Ascolta "JazzTracks 29" su Spreaker.

Mi sono imbattuto in una copertina di Theresa Woodward ascoltando un disco della pianista Barbara Carroll, una delle poche jazziste donne attive negli anni '50. Quando ho scoperto che anche l'art director era una donna, mi sono incuriosito. Ho fatto una serie di ricerche, ma non ho trovato nulla, se non qualche disegno pubblicitario. Su YouTube ci sono tre video postati dal figlio Scott, in cui Theresa disegna, seduta su un letto di una stanzetta. È anziana, ma sorridente e ancora rapida nel tratto. Tra i commenti quelli di un suo studente che l'ha avuta come insegnante alla fine degli anni Settanta alla California State University a Long Beach, in un corso di illustrazione. Un altro chiede di poterle parlare perché quando era un ragazzino nel 1969, gli ha disegnato un ritratto in una spiaggia chiamata Percebu nel lato est della Baja Sea of Cortez (in Messico). Non sono riuscito a scoprire altro: ho trovato solo quattro copertine, molto colorate e felici, con cui la ricordo in rubrica. (Danilo Di Termini).

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SHEMEKIA COPELAND - Uncivil War

Fin quando esisteranno autrici e vocalist della caratura di Shemekia Copeland, il futuro del rock blues e del roots rock è in ottime mani. La “guerra incivile” del titolo è quella scatenata da Trump contro ogni minoranza vessata già provata dal Covid: quindi qui troverete molte invettive come avrebbe potuto scagliarle Neil Young. Ma c'è anche il blues nudo e crudo, il rhythm and blues caracollante, con la battuta grassa e sapida come usa in tutti i suoni che scaturiscono dalla benedetta New Orleans., un rock senza fronzoli come Apple Pie and a .45, dunque “torta di mele e una colt”. o Give God the Blues, dove si dice “ Dio non odia gli ebrei, Dio non odia i musulmani, Dio non odia i cristiani, ma tutti noi assieme riusciamo a far venire i blues a Dio”. La ciliegina sulla torta (di mele?) una versione della stoniana Under My Thumb che da sola vale tutto il (gran) disco. (Guido Festinese)

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WAXAHATCHEE – Saint cloud

Kate Crutchfield ce l'ha fatta. Nata 31 anni fa nel profondo sud degli states (Birmingham, Alabama), e nutrita da subito a pane e musica rock dai genitori, già a quindici si esibiva in pubblico. Dopo alcuni album di impronta pop-punk in combutta con la sorella gemella Allison, nel 2012 adotta il nome di Waxahatcheee - dal nome di un fiume che scorre nella terra natia – e con questa sigla escono dal 2012 alcuni album parzialmente irrisolti, lacerati tra intuizioni melodiche e tentazioni noise; mai completamente a fuoco, come la vita della sua autrice, nel frattempo risucchiata nel gorgo della bottiglia. Ormai pensavo che non avrebbe più partorito il suo capolavoro, e quanto mi sbagliavo. E' riuscita a ripulirsi, percorso non privo di ostacoli e prezzi da pagare: "Se vuoi diventare sobrio, devi affrontare cose che sono state spinte in profondità e coperte dall'alcol per anni. E il mio cervello in questo momento è un posto spaventoso" ha dichiarato alla stampa.
Non si direbbe proprio, ascoltando questi pezzi; anche grazie al produttore giusto (Brad Cook) Kate ha trovato la sintesi perfetta , virando verso una classicità folk-rock senza tempo che in fondo non poteva che essere il suo approdo naturale, sebbene mediata ed attualizzata dalle esperienze indie del terzo millennio.

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ELVIS PERKINS - Creation Myths

Il ritorno discografico di Elvis Perkins, cantautore americano che aveva stupito con il debutto Ash Wednesday (2006) e l’ottimo seguito Elvis Perkins In Dearland (2009),  offre diversi spunti di discussione. Dopo quei due dischi Perkins è sparito per sei lunghi anni, per tornare con un disco oscuro, I Aubade (2015), incerto, mal distribuito e snobbato dalla stampa di settore. Da allora solo un altrettanto misteriosa soundtrack: The Blackcoat’s Daughter, che risale comunque al 2017. Di fronte a Creation Myths si può rimanere perplessi, moderatamente sorpresi, ma difficilmente entusiasti. Perkins rispolvera brani scritti molto tempo fa, lasciati a maturare in qualche cassetto. Tra accenni psichedelici e arrangiamenti che ricordano il Beck di Sea Change/Morning Phase il figlio di Anthony Perkins sembra non aver trovato ancora continuità  nella sua ispirazione. Detto questo, il disco fila piuttosto liscio e gradevole come nella Lennoniana Know You Know o nel country rock fin troppo mainstream  di Mrs & Mr. E. (Fausto Meirana)

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CHATHAM COUNTY LINE - Strange Fascination

I Chatham County Line sono un trio che trae ispirazione dalla musica acustica americana,  tra country e bluegrass, portando in essa nuova linfa fin dal 2003. Chitarre, violino, mandolino, ma anche un'ovvia pedal steel,  con  un batterista che si aggiunge sia in studio che dal vivo. Tutti i componenti della band cantano e il repertorio vira tra il new country dei primi Wilco e quello dei più classici rappresentanti del genere, solisti come  Gram Parsons o gruppi come la Dirt Band. Strange Fascination è un bel disco, anche se la band sembra a tratti non osare nel sorpassare gli steccati di un genere che fatica un po’ a rinnovarsi. In quest’ambito desta un po’ di sorpresa il cameo di Sharon Van Etten, alla voce nella title track, un brano che potrebbe essere uscito dalla penna di Glenn Frey o J.D. Souther. Pregevole anche la dedica di Guitar (For Guy Clark) al gigante texano scomparso nel 2016. Come spesso succede in questi dischi, meglio i brani più rilassati che quelli veloci, come dimostra l’insipida Free Again. (Fausto Meirana)

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ELLA FITZGERALD - The Lost Berlin Tapes

Cosa può riservarci di nuovo un inedito di Ella Fitzgerald, una delle più celebri cantanti di jazz e della musica tutta, conosciuta anche dall'ascoltatore più distratto e svagato? Andiamo con ordine. Partiamo dalla data: 25 marzo 1962. Ella ha quarantacinque anni, probabilmente è nel suo momento più alto dal punto di vista vocale. Il gruppo: è accompagnata da un rodatissimo trio guidato dal pianista Paul Smith (con lei dal 1956 al 1978), con Wilfred Middlebrooks al contrabbasso e Stan Levey alla batteria, due super professionisti dei rispettivi strumenti; non va sottovalutato il fatto che le incisioni con piccoli gruppi, della cantante originaria della Virginia, alla fine non sono moltissime. Il luogo: Berlino è una città evidentemente speciale per la cantante: nel febbraio del 1960 aveva tenuto un concerto al Deutschlandhalle, diventato un disco - Mack The Knife: Ella in Berlin – di grandissimo successo, uno dei suoi più celebrati, vincitore di due Grammy (sempre Smith al piano, cambiano basso e batteria e c'è l'aggiunta di Jim Hall alla chitarra; la versione in cd ha quattro brani in più, anche se solo due relativi a quella data).

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