Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
THELONIOUS MONK - PALO ALTO

Annunciato e poi rimandato per beghe discografiche (il disco alla fine esce fisicamente per Impulse e in digitale per la Columbia Legacy) ecco finalmente disponibile la registrazione del pomeriggio del 27 ottobre 1968 alla Palo Alto High School. Il quartetto è quello classico - Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al contrabbasso e Ben Riley alla batteria – che accompagna Monk in tour e nei sempre più rari dischi che sta incidendo per la Columbia (l’ultimo sarà Monk's Blues, con l’orchestra di Oliver nelson, nemmeno un mese dopo). Il pianista della North Carolina sta vivendo un periodo complicato finanziariamente, aggravato dalla salute che peggiora giorno dopo giorno. Per questo forse accetta l’invito di uno studente sedicenne che lo invita a esibirsi nella sua scuola con il custode che, fortunatamente (e anche fortunosamente, vista la qualità non eccelsa dell’audio) decide di registrare l’esibizione. Ed ecco arrivare a noi questi 47 minuti aperti dal tenore di Rouse in forma smagliante che introduce Ruby, My Dear fino all’assolo di Monk. Seguono un’elettrica Well, You Needn’t” di 13 minuti, il piano solo di Don’t Blame Me, Blue Monk, Epistrophy e il finale, ancora in solo, di I Love You Sweetheart of All My Dreams: un bis breve, dagli accenni stride, con il quartetto che si rimette in viaggio verso San Francisco per il concerto serale al Jazz Workshop. Non certo una pietra miliare, ma trattandosi di Monk, anche il sasso più banale, getta riflessi di diamante. (Danilo Di Termini)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
29° Festival Musicale del Mediterraneo

Genova, 3 settembre
29° Festival Musicale del Mediterraneo
"EurAmeriche"
Serata inaugurale: Minimalia

Festival del Mediterraneo, edizione numero ventinove: bel traguardo, che traghetta direttamente uno delle più longeve rassegne dedicate alle note del mondo nella Penisola verso l'importante e forse conclusivo appuntamento del trentennale, in cui si tireranno le somme di tre decenni di incontri, dialoghi, proposte, indagini sulle culture musicali ( e non solo) del Pianeta. Perché il Festival musicale del Mediterraneo, nato come sguardo curioso ed attento a quanto rimbalzava tra le sponde del piccolo e trafficatissimo mare del Sud Europa s'è progressivamente allargato a comprendere tutte le famiglie musicali del pianeta.
Dopo le edizioni dedicate all'Asia e a all'Africa, sempre caratterizzate da progetti originali alla ricerca di sintesi possibili, quest'anno il Festival parla di Americhe e Europa: snodo fondamentale, perché i mondi nuovi rivelatisi all'Occidente dopo Colombo, ancorché in senso predatorio, alla fine hanno regalato all'umanità una pluralità di musiche che caratterizzano ormai quasi ogni espressione della Terra: le note afroamericane nelle quali, paradosso solo apparente, pulsa molta Europa.
C'è in sostanza l'apporto delle musiche nere portate nelle feroci retate schiavistiche, e anche quello di milioni di emigranti dal Vecchio continente (per scelta per forza) che portarono ognuno la propria scheggia di cultura.
Senza questo ragionamento, non sarebbe giustificabile una serata splendida come quella che ha inaugurato il Festival: Minimalia.
Il nome è già indizio: si faceva riferimento al minimalismo storico di Glass, Reich ed altri maestri, in particolare ricordando che Echo Art di Davide Ferrari esattamente trent'anni fa collaborò con Glass, ricevendone preziosi e distillati insegnamenti.
Ecco allora oggi un tributo originale (e che meriterebbe cortocircuitare palchi di tutta Italia) in cui le note del grande compositore americano sono state affidate a un'inedita ed innovativa declinazione della Banda di Piazza Caricamento, la versione WWW, che sta per World Wide Women: tutte donne perle voci e gli strumenti, nelle persone di Tina Omerzo al pianoforte, Leila Kerimova alla viola, Valeria Nieves e Yana Odintsova alle voci, Marika Pellegrini alle percussioni, Veronica Sodini al contrabbasso, e dei quattro eccellenti danzatori di Deos ( Dance Ensemble Opera Studio) di Giovanni Di Cicco, chiamati a ballare sulle note rielaborate da Morning Passages, Powaqqatsi,Offering, ed altre composzioni del Maestro.
Uno spettacolo teso ed elegante assieme, che riesce a mantenere e in molti momenti ad amplificare la forza agogica dei profili melodico-ritmici ripetuti del compositore americano, trasformandoli in una sorta di onirica sospensione dal tempo.
Un spettacolo oche, mutatis mutandis, potrebbe ricordare quasi l'intensità costruita per accumuli progressivi di tensione di una cerimonia sufi. La contemporaneità vive anche di radici culturali disparate. E viceversa. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
78
Valutazione Utenti
 
0 (0)
THREE QUEENS IN MOURNING/BONNIE PRINCE BILLY - Hello Sorrow Hello Joy

Three Queens In Mourning è un trio estemporaneo formato da tre folksingers scozzesi: il più noto è certamente Alasdair Roberts, mentre nelle retrovie troviamo Alex Neilson (già con i Trembling Bells)  e Jill O’Sullivan. Il trio raccoglie in questo disco una dozzina di canzoni di Will Oldham, in risposta alla pubblicazione della raccolta Songs of Love And Horror, ovvero la summa dei testi di Bonnie Prince Billy/Oldham/Palace Brothers ecc. Le diverse voci danno nuova vita alle canzoni di Oldham trasponendole nella tradizione scozzese in modo moderno e coraggioso. Sia Roberts che Neilson hanno collaborato in passato con il prolifico cantautore americano, quindi non sarà una sorpresa che gli ultimi quattro brani del disco siano cantati da Bonnie Prince Billy e la sua band. Si tratta di tre canzoni composte, rispettivamente, da ogni membro dei Three Queens In Mourning; in più c’è uno splendido originale del ‘principe’, Wild Dandelion Rose. (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
BARBARA RUBIN - The Shadow Playground

In un mondo musicale dominato dalla superficialità degli ascolti, che ormai hanno il tempo d'attenzione di un clic sulla tastiera, e se quanto si afferra nei primi secondi non ha caratteristiche banalmente rassicuranti, tanto vale che si passi ad altro, i lavori di Barbara Rubin vanno difesi e diffusi come meritano: perché non sono merce deperibile, perché un ascolto distratto non è proprio possibile, con i suoi dischi. Che escono a intermittenze anche di molti anni, perché lo scadenzario lo detta l'ispirazione e la vita vera, non il mercato che ha bisogno di ninnoli ripetitivi. Barbara Rubin suona viola, violino, tastiere, chitarra, basso e batteria. E ha una voce stranita e affascinante che a molti potrebbe ricordare qualcosa di Kate Bush, un'idea di Joanna Newsom, un pizzico di Annie Haslam. 

Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
BOB DYLAN - Rough and Rowdy Ways

Leonard Cohen se n'è andato, lasciandoci però un' “Ultima Danza” stregata che, come succedeva nelle favole gaeliche, non consente di uscire dal cerchio. Bob Dylan continua a guidare le danze da qui, da questo mondo. Perché, come ha scritto nel suo verso più magistrale di sempre, ed è qui, in questo ultimo disco, “Non riesco a ricordarmi quando sono nato, e mi sono dimenticato quando sono morto”. Occhio all'ironia scorticante dell'uomo, capace di continue morti e resurrezioni, di colpi di reni e guizzi d'ala, di vedersi assegnare un Nobel per la letteratura senza precipitarsi a ritirarlo perché “impegnato altrove”, di saturare gli ultimi anni con un preoccupante bagno sonoro nella stagione dei “crooner” che furono l'esatto contrario della sua incendiaria generazione di folksinger. Salvo ripresentarsi, a quasi ottant'anni, con un disco capolavoro talmente grande che non si riesce ad acchiappare da nessuna parte, se non per stratificazione vertiginosa di indizi. Come cercare di trattenere tra le dita sabbia caldissima, e pretendere di fermarla lì, senza inseguirne i rivoli. 

Valutazione Autore
 
87
Valutazione Utenti
 
0 (0)
NEIL YOUNG - Homegrown

L'uno, Dylan, ci ha fatto penare una bella smazzata d'anni prima di abbandonare il tardivo furore da crooner non a tutti gradito ( bastano e avanzano i neoswingers, a proposito), e decidersi a far uscire un disco degno di cotanto mercuriale nome. Nel frattempo, per fortuna , ha continuato ad aprire ad intermittenze sconosciute a noi mortali i suoi archivi fluviali, ricordandoci che passare attraverso i decenni significa anche lasciare molto di sparso, nei decenni stessi. L'altro, Neil Young, sembra aver ereditato dal nome una dote che per Dylan (il cantante) è quasi scomparsa: la voce eternamente giovane. Dylan ha in gola uno scheletro crepitante di suoni senza più armonici, l'altro quando accarezza i suoi inconfondibili profili melodici sembra puro sciroppo d'acero canadese, tutt'ora. Anche Neil Young è passato per i decenni, e se l'uno è sbandato per lidi sinatriani, l'altro a suo tempo si innamorò di vacui suoni computerizzati e soul music senza cavarne granché.

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
88
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)