Facing You è il primo album in piano solo registrato da Keith Jarrett. È anche il primo prodotto da Manfred Eicher per la ECM Records. Registrato a Oslo il 10 Novembre 1971, il giorno dopo un concerto di Miles Davis del cui gruppo all'epoca Jarrett fa parte, si compone di otto brani originali. La grafica è curata dai coniugi Barbara and Burkhart Wojirsch. Lavorano insieme, fino alla morte di Burkhart negli anni '70, mentre Barbara continua a disegnare per Eicher fino al suo ritiro. Il loro stile contribuisce a creare l'immagine complessiva dell'ECM, frutto del pensiero di Eicher sugli effetti deleteri delle informazioni in eccesso e sui benefici del silenzio. Il risultato sono cover spesso solo grafiche o con immagini monocromatiche invernali, un lettering essenziale, rare foto di artista. L'eccezione di questo album - con la foto di Jarrett scattata da Danny Michael - conferma la regola, e prefigura la luminosa carriera di uno dei più grandi interpreti del pianoforte di tutti i tempi. (Danilo Di Termini)

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Se siete dei floydiani doc, non potrete farci nulla: l'inizio, con una selezione watersiana inedita di esplosioni brutali e minacciose, il crepitio delle raffiche di mitragliatrice, prima che la voce scontornata ed sbalzata in primo piano del roadie attacchi a raccontare, come da The Dark Side of the Moon, “I've always been mad....” fa venire i brividi. E molti altri brividi giù per la schiena vi correranno ascoltando questo doppio cd, colonna sonora del film di Sean Evans che, nel 2017, ha filmato l'ultimo grandiosotour dell'irascibile ma indispensabile ex mente dei Pink Floyd. Il quale prometteva una notte di “Attestazioni forti, opposizione, protesta e amore”, legando assieme tematicamente Dark Side e Meddle, The Wall, Animals, Is This the Life We Really Want?, e così ha fatto, sacrificando i brani del grande Amused to Death perché già ampiamente sfruttati altrove. In realtà tutto quello che ha scritto Waters batte sul medesimo incubo: l'homo homini lupus hobbesiano reso ancor più ferino da due guerre mondiali e dal neoliberismo che ha concentrato il sessanta per cento delle ricchezze del mondo nelle mani di un uno per cento che decide per tutti con una telefonata o un clic asettico sulla tastiera. Waters è con un ottetto che non può permettersi di sbagliare un ottavo: e così succede. Quando gli arrangiamenti conoscono un minimo di slittamento rispetto all'originale, come nel leggendario alzarsi di voci femminili su The Great Gig in the Sky si resta a bocca aperta. Nessuna chitarra al mondo, però, eguaglierà mai la timbrica di Dave Gilmour, così come nessun Gilmour al mondo riuscirà mai a scrivere brani che abbiano sostanza e peso specifico watersiano, infatti mai ne ha scritti, o s'è prodotto in imbarazzanti imitazioni. Sono due metà che non comunicano, e ognuna inseguirà per sempre il fantasma dell'altro, in nome di un gruppo unico che non ci sarà mai più. Sotto le orecchie abbiamo molte schegge fumanti, segno che la cenere conserva ancora molta brace. Ma il grande incendio sensoriale floydiano è archivio, purtroppo. Ordinato, ma archivio. (Guido Festinese)

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ELLA FITZGERALD - The Lost Berlin Tapes

Cosa può riservarci di nuovo un inedito di Ella Fitzgerald, una delle più celebri cantanti di jazz e della musica tutta, conosciuta anche dall'ascoltatore più distratto e svagato? Andiamo con ordine. Partiamo dalla data: 25 marzo 1962. Ella ha quarantacinque anni, probabilmente è nel suo momento più alto dal punto di vista vocale. Il gruppo: è accompagnata da un rodatissimo trio guidato dal pianista Paul Smith (con lei dal 1956 al 1978), con Wilfred Middlebrooks al contrabbasso e Stan Levey alla batteria, due super professionisti dei rispettivi strumenti; non va sottovalutato il fatto che le incisioni con piccoli gruppi, della cantante originaria della Virginia, alla fine non sono moltissime. Il luogo: Berlino è una città evidentemente speciale per la cantante: nel febbraio del 1960 aveva tenuto un concerto al Deutschlandhalle, diventato un disco - Mack The Knife: Ella in Berlin – di grandissimo successo, uno dei suoi più celebrati, vincitore di due Grammy (sempre Smith al piano, cambiano basso e batteria e c'è l'aggiunta di Jim Hall alla chitarra; la versione in cd ha quattro brani in più, anche se solo due relativi a quella data).

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NUBYA GARCIA - Source

In questo scorcio di terzo millennio Chicago e Londra sono sicuramente tra le città più vivaci jazzisticamente parlando. La prima con la International Anthem, l’etichetta di Makaya McCraven, Irresistible Intaglements, Jeff Parker, Jaimie Brunch; la seconda con una scena che presenta una serie di talenti sicuramente degni di attenzione. Molti di loro - Shabaka Hutchings, Moses Boyd, Kokoroko - erano presenti in We Out Here, una compilation del 2018 per l’etichetta di Gilles Peterson, vero nume tutelare del movimento londinese. In quel disco, in moltissimi brani, era presente una giovane sassofonista, figlia di immigrati - sua madre è originaria della Guyana, suo padre di Trinidad - cresciuta nel quartiere di Camden a Londra, Nubya Garcia. In questi due anni ha prodotto alcuni EP a suo nome, ha suonato con i Maisha, con Makaya McCraven e con Moses Sumney (al flauto in due brani di græ) ed è arrivata al secondo posto nel referendum 2020 di Down Beat nella categoria sassofonisti emergenti. Adesso esceil suo primo album per una major, alla guida di un gruppo con Daniel Casimir al contrabbasso, Sam Jones alla batteria e Joe Armon-Jones al pianoforte e al piano elettrico. Le sue pur evidenti influenze (Pharoah Sanders e Coltrane inevitabilmente, in Pace e The Message Continues o Sonny Rollins in La cumbia me está llamando) non le impediscono di arrivare a una sintesi personale.

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DIANA KRALL - This Dream Of You

Non lasciatevi trarre in inganno dal fatto che per la prima volta, nella sua lunga discografia, Diana Krall non appaia in copertina. È l'unica novità 'estetica' di questo album che arriva dopo quello di duetti con Tony Bennett del 2018 e soprattutto dopo la scomparsa di Tommy LiPuma, storico produttore, ma soprattutto suo grande amico e partner creativo (quello sentimentale è da molti anni Elvis Costello). Frutto di varie sedute d'incisione con diversi musicisti, il disco si apre con But Beatiful, l'ultima canzone completata da LiPuma, con un'orchestrazione enfatica di Alan Broadbent,. Meglio i duetti - I Wished On The Moon con John Clayton e More Than You Know e Don't Smoke In Bed con Alan Broadbent – ma soprattutto i brani con il suo trio abituale formato sempre da John Clayton, Jeff Hamilton e Anthony Wilson (Almost Like Being In Love e That's All); o con quello con il contrabbassista Christian McBride e dal chitarrista Russell Malone (There's No You e Autumn in New York, anche questa inutilmente appesantita dagli archi di Broadbent). L'ultima seduta di incisione regala una convincente di Just You, Just Me, grazie all'assolo di violino di Stuart Duncan, una splendida How Deep Is The Ocean, in cui la chitarra di Marc Ribot disegna florilegi da par suo, sulla sezione ritmica composta da Tony Garnier al contrabbasso e Karriem Riggins alla batteria.

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THREE QUEENS IN MOURNING/BONNIE PRINCE BILLY - Hello Sorrow Hello Joy

Three Queens In Mourning è un trio estemporaneo formato da tre folksingers scozzesi: il più noto è certamente Alasdair Roberts, mentre nelle retrovie troviamo Alex Neilson (già con i Trembling Bells)  e Jill O’Sullivan. Il trio raccoglie in questo disco una dozzina di canzoni di Will Oldham, in risposta alla pubblicazione della raccolta Songs of Love And Horror, ovvero la summa dei testi di Bonnie Prince Billy/Oldham/Palace Brothers ecc. Le diverse voci danno nuova vita alle canzoni di Oldham trasponendole nella tradizione scozzese in modo moderno e coraggioso. Sia Roberts che Neilson hanno collaborato in passato con il prolifico cantautore americano, quindi non sarà una sorpresa che gli ultimi quattro brani del disco siano cantati da Bonnie Prince Billy e la sua band. Si tratta di tre canzoni composte, rispettivamente, da ogni membro dei Three Queens In Mourning; in più c’è uno splendido originale del ‘principe’, Wild Dandelion Rose. (Fausto Meirana)

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