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IRON AND WINE - Weed Garden

Sam Bean (detentore del “marchio” Iron and Wine) ha l’aspetto di un Kris Kristofferson rurale, a proprio agio negli impervi sentieri boschivi più che nella giungla d’asfalto metropolitana. Inoltre, Sam ama le sonorità acustiche, le atmosfere sottilmente crepuscolari; quelle che partono dalla delicatezza quasi impalpabile di una ballata e arrivano a toccare corde inaspettatamente intime e profonde. Weed Garden, ultimo EP di Iron and Wine, si muove lungo le tracce di un indie-folk che sembra annunciare l’incursione dell’autunno e la rende un’efficace metafora di intimismo e poesia. La bella copertina di Weed Garden (ideata dallo stesso Sam Bean) è la perfetta introduzione all’ascolto dei sei brani, privi di qualsivoglia aura innovativa ma garbatamente essenziali e malinconici. Si tratta di canzoni che Sam Bean aveva composto già ai tempi dell’ultimo album ufficiale, Beast Epic (pubblicato nel 2017) ma considerale semplici outtakes sembra riduttivo. Waves of Gaveston, Autumn Town Leaves e Talking to Fog hanno la dignità e lo spessore compositivo delle grandi ballate americane ed è evidente che Sam Bean abbia lavorato con cura alla messa a punto degli arrangiamenti. Ultima annotazione: vale la pena di procurarsi la “Loser Edition”, ovvero un fiammeggiante vinile arancione. L’autunno (e la musica) si accendono di colore, a beneficio del mood e dell’estetica. (Ida Tiberio)

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KEITH JARRETT - La Fenice

Diciamoci la verità: per l’ingombrante figura di Keith Jarrett agisce sempre, in automatico, una sorta di doppio binario nel giudizio. Chi è acriticamente appassionato del pianista dal pessimo carattere e dall’ottimo tocco tende a considerare gemme di prima lucentezza anche episodi minori o non riusciti, o semplicemente non all’altezza di prove celebrate, studiate, e soprattutto vendute in giro per il pianeta. Viceversa chi è infastidito dalla torreggiante figura di Jarrett tende a rinchiudere il proprio giudizio in affermazioni che danno conto più della pigrizia critica di chi ascolta, che del valore concreto di certe incisioni. Se ad esempio provate ad ascoltare senza pregiudizi di sorta questo monumentale La Fenice, cronaca di una serata in cui (caso rarissimo!) Jarrett addirittura si chiamò gli applausi, invece del consueto silenzio teso collettivo, rimarrete stupiti. Ed anche piuttosto deliziati. Perché il 19 luglio del 2006, a trentacinque anni esatti dalla prima apparizione nel gran teatro veneziano (’era stato col gruppo elettrico “maledetto” di Miles Davis nel ‘71!) Jarrett era straordinariamente ispirato. E dal lungo blocco iniziale costruito su accumulo di accordi quasi materici, all’invenzione radiosa di un blues come li sa ri-scoprire lui poco dopo, agli accenti ed accenni di gospel, e fino alla cavalcata finale che mette in conto un traditional irlandese, Stella By Starlight e Blossom è un trionfo di bellezza e concentrazione.  La Fenice, dunque, è da accostare alle cose più intense che l’irascibile domatore di tasti ci abbia donato. (Guido Festinese)

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CAT POWER - The Wanderer

The Wanderer è un ritorno (e il titolo effettivamente vagabonda da quelle parti). È un ritorno a toni sussurrati, ballate americane, melodie senza ritornello e corde pizzicate, dopo la sbornia soul di The Greatest (2006) e la sponda elettronica dell'ultimo Sun (2012). È un ritorno alla quiete (almeno a leggere le interviste della padrona di casa) dopo anni di svarioni vari, che si riflette in un passo quasi da ninnananna, e in una foto in copertina dove spuntano di sghembo il manico di una chitarra e il viso del figlio di Chan Marshall/Cat Power. È un ritorno alla tradizione americana nuda degli esordi, al folk, alle sfumature blues e gospel, al legno della chitarra e al bianco e nero del piano, con poche aggiunte (un duetto tendente al pop con Lana Del Rey tra queste) e la voce in centro a menare le danze. Bentornata, Miss Power, è sempre un piacere. (Marco Sideri)

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PRIMAL SCREAM - Give Out But Don't Give Up - The Original Memphis Recordings

La verità fa male (lo so). E quindi diciamola subito e chiara: tutte queste ristampe, edizioni riviste, rimescolate e rimpinguate di dischi già comprati, sentiti e ri-sentiti sono una sconcezza. Quanti dischi di out-takes giacciono, intonsi, sugli scaffali? Molti. È una sconcezza. Ma è una sconcezza meravigliosa, e qui sta il punto. Ha un fascino decadente, da tardo impero, scavare in modo così archeologico in suoni che, già al primo giro, bastano a se stessi. Prova ne è questa ri-edizione di uno dei dischi più deboli dei Primal Scream (Give Out But Don't Give Up, 1994) che qui diventa altro da sé, tornando a radici sepolte (all'epoca) sotto una produzione pesante. Come un viso senza trucco di scena, il disco scorre tra southern rock, country soul, improvvisazioni r'n'r e memorie di pellegrinaggi andati (gli Stones in Alabama); cosa inutile e gradevolissima. (Marco Sideri)

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JOSÈ JAMES – Lean on Me

Originario di Minneapolis, dove è nato nel 1978, José James, insieme a Gregory Porter, è certamente il cantante jazz più interessante della sua generazione: al convincente debutto di “The Dreamer” del 2008 ha fatto seguito un contratto con la Blue Note che dopo l’interessante “No Beginning To End” lo ha spinto verso platee più ampie con un decoroso omaggio a Billie Holiday e un disco - “Love in a Time of Madness” - che lo ha avvicinato decisamente al mondo del pop. Adesso è la volta di un nuovo tributo, questa volta a Bill Withers, singolare figura di cantautore black che dopo aver inanellato una serie di successi planetari negli anni ‘70 si è ritirato dalle scene nel 1985 per restare vicino a sua moglie e ai suoi due figli. La storia la trovate nel bel film documentario “Still Bill”; la musica, oltre che in un box di nove cd - “Bill Withers: The Complete Sussex & Columbia Albums Collection” - ora è oggetto di questa rilettura fedele al limite del mimetismo di tutti i suoi brani più famosi. Prodotto da Don Was, all’origine anche del progetto per aver ascoltato James cantare un medley di Withers nei suoi concerti, registrato con una band in cui spiccano Pino Palladino al basso, la vocalist Lalah Hathaway e il sassofonista Marcus Strickland, l’omaggio si apre con la prima hit di Withers, “Ain’t no Sunshine” seguito da “Grandma's Hands”, toccante blues dedicato alla nonna.

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GRAHAM PARKER – Cloud Symbols

Tra il pub e il punk, non solo musicalmente, il passo può essere breve; di sicuro ad averlo fatto è Graham Parker – il primo della magnifica triade composta con Joe Jackson ed Elvis Costello a pubblicare un singolo nel lontano 1976 – che ha poi anche attraversato l’Atlantico per trovare negli States linfa, soprattutto black, vitale per la sua musica. Arrivato al 23° album in studio, Parker conferma pregi (molti) e difetti (qualcuno) di tutta una vita passata a cantare storie: un’estrema sincerità musicale, una buona capacità negli arrangiamenti (sono tornati i fiati dei Rumor Brass – con Parker fin dai tempi di "Stick To Me" del 1977 – e c’è una nuova ‘backing band’, i Goldtops con il fedele Martin Belmont alla chitarra, Geraint Watkins alle tastiere, Simon Edwards al basso e Roy Dodds alla batteria), il consueto riuscito incrocio tra un cantautorato malinconico (“Maida Hill”), l’energia del buon vecchio rock’n’roll (“Girl in Need”, “Nothin' From You”) e il fascino della New Orleans di Alain Toussaint (“Bathtub Gin”). Il difetto si può riassumere in una vena compositiva non sempre superlativa, che in un disco che supera di poco la mezz’ora assume i contorni di una tara ineliminabile. Ma per i fan Graham, e io tra loro, non si discute! (Danilo Di Termini)

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J MASCIS - Elastic Days

L’ex anima dei Dinosaur Jr., Johnny Mascis, torna dopo quattro anni con un disco solista (bello, diciamo subito); Elastic Days ci presenta una lunga selezione di brani piuttosto rilassati, caratterizzati dalle solite fughe di chitarra elettrica che sono il marchio  del chitarrista del Massachusetts. Il disco non stanca mai, anche se le canzoni sono talvolta piuttosto simili, ma hanno come valore aggiunto melodie sempre cantabili e accattivanti. Qualche volta, più che in altre pagine della discografia di Mascis, affiorano suoni che riconducono ad altri gruppi americani, come i Lemonheads di Evan Dando e persino i Son Volt di Jay Farrar. Tutto in regola, quindi, per un disco che torna sul lettore (sul piatto, nelle cuffie…)  volentieri, a dispetto della copertina bruttina ma filologicamente corretta e degli inguardabili capelli del musicista! (Fausto Meirana)

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LARS DANIELSSON & PAOLO FRESU - Summerwind

Lars Danielsson è un contrabbassista svedese, già leader a metà degli anni ‘80 di un gruppo con Dave LiebmanBobo Stenson e Jon Christensen e con otto album all’attivo per l’etichetta tedesca con svariati musicisti tra i quali Tigran Hamasyan, Magnus Öström, Arve Henriksen, Nils Petter Molvær. L’idea di affiancargli il ‘nostro’ Paolo Fresu – non nuovo alla formula del duo, basti pensare alle sue collaborazioni con Furio Di Castri, Uri Caine e Ralph Towner – è proprio del produttore della ACT Siggi Loch, l’uomo che nel 1992 decise che la città di Monaco poteva permettersi anche un’altra etichetta jazz oltre all’ECM. Anche se il disco inizia con una superba versione di “Autumn Leaves” questo resta l’unico standard eseguito, non considerando tali né “Sleep Safe And Warm” del compositore polacco Krzysztof Komeda (l'inquietante ninna nanna di “Rosemary’s Baby” che qui ritrova soavità e dolcezza in una versione per flicorno e violoncello), né l’arrangiamento della cantata sacra di Bach “Wachet auf, ruft uns die Stimme” e tantomeno la convincente rilettura di “Un vestido y un amor”, hit del rocker (e cineasta) argentino Fito Páez. Alle restanti composizioni, equamente divise tra i due autori, si aggiungono, significativamente al centro dell’opera, “Dardusó” e “Stanna Tid”, brani co-firmati e creati dai due protagonisti, in cui le peculiarità del duo – l’ascolto dell’altro, il dialogo, l’impossibilità di sottrarsi al confronto – vengono brillantemente esplorate ed evidenziate, confermando la bontà dell’intuizione di chi ha messo insieme due protagonisti del jazz europeo contemporaneo. (Danilo Di Termini)

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THELONIOUS MONK - Monk

La vicenda di Thelonious Monk è una delle più affascinanti e misteriose di tutta la storia del jazz. Enigmatico almeno quanto la sua musica, profonda e imperscrutabile nella sua apparente semplicità, debutta discograficamente negli anni ‘40 con le sedute del Minton's Playhouse con Charlie Christian e Kenny Clarke, che storicamente segnano l’esordio del be-bop. Ma ‘Sphere’ - uno dei suoi tanti soprannomi – attraverserà tutti i generi degli anni a venire, impermeabile a ogni evoluzione, continuando a suonare praticamente solo la sua musica, la maggior parte dei titoli incisi nelle fondamentali registrazioni Blue Note del 1947 e in quelle Prestige degli anni immediatamente successivi. Anche questo concerto del 1963 (curiosamente lo stesso anno del recente “Both Directions at Once: The Lost Album” di John Coltrane: ma dove là c’era un disco inedito, qui c’è solo un concerto, di un anno peraltro già ampiamente documentato da svariate registrazioni ufficiali e bootleg) non sfugge alla regola: i tre brani di Monk - “Bye-Ya”, “Nutty”, “Monk’s Dream” - provengono da sedute degli anni ‘50 e i due standard prescelti - “I'm Getting Sentimental Over You” e “Body and Soul”, quest’ultima eseguita in solo - sono anch’essi temi ricorrenti nella produzione del pianista di New York.

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