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Paolo Fresu Devil Quartet al 54° Festival Internazionale della Musica da  Camera di Cervo - 5 agosto 2017

È una calda, tignosa sera d’estate, ma a Cervo, l’affascinante  borgo in provincia di Imperia, il pubblico affolla boccheggiando la piccola piazzetta dei Corallini, dominata da una delle chiese più verticali della Liguria. Il concerto molto atteso del Devil Quartet di Paolo Fresu, nell’ambito del 54° Festival Internazionale della Musica da Camera, parte al chiaro di luna, ma presto i quattro musicisti fanno convergere l’attenzione verso il palco; lì una straordinaria intesa regala al.pubblico un’esibizione superba che non si dimenticherà facilmente. Al di là della efficacissima sezione ritmica, formata dal contrabbasso lirico di Paolino Della Porta e dalla batteria spesso in punta di spazzole di Stefano Bagnoli, il concerto ha avuto come leit-motiv il continuo duello tra la chitarra di Bebo Ferra e la tromba e il flicorno del leader; sarà che tra due sardi, magari di paesi differenti, un minimo di sana rivalità va sempre messa in conto e due sembrano giocare molto su questo aspetto, tra sguardi, sorrisi e ammiccamenti verso il resto del gruppo. Il repertorio è soprattutto composto in proprio, ma con qualche cover di spessore, come l’infuocata (I Can’t Get No) Satisfaction di Jagger-Richards, un Gershwin di cui ci è sfuggito il titolo e la piacevole E Se Domani resa celebre da Mina. Robusta anche la durata della serata, intorno alle due ore con un doppio bis: prima le due Ninne Nanne che chiudevano l’ultimo disco del gruppo, Desertico, poi, sentito l’applauso insistente del pubblico, il ritorno sul palco con  una inaspettata versione, molto gradita, del tema di Un Posto Al Sole, la fiction storica della Rai che tutti più o meno hanno seguito, per piacere o per forza maggiore… Per finire segnaliamo che il gruppo presto uscirà con un nuovo lavoro, che gli stessi hanno definito progetto acustico; restiamo in attesa, trepidanti, ma con la certezza  di non venire delusi da questo gruppo, che forse è la più felice delle mille configurazioni con cui Paolo Fresu calca i palchi di mezzo mondo per più di sei mesi all’anno! (Fausto Meirana)

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THE AMERICANS - I'll Be Yours

The Americans partono alla grande in questo loro debutto, rispettando alla lettera il nome, non proprio fantasioso,  che si sono scelti; i primi tre brani potrebbe essere definiti un ibrido tra i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty e lo Springsteen più grezzo, senza dimenticare la lezione sempre valida e salvifica del rock-blues, evidente soprattutto nel terzo brano, Stowaway. Nel disco c’è anche qualche brano un po’ troppo acerbo, come l’irruento Hooky, una specie di rockabilly aspro e deviato, che incuriosisce  ma  lascia il tempo che trova. Uno dei punti di forza del gruppo è la  bella voce di Patrick Ferris,  aggressiva nei brani più rock, ma dotata di una dolcezza scartavetrata nelle canzoni più calme.  Le ballate, incluso il singolo I’ll Be Yours, occupano in fondo  buona parte del disco e proprio una di queste, l’intensa Daphne, chiude in crescendo un disco con molti  pregi e pochi  difetti, di quelli che si possono perdonare, bonariamente,  agli esordienti. Pollice quindi in alto, aspettando conferme… (Fausto Meirana)

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SUFJAN STEVENS, BRYCE DESSNER, NICO MUHLY, JAMES McALISTER - Planetarium

Criticare questo disco è facile quanto rubare caramelle a un bambino (piccolo). È pomposo nel concetto (i pianeti, lo spazio), prolisso nella forma (album collaborativo a otto mani), bolso nei presupposti (è la messa a punto, in studio, di uno spettacolo commissionato da un museo, già testato a teatro). Insomma, “Planetarium” è, in gergo, una pippa. Gran bella pippa, però: ha dentro il fascino per l’avanguardia e la musica minima e classica; infila un paio di ballate meravigliose (grazie al Signor Sufjan Stevens); si balocca con l’elettronica pop di derivazione ’70/’80 che tanto piace alle nuove generazioni; si perde e ritrova infinite volte nell’ora abbondante di musica. È, insomma, un album straripante e visionario; e alla fine le cantonate non fanno neppure tanto male. Criticare questo disco è facile. Non è detto che le cose facili, però, siano anche giuste. (Marco Sideri)  

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FLEET FOXES - Crack-Up

Tanti artisti dichiaratamente pop (melodici, morbidi, di facile assunzione e pronto sollievo) nascondono, in fondo in fondo, la malcelata voglia di essere astrusi, scontrosi e profondi. È il fascino di quel che non siamo: un classico. Ecco quindi i Fleet Foxes (che erano folk, barbuti e melodici per due dischi di buon successo) tornare alla carica con un album stratificato, involuto, moderno; solo a sprazzi melodico e luminoso come in passato. C’è una ragione, tecnica, per questo: Robin P (leader e autore principale del gruppo) nei sei anni trascorsi dall’ultimo “Helplessness Blues” si è iscritto all’Università, ha studiato letteratura ed ha abbandonato quel coté rustico e agreste che tanta fortuna gli ha portato. E così le ballate sono sepolte tra suoni trovati, ritmi industriali, percussioni, effetti e atmosfera. Un ascolto denso e stratificato. (Marco Sideri)

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 JACO PASTORIUS - Truth, Liberty & Soul

A voler proprio esser pignoli, esistevano già testimonianze dell'incredibile Word of Mouth orchestra diretta da Jaco Pastorius nell'82: ad esempio il Live At Budokan, con repertorio pressoché identico a molte delle tracce di questo nuovo prezioso reperto. Il punto è proprio questo, però: uno può anche ascoltarsi l'integrale delle registrazioni di un tour, poi inevitabilmente si casca su una serata speciale baciata dalla dea dell'ispirazione, della voglia di suonare, di regalare emozioni. Ed allora “quella” sera diventa la sera speciale, magica. Ora la abbiamo, anche per l'immenso Jaco Pastorius. Che all'epoca di questa pirotecnica serata non era ancora preda dei demoni cattivi, quelli che lo porteranno a farsi ammazzare di botte fuori da un bar, cinque anni dopo. Accanto ha gente stellare, di mostruosa precisione: Lew Soloff, Bob Mintzer, Randy Brecker, Don Alias, Peter Erskine, Frfank Wess, e l'elenco potrebbe continuare a comprendere tutti i musicisti. Ma non è neppure questo che rende la serata speciale. Quando Jaco saetta un volo da calabrone di armonici sul basso fretless per introdurre The Chicken, si capisce che non ce n'è per nessuno. C'è il più  grande bassista elettrico mai esistito, che si diverte, ed è concentratissimo a guidare una big band che ruggisce e scalpita. E così sarà, ad ogni brano: che sia I Shot the Sheriff o Donna Lee, è lo stesso. E se i quattordici minuti della improvvisazione per basso e batteria vi sembrano un'esagerazione, provate ad ascoltarli davvero. Mai più uno così. (Guido Festinese)

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STEVE EARLE & THE DUKES - So You Wannabe An Outlaw

Il nuovo disco di Steve Earle è dedicato a Waylon Jennings, ed è, diciamolo subito, il suo miglior disco da un bel po’; Jennings, che è scomparso nel lontano 2002, è ovviamente, l’outlaw del titolo, ma nel disco ci sono altri chiari omaggi, come al sopravvissuto per eccellenza della musica country, Wille Nelson; due cover per lui (solo nella deluxe edition, attenti!) e la condivisione del microfono nel primo brano del disco. Poi c’è il commovente ricordo del maestro-artigiano, Guy Clark, in Goodbye Michelangelo, dove il grande songwriter texano viene paragonato addirittura  al pittore rinascimentale… Sono citati inoltre, in un denso obituario, anche Merle Haggard, Steve Young, Greg Trooper e Bap Kennedy, tutti artisti scomparsi negli ultimi tempi. Il disco, però, non è per niente funereo e copre tutti gli aspetti  della musica di Earle, le ballate in punta di chitarra, il country più rigoroso con i controcanti femminili  e le sterzate rock-blues che lo hanno svelato una trentina di anni fa con il sanguigno Guitar Town. (Fausto Meirana)

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WAXAHATCHEE - Out In The Storm

Waxahatchee è il gruppo guidato da Katie Crutchfield, cantautrice impetuosa dell’Alabama (con lei c’è anche la sorella Allison e un paio di buoni musicisti). Out In The Storm è il suo quarto album, disco che parte a tutto gas con il puro indie-rock di Never Been Wrong e in capo a trentatré minuti scarsi dice tutto quello che molti dischi non fanno. Relazioni che si rompono, domande che spesso hanno poche risposte e i tanti danni che si patiscono nella vita di coppia. L’unica cura sembra sia cantarne via il dolore con  un brano veloce, un’ariosa ballata o un riff indemoniato. La  Crutchfield si piange meno addosso di Sharon Van Etten, forse rimugina meno di Eleanor Friedberger, tuttavia ci sono molte similitudini tra queste donne inquiete, che in questo momento sembrano essere parecchio più concentrate sui malesseri dell’amore rispetto ai loro compari dell’altro sesso. Esemplare la produzione di John Agnello (Dinosaur Jr., Sonic Youth) che lascia urlare le chitarre e mette in primo piano la voce molto espressiva della leader. (Fausto Meirana)

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CLAUDIO LOLLI - Il grande freddo

Otto anni senza far dischi. L’ultimo avvistamento era stato il notevole “Lovesongs”, canzoni dove l’amore c’entrava sì, ma mai come svenevole aggrapparsi ad un’unica dimensione privata. Lolli, per fortuna di almeno una generazione, è uno che quando scrive “io” intende “noi”, e viceversa. Il travaso da vasi comunicanti tra persone e persona è continuo e motivato. Come dovrebbe essere, e come nessuno sa più fare. Adesso, a sorpresa, arriva questo Il grande freddo, ed ogni riferimento “sociale” è puramente voluto, perché Lolli non ha mai smesso di credere, assieme ad esempio allo scrittore  Erri De Luca,  che quanto si pensava un quarantennio fa fossero solo chiacchiere e distintivo. A prescindere dal fatto che la sconfitta storica ci sia stata, eccome: in fin dei conti anche Roger Waters oggi si domanda se “E’ questa la vita che veramente vogliamo”. E dunque: recuperati i musicisti che nel 1976 diedero polpa e caleidoscopio di suoni a “Ho visto anche degli zingari felici”, ecco il nuovo disco. Premio Tenco 2017. Dove si dice che “un grande freddo si  può sciogliere/ solo con le lacrime dei nostri furori”, dove troverete la lettera del partigiano Giovanni alla sua Nori, giù cantata anche dagli amici Gang in un bello spettacolo e nel recentissimo “Scarti di lato”.

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ROGER WATERS - Is This The Life We Really Want?

 I Floyd senza Waters sono stati un'impeccabile navicella scintillante alla deriva senza comandante in plancia a dare una direzione altra che non fosse una rotta abusata e prevedibile. Roger Waters senza i Pink Floyd attorno è stato, ed è, un comandante pieno di idee e di voglia di osare senza le persone giuste attorno per fare il grande balzo. Risultato: alla deriva gli uni, con modesti progetti solistici, alla deriva l'altro, a celebrare se stesso con un “Muro” sempre meno giustificato e sempre più monumentale. Salvo piazzare qualche colpo intermittente a memoria di antichi fasti. L'ultimo colpo ben piazzato, necessario ma non sufficiente per i Floyd è stato, checché se ne discuta, l'ambiguo e notevole Endless River: tant'è che alla guida del suono non c'erano i Floyd, ma gente floydiana quanto loro.

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