Acoustic Night 18 foto Giovanna CavalloTeatro della Corte - 3 – 6 maggio

A volte certe piccole verità scomode bisogna imporsele: che da tempo sia in corso una sorta di museificazione letale della figura di Fabrizio De André è un fatto tanto triste quanto, forse, inevitabile. Non certo "naturale". Da che mercato è mercato, ad esempio. De André in teche museali, De André sceneggiato televisivo. Oggetto di racconti, di fumetti, di cartoons. Nulla di male, spesso. Molto di artistico e sincero, altrettanto spesso. Non è detto che tutte le buone intenzioni finiscano per costruire i lastricati dell'inferno, come dice il proverbio. E poi De André proprio non ci credeva, all'inferno, convinto com'era che se un inferno esiste, è quello che creano gli uomini per altri uomini, visto che, ( traduciamo da Crêuza) "Il diavolo è in cielo, e ci s'è fatto il nido". Però il sospetto che un pezzetto di De André non si neghi a nessuno è forte, visto che ambigue figure politiche fino a ieri con la bava alla bocca per difendere inesistenti confini identitari del Nord ora lo citano a sproposito, forse non avendo mai avuto il tempo per leggere cosa davvero significhino certi testi del poeta libertario con la chitarra. Tanto preambolo per dire che c'è un modo per onorare De André senza venerare i marmi funebri: suonarlo, il più possibile. E siccome il raggio d'azione di De André (che pure era un viaggiatore fisico non entusiasta) era il mondo, e tutte le storie belle e atroci che il mondo contiene, De André va sporto sul mondo. Beppe Gambetta da molti anni quando è in giro per il mondo ad ogni occasione fa ascoltare qualche canzone di De André. Adesso ha fatto il percorso inverso, e magnifico: ha convinto il mondo a cantare de André. La diciottesima edizione della sua Acoustic Night al Teatro della Corte ha portato sul palco i tedeschi Felix Meyer e Erik Manouz, il canadese James Keelaghan e lo scozzese Hugh McMillan. Senza dimenticare il genovese contrabbassista Riccardo Barbera. A tutti, con mesi di lavoro dietro per preparare poi due ore di spettacolo incantato: nei contenuti, nella forma delle scenografie di Sergio Bianco ispirata alla "Guerra di Piero":grano come pentagramma, plettri come garofani rossi. "De André è patrimonio dell'umanità", ha spiegato dal palco Gambetta. Ed è vero. Perché ascoltare il "recitativo" da Tutti morimmo a stento in tedesco, Volta la carta in inglese, il Gorilla riportato alle atmosfere da Francia profonda di Brassens, il Matto di Non al denaro, non all'amore né al cielo in inglese, così come una rotolante Volta la carta nella lingua di Dylan è una grande esperienza. Svela un segreto piccolo ed enorme assime: De André funziona in ogni lingua, se ci sono mani esperte sugli strumenti, cuori limpidi nell'affrontarlo, voglia di far propri quei testi che prendevano sempre la parte degli ultimi. Le "mulattiere di mare" possono srotolarsi anche tra le querce del Canada, o nella Foresta nera: basta volerlo. E non pensare che De André sia un santino da altare, né un espediente per cavarne, come si direbbe aGenova, "franchi a brettio". (Guido Festinese)

(Foto, Giovanna Cavallo)

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PIERO DE LUCA & BIG FAT MAMA - Greetings From The Coast!

In attesa di festeggiarne il 40° anniversario della nascita l'anno prossimo, con l'ironico titolo dell'ultimo album la Big Fat Mama di Piero De Luca reclama il proprio diritto all'esistenza, denuncia l'ingiustificata invisibilità di cui è oggetto nel panorama blues italiano e non rinuncia a suonare il blues che lo ha visto nascere. Il cd dello storico gruppo genovese è costituito di sole cover, ma non per mancanza di idee o stimoli: semplicemente non era mai successo prima in quarant'anni. Questo lavoro è quindi frutto dell'esperienza fatta nei vari festival e locali in cui la band si esibisce con regolarità.
E a ben guardare la scelta delle cover non è affatto scontata: si va da "Nothing but the Blues" di Max Longmire (registrato per la prima volta da Guitar Slim nel 1955) alla jazzata "Hold It Right There" di Eddie "Cleanhead" Vinson, passando --tra le altre -- per riarrangiamenti di "Baby, Please" di Curtis Mayfield e "Going to New York" di Jimmy Reed, "She Belongs to Me" di Magic Sam, "Parchman Farm" nella versione di Mose Allison, "Madison Blues" di Elmore James, "Folsom Prison Blues" di Johnny Cash, "Tell Me" di Howlin' Wolf. Ciliegina sulla torta l'oscura "From the Bottom" di Sonny Boy Williamson II.
Supportati dal metronomico drumming di Ezio Cavagnaro, il fondatore del gruppo Piero De Luca (basso) e Antonio "Candy" Rossi (chitarra e armonica) si alternano al canto, con l'aggiunta dello spumeggiante special guest Marco "Ray" Mazzoli al piano e organo. Acquisto sicuro. (Luigi Monge)

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RY COODER - The Prodigal Son

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.
Un lavoro realizzato ad Hollywood con il "prodigo" figlio Joachim (vero e proprio motore del progetto) ed incentrato sul senso di venerazione che certi classici (spesso sepolti e dimenticati) del repertorio afroamericano possono infondere. Un ritorno alle origini (anche qui da figliuol prodigo), agli spiritual, al rhythm and blues, al blues and roots, opportunamente rivisti nella consueta unica scanzonata sbilenca intelligente luminosa maniera, piena di ossequioso rispetto, ma priva di scrupoloso intento filologico, proprio per essere il più attuale possibile, e del resto non meno scientifica o fantascientifica.

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EELS - The Deconstruction

La decostruzione di Mark Everett, in realtà, è una strada  che il leader degli Eels ha percorso per tutta la carriera; dietro la produzione musicale di Everett c’è sempre stata una sofferenza pesante causata da improvvisi o drammatici lutti familiari. In certi dischi ce n’è di più come nel peraltro indispensabile Electro-Shock Blues, un capolavoro che risale, ahimè, a ben vent’anni fa… Anche in The Deconstrution, che esce a quattro anni dal precedente lavoro, c’è molto del rimuginare sulle perdite, dell’interrogarsi sul senso della vita; la dimensione prettamente acustica trasforma le canzoni in piccoli bozzetti, scenette di vita con qualche pretesa filosofica di troppo, ma confortate da  una buona vena in termini di melodie e arrangiamenti. Certo mancano, tranne che nel singolo Bone Dry, momenti ritmicamente più vivaci e coinvolgenti, ma evidente Mr E. non era dell’umore giusto.(Fausto Meirana)

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JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS SOUND PRINTS - Scandal

Nel 2008 l’annuale tribute concert del SFJAZZ Collective – l’istituzione legata al San Francisco Jazz festival fondata da Joshua Redman - era dedicato all’opera di Wayne Shorter. Fra i musicisti invitati Joe Lovano e Dave Douglas che hanno deciso di portare avanti il progetto trasformandolo nel gruppo Sound Prints, insieme al pianista Lawrence Fields, alla contrabbassista Linda May Han Oh e al batterista Joey Baron. Dopo una prima apparizione al festival di Monterey del 2013 (disponibile nell’omonimo disco del 2015) seguita da alcune date in tour, ecco il primo album in studio. La musica del quintetto, un gruppo molto unito e omogeneo, alterna composizioni di Shorter come “Fee Fi Fo Fum” e Speak no Evil”, a brani originali che riprendono le atmosfere del sassofonista cui il gruppo si ispira, ma più in generale la produzione Blue Note anni ‘60 meno mainstream e standardizzata. Ovviamente fanno capolino il nume tutelare di Lovano (in “Scandal” l’omaggio a Coltrane è evidente) oltre che Monk in “Ups and Down”. Un quintetto che si colloca felicemente tra post-bop e avanguardia, con la qualità non comune di un appassionato lirismo. (Danilo Di Termini)

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ONEIDA - Romance

La disponibilità immediata di moltissima musica, insieme alla scomparsa delle ideologie, ha naturalmente abbattuto steccati prima invalicabili. Oggi c’è chi ascolta l’avanguardia più spinta e a stretto giro il pop più frizzante. Ieri c’erano più tribù. Non ci interessa qui stabilire se sia cosa buona (e giusta) o cattiva; certi gruppi di confine come Oneida suggeriscono considerazioni simili. Sono di confine tra rock (la strumentazione, il tiro) e non-rock (le canzoni in forma libera e informe); sono di confine tra quasi elettronica (il ritmo, le pause, le ripartenze) e quasi sfuriata (le esplosioni, la distorsione); sono di confine tra esperimento (ripetizione, dissonanza) e ortodossia (a se stessi). Insomma, gli Oneida erano perfetti prima della fine delle ideologie; restano ancora bravi; e questo disco è un ritorno di forma con i fiocchi. (Marco Sideri)  

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JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness

È diventato quasi un format: l’anziano cantante country (o blues o soul) che si presenta con un disco fragile, uscendo dall’irrilevanza (che acchiappa tutti, presto o tardi) con un colpo di coda. L’esempio principe è Johnny Cash (che ha sputato in faccia al tramonto con i migliori dischi della sua carriera) ma la lista è lunga (Solomon Burke, per dire). Si allunga ancora un po’ con John Prine che più giovane (classe 1946) interrompe un silenzio ultradecennale con un album d’inediti luminoso (e sorprendente): parole chirurgiche, collaboratori vari che non turbano l’insieme, voce in minore e melodie squisite, country per la vivacità e folk per la malinconia, come si conviene. Fin dalla confusa faccia in copertina, questo è un disco che non nasconde le trappole (del tempo che passa) e, anzi, le mette in scacco con poche mosse (da maestro). (Marco Sideri)

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ENRICO PIERANUNZI - Monsieur Claude [A Travel with Claude Debussy]

Nel novembre del 2015 Enrico Pieranunzi insieme a Diego Imbert (conrabbasso) e André Ceccarelli (batteria) incide “Ménage a Trois”, titolo che gioca sulla composizione del gruppo e sulle due bellissime “signore musicali” con cui il pianista  dichiara di convivere da sempre, la classica e il jazz. In quel disco infatti si potevano ascoltare elaborazioni di brani scritti da grandi compositori come Bach, Liszt, Schumann. Il grande successo ha indotto i tre protagonisti alla registrazione di un nuovo album, questa volta interamente dedicato alla musica di Claude Debussy; si tratta di undici titoli, composti perlopiù da Pieranunzi ed ispirati da composizioni dell’artista come “Valse Romantique”, “Ballade”, “La fille aux cheveux de lins” che diventano rispettivamente “Bluemantique”, “L’autre ballade” et “Cheveux”.

P.s. L’affascinante copertina del disco è opera di Emiliano Ponzi: peccato non poterla vedere a grandezza ellepi!

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La storia del rock qualche volta si diverte a flirtare con il destino, incorniciando in maniera particolare certi eventi. Succede ad esempio che nel '68, un cinquantennio fa, uscì il primo disco tributo interamente dedicato alle composizioni  del songwriter che aveva saputo parlare a una generazione, Bob Dylan. Si intitolava “Any Day Now”, e fu un progetto di quella Joan Baez che proprio in questi tempi è tornata a farsi viva dagli studi di registrazione per un disco d'addio. Mezzo secolo esatto dopo, eccolo il flirt col destino: una delle più vibranti ed espressive voci della scena afroamericana, Bettye LaVette presenta al mondo il suo palpitante “Things Have Changed”, interamente dedicato al bardo di Duluth. Lei scalò le classifiche di rhythm and blues nel 1962, quando dunque Dylan faceva uscire il suo primo disco. Laddove la Baez era (ed è) tutta melodia nitida e vibrato a distesa, affrontando le magnifiche canzoni di Mr. Zimmermann, LaVette è il rovescio vocale esatto.

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