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SLOWDIVE - Slowdive

Dopo quello dei Jesus & MC ecco un altro ritorno forte da un nome di seconda fila (o di culto, insomma: che se ne parla molto ma vende poco). Gli Slowdive, tra i rari alfieri del suono shoegaze o dream pop, di nuovo in studio dopo 22 anni, sulla scia di una tournée di rientro del 2014. Gli Slowdive sono sospesi tra elettricità ed elettronica, tra le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell, tra suoni d’ambiente e melodie pop. Gli Slowdive sono più contemporanei oggi di quando hanno iniziato: la loro formula ibrida e eterea nel frattempo è diventato un linguaggio ben definito nel pop moderno (vedi alla voce Beach House). Slowdive è un disco che completa il catalogo e non un regalo nostalgico a fan oramai canuti o quasi. È una cosa romantica (ci sono splendidi pianoforti), ipnotica (il basso circolari di Sugar For The Pill) e fascinosa. (Marco Sideri)

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BONNIE PRINCE BILLY - Best Troubador

Si nasce incendiari e muore pompieri, o almeno così pare. È il caso di Will (Palace, Palace Bros., Bonnie Prince Billy) Oldham che non ha cambiato musica in modo drammatico dagli esordi (primi 90) ma al principio frequentava gli Slint e i Tortoise e cantava “If I could fuck a mountain, Lord / I would fuck a mountain” e oggi, invece, pubblica dischi doppi di cover country da Merle Haggard. Merle, per chiudere il cerchio, è quello che cantava “Non fumiamo marijuana a Muskogee” come risposta lla controcultura degli anni 60. Quindi country puro e duro, che Will declina con la sua voce un po’ storta e incornicia in arrangiamenti luminosi e piani. Il materiale e l’interpretazione non fanno una piega per la quasi ora del disco, con una chiusa magistrale e legnosa: If I Could Only Fly dal tardo Merle (2001) dove lui e Will si fondono un uno. (Marco Sideri)

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WILLIE NELSON - God’s Problem Child

Qualcuno lo aveva dato addirittura per morto, tanto che quest'ultima registrazione avrebbe dovuto intitolarsi "I'm Not Dead". Ma a quasi ottantacinque anni suonati Willie Nelson vive e lotta ancora insieme a tutti noi e confeziona caparbio il suo sessantunesimo album in studio (c'è da non crederci), a brevissima distanza dal recente tributo a Ray Price, storico leader dei Cherokee Cowboys, con i quali a Nashville il texano Nelson aveva cominciato. Un lavoro che è una meraviglia, dalla prima all'ultima nota, intriso di eleganza, compostezza, misura, lontano da ogni forma di declino, all'insegna di un country rock (qui in funzione aggettivante) indiano e anticonformista, che non ha mai smesso di essere considerato "fuorilegge", perché decisamente sganciato (se non altro in termini di contenuti e approccio) dal più conservativo canone nashvilliano. Una manciata di canzoni (alternanza di morbidi e saltellanti 2/4 in mid tempo e veri e propri lenti, spesso in un tripudio di sgranate "chitarrine" alla Chet Atkins e "svenevoli" pedal steel "hawaiane") prevalentemente scritte con il fido Buddy Cannon, sempre in veste di produttore. A fare eccezione alcune tracce, tra le quali l'autorevole title track (blues più intenso e "cavernoso") firmata da Jamey Johnson e Tony Joe White, con la partecipazione di Leon Russell (altro atipico storico country singer) in una delle sue ultime registrazioni, e l'omaggio ricordo ("He Won't Ever Be Gone"), composto da Gary Nicholson, a Merle Haggard, scomparso anch'egli (proprio come Russell lo scorso novembre) giusto un anno fa (e per altro al centro dell'appena pubblicato ultimo trobadorico lavoro di Bonnie "Prince" Billy). In "True Love" e "Little House on the Hill" è invece la brava Alison Krauss a provvedere alle armonie vocali, così come Sheryl Crow era intervenuta nel pregevole lavoro gershwiniano di un paio d'anni orsono. Dopo le ultime elezioni americane, Nelson e la sua immancabile bandana alla Gil Evans invitano, nella rockeggiante "Delete And Fast-Forward" (altro che country!), a dimenticare, a cancellare addirittura l'affronto, e ancora una volta a guardare in fretta avanti. D'accordo, ma per il momento godiamoci questa sua ultima prodezza. (Marco Maiocco)

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DON ANTONIO - Don Antonio

Forse non ha avuto molta fantasia  a ribattezzarsi, ma Antonio Gramentieri, con Don Antonio, ha voluto prendersi  uno spazio per sè; con i Sacri Cuori,  Gramentieri  si è guadagnato, in pochi anni,  il rispetto e le collaborazioni con grandi artisti come i Calexico, Dan Stuart dei Green On Red, Hugo Race, John Parish , Howe Gelb e di certo molti altri che ora sfuggono alla memoria…. Don Antonio potrebbe essere anche visto come una rutilante  colonna sonora di un film inesistente,  dalla struttura principalmente strumentale  ( anche se ci sono alcune canzoni piuttosto abbozzate e vocalist importanti come lo stesso  Race nell’iniziale Sera) con parentele nel lavoro di artisti come Goran Bregovic (non per la ‘balcanità’ ma per l’approccio generale )   o nelle musiche d’ atmosfera delle orchestrine di Boris Kovac.  Non mancano, ovviamente, atmosfere sudiste, chitarre languide, fisarmoniche, fiati squillanti e perfino un fischio morriconiano. Tutto  sommato nella cantina  di Don Antonio  ci si diverte con intelligenza e garbo, come in un bel film, dai titoli di testa a quelli di coda. (Fausto Meirana)

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PAUL WELLER - A Kind Revolution

Sono passati quarant’anni dal debutto con i Jam e dopo la felice esperienza degli anni ’80 con gli Style Council, Paul Weller arriva, tra alti e bassi, al tredicesimo capitolo della sua carriera solista. Il primo ascolto di “A Kind Revolution” non desta particolari sorprese, anzi, suona abbastanza prevedibile e scontato. Non aiuta la scelta di far uscire il cd in confezione tripla - una deluxe edition, senza nemmeno aspettare un paio d’anni - che tra strumentali e remix disperde non poco l’attenzione (e personalmente mi mette di cattivo umore). Ma il culto maniacale per l’uomo impone il riascolto: lentamente quello che era sembrato banale e sfocato assume contorni più definiti e affascinanti. Sarà merito della presenza di Robert Wyatt alla voce e alla tromba in “She Moves With The Fayre”, sarà risentire Boy George ai cori di “One Tear”, ma un brano alla volta il disco cattura l’attenzione; anche con l’intro latino di “New York” o con la ballad dedicata al pittore Edward Hopper, colui che riusciva a pennellare “dreams in muted symphonies”. E anche gli episodi meno interessanti come “Woo See Mama” per esempio, scivolano piacevolmente, fino al suggello finale di “The Impossible Idea”, un valzer che riecheggia Joe Jackson, e che riflette ottimisticamente sulla forza delle idee. E della musica, ovvio. (Danilo Di Termini)

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THURSTON MOORE - Rock N Roll Consciousness

Mentre i dischi dei Sonic Youth, a trent’anni dalla loro pubblicazione, sono diventati materiale per sostanziose De Luxe Edition e Kim Gordon affida ad una biografia i suoi ricordi di quando era “Girl in a Band”, Thurston Moore continua indefessamente il suo percorso tra sperimentazione, avanguardia (anche jazz, uno dei suoi ultimi dischi è un duo con John Zorn) e rock’n’roll. Qui fin dall’emblematico titolo si capisce in che territorio ci troviamo, in un ambito che guarda alla tradizione (certo, quella più punk, garage e hardcore, nel solco di quello che avevano fatto gli Youth peraltro), ma con uno sguardo verso la psichedelia West Coast.

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FAZERDAZE – Morningside

Amelia Murray (in arte Fazerdaze) viene da Auckland, Nuova Zelanda. Ha 24 anni, una voce dolcemente evocativa e una netta predisposizione per il songwriting. Dopo un EP registrato tre anni fa, la ragazza approda all’agognata pubblicazione dell’album d’esordio che mette in evidenza un numero molto consistente di spunti sonori (Bjork, PJ Harvey, Julia Holter…) e una vocalità densa di arcane suggestioni. Morningside fluttua con elegante leggerezza tra riff di chitarra, percussioni, sintetizzatori, in bilico tra suoni attualissimi e ancestrali. Lucky girl (bellissimo l’intro acustico), Bedroom talks, Shoulders e Friends sono moderne ballate suggestive che affrontano la malinconia, le immancabili preoccupazioni della vita quotidiana e le relazioni umane con acume e passione. Un buon esordio, dunque, per la ragazza del Nuovo Mondo. Il talento e la creatività fanno già parte del suo bagaglio: il viaggio è appena iniziato. (Ida Tiberio)

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GARLAND JEFFREYS - 14 Steps To Harlem

Cosa vi aspettereste da un vecchio zio di settantaquattro anni che andate a trovare una domenica pomeriggio nella sua casa di mattoni di Brooklyn? Oltre a bibite e dolcetti anche una buona dose di storie e ricordi; e se lo zio fosse un musicista, canzoni. In realtà, nel caso aveste la fortuna di essere il nipote di Garland Jeffreys, il problema sarebbe trovarlo a casa, visto che il giovanotto sta per iniziare un lungo tour che lo porterà anche in Italia, il 25 giugno, a Vicenza. E allora immaginiamo che abbia affidato a questo quindicesimo disco i suoi racconti: l’infanzia con il padre che si recava ad Harlem per lavorare (la canzone che dà il tiolo all’album), un’adolescenza (”Schoolyard Blues”) complicata dalla sua identità multirazziale (newyorchese, ma di origine portoricana, troppo scuro per i bianchi,  tropo chiaro per i neri: “Colored Boy Said”), l’amore per sua moglie (”Venus”) e il tempo che se ne va (“Time Goes Away”) con sua figlia (o vostra cugina) Savannah alla voce a al pianoforte. Il ragazzo poi ha sempre goduto di buone frequentazioni (e di ottima fama): ad esempio l’amicizia ai tempi del college con Lou Reed, ricordato con la cover di “Waiting for the Man” e dallo struggente violino di Laurie Anderson in “Luna Park Love Theme” (che a New York è sinonimo di Coney Island, baby). O l’incontro con John Lennon celebrato da una versione ‘slow and slide’ di “Help”, canzone il cui primo verso è il  malinconico “When I was younger so much younger than today”: si sa i vecchi zii sono nostalgici, ma non si smetterebbe mai di ascoltare i loro racconti. (Danilo Di Termini)

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CHRIS POTTER - The Dreamer Is the Dream

Sassofonista ormai affermato, Chris Potter continua ad alternare una carriera al fianco di mostri sacri come Dave Holland o Pat Metheny a progetti da leader, approdati da qualche anno sotto l’egida ECM. Questo è il terzo album per l’etichetta di Monaco, dopo il primo ispirato dall'Odissea di Omero, “The Sirens”, e il secondo alla testa di dieci elementi dell’Underground Orchestra. Qui siamo nella classica forma del quartetto coltraniano e la citazione non è casuale poiché le prime note di “Heart in Hand” rimandano inevitabilmente a “Naima”, la splendida ballad di “Giant Steps”. “Ilimba” è invece una lunga cavalcata, in cui Potter riecheggia l’altro suo grande mentore Sonny Rollins, dove c’è spazio per il pianoforte di David Virelles e la batteria di Marcus Gilmore (direttamente dal gruppo di Vijay Iyer, nonché nipote di Roy Haynes).

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