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ANDREW CYRILLE, WADADA LEO SMITH, BILL FRISELL - Lebroba

Se «scrivere di musica è come danzare di architettura» (frase attribuita anche a Frank Zappa, ma non ci sentiamo di accreditarla con certezza), sarebbe inutile anche solo provarci. Ma poiché nessuno rinuncerebbe a parlare d’amore [che pure, se non si esplicita in gesti, parole, opere (e omissioni), sfugge a qualunque enunciazione] mi accingo a scrivere di questo disco che in realtà andrebbe solo ascoltato. Bastano infatti pochi secondi di “Worried Woman”, brano di Bill Frisell che proviene da “Beautiful Dreamer” del 2010, per accorgersi di come “Lebroba” - il titolo è la contrazione di Leland, Brooklyn e Baltimora, i luoghi di nascita dei tre protagonisti – sia una di quelle opere che fin dalle prime note circuisce, ammalia, coinvolge, fino a far sentire l'ascoltatore il quarto membro del gruppo, colui che porta a compimento l’opera (d’arte). La lunga e dialogata suite, composta dal trombettista Wadada Leo Smith, “Turiya: Alice Coltrane Meditations And Dreams: Love” conferma la prima impressione: benché i tre abbiamo incrociato sporadicamente i loro strumenti (Frisell nel precedente ECM di Cyrille’ “The Declaration of Musical Independence”) e mai contemporaneamente, l’interazione è assoluta, come ribadiscono anche “TGD”, libera improvvisazioneco-firmata paritariamente e i due brani del batterista, il blues malinconico che dà titolo al disco e la conclusiva e sognante “Pretty Beauty”. Poco più di quaranta minuti di musica con i tre musicisti all’apice della loro espressività, con una menzione speciale per il leader, inarrivabile nell’intrecciare e tenere insieme le linee espressive di un piccolo autentico capolavoro. (Danilo Di Termini)

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Micah P Hinson and The Musicians Of The Apocalypse - When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You

Ci restano poche (pochissime) sicurezze ed è in qualche modo corretto che una sia rappresentata da uno sghembo texano, occhialuto e dinoccolato. Micah P Hinson è una figura che un tempo si sarebbe detta “di culto”, ma oggi suona demodé (oggi è tutto “di culto”). Micah P Hinson è un cantante country (di questo tecnicamente, si tratta) con sbavature moderne (qualche lampo di elettricità, qualche tendenza sperimentale -la conclusiva The Skulls Of Christ). È un autore riconoscibile, il cui modo (la voce cantilenante, gli sfondi dilatati, la penna felice) conserva la specialità dei grandi interpreti, pur nella massa enorme di musica affine che esce ogni settimana. Questo disco (già il titolo pare un racconto di frontiera) conferma personalità e ricordi, in bilico, come tutto il country che valga la pena, tra dannazione e redenzione. (Marco Sideri)

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MARIANNE FAITHFULL - Negative Capability (Panta Rei, 2018)

L’avevamo lasciata quattro anni fa al termine di un concerto (di cui potete rileggere la recensione qui > http://www.discoclub65.it/concerti/archivio-mainmenu-40/5905-marianne-faithfull-live-allauditorium-di-milano-27-ottobre-2014.html) bellissimo e affaticato (il live del 2016 “No Exit” ne è fedele testimonianza). La ritroviamo quattro anni dopo con la voce ancora più stanca e dolente, il fedele Ed Harcourt alle tastiere e alla scrittura, il ‘Bad Seed’ Warren Ellis e il collaboratore di PJ Harvey, Rob Ellis: il risultato è un disco sublime e commovente, in cui da Parigi, dove vive da tempo, rielabora i recenti problemi di salute e la perdita di alcuni dei suoi amici più cari, da Anita Pallenberg (rievocata in “Born to Live”) al suo chitarrista Martin Stone (in “Do not Go”). Come fantasmi, dal passato arrivano anche “Witches' Song” (da “Broken English”, il disco della svolta del 1979) e la sempiterna “As Tears Go By” mentre il singolo di lancio “The Gypsy Faerie Queen” è stato composto(e cantato) insieme a Nick Cave. L’unica cover del disco è così “It's All Over Now, Baby Blue” di Dylan, con la struggente viola di Warren Ellis a fare da controcanto allavoce malinconica di Marianne. C’è ancora spazio per un brano scritto insieme a Mark Lanegan - “They Come At Night” - prima di constatare nell’ultimo brano, “No Moon in Paris” che “Tutto passa, tutto cambia, Non c'è modo di rimaneregli stessi”: eh già, niente luna a Parigi questa sera, solo un un disco da riascoltare fino a notte fonda. (Danilo Di Termini)

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BOB DYLAN - More Blood, More Tracks

Gli ultimi anni hanno portato un vero profluvio di registrazioni dagli sterminati archivi dylaniani. Non sempre, ma spesso dedicati a momenti cruciali degli anni Sessanta, quando il folksinger prese vesti e gesti da rocker, e viceversa, creando un unicum incendiario e disturbante. Massimo rispetto, come si suol dire. Ma c’è anche da pagar pegno a chi ama altre fasi del Signor Zimmermann, ad esempio la folgorante prima metà del decennio successivo, con un Dylan ultratrentenne perfettamente a fuoco nell’ispirazione, nella scrittura e nella musica, dove anche episodi apparentemente minori ( Pat Garrett & Billy the Kid, ad esempio) col senno di poi sono da considerare grandi dischi. Il capolavoro è stato Blood on the Tracks, uno dei  migliori dischi dylaniani di sempre, con quel piglio cruciale e indispettito e canzoni pressoché perfette. Sappiamo che Dylan quel particolare taglio nervoso lo cercò a lungo, alla fine abbandonando tutte le incisioni già tentate del disco, e usando anche il trucchetto di alterare la velocità delle bobine per ottenere un suono più secco e tagliente. Adesso però saltano fuori le “prime” registrazioni, e sono un pendant favoloso al disco celebratissimo: in pratica l’intera scaletta brano per brano, chitarra e voce, in un brano anche un contrabbasso. Chi conosce il disco qui troverà un Dylan molto più “cool”, quasi indolente nel porgere brani capolavoro come Shelter Form The Storm e Tangled Up in Blue. E in coda la solita grande canzone scartata, Up To Me, che per molti altri songwriter sarebbe il pezzo pregiato del disco. Lui se lo può permettere. Edizione per completisti maniacali in 6 cd. Meglio la secca “replica” in un solo cd. Adesso speriamo  si aprano gli archivi di Pat Garrett e di Planet Waves. E’ tempo. (Guido Festinese)

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ELVIS COSTELLO & THE IMPOSTERS - Look Now

A dieci anni esatti da “Momofuku” (se non si conta il live “The Return Of The Spectacular Singing Songbook!!!” del 2012) il nuovo album con gli Imposters (Steve Nieve alle tastiere, Pete Thomas alla batteria eDavey Faragher al basso; quest’ultimo è l’unico membro che li differenzia dagli ‘storici’ Attractions) non ne ripropone le atmosfere rock-oriented. Delle dodici canzoni infatti, ma sono sedici se acquistate la deluxe edition, tre sono scritte insieme a Burt Bacarach - “Don't Look Now”, “Photographs Can Lie”, “He's Given Me Things” - rinnovando la fulgida collaborazione che produsse l'imperdibile “Painted From Memory”, ed una con Carole King - “Burnt Sugar Is So Bitter” - composta nel lontano ‘97 quando i due frequentavano lo stesso ristorante di Manhattan. Le restanti, tutte della penna di Declan MacManus, non si discostano dalle cadenze da crooner del Costello più intimista e quasi jazzato, a parte “Mr. and Mrs. Hush” e il singolo radiofonico “Unwanted Number”. Tra i bonus spiccano “Isabelle In Tears” per piano, voce e campanellini che se fosse ancora vivo Chet Baker rischierebbe di diventare un altro standard e la francofona “Adieu Paris (L'envie des étoiles)”.

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CAT POWER - The Wanderer

The Wanderer è un ritorno (e il titolo effettivamente vagabonda da quelle parti). È un ritorno a toni sussurrati, ballate americane, melodie senza ritornello e corde pizzicate, dopo la sbornia soul di The Greatest (2006) e la sponda elettronica dell'ultimo Sun (2012). È un ritorno alla quiete (almeno a leggere le interviste della padrona di casa) dopo anni di svarioni vari, che si riflette in un passo quasi da ninnananna, e in una foto in copertina dove spuntano di sghembo il manico di una chitarra e il viso del figlio di Chan Marshall/Cat Power. 

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CHARLIE HADEN & BRAD MEHLDAU - Long Ago and Far Away

Ricorda Ruth Cameron, la moglie di Charlie Haden, che il primo incontro tra il marito e Brad Mehldau avvenne nel 1993, quando, ad un festival in attesa del sound-check, si fermarono ad ascoltarlo mentre suonava nel quartetto di Joshua Redman, individuandolo immediatamente come un musicista fuori dal comune. Qualche anno dopo Haden portò Mehldau a Los Angeles invitandolo a unirsi a lui e a Lee Konitz per due dischi, “Alone Together” del 1996 e “Another Shade of Blue” del 1997 (un terzo, con l’aggiunta di Paul Motian, “Live at Birdland”, arriverà nel 2009), iniziando così una collaborazione che li porterà ad esibirsi dal vivo in duo per la prima volta all’Enjoy Jazz Festival di Mannheim nel 2007. Questo disco, che prende il titolo da una canzone, scritta da Jerome Kern e Ira Gershwin, è la testimonianza di quell’evento, di un incontro tra musicisti di due generazioni molto distanti tra loro (ricordiamo che Haden ha partecipato con Ornette Coleman e Don Cherry a una delle formazioni più innovative della storia del jazz e ha guidato la leggendaria Liberation Music Orchestra così come il Quartet West, un gruppo che faceva della rilettura del passato il fulcro del proprio progetto musicale). Il terreno comune non poteva che essere quello degli standard, dalla parkeriana “Au Privave” (con un’esitazione nel finale che evidenzia quanta ‘improvvisazione’ ci fosse nella loro esibizione) a “My Old Flame”. Al centro del concerto i quindici minuti del brano che dà il titolo al disco: da quel momento il duo spicca il volo con “My Love and I” (già incisa da Haden in duo con Gonzalo Rubalcaba nel sempre postumo “Tokyo Adagio”) e “Everything Happens to Me”, esecuzioni esemplari nella leggerezza dello stile di Haden e con Mehldau che sembra citare Kenny Barron (altro sodale di Haden in duo, nell’imperdibile “Night And The City”) nel fraseggio che chiude un disco davvero eccellente. (Danilo Di Termini)

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IRON AND WINE - Weed Garden

Sam Bean (detentore del “marchio” Iron and Wine) ha l’aspetto di un Kris Kristofferson rurale, a proprio agio negli impervi sentieri boschivi più che nella giungla d’asfalto metropolitana. Inoltre, Sam ama le sonorità acustiche, le atmosfere sottilmente crepuscolari; quelle che partono dalla delicatezza quasi impalpabile di una ballata e arrivano a toccare corde inaspettatamente intime e profonde. Weed Garden, ultimo EP di Iron and Wine, si muove lungo le tracce di un indie-folk che sembra annunciare l’incursione dell’autunno e la rende un’efficace metafora di intimismo e poesia. 

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J MASCIS - Elastic Days

L’ex anima dei Dinosaur Jr., Johnny Mascis, torna dopo quattro anni con un disco solista (bello, diciamo subito); Elastic Days ci presenta una lunga selezione di brani piuttosto rilassati, caratterizzati dalle solite fughe di chitarra elettrica che sono il marchio  del chitarrista del Massachusetts. Il disco non stanca mai, anche se le canzoni sono talvolta piuttosto simili, ma hanno come valore aggiunto melodie sempre cantabili e accattivanti. Qualche volta, più che in altre pagine della discografia di Mascis, affiorano suoni che riconducono ad altri gruppi americani, come i Lemonheads di Evan Dando e persino i Son Volt di Jay Farrar. Tutto in regola, quindi, per un disco che torna sul lettore (sul piatto, nelle cuffie…)  volentieri, a dispetto della copertina bruttina ma filologicamente corretta e degli inguardabili capelli del musicista! (Fausto Meirana)

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