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DISCO DELL'ANNO DI DISCO CLUB

Finita anche questa quindicesima edizione del Disco dell'anno di Disco Club. Per la seconda volta, dopo il successo del 2004 con Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus, vince Nick Cave. Ecco l'albo d'oro aggiornato e a seguire la classifica e tutte le schede di votazione.

2002 JOHNNY CASH - The Man Comes Around
2003 HOWE GELB - The Listener
2004 NICK CAVE - Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus
2005 ANTONY & THE JOHNSONS - I Am A Bird Now
2006 TOM WAITS - Orphans
2007 RADIOHEAD - In Rainbows
2008 PORTISHEAD - Portishead
2009 BOB DYLAN – Together Through Life
2010 ARCADE FIRE – The Suburbs
2011 PJ HARVEY – Let England Shake
2012 BOB DYLAN – Tempest
2013 DAVID BOWIE - The Next Day
2014 SHARON VAN ETTEN - Are We There
2015 SUFJAN STEVENS - Carrie & Lowell
2016 NICK CAVE & THE BAD SEEDS - Skeleton Tree

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JOHN ABERCROMBIE QUARTET - Up And Coming

A quattro anni dal precedente “39 Steps” il ‘nuovo’ quartetto del chitarrista statunitense torna con un album che conferma la formazione - Marc Copland al pianoforte, Drew Grass al contrabbasso e Joey Baron alla batteria - e soprattutto l’eccellente riuscita musicale. Otto brani per un totale di 48 minuti (il titolo esce anche in lp confermando il ritorno dell’ECM al vinile), cinque a firma di Abercrombie, due del pianista di Philadelphia e una rilettura di “Nardis”, il brano scritto da Miles Davis per Cannonball Adderley nel 1958 e curiosamente mai registrato dal trombettista (nonostante la nonchalance con cui firmasse i brani e benché il titolo sia legato storicamente alle interpretazioni di Bill Evans, sembra che questa volta la scrittura sia da attribuire proprio a Miles). La lunga digressione intorno a “Nardis” è giustificata dal fatto che proprio in quel titolo si evince al meglio, l’universo musicale di riferimento, proprio quello di Evans (al quale si può aggiungere Jim Hall, evidente ispirazione per la chitarra di Abercrombie); il perfetto interplay tra i quattro musicisti chiude perfettamente il cerchio per un disco che necessita almeno di qualche ascolto per riuscire a coglierne la bellezza e la più intima essenza. (Danilo Di Termini)

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TALES OF KALEDRINA - Iscariot

Eccellente debutto, questo dei Tales of Kaledrina. Il gruppo di Genova – ma, forse, sarebbe corretto parlare più di un progetto – è composto da sette ottimi musicisti, molto preparati sotto il profilo sia compositivo sia tecnico-esecutivo. Iscariot si articola in tredici tracce, dall'ispirazione astronomica ed esoterica (come lo splendido artwork conferma pienamente). La musica è varia e molto moderna: un post rock elettronico, che alterna riusciti episodi ambient ad altri di prog spaziale pinkfloydiano e di dark wave anni Ottanta, filtrati tuttavia in maniera personale, attraverso una sensibilità artistica di classe e molto attuale. I Tales of Kaledrina puntano infatti sulla creazione di atmosfere evocative e suggestione pare essere la parola d'ordine di tutto il lavoro. I pezzi di Iscariot presentano una valida ricerca timbrica e una grande cura per il suono, in ogni sua declinazione. Tra i brani che ho gradito maggiormente: la stupenda iniziale Ghost Ballad, le siderali Aldebaran e Cosmic Dementia, nonché Erased Song, la crimsoniana Fractured, la cosmica Andromeda Strain e la conclusiva Chernobyl Luna Park, ma tutto il disco è compatto ed uniforme, assestandosi su ottimi livelli. Colpisce il taglio minimale, eppure densissimo di spunti, delle diverse composizioni. Un grande lavoro, come sempre in questi casi, viene fatto con tastiere e sintetizzatori: il paesaggio sonoro creato non è comunque di tipo solo semplicemente futuristico, ma trasuda una ricerca emozionale notevole. (Davide Arecco)

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CHARLIE - Ruins Of Memories

Questo disco è genovese quanto un mugugno a mezza voce, davanti alla vetrina di Disco Club, mangiando focaccia con la cipolla il sabato mattina. Nasce, viene arrangiato, registrato e suonato a Genova (missato in America, a dare credito all’internet, ma sono sfumature). E però non lo diresti; che queste dieci canzoni di Charlie (Carlotta Risso, e dai con le cose che suonano genovesi) sono un bell’esempio di musica americana, rigirata pop. I pezzi (che a definirli country, folk, ballad e via importando, non sbagli) hanno quel piglio che ti prende di sorpresa: ritornelli, strofe e pause che suonano, senza apparentemente sforzo, naturali. È questa immediatezza melodica a rendere RoM degno di nota, in un panorama dove dischi che rispondono alla stessa descrizione (“musica americana, rigirata pop”, per auto-citarsi) si contano nelle migliaia. (Marco Sideri)

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HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS - Until The Hunter

La storia della musica (pop) è anche storia di cotte e innamoramenti: le folle che urlano isteriche per i Beatles, le lettere d’amore (i tweet d’amore) alla pop star di turno. Ogni genere musicale ha i suoi/le sue icone; mutatis mutandis, ovviamente. Bene, Miss Hope Sandoval è un’icona, per il dream pop/folk dei tardi anni ’90 con la sua voce sussurrata e i suoni (tra)sognati che l’hanno circondata nei Mazzy Star e poi per una peripezia tra progetti (i Warm Inventions appunto, condivisi con il batterista Colm O’Ciosoig di casa MBV) e collaborazioni (da Bert Jansch ai Jesus & Mary Chain). Until The Hunter inizia benissimo con la lunga Into The Trees, uno sfondo informe di elettronica e nebbia su cui si adagia la voce di Hope, e vira poi verso ballate folk, restando sospeso tra (timide) sperimentazioni e (rassicuranti) melodie. Così sono tutti contenti. (Marco Sideri)

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FEDERICO SIRIANNI - Il Santo

Il Santo è solo il quarto disco ufficiale di Federico Sirianni (anche se in realtà dovremmo contarne altri due: il ‘Dio dei baraccati’ in edizione limitata del 2013 e il cd allegato al libro/confessione ‘L’uomo equilibrista’ di due anni fa) ed è un disco maturo, completo anche se forse meno ironico e sereno dei precedenti, d’altronde i tempi sono questi...La scarsità di uscite  discografiche non fa che evidenziare l’intensità delle composizioni di Sirianni e, comunque,  gli anni che passano tra un disco e l’altro fanno lo stesso lavoro indispensabile del silenzio tra un nota e l’altra, con tempi ‘tecnici’ che sono da sempre occupati da una  serie di concerti che comincia ad assomigliare ad un vero e proprio ‘never ending tour’ in piccola scala. Meritano una citazione i bravi  musicisti che partecipano al disco:  Paolo Bonfanti, Giua, qualche quarto di Gnu e molte altre vecchie (e nuove) conoscenze. Imperdibile, e di sapore più leggero, la bonus track Mia Madre Sta Su Facebook, divertente numero di chiusura eseguito in duo con l’attore Arturo Brachetti, brano che potrebbe, in un mondo parallelo, diventare persino un ‘tormentone’ radiofonico. In ogni caso, il Natale è alle porte, siate buoni, regalatevi Il Santo! (Fausto Meirana)

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ANCIENT VEIL - I Am Changing

Questa storia potrebbe iniziare così: c’erano una volta gli Eris Pluvia, gruppo genovese di progressive rock, molto apprezzato nell’ambito del genere pur avendo prodotto un solo vero disco, Rings Of Earthly Light, nel lontano 1991. Il seguito della storia dice che due dei componenti, Alessandro Serri e Edmondo Romano, lasciano il gruppo per dar vita agli Ancient Veil, che producono un altrettanto riuscito  disco, omonimo, nel 1995; di quest’ultimo I Am Changing è, infine, il degno seguito,  poiché in questi vent’anni  gli Ancient Veil  hanno partecipato solo ad alcuni  tributi ai grandi del  progressive rock.  Le fonti d’ispirazione più evidenti dell band sono i Genesis  degli inizi e la parte più melodica dei King Crimson, anche se affiorano qui e là deviazioni ‘canterburiane’ e sonorità folkeggianti, vista anche la prevalenza di momenti acustici. Il grosso del lavoro  di composizione è affidato ad Alessandro Serri,  che canta e suona molti strumenti, mentre la produzione artistica è condivisa tra lo stesso Serri, il fratello Fabio (che si occupa di tastiere varie) e il poli-fiatista Edmondo Romano. 

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BOB DYLAN - The Real Royal Albert Hall 1966 Concert (Live)

Royal Albert Hall, Londra, quartiere nobile di South Kensigton, maggio del 1966, Bob Dylan e la Band quasi al completo (Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson) stanno facendo la storia della popular music, stanno cambiando il mondo (in meglio, o in peggio, chissà!?). Da quel momento la rivoluzione passerà per il sound (elettrico, sferragliante, urlato), prima ancora che dalle poetiche sulfuree parole. La gente "scappa", abbandona la prestigiosa sala, protesta: il simbolo di un folk radicale e autoriale - quasi trent'anni dopo il leggendario e già dissacrante concerto della Benny Goodman Orchestra alla Carnegie Hall di New York - ha acceso gli altoparlanti: inaudito! Il suono è ruggente, roboante, arrabbiato e abbandonato, come mai era stato prima: è il famoso tour inglese del 1966. Pare che i Beatles fossero presenti al concerto e che a un certo punto abbiamo gridato al pubblico di lasciarlo in pace, di stare zitti (avevano ovviamente capito).

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THE ROLLING STONES - Blue & Lonesome

Poco sappiamo di questa nuova indie band inglese che si fa chiamare Rolling Stones: bel nome, peraltro. Anche la Rete, in genere prodiga di gossip e anticipazioni tace, o si incanaglisce in giochi di rimandi che, francamente, portano a poco. Sta di fatto che, come vedremo, questo è un disco geniale e sorprendente, e capiremo perché. Intanto gustiamoci la copertina, con improbabili labbroni e una linguaccia sguaiata che potrebbe anche funzionare da esca, tale è la forza iconografica. Ma è il disco che merita parecchi ascolti, e a orecchie attente. Questi Rolling Stones hanno avuto un'idea geniale, una pensata mai avuta prima da nessuna band, per quanto sembri strano: un intero cd di cover di blues fatto da ragazzotti bianchi. Avete capito bene.

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