Valutazione Autore
 
77
Valutazione Utenti
 
0 (0)

Lloyd Cole trova nell’elettronica una nuova ispirazione, anche se la sua frequentazione con certe sonorità risale al passato; già Plastic Wood (2004)  era un disco strumentale, elettronico, completamente diverso dalle canzoni pop cui l’artista inglese ci aveva abituati. Per non parlare della più intensa  collaborazione con Hans-Joachim Rodelius:  Selected Studies Vol. 1 è del 2013 storia quasi recente visto che uscì nello stesso anno del convincente disco ‘normale’ Standards. Non sorprende troppo, quindi l’adozione di una strumentazione del tutto sintetica per Guesswork, disco che giunge dopo sei anni di pausa. Si tratta di un disco di pop dominato dall’elettronica, ma pur sempre un disco di splendide canzoni, con qualche ritmica robotica ed ossessiva e più di un  debito verso artisti come i Kraftwerk e, in generale, con il suono ‘cosmico’ di impronta germanica. Ma le melodie vincono su tutto, e in questo Lloyd Cole ha una certa esperienza, da Rattlesnakes in poi, pur con alti e bassi; collaborano a Guesswork anche due vecchi amici dei Commotions: il chitarrista Neil Clark e il tastierista Blair Cowan. (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
87
Valutazione Utenti
 
0 (0)

È con il nome di Crosscurrents trio che Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter nell’estate del 2018 hanno presentato la loro musica nel corso di una tournée che aveva toccato anche l’Italia. Succederà anche prossimamente, ma intanto esce questo disco in ci i nomi loro compaiono in bella vista ed è giusto così perché sarebbe davvero un peccato lasciarsi sfuggire questo ascolto. Si tratta di un vero e proprio supertrio con uno dei contrabbassisti più importanti della storia del jazz, una star mondiale delle tablas e un sassofonista che nei contesti in cui non è il l’esponente di punta, opinione ovviamente molto personale, riesce a dare il meglio di sé. Si tratta di una formazione senza leader, in cui ognuno porta il suo contributo, anche in termini compositivi, in maniera assolutamente egalitaria: il disco si apre con "Ziandi" - il primo di tre brani di Potter – seguito dalla sinuosa "J Bhai" di Hussain e da "Lucky Seven" di Holland; è un jazz arricchito dalla poliritmia tipica del continente indiano, come nella misteriosa "Suvarna"; ma "Island Feeling" di Potter è sostanzialmente un blues mentre "Bedouin Trail" trova nel jazz modale la sua ispirazione; nella conclusiva “Mazad” una citazione di “A Love Supreme”mantiene la promessa dell’intreccio di correnti del titolo, confermando la bontà di un progetto che merita sicuramente l’ascolto, e possibilmente anche la visione dal vivo. (Danilo Di Termini)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
BILL FRISELL - Harmony

Sono passati pochi mesi dall'uscita del bel live registrato insieme al contrabbassista Thomas Morgan per ECM ed ecco un nuovo progetto di Bill Frisell che segna il debutto del chitarrista per la prestigiosa Blue Note. Ciò nonostante "Harmony" più che un disco jazz andrebbe correttamente catalogato alla voce 'Americana', ove con questa si intenda quel genere musicale contemporaneo che trova le sue radici nella tradizione del roots rock e del country. Da lì arrivano "Hard Times" di Stephen Foster (composto a metà dell'Ottocento è stato ripreso un po' da tutti, Dylan compreso), il tradizionale "Red River Valley" (eseguito 'a cappella'), il brano di Pete Seeger "Where Have All The Flowers Gone". E sia "God's Wing'd Horse" che "Fifty years", entrambe composizioni originali di Frisell rientrano ineccepibilmente in questa categoria, anche per le atmosfere create dalla delicata voce di Petra Haden (vera co-protagonista del disco). La scelta di un trio di sole corde formato oltre che dal leader, dal violoncellista Hank Roberts e dal chitarrista Luke Bergman, accentua la sensazione di un disco molto intimo, quasi da camera: anche "Deep Dead Blue", tratto dall'omonimo disco in duo con Elvis Costello, "On The Street Where You Live" da My Fair Lady e l'immortale "Lush Life" di Billy Strayhorn non si discostano da questo mood: ma siamo in autunno e forse è il momento migliore per apprezzarne tutte le raffinatissime sfumature. (Danilo Di Termini)

Valutazione Autore
 
77
Valutazione Utenti
 
0 (0)
OMNI - Networker

Terzo album per gli Omni, power trio che include l’ex Deerhunter Frankie Broyles alla chitarra e Philip Frobos alla voce e basso (il terzo membro, nonostante le foto in rete, è difficile da individuare, potrebbe essere il produttore Nathaniel Higgins o un batterista ospite...). Con Networker il trio di Atlanta passa sotto l’egida della Sub Pop,  senza perdere la forza che pervadeva i precedenti due dischi per la Trouble In Mind: Deluxe (2015) e Multi-Task (2016). A conferma che in Georgia c’è sempre stato (e c’è) un interesse verso la New Wave inglese fin dai tempi dei R.E.M., gli Omni si ispirano ai gruppi come i Gang Of Four e i Wire, aggiungendo ingredienti molto graditi come  l’obliquità vocale di David Byrne, un tocco di Devo e, talvolta, lo scatto frenetico degli XTC dei primi due album. L’intero album totalizza una mezz’ora soltanto di musica, ma gli undici brani sono scattanti e urgenti come non si sente spesso. Buon ascolto! (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
78
Valutazione Utenti
 
0 (0)
TAXI WARS - Artificial Horizon

Per chi ha amato i dEUS, il gruppo belga guidato da Tom Barman, l'apprezzamento verso i  Taxi Wars sarà quasi automatico, anche se la proposta musicale è piuttosto diversa. Qui, e da alcuni anni a questa parte, Barman collabora  con un trio di jazz piuttosto elastico negli sconfinamenti tra i generi musicali; Artificial Horizon è già il terzo disco di questo gruppo che forse meriterebbe più visibilità. Oltre agli strumenti del leader accompagnano i brani basso,batteria e sassofono, sconfinando in territori distanti tra loro come il trip-hop o le colonne sonore di Bernard Herrmann, senza contare le più ovvie similitudini con artisti come Nick Cave per dirne uno... Detto della grande verve di Barman, sono in grande evidenza il potente sax di Robin Verheyen e la ritmica sicura  di Nicolas Thys al basso e Antoine Pierre alla batteria. Da non perdere il loro concerto, al Raindogs House di Savona, il 30 ottobre prossimo. (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
75
Valutazione Utenti
 
0 (0)
FRANKIE COSMOS - Close It Quietly

Frankie Cosmos è il nome d’arte di Greta Kline, una venticinquenne americana che suona e canta  fin da quando aveva sedici anni. Importa magari che sia la figlia di due grandi attori hollywoodiani come Kevin Kline e Phoebe Cates, ma fino ad un certo punto… Con Close It Quietly  siamo già al quarto album,  mentre in questo stesso 2019  la Kline ha già prodotto un EP coraggioso di sola voce e piano, Haunted Items. Nonostante la giovane età, quindi,  c’è già molta esperienza, sia in studio che sul palcoscenico, come si legge  sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata.

Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)

L’espressione pensosa di John Coltrane è rivolta verso destra. Ma c’è quasi un sorriso sulle labbra che tenevano stretto il bocchino del sax per cavalcate fluviali al limite dell’umano da quaranta, cinquanta minuti. Bella scelta, l'immagine che annuncia Blue World, nuovo clamoroso disco di inediti di studio venuti allo scoperto dal sonno delle bobine negli archivi, e immediatamente rilanciati dalla Impulse, la “casa che John Coltrane costruì”m come dice il titolo di un celebre libro. E’ un fatto che gli ultimi anni sono stati prodighi di ritrovamenti per il mondo del jazz moderno, e per i coltraniani in particolare è stata una serie di tuffi al cuore che non erano stati messi in conto. L’Olatunji Concert del ‘67, quello alla Temple University del ’66, prove radianti di un’eruzione finale di vitalità tanto più urgente quanto più si avvicinava la fine di “Trane”. Poi, lo scorso anno, l’affioramento del sontuoso Both Directions at Once: The Lost Album, registrazioni in studio del suo quartetto “classico”. 21° posizione nelle classifiche di vendita generali di Billboard.

Valutazione Autore
 
95
Valutazione Utenti
 
0 (0)
ENRICO RAVA/JOE LOVANO – Roma

Registrato il 10 novembre del 2018 all’Auditorium del Parco della Musica della città che gli dà il titolo, durante un breve tour che vedeva riuniti per la prima volta i cinque musicisti coinvolti (oltre ai due titolari Giovanni Guidi al piano, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria), il nuovo disco di Enrico Rava arriva giusto in tempo per celebrare i suoi ottant’anni. E lo fa nel migliore dei modi, con più di un’ora di musica stupefacente che iniziano con due brani di Rava, una nuova versione di “Interiors” (da “New York Days” inciso nel 2008 dal trombettista triestino di nascita) e una di “Secrets” dall’album omonimo del 1987 (già ripresa nel 2005 in “The Words And The Days”).

Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
AKSAK MABOUL - Un peu de l’âme des Bandits

I dischi più belli non sono quelli che lasciano un’impressione passeggera di bellezza: sono quelli che resistono  ad ogni ascolto successivo, e che ogni volta  regalano prospettive sonore inedite. Succede con Sgt. Pepper, con London Calling, con Pet Sounds, con Dark Side of the Moon. E anche con questo capolavoro un po’ dimenticato, oggi finalmente di nuovo disponibile, e di una rilevanza musicale assoluta. Come sempre accade quando appare qualcosa che, col senno di poi, sembra chiudere un’epoca, e annunciarne un’altra ( pensate a O.K. Computer dei Radiohead o a The Shape of Jazz to Come di Coleman, per capirci), lì per lì il sasso lanciato nello stagno sembra andare subito a fondo.

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
95
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
4.
Valutazione Autore
 
87
Valutazione Utenti
 
0 (0)
5.
Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
6.
Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
7.
Valutazione Autore
 
78
Valutazione Utenti
 
0 (0)
8.
Valutazione Autore
 
77
Valutazione Utenti
 
0 (0)
9.
Valutazione Autore
 
77
Valutazione Utenti
 
0 (0)