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DERVISH - The Great Irish Song Book

Trent’anni: quest’anno gli irlandesi Dervish festeggiano tre decenni di presenza sui palchi di tutto il mondo, con una produzione discografica che ben di rado ha mostrato segni di logoramento o scarsa ispirazione. Ecco allora che suona del tutto giustificato autocelebrare un po’ la band stessa, che continua a reggere con eleganza, come in parallelo vanno facendo ad esempio gli Altan, e un po’ il gran repertorio irlandese sedimentato nei secoli, alla base di pressoché tutto il folk revival dell'ultimo mezzo secolo, e oltre, se andiamo a riascoltare qualcosa della prima metà degli anni ’60, prima ancora che esistessero i Fairport Convention, per capirsi. The Great Irish Songbook, come si conviene a tutte le feste grandi accoglie un gran parata di ospiti, ad affiancare la voce maestosa e cristallina di Kathy Jordan, che non ha perso uno spicciolo di flessuosa duttilità. C’è Steve Earle a introdurre una raschiante nota di disincanto in The Galway Shawl, c’è Andrea Corr in She Moved Through the Fair, ci sono gli SteelDrivers in Whisky in the Jar, stranamente pacata e ammaliante, c’e Brendan Gleeson in The Rocky Road to Dublin. Tutto il disco ha un passo sicuro e meditato: si fa quel che si deve, e con rispetto, sembrano suggerire i Dervish. A noi resta il conforto di un altro piccolo scrigno di bellezza che non andrà perduto. (Guido Festinese)

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WEYES BLOOD - Titanic Rising

Su cosa sia un capolavoro molte sono state le risposte, nel corso della storia. Vale anche per il mondo della popular music, che notoriamente è costruita a strati: più colti, meno colti, più sperimentali, più accattivanti. Un oggetto complesso da maneggiare. La definizione più felice è quella secondo cui un capolavoro è un oggetto che abita benissimo il presente, allunga le ife verso il passato, e proietta le antenne verso il futuro. C’è motivo di credere che questo quarto disco di Weyes Blood, cantautrice californiana, al secolo Natalie Mering, un giorno sarà ricordato come un piccolo capolavoro. Immaginate un tappeto avvolgente orchestrale a strati  attorno alla voce malinconica della nostra, come amava fare Aaron Lightman, ad accompagnare canzoni incredibilmente oblique e sghembe, ma che stanno in piedi al primo ascolto. Poi  sbuffi farfuglianti di sintetizzatori alla Grandaddy che introducono una nota vintage di petulanza. E un richiamo continuo, diretto a certi esperimenti beatlesiani e dei Beach Boys quando ancora il cervello di Brian Wilson girava a regime. Così funziona, quando, parafrasando il titolo, riaffiora il Titanic. (Guido Festinese)

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THE STRANGE - Echo Chamber

Chi l’avrebbe mai detto che Chris Eckman, dopo vari bivi stilistici,  sarebbe tornato a frequentare territori così vicini alla musica degli Walkabouts? Il gruppo ci è mancato parecchio, ma Eckman non ne voleva sapere più, pazienza... The Strange è, in breve, il fortunato connubio tra il gruppo The Bambi Molesters, di base  in Croazia, e il musicista di Seattle, che risiede da tempo in Slovenia. In realtà c’era stato già un disco: Nights Of Forgotten Films, uscito nel 2004, quando lo scioglimento degli Walkabouts era ancora lontano. Come detto prima, la scrittura di Eckman, in Echo Chamber,  ricalca sempre l’indimenticato stile del gruppo, ma gli arrangiamenti dei Bambi Molesters spostano leggermente l’ago della bilancia verso un animato rock con squillanti fiati e ritmiche raddoppiate. Partecipa anche con “chitarre occasionali”, tastiere e voce il nostro ‘’Don Antonio” Gramentieri. P.S. Il disco è di fine 2018, ma ce non ne eravamo accorti, pardon! (Fausto Meirana)

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BETH GIBBONS, Symphony No. 3 Henryk Górecki

La sinfonia n°3 del compositore polacco Henryk Górecki è una delle più celebri del cosiddetto 'minimalismo sacro', corrente che annovera tra i suoi adepti musicisti come l'estone Arvo Pärt e il georgiano Giya Kancheli, solo per citare i più famosi anche in ambito non specialistico. Ma quello che la rende davvero unica è il fatto che in una versione incisa nel 1992 dalla London Sinfonietta diretta da David Zinman, con la soprano Dawn Upshaw, il disco vendette milioni di copie, entrando nelle classifiche ‘generali’, cosa mai accaduta per un album di musica classica. Questo per dire che Beth Gibbons ha deciso di confrontarsi con una sorta di monumento della musica contemporanea, oltre che con la direzione di Krzysztof Penderecki, compositore a sua volta e uno dei numi tutelari del Radiohead Jonny Greenwood.

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ROBERT FORSTER – Inferno

Se una cosa abbiamo imparato dai dischi solisti di Robert Forster questa è l'accuratezza in punta di penna della scrittura e la felice vena melodica. Il suo passato nei Go-Betweens, fino alla morte improvvisa del suo compare Grant McLennan ne è stata l'anticipazione nelle due fasi del gruppo australiano. Inferno, nonostante il titolo bellicoso, è un album parecchio rilassato e, potremmo azzardare, più semi-acustico del solito, nonostante la produzione di Victor Van Vugt. D'altronde, un divano in copertina, una canzone su due vecchi surfisti e la title-track che parla dell'estate a Brisbane non potevano certe portare molto movimento. Parafrasando il titolo del disco precedente, Songs to Play, possiamo dire che se là c'erano canzoni da suonare (o da giocarci) qui c'è il consueto e raffinato songwriting, con un po' di mestiere di troppo e, magari, meno cose da dire. Comunque Forster riesce sempre, anche quando meno ispirato o convinto, a farci alzare dalla sedia, spegnere i rumori e ascoltare con attenzione questi preziosi e scarsi trentacinque minuti. (Fausto Meirana)

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SHANA CLEVELAND - Night Of The Worm Moon

Con quella sua copertina, tutta colore e misticismo, il disco di Shana Cleveland attrae a prima vista; lei è la cantante dei La Luz, band californiana basata a Los Angeles;  Night Of The Worm Moon è la seconda prova da solista dopo Oh Man, Cover The Ground del 2015. La dimensione è quella acustica, rilassata, un po’ affine a Meg Baird come atmosfere, ma molto meno accattivante nella scelta delle melodie e dei suoni. Purtroppo i  trenta minuti del disco scorrono senza grandi emozioni, e anche i testi non sollecitano in modo particolare. Aggiungiamo che due dei brani sono piccoli esercizi strumentali di delicatezza estrema e il quadro è completo.D’altronde qui il primo brano si chiama Don’t Let Me Sleep e, dopo l’ascolto, suona come una dichiarazione d’intenti. Per chi voglia divertirsi un po’ di più, rimandiamo all’ascolto del più convincente materiale del  gruppo di origine. (Fausto Meirana)

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PIVIO - Mute

Quarant’anni, fa il 1979. Quando morva Demetrio Stratos.  A Genova erano tempi amari, un risveglio crudo dagli anni dei movimenti che portava una dote acida come i fumetti e le figure di Andrea Pazienza: l’eroina che tramutava in incubi narcolettici le frenesie vitalistiche precedenti, l’avvio verso gli anni del riflusso. La musica fece, come di consueto, da termometro e sismografo sensibile di quegli anni: la spallata del punk a sfogare una voglia di rompere le nuove gabbie senza più il confronto degli ideali, la dark wave e il synth pop che testimoniavano un disagio colorato di scie livide. Nel ’79 Pivio fonda con Marco odino gli Scortilla, indimenticabile band sempre pronta a tirare graffi cattivi e intelligenti sui pentagrammi, un suono tutto da riascoltare anche oggi.

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JOSHUA REDMAN, Come What May

Dopo il bell’omaggio al padre Dewey di “Still Dreaming” del 2018, uno dei migliori dischi dell’annata trascorsa, Joshua Redman ritorna insieme ad Aaron Goldberg, Reuben Rogers e Gregory Hutchinson: "Sono fra i musicisti che preferisco al mondo. Abbiamo suonato così tanto nel corso degli anni e siamo stati insieme così tanto on the road ... per me, sono la situazione ideale per fare musica”. Ciò nonostante il gruppo, insieme da vent’anni, non incideva in quartetto dal 2001: Redman nel frattempo ha sperimentato nuovi contesti e collaborazioni non sempre con risultati indimenticabili (come nel disco sopra citato) frutto forse di uno sguardo spesso troppo compiacente all’approvazione del grande pubblico. “Come What May” viene ad assumere il significato di un ritorno alle origini, una rimpatriata tra vecchi amici in cui ci si sente perfettamente a proprio agio, liberi di esprimersi: la musica che ne consegue è esattamente così, ricca di energia come nel tempo dispari di “Circle of Life” o in “DGAF”, o estremamente rilassatacome nel brano che dà titolo all’album o nella conclusiva "Vast", sicuramente l’episodio più interessante con il suo crescendo ipnotico e al contempo avvolgente. Bentornato alle origini Mr Redman. (Danilo Di Termini)

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PAUL WELLER - Other Aspects, Live at The Royal Festival Hall

La questione è delicata: può il leader dei Jam, una delle band più influenti del punk, il Cappuccino Kid degli Style Council, uno dei riferimenti dichiarati del brit-pop anni ‘90, passare indenne attraverso due serate alla Royal Festival Hall trascorse in compagnia di un’orchestra al gran completo? Trattandosi di Paul Weller, e dopo aver ascoltato questo doppio album (triplo ellepi, in entrambi i casi in aggiunta c’è anche un dvd), la risposta è sì. Registrato al termine del brevissimo tour dedicato alla presentazione del suo ultimo lavoro in studio, il live ripercorre integralmente i due concerti dell’undici (o del dodici) ottobre scorso: si parte con una versione di “One Bright Star” da “22 Dreams”, un mid-tempo nostalgico e romantico, una scelta rappresentativa di quella che sarà l’atmosfera di tutto il concerto.

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