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ROLLING BLACKOUTS C.F. - Talk Tight

Già ad inizio anno, parlando qui  dei Rolling Blackouts C.F., il gruppo australiano di Melbourne, si diceva che le influenze ‘di casa’ erano più che evidenti, e la lunga ombra dei Go-Betweens incombeva sul loro suono. Un’altra cosa che ci si aspettava era un vero disco d’esordio, dopo il riuscitissimo  EP The French Press,  del quale si può leggere qui sotto:(http://www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6624-rolling-blackouts-cf-the-french-press.html). Al contrario, la Sub Pop ripubblica ora l’opera prima del gruppo, Talk Tight,  che uscì un po’ sottotono nel 2015; un altro disco breve, con sette pezzi fulminanti, freschi, con chitarre acuminate  registrate in primissimo piano. Una delizia per chi abbia nostalgia dello scintillante pop del gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, ma con un tocco felice e personale  anche se a tratti acerbo. Ma i ragazzi hanno tempo per migliorare e questi due EP sono certamente un ottimo antipasto. (Fausto Meirana)

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GREGG ALLMAN - Southern Blood

Gregg  Allman se n'è andato dal pianeta il 27 maggio scorso. Era malato, e provato parecchio dal male che lo stava consumando. Però, come tutti i vecchi leoni del rock, ha voluto lasciare un ultimo dono che funzionasse un po' da compendio delle tracce lasciate dal suo passaggio. E con caparbietà, nervi e muscoli tesi per un ultimo sforzo, e l'aiuto decisivo, in studio,, di un fuoriclasse dì come Don Was è nato il suo disco finale, accompagnato dal gruppo che lo seguiva sui palchi da quando non c'era più la Allman Brothers Band. Gente degnissima, professionisti innamorati di quel suono torrido e sensuale, caracollante e infiltrato di mille schegge musicali “altre” che è stato (e sarà) il southern rock. E dunque, per questo disco che già in copertina mette una passerella di legno su un tratto paludoso della Louisiana (ricordate lo “swamp rock”?), quasi a dire: “passate oltre, ma la strada maestra è questa”, Gregg ha scelto di cantare il Dylan di Going, Going, Gone da Planet Waves, Once I Was di Tim Buckley, Song for Adam di Jacksone Browne ( che era presente in studio, al momento della registrazione), la struggente ed inimitabile “Willin'” di Lowell George, “Black Muddy River” di Jerry Garcia, e così via. Dieci scintille che attizzano un  gran fuoco caldo, dodici nell'edizione de luxe che comprende anche un paio di versioni “live”, e un dvd che racconta il making of. Un lungo, grande addio. (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - Hitchhiker

Scavando scavando, ma con molta calma, dai ben forniti sotterranei  di Neil Young cominciano ad uscire i fantomatici dischi perduti, depennati, rinviati o reincisi dal bizzoso canadese. Primo di questi a vedere la luce  è Hitchhiker, che a ben vedere più che un disco finito e pronto per i negozi  sembra una specie di anteprima esclusiva per le orecchie del produttore David Briggs, non a caso la selezione si apre con Neil che sbraita  ‘Are you ready, Briggs?’. L’incisione è  superba e i brani suonati uno dietro l’altro, o così sembra... La maggior parte di essi ha poi trovato posto  in diverse uscite: Rust Never Sleeps, Comes A Time, American Stars ‘n Bars, Le Noise. Solo in qualche caso c'è un senso forte d’incompiuto, come nella versione piuttosto  essenziale di un gran pezzo come Powderfinger, e i due veri inediti,  Hawaii e Give Me Strength potevano forse rimanere tali, ma tutto sommato la forza delle esecuzioni, con voce e chitarra in primissimo piano  giustifica  pienamente l’acquisto e l’interesse collezionistico verso Hitchhiker, in attesa di Homegrown, Toast, Chrome Drerams e chissà che altro. (Fausto Meirana)

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IRON AND WINE - Beast Epic

Finalmente tornato ad incidere come solista (perchè Iron and Wine è solo lui, anche se sembra il nome di una band) Sam Beam si lascia indietro le due collaborazioni di lusso degli ultimi anni, una con Ben Bridwell dei Band Of Horses e una con la cantautrice Jesca Hoop, consegnandoci un disco raffinato e sostanzialmente acustico. Il cantautore della Carolina non abbandona né la sua barba da profeta,  né l’abilità nel comporre melodie  che entrano in testa al primo ascolto. Se nell’ultimo disco solista (Ghost On Ghost) gli arrangiamenti erano pesanti e un po’ ‘alla moda’, qui tutto fila liscio, tra contrappunti di archi, armonie vocali e qualche tocco magico come la steel guitar di Summer Clouds. Disco della maturità, quindi, che esce per la Sub Pop anche in un’edizione  deluxe in vinile doppio con  due brani in più (e una manciata di demo). In ogni caso ci si può accontentare della mezz’oretta ufficiale su cd senza troppi problemi, sarà così anche più facile  utilizzare il tasto repeat... (Fausto Meirana)

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NADINE SHAH - Holiday Destination

C'è modo e modo di essere cantautori (autori e cantanti di canzoni). Il requisito è saper palleggiare suoni noti con un risvolto personale. Poco importa, poi, da dove si parte. Spesso è il folk (o il blues); altre volte, no. Qui, no. Nadine S (terzo album lungo) ha radici post punk o, addirittura, un filo jazzati nel senso new wave del termine. Dentro infila una voce e dei testi personali e politici (da cantautore, appunto) che contribuiscono al fascino dell'album in modo sostanziale (2016, per esempio, attacca con ritmo tribale, chitarra tagliente e "da quando ho 30 anni / non so cosa mi capita / guardo troppa televisione / ... / leggo gli ingredienti sulle confezioni di cibo / mi dicono sia bene per me / i miei amici si stanno tutti purificando"). Tra ampi passaggi strumentali e una sana indignazione d'autore, Holiday Destination è un bel modo per tornare dall'estate. (Marco Sideri)

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 JACO PASTORIUS - Truth, Liberty & Soul

A voler proprio esser pignoli, esistevano già testimonianze dell'incredibile Word of Mouth orchestra diretta da Jaco Pastorius nell'82: ad esempio il Live At Budokan, con repertorio pressoché identico a molte delle tracce di questo nuovo prezioso reperto. Il punto è proprio questo, però: uno può anche ascoltarsi l'integrale delle registrazioni di un tour, poi inevitabilmente si casca su una serata speciale baciata dalla dea dell'ispirazione, della voglia di suonare, di regalare emozioni. Ed allora “quella” sera diventa la sera speciale, magica. Ora la abbiamo, anche per l'immenso Jaco Pastorius. Che all'epoca di questa pirotecnica serata non era ancora preda dei demoni cattivi, quelli che lo porteranno a farsi ammazzare di botte fuori da un bar, cinque anni dopo. Accanto ha gente stellare, di mostruosa precisione: Lew Soloff, Bob Mintzer, Randy Brecker, Don Alias, Peter Erskine, Frfank Wess, e l'elenco potrebbe continuare a comprendere tutti i musicisti. Ma non è neppure questo che rende la serata speciale. Quando Jaco saetta un volo da calabrone di armonici sul basso fretless per introdurre The Chicken, si capisce che non ce n'è per nessuno. C'è il più  grande bassista elettrico mai esistito, che si diverte, ed è concentratissimo a guidare una big band che ruggisce e scalpita.

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STEVEN WILSON - To The Bone

Steve Wilson, nototiamente, è il musicista più occupato del mondo. Quando non è chiuso in sala con mixer a rivedere il catalogo di qualche gigante del prog classico è comunque al lavoro con una delle mille derive discografiche che lo assorbono. Alla faccia di chi si ricorda anche e sopratutto il Wilson leader dei Porcupine Tree, che ormai esistono solo nei ricordi. Perché, anno più anno meno, si tende a dimenticare che il signore del neoprog ha comunque un trentennio di attività sulla schiena, nonostante l'aspetto da nerd eterno ragazzo da computer. I suoi dischi da solista negli ultimi anni hanno rappresentato un po' una summa di dove si poteva arrivare all'inizio del terzo millennio: belle melodie malinconiche, occasionali sciabolate metal, derive psichedeliche d'antan, classe ed eleganza nella scrittura e nella scelta degli arrangiamenti. Qua e là qualche segno di stanchezza ha cominciato ad affiorare, sotto la polpa solida dell'impianto: ad esempio nel ripetitivo Hand. Cannot. Erase. Qui si cambia tiro e registro: se i momenti prog “classici” esistono, in un paio di occasioni si ascolta un Wilson più pop, più lieve. E come lui stesso ha dichiarato, i modelli di questo To the Bone li trovate nel decennio più "sospetto", per il prog: quello di XTC e Talk Talk. Certo, quando prende in mano le cose lui è difficile avvertire cadute di stile. Ma chi si attendeva l'iterazione di una formula bella ma anche un po' logora qui sarà sorpreso. (Guido Festinese)

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SUFJAN STEVENS, BRYCE DESSNER, NICO MUHLY, JAMES McALISTER - Planetarium

Criticare questo disco è facile quanto rubare caramelle a un bambino (piccolo). È pomposo nel concetto (i pianeti, lo spazio), prolisso nella forma (album collaborativo a otto mani), bolso nei presupposti (è la messa a punto, in studio, di uno spettacolo commissionato da un museo, già testato a teatro). Insomma, “Planetarium” è, in gergo, una pippa. Gran bella pippa, però: ha dentro il fascino per l’avanguardia e la musica minima e classica; infila un paio di ballate meravigliose (grazie al Signor Sufjan Stevens); si balocca con l’elettronica pop di derivazione ’70/’80 che tanto piace alle nuove generazioni; si perde e ritrova infinite volte nell’ora abbondante di musica. È, insomma, un album straripante e visionario; e alla fine le cantonate non fanno neppure tanto male. Criticare questo disco è facile. Non è detto che le cose facili, però, siano anche giuste. (Marco Sideri)  

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CLAUDIO LOLLI - Il grande freddo

Otto anni senza far dischi. L’ultimo avvistamento era stato il notevole “Lovesongs”, canzoni dove l’amore c’entrava sì, ma mai come svenevole aggrapparsi ad un’unica dimensione privata. Lolli, per fortuna di almeno una generazione, è uno che quando scrive “io” intende “noi”, e viceversa. Il travaso da vasi comunicanti tra persone e persona è continuo e motivato. Come dovrebbe essere, e come nessuno sa più fare. Adesso, a sorpresa, arriva questo Il grande freddo, ed ogni riferimento “sociale” è puramente voluto, perché Lolli non ha mai smesso di credere, assieme ad esempio allo scrittore  Erri De Luca,  che quanto si pensava un quarantennio fa fossero solo chiacchiere e distintivo.

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