
Valutazione Utenti
 
0 (0)
PINK FLOYD - The Endless River

A volte bisogna saper accettare i paradossi, perché fanno parte del fiume della vita. Anzi, e per entrare in tema, del “fiume infinito” della vita. Molti, moltissimi  floydiani doc sono abituati a remare nel fiume infinito dei paradossi. Ad esempio che i Pink Floyd in realtà siano finiti nel 1983, con quel “taglio finale” che siglava assieme l'impossibilità di convivere di Waters e Gilmour, e rimarcava anche, con mesta ferocia, “Il Requiem per il Sogno del dopoguerra”, la dissoluzione di un sogno collettivo nel mondo di squali col tailleur o incravattati con la faccia della vampira Thatcher. I Pink Floyd dell'era Gilmour proposero due deboli dischi che sembravano l'involucro vuoto dei Pink Floyd. Waters si rifugiò nella sua testa piena di idee floydiane, ma senza avere le braccia adatte a metterle in pratica. Poi, nel 2014, si attua il paradosso. Un disco costruito sulla provvisorietà più transeunte, le session con gli ultimi aggraziati tocchi di Wright su una tastiera, tanti anni fa, diventano, smontate e rimontate, integrate e sezionate, un disco dei Pink Floyd. Che non suonerà mai dal vivo.

Valutazione Autore
 
93 (2)
Valutazione Utenti
 
0 (0)
BOB DYLAN - The Bootleg Series Vol. 11 / The Basement Tapes Raw

La miniera d'oro non era esaurita: era stata data per esaurita. Per tenere lontane curiosità morbose, e lasciar procedere la storia ufficiale. Fuor di metafora: i cacciatori di pepite dylaniane ben sapevano che le session dei Basement Tapes di Mr. Zimmerman con la Band avevano prodotto ingenti quantità di materiale sonoro da leccarsi le dita, tra citazioni folk e blues letterali – i Nostri avevano ascoltato tutto, sapevano tutto - e mercuriali, brucianti canzoni scritte con l'ansia febbrile di chi sa che sta cogliendo l'attimo. Tant'è che i bootleggari ci costruirono sopra i titoli di Great White Wonder in così tante declinazioni diverse che alla fine era come ritrovarsi un puzzle con troppi pezzi, o troppo pochi.

Login