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BEPPE GAMBETTA - Short Stories

Duke Ellington rispondeva sempre, a domanda su quale fosse la sua musica favorita, che per lui esistevano due sole musiche possibili: quella buona, e quella cattiva. Dunque “buona musica” è concetto che prescinde radicalmente dal genere. E chi è innamorato della buona musica fa di tutto per tenersi lontano dalla “purezza dei generi musicali ”, che sembra un po’ il corrispettivo di altre ben più minacciose purezze “identitarie” e “tradizionali” attualmente brandite come clave nella Penisola. Beppe Gambetta è musicista che, sulla carta, dovrebbe essere confinato in una sorta di ghetto della purezza acustica: un flatpicker teoricamente non dovrebbe mostrare segni di debolezza verso l’opera, o la canzone d’autore, o il jazz. Che c’entrano con la chitarra nordamericana suonata a plettro? Per fortuna sappiamo che (da decenni!) Gambetta pratica una sana via inclusiva della bellezza: se gli piace una cosa, la suona. E bene. Qui troverete ad esempio una nuova versione della verdiana “Vergine degli angeli”, due titoli dal canzoniere di De André, un sentito tributo a Doc Watson (dal vivo al Teatro della Corte nella Acoustic Night 17), e diversi nuovi brani, eccellenti: la struggente Benedicta 1944, un ricordo per quei ragazzi che ci hanno regalato la vita e la libertà,  Super  Hit, autoironico auspicio per migliori sorti commerciali  per la propria musica, Notes From The Road . E farete anche l’esperienza di un Gambetta che canta…in tedesco: succede con Der Wind Trägt Uns Davon.Tutto americano il parterre degli accompagnatori, con gran bei nomi: ad esempio il notevole bassista Rusty Holloway, e Bob Harris, a lungo collaboratore del leggendario Vassar Clements. (Guido Festinese)

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WES MONTGOMERY - In Paris: The Definitive ORTF Recording

Pubblicato in vinile per il Record Store Day's Black Friday e in cd nel gennaio del 2018, lo storico concerto del 27 marzo 1965 al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi esce finalmente nella sua interezza, con i titoli corretti (i due volumi della BYG, poi ristampati dalla Affinity, erano infatti incompleti) e con un audio impeccabile, frutto della collaborazione della Resonance record con l’Institut National de l'Audiovisuel, e di una rimasterizzazione direttamente dai nastri originali. Il gruppo, allestito praticamente per il tour europeo, è composto da Harold Mabern al pianoforte, dal contrabbassista Arthur Harper, dal batterista Jimmy Lovelace e ospita in tre brani il meraviglioso sax tenore di Johnny Griffin. Montgomery è in un momento di grazia e affronta il suo repertorio (“Four on Six”, “Jingles”) come gli standard (“Here's That Rainy Day”) o un gioiello come “Impressions” di Coltrane, con una grazie e una leggerezza inarrivabili. Quando poi arriva Johnny Griffin ("Full House", "'Round Midnight" and "Blue 'N Boogie/West Coast Blues") verrebbe voglia di salire sul palco e abbracciarli tutti. (Danilo Di Termini)

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TANGERINE DREAM - Quantum Gate

La verità, subito: questo è il miglior disco dei Tangerine Dream da almeno una decina d'anni a questa parte. Idee, scampoli di melodie pentatoniche affascinanti da quattro, cinque note che si rincorrono e deflagrano come piccole supernova, il battito fremente dei sequencer. In pratica una macchina del tempo un po' aggiornata che riprende le piste siderali di Rubycon e Stratosphear, eppure qualcosa è cambiato. Altra verità, allora, e dura da sopportare: questo è il primo disco dei Tangerine Dream in cui non ci sia in formazione neppure uno dei fondatori del seminale e visionario ensemble che inventò, assieme ad altri pionieri, la musica elettronica in Germania, quattro decenni fa. Edagar Froese se n'è andato un paio d'anni fa. Aveva fatto in tempo ad abbozzare idee e punti centrali di questo disco, il primo di una serie che avrebbe dovuto indagare, in suono, misteri e paradossi della fisica quantistica. Le idee le hanno riprese in mano Thorsten Quaeschning, Ulrich Schnauss e Hoshiko Yamane, già da tempo in formazione. Hanno germinato, sono diventate pura bellezza. Froese può esser fiero dei suoi “ragazzi di bottega”. (Guido Festinese)

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 STEFANO BOLLANI - Mediterraneo

“Jazz alla Filarmonica di Berlino” è una bella serie di concerti (giunti con questa registrazione al diciassettesimo capitolo) che cerca di dare un ritratto sonoro delle molte famiglie musicali jazz, classiche e folk che tutte assieme possiamo definire come “Europa”, termine un po' in ribasso in questi tempi. Dunque qualsiasi argine culturale messo a presidio dell'intelligenza, contro chi predica grette chiusure campanilistiche e pseudo identitarie è benvenuta. Qui è all'opera il trio nordico da molti anni attivo guidato da quel folletto dei tasti che è Stefano Bollani, trio rinforzato dalla fisarmonica di Vincent Peirani, con la presenza naturalmente della “piccola orchestra” ritagliata nei ranghi della Filarmonica. Resta un po' ambiguo il concetto se questo disco sia dedicato al “Mediterraneo” o se tale caratteristica vada intesa come attributo principe dello stivale geografico lanciato come un pontile sull'acqua nell'Europa meridionale: forse vale questa ipotesi, perché si parte da Monteverdi, si transita per Rota e Morricone, poi per Paolo conte, Puccini e Rossini. Scelte dunque abbastanza convenzionali, perfino prevedibili, per noi. Ma la classe strumentale è intatta, e le singole scelte indiscutibili, per valore. (Guido Festinese)

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DAVID CROSBY - Sky Trails

 

A settantasei anni compiuti (il 14 agosto) David Crosby sembra godere di una seconda giovinezza: dal 2014 a oggi ha pubblicato tre dischi solisti, tanti quanti ne aveva incisi fino a quel momento dal meraviglioso esordio di “If I Could Only Remember My Name”. Il percorso iniziato con “Croz” e  “Lighthouse”, prosegue con questo album in si cui rinnova la collaborazione, nella scrittura e nella produzione, con il figlio James Raymond (il cognome diverso si spiega perché i due si sono ritrovati negli anni ‘90 quando il ragazzo, adottato, ha scoperto chi era il suo vero padre). Al di là dei legami biologici, la propensione al jazz di Raymond, assecondata dalla presenza di Michael League degli  Snarky Puppy e di musicisti come il sassofonista Steve Tavaglione e il bassista Mai Agan, evidentemente cultori dei Weather Report periodo Pastorius, contribuisce a sospingere le atmosfere musicali dell’album verso un jazz vocale e crepuscolare, in cui gli Steely Dan (l’apertura di "She's Got to Be Somewhere") incontrano la West Coast più raffinata (non a caso l’unico brano non originale è una struggente "Amelia" di Joni Mitchell, da “Hejira” del 1976). La voce, appena velata, di Crosby, disegna ballad come"Before Tomorrow Falls on Love" scritta insieme a Michael McDonald o l’ispaneggiante melodia di "Curved Air". Nostalgia? E che male c’è! (Danilo Di Termini)

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JOE HENRY - Thrum

A tre anni da “Invisible hour” e dopo il progetto dedicato al mito della ferrovia di “Shine A Light” insieme a Billy Bragg, ritorna Joe Henry, musicista che nell’immaginario, nonostante quattordici album alle spalle, resta più un produttore di successo che un songwriter a tutti gli effetti. Invece Henry ha già ampiamente dimostrato buone abilità di scrittura, oltre alla capacità, ineluttabile per un produttore, di utilizzare al meglio musicisti anche lontani dal suo universo, come accadde con Ornette Coleman in “Scar”. Questa volta la scelta di registrare live in studio con la tecnica del direct-to-tape, con un gruppo limitato ad un trio in cui alla sua chitarra fanno da contrappunto i fidati David Piltch al basso e Jay Bellerose alla batteria (con qualche aggiunta occasionale di tastiera e fiati, questi ultimi del figlio Levon) segna il disco con atmosfere sommesse e malinconiche. Si potrebbe pensare ad un progetto da rubricare all’interno della categoria ‘americana’, ma come accade per tutti i grandi alla fine la definizione di genere risulta stretta per l’originalità di un autore e di un disco da assaporare con la giusta attenzione per scoprirne appieno le molteplici sfumature. (Danilo Di Termini)

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ANDREA ORLANDO – Dalla vita autentica

Quello di Andrea Orlando è un nome importante nel panorama prog italiano attuale. L'artista infatti ha suonato con La Coscienza di Zeno, gli Hostsonaten, La Maschera di Cera ed i Finisterre, gruppi tra i maggiori del progressive nostrano degli ultimi vent'anni. Questo Dalla vita autentica è adesso il suo primo disco solista: sette composizioni – definirle semplici canzoni sarebbe banale e riduttivo – dalla vena lirica molto poetica e dalla scrittura musicale sicura ed impareggiabile. Andrea si rivela ancora una volta un eccellente polistrumentista, perfettamente a suo agio, sia con la batteria, sia con le tastiere. Si ascolti al riguardo il suo lavoro al sintetizzatore nell'opener Le forme della distanza: il brano, strumentale, unisce alla tradizionale sensibilità del prog tocchi più moderni ed effetti ambient in linea con certe produzioni di Brian Eno, David Sylvian e Steven Wilson. Molto più classicamente sinfonica – e genesisiana – la successiva Oltre domani, con la voce sempre grandiosa di Alessandro Corvaglia dei Real Dream. Il moog di Agostino Macor dona spezie quasi gobliniane, ma all'interno di un contesto squisitamente melodico e da metà pezzo quasi intimo, a Cinque giorni d'autunno. A valorizzare Cadi con me, oltre al sublime mellotron e al vibrafono di Andrea, troviamo la splendida voce di Simona Angioloni. Il giardino di Maya è invece un altro strumentale, una cavalcata barocca traboccante di suoni e colori, con il violino di Roberta Tumminello sugli scudi insieme al moog.

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VIJAY IYER - Far From Home

Il pianista di origine indiana, ma nato ad Albany, stato di New York, nel 2016 ci aveva regalato uno dei più bei dischi dell’anno insieme al trombettista Wadada Leo Smith. Ora ritorna con dieci composizioni originali eseguite da una formazione del tutto inedita (anche se con collaboratori di vecchia data), un sestetto completato da Graham Haynes (tromba), Steve Lehman (sax alto), Mark Shim (sax tenore), Stephan Crump (contrabbasso), Tyshawn Sorey (batteria). Inserendosi idealmente nel solco del collettivo M-Base di Steve Coleman (di cui Haynes è stato una delle colonne portanti e che Iyer aveva chiamato a collaborare nel suo primo disco nel lontano 1995), il progetto esprime al meglio il pensiero musicale del pianista: parti scritte e improvvisate si combinano senza soluzione di continuità, nel funky elettrico di “Nope” come nella pulsazione indianeggiante di “Good On The Ground”.

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THE WEATHER STATION  The Weather Station

Il problema di certi dischi è solo essere raccontati; che poi non è, tecnicamente, un problema dei dischi ma, tutto al più, di chi deve recensirli. Questo omonimo disco di The Weather Station (all’anagrafe Miss Tamara Lindeman) è una noia mortale da leggere: folk rock, al femminile, un po’ malinconico un po’ no, con qualche aria tradizionale (celtica, americana) e qualche slancio pop (indipendente, byrdsiano). È quasi impossibile non citare Joni Mitchell (ma quella pura di “Blue”, non quella involuta di poi). È facile parlare di sirena country rock. “The Weather Station” è una noia mortale da leggere ma le sue canzoni sono una meraviglia da ascoltare: rotonde, melodiche, tradizionali, lievi e pesanti come il migliore pop. Le canzoni ti prendono gentilmente al collo e non mollano più. Semplicemente brava, anzi, Brava, con la maiuscola. (Marco Sideri)   

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