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ENRICO RAVA/JOE LOVANO – Roma

Registrato il 10 novembre del 2018 all’Auditorium del Parco della Musica della città che gli dà il titolo, durante un breve tour che vedeva riuniti per la prima volta i cinque musicisti coinvolti (oltre ai due titolari Giovanni Guidi al piano, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria), il nuovo disco di Enrico Rava arriva giusto in tempo per celebrare i suoi ottant’anni. E lo fa nel migliore dei modi, con più di un’ora di musica stupefacente che iniziano con due brani di Rava, una nuova versione di “Interiors” (da “New York Days” inciso nel 2008 dal trombettista triestino di nascita) e una di “Secrets” dall’album omonimo del 1987 (già ripresa nel 2005 in “The Words And The Days”).

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FRANKIE COSMOS - Close It Quietly

Frankie Cosmos è il nome d’arte di Greta Kline, una venticinquenne americana che suona e canta  fin da quando aveva sedici anni. Importa magari che sia la figlia di due grandi attori hollywoodiani come Kevin Kline e Phoebe Cates, ma fino ad un certo punto… Con Close It Quietly  siamo già al quarto album,  mentre in questo stesso 2019  la Kline ha già prodotto un EP coraggioso di sola voce e piano, Haunted Items. Nonostante la giovane età, quindi,  c’è già molta esperienza, sia in studio che sul palcoscenico, come si legge  sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata. Pollice in su, quindi, per un ottimo disco di rock indipendente, fresco ed energico  che si fa ascoltare volentieri, grazie anche alla varietà e brevità dei ventuno brani; alcuni di essi non raggiungono neppure il minuto e mezzo, il più lungo, Wannago,  è l’unico a scavalcare i tre minuti; giusto un sacchetto di biglie, come quelle del retro di copertina… (Fausto Meirana)

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MILES DAVIS - Rubberband

Sembra oramai che il jazz stia cercando nella scoperta di inediti il suo respiro vitale. Qui non siamo proprio di fronte a un disco dimenticato negli scaffali di una casa discografica o di un concerto impeccabilmente registrato di cui si erano perse le tracce, bensì a un materiale che all’epoca – siamo nel 1985, dopo “You're Under Arrest” e “Aura” - fu esplicitamente scartato dall’autore e dalla casa discografica. Infatti nonostante il coinvolgimento di Al Jarreau e Chaka Khan, la Warner nella persona di Tommy LiPuma preferì archiviare quegli ‘abbozzi’ e segnare lo storico abbandono della Columbia solo l’anno successivo con “Tutu” prodotto da Marcus Miller. Ora quelle sedute diventano undici brani, con la produzione di Randy Hall (di cui Miles all’epoca aveva già interpretato “The Man with the Horn”), Attala Zane Giles e la presenza del batterista Vince Wilburn Jr, nipote di Davis.

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AKSAK MABOUL - Un peu de l’âme des Bandits

I dischi più belli non sono quelli che lasciano un’impressione passeggera di bellezza: sono quelli che resistono  ad ogni ascolto successivo, e che ogni volta  regalano prospettive sonore inedite. Succede con Sgt. Pepper, con London Calling, con Pet Sounds, con Dark Side of the Moon. E anche con questo capolavoro un po’ dimenticato, oggi finalmente di nuovo disponibile, e di una rilevanza musicale assoluta. Come sempre accade quando appare qualcosa che, col senno di poi, sembra chiudere un’epoca, e annunciarne un’altra ( pensate a O.K. Computer dei Radiohead o a The Shape of Jazz to Come di Coleman, per capirci), lì per lì il sasso lanciato nello stagno sembra andare subito a fondo. Poi scopri che i cerchi concentrici erano infiniti, e che continuano a increspare l’acqua. Aksak Maboul fu un collettivo belga arricchito, qui, dalla presenza di Chris Cutler e Fred Frith dai gloriosi Henry Cow. Incisero questo capo d’opera allo scorcio degli anni Settanta, uscì nel primo anno di quelli del riflusso. Indie rock ante litteram, pulsioni punk, rock in opposition, ambient music, sarcasmo feroce zappiano, incredibili citazioni “etniche” quando ancora non esisteva la world music, tanghi sghembi, dolcezza prog, perizia jazz e ferocia punk a braccetto per un mondo che scompariva, e ne annunciava un altro.

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SANTANA - Africa Speaks

Il nome di Carlos Santana, soprattutto in Italia, fa storcere il naso a molti: nonostante un curriculum che da Woodstock, giusto cinquant’anni fa, lo ha portato a suonare con tutti i migliori musicisti rock, blues e jazz della sua generazione, su di lui grava un pregiudizio ineliminabile, quello di aver venduto milioni di copie di un brano, a onor del vero alquanto melenso, come “Europa”. Si aggiunga anche la contestazione politica (?) al concerto del Vigorelli del 1977, una hit mondiale come “Corazon Espinado” e parecchi album dimenticabili (tra cui quello del 2017 con gli Isley Brothers davvero deludente) ed ecco spiegato perché un piccolo gioiello come “Africa speaks” rischi di passare completamente inosservato. 

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THE BLACK KEYS - Let's Rock

Facile ritorno, quello dei Black Keys, alla formula che li ha portati al successo con il potente uno-due di Attack And Release (2008) e Brothers (2010); il power duo formato da Dan Auerbach e Patrick Carney poi ha svoltato leggermente con i dischi seguenti (El Camino e Turn Blue) verso la psichedelia, con risultati commercialmente ottimi, ma contraddittori sul versante artistico. Aggiungiamo il debole sforzo solistico zuccherato di country  di Auerbach (Waiting On A Song) e si capisce come mai, in Let’s Rock, fin dal titolo si tirano i remi in barca, cercando di orientare la bussola nella direzione giusta. Tra riff ‘grassi’ e ballate che potrebbero ricordare dei Creedence Clearwater Revival aggiornati, il disco si fa ascoltare con grande piacere, specie se stiamo guidando verso le vacanze, ma la proposta dei Black Keys comincia a sapere di vecchio e la cosa più elettrizzante, alla fine, è il brivido che dà la copertina... (Fausto Meirana)

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BILL FRISELL & THOMAS MORGAN - Epistrophy

Bill Frisell ha incontrato discograficamente il giovane contrabbassista Thomas Morgan in “When You Wish Upon a Star”, disco del 2016 in cui il chitarrista esplorava con un bel quintetto il mondo delle colonne sonore cinematografiche e televisive. L’anno successivo è stata la volta di “Small Town” in duo: composizioni originali alternate a cover, tra cui una versione di “Goldfinger” che si riallacciava idealmente all’esperienza precedente. Questo live registrato al Village Vanguard di New York nel marzo 2016 è inevitabilmente un compendio di queste due esperienze: dalla bondiana "You Only Live Twice" di John Barry (presente anche in "When You Wish Upon a Star") a "Wildwood Flower" (che arriva invece da "Small Town"), anche se qui, in medley con il vecchio successo dei Drifters "Save The Last Dance For Me", rappresenta l'episodio probabilmente meno riuscito del disco, fino all'omaggio a Paul Motian – con il quale entrambi hanno suonato – di "Mumbo Jumbo".

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STAN GETZ - Getz At The Gate

Parlare di un doppio cd registrato dalla Verve il 26 novembre 1961 al Village Gate di New York – per un album rimasto inedito fino a oggi – significa rituffarsi in un periodo davvero fulgido nella pur ricca storia del jazz. Tanto per dire quasi in quegli stessi giorni, a dieci minuti a piedi da lì, John Coltrane si esibiva al Village Vanguard con un gruppo che comprendeva McCoy Tyner, Eric Dolphy, Elvin Jones; quello stesso “Trane” che prima di trovare in Tyner il suo pianista ‘definitivo’ (o quasi) aveva provato per un breve periodo Steve Kuhn, il pianista che insieme al contrabbassista John Neves e al batterista Roy Haynes completa la formazione di questo quartetto. 

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DAVE DOUGLAS - Devotion

Trio inedito per Dave Douglas che, oltre all’amico di vecchia data Uri Caine (con cui ha condiviso anche un disco in duo), arruola il gigantesco batterista Andrew Cyrille, anziano sodale di Cecil Taylor. Il progetto affonda le sue radici in un inno sacro del 1818 di Alexander Johnson: è proprio questo brano a chiudere un album, cui dà anche il titolo, interamente dedicato a omaggiare - con devozione - i ‘buoni maestri’. C’è Franco D’Andrea in “D’Andrea” e “Francis of Anthony”, Carla Bley in “Miljøsang” e “False Allegiances”, rispettivamente un brano incalzante e una sorta di tango da bordello; c’è Mary Lou Williams in “Prefontaine” e “Rose and Thorn”, Dizzy Gillespie in “ We Pray”; e in “Pacific”, destinato a Aine Nakamura affiora anche Duke Ellington con la prolungata citazione di “In a sentimental mood”. Menzione particolare al gioco sempre attento e puntuale, ma anche geniale e improvviso di Cyrille, per una collaborazione davvero riuscita. (Danilo Di Termini)

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