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La riedizione di dischi i cui diritti sono scaduti al termine dei fatidici cinquant’anni, facilita la (ri)scoperta di veri e propri capolavori. Per differenziarli dagli originali, i curatori scelgono i brani con criteri cronologici - raccogliendo i brani per sessioni che, spesso, all’epoca non coincidevano con quanto pubblicato in un singolo lp - o riunendo la totalità delle incisioni di due musicisti. È il caso di questo “Complete” dedicato a Chet Baker e Bill Evans, summa di “Chet” - inciso tra il dicembre 1958 e il gennaio 1959 - e "Chet Baker Plays The Best Of Lerner and Loewe" - del luglio dello stesso anno. In realtà mancano tre brani da “Chet Baker introduces Johnny Pace”, mentre inspiegabilmente è stata aggiunta la bonus track “Almost Like Being In Love” dove al piano c’è Bob Corwin. Questo non solo per noiosa pedanteria, ma per segnalare che queste pubblicazioni in genere si rivolgono non tanto all’appassionato, che probabilmente ha già questi titoli e in caso contrario non potrebbe essere soddisfatto di scelte arbitrarie e lacune, ma ad un ipotetico nuovo pubblico su cui far presa con i nomi in cartellone.
| 99 | 0.0 (0) |
Se questo giochino concettuale l'avesso fatto qualche testa d'uovo più nota e vaccasacramente intoccabile sai che reazioni? Insomma, tutti fanno (o meglio glielo fanno fare le case discografiche e ci infilano pure dei patetici inediti così te lo compri per completismo...) i best of, i greatest hits, vabbè, le raccolte dai. Così gli Squeeze, che in Italia non hanno mai sfondato se non , compresa la mia, alcune teste di nicchia, con i due principali autori e cantori, Difford e Tillbrook e buoni sessionisti alle spalle cosa hanno fatto? Hanno preso le loro , appunto, hits e le hanno risuonate pari o più o meno pari. Mi spiego; se le conosci, metti su il cd e dici: 'azz, ma è uguale! E invece no, e qui sta il giochino concept: i brani suonano perlopiù identici agli originali ma con infinitesimali differenze che solo gli hard core fans risuciranno a cogliere. E così, cogliendo cogliendo ( e facendoci anche un pò coglionare) risentiamo le canzoni che già abbiamo sentito mille e mille volte e, pur riconoscendone l'indiscusso valore pop, come i francesi di Conte, le palle ancora ci girano perchè magari un dischetto di materiale nuovo potevano pure farcelo. E non si può neppure più andare al cine.
Andiamo allora a sentire il meno giovane (è del 2008) solo di Tillbrook con i Fluffers che tanto richiama nelle grafica i Beach Boys (e pure in qualche suono) ma che ospita, attenzione, Vanessa Paradis e Johnny Depp... (Marcello Valeri)
vedi sotto video
| 75 | 0.0 (0) |
L’anno scorso fu il primo esempio di disco senza disco, di bella confezione (un album con foto di David Lynch, nientemeno) con allegato cd vergine su cui registrare le 13 canzoni, tutte scaricabili in rete. Nulla di concettuale, solo il risultato di un litigio fra Danger Mouse, uno dei due ideatori e produttori del progetto, e la casa discografica. Trascorso un anno arriva infine nei negozi il cd fisico e ufficiale, ma sorge il sospetto che la pubblicazione sia dovuta in gran parte al triste appeal commerciale indotto dai suicidi di Mark Linkous, l’altro ideatore, e Vic Chesnutt, uno degli ospiti presenti. L’idea di partenza era di affidare a diversi cantanti i brani scritti da Linkous e arrangiati da Danger Mouse affinché ognuno potesse esprimere (lavorando anche sulla melodia vocale) la propria idea di “buia notte dell’anima”. A suonare più convincenti in veste di interpreti sono i personaggi più vicini come sensibilità (tormentata, introflessa, nevrotica) a Linkous, in particolare l’ex Grandaddy Jason Lytle, tanto intenso quanto in apparenza fragile, il più cinico Kevin Coyne dei Flaming Lips e ovviamente, Chesnutt. Piacciono meno coloro che dovrebbero interpretare il lato aspro della notte (Iggy Pop, Black Francis), mentre il brano con Suzanne Vega, è grazioso ma non troppo in sintonia con il resto; lo stesso si potrebbe dire per Julian Casablancas, la cui Little Girl è però uno dei passaggi più suggestivamente sbilenchi del disco.
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