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MARC RIBOT - Songs Of Resistance 1942-2018

Da quando è stato eletto Trump, praticamente ogni disco americano (a prescindere dal genere) è stato disco “di protesta”. Tutti, dai rapper ai giocatori di football al cast dei musical di Broadway ai pallidi indie rocker di Brooklyn, hanno coralmente disconosciuto il presidente con canzoni, versi e gesti. Qui, Marc Ribot fa un passo in più, mettendo in fila una sorta di bignami della canzone di protesta che cita Trump per nome (ovviamente) ma scava indietro nel tempo, e nella protesta, fino al 1942 con pretesa enciclopedica o poco meno. Ribot (chitarrista e collaboratore seriale) arruola un cast di voci di prim’ordine per riletture grossomodo folk (con punte jazzate occasionali) di classici e meno classici del repertorio di lotta; da ascoltare (perché insieme coinvolgente e assurda) la versione di Bella ciao, affidata a Mr. Tom Waits (Goodbye Beautiful, ovviamente). (Marco Sideri)

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PAUL WELLER - True Meanings

Sono un vecchio fan (cioè: in età avanzata e da molto tempo) di Paul Weller e inevitabilmente ogni suo disco suscita in me emozioni contrastanti (di cui bisogna tenere conto per una corretta valutazione della recensione). La gioia di ritrovare un ‘vecchio’ amico si confonde con il malinconico rimpianto di anni che inevitabilmente non torneranno. Non ritorna nemmeno la musica degli Style Council e tantomeno quella dei Jam (ma qui si tratta di assecondare le leggi della natura, ché fare i punk a sessant’anni passati ‘suonerebbe’ alquanto anacronistico). Allora The Modfather decide di guardare avanti, cioè vivere consapevolmente il proprio presente: composizioni introspettive, spesso malinconiche, in cui ai consueti riferimenti si affiancano addirittura Nick Drake (l’intro di “Aspects”) o il più prevedibile George Harrison (“Books”); e poi ci sono gli ospiti, da Rod Argent, il leader degli Zombies (quelli di “She’s Not There”), che abbozza di vaga psichedelia l’apertura di “The Soul Searchers” con il suo organo Hammond (testo di Conor O'Brien dei Villagers) e la conclusiva “White horses” (qui il testo è di Erland Cooper), a Noel Gallagher, giusto per un paio di comparsate; soprattutto c’è una sezione archi che colora quasi ogni brano di riflessi autunnali, con un omaggio a “Bowie” per piano, chitarra e ‘string quartet’ davvero riuscito. Che è il participio, ovviamente passato, che più si adatta a sintetizzare questo quattordicesimo disco di Paul Weller. (Danilo Di Termini)

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LOW - Double Negative

I Low sono un trio mormone di lungo corso; marito (Alan), moglie (Mimi) e bassista (variabile). Fanno parte dei gruppi monolitici; nel senso che hanno un suono e un’identità riconoscibile e, salve variazioni che solo un fan può definire sostanziali, una costanza sonica spiccata. Il suono dei Low è lo slow core (si chiamava così a metà anni ’90): un lento incedere melodioso con ascendenze folk più o meno marcate e occasionali disturbi (elettrici, elettronici). In Double Negative i disturbi prendono il potere e deragliano la musica verso forme più astratte dove la melodia (le ascendenze folk di cui sopra) spunta a tratti, da buchi nei ritmi rotti e nelle frequenze irregolari del disco. La svolta (a sinistra) è assai benvenuta. Questo è il disco dei Low più inatteso e fresco degli ultimi (10?) anni. Cambiare abito fa bene a tutti, monoliti compresi. (Marco Sideri)

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JOHN PARISH - Bird Dog Dante

John Parish è un gregario. E non si pensi che essere gregario significa, in qualche modo, essere inferiore a qualcuno. Semplicemente, John Parish agisce, da anni, all’ombra di dischi altrui (PJ Harvey in prima fila) e di progetti laterali per costituzione (colonne sonore, collaborazioni, pezzi strumentali). Raramente ha pubblicato dischi decisivi (mai?) e la cosa apparentemente non lo ha disturbato. Bird Dog Dante (gran bel titolo) non è decisivo (quale disco oggi lo è?) ma unisce canzoni nel senso tradizionale del termine (ottimamente scritte) con passaggi atmosferici e liberi (figli del CV di John) in un insieme coerente e riuscito; un disco che passa da ballate folk corali e in punta di banjo (Sorry For Your Loss) a astratti pezzi per piano (Carver’s House) senza che l’ascoltatore patisca il balzo. Si sta comodi, all’ombra, spesso più che sotto il sole dei riflettori. (Marco Sideri)

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BIG BIG TRAIN - Merchants of Light

Big Big Train è forse la formazione che meglio incarna cosa voglia dire nel 2018 classic progressive rock. Nel bene e nel male. Partiamo dal male, se di male si può parlare: difficilmente troverete nella loro musica complessa, sontuosa, drappeggiata, molto, molto british qualcosa che non vi sembra di aver ascoltato in qualche vecchio vinile frusciante della vostra giovinezza, o, se l’anagrafe ve lo consente, dalla raccolta di dischi dei vostri genitori. E dunque echi di Genesis del periodo d’oro, nella voce del solista David Longdon, nel tappeto di d’arpeggi acustici, di Camel, di Yes,  finezze canterburiane qui e là, cadenze folk rock, turgori orchestrali che rimandano a mille disconi per “gruppo e orchestra”. 

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TIM GRIMM AND THE FAMILY BAND - A Stranger In This Time

Gli orfani di Johnny Cash e di Leonard Cohen assieme, a caccia di quelle voci profonde e bluesy che sembrano impastate con la terra e la polvere con Tim Grimm hanno un bel punto di riferimento. Ha sulle spalle una decina circa di dischi, ma da quando si è messo in  testa di fare tutto in casa, a Bloomington, Indiana, le cose hanno preso una bella accelerazione. I due figli al basso, chitarre e banjo, la moglie all’armonica e alle parti vocali di rinforzo, una scrittura che va a colpire dritto al cuore dell’Americana, quelle ballate trascinanti, lievemente oscure e malinconiche in cui ti sembra di riassaporare le pagine di John  Steinbeck su un paese che non c’è quasi più, avvelenato dal truce machismo del miliardario col ciuffo biondo che si fa chiamare presidente.

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SOFT MACHINE - Hidden Details

Hidden Details: dunque“dettagli nascosti”. Titolo programmatico per questo nuovo capitolo in studio di una delle band più gloriose del jazz rock inglese, in sostanza un invito a guardare oltre l’immediata evidenza che la macchina morbida” ha cinquanta primavere sulla schiena, e a cercare tracce significative di un passato che fui tanto visionario e innovativo da apparire ancora oggi come uno spicchio di futuro. E a conferma ci sono  centinaia di band contemporanee, che sulle piste ignote tracciate dai Soft Machine, magari con un  pizzico in più di elettronica si muovono come su autostrade sicure. I Soft Machine 2018 sono, per nostra fortuna, tutti musicisti che in una fase o l’altra della vita sono per davvero transitati nella creatura sonora che fu di Robert Wyatt e Hugh Hopper. Dunque John Etheridge alle chitarre, talento vertiginoso spesso dimenticato, Theo Travis con fiati e tastiere, forse oggi “il” fiatista progressivo più amato, Roy Babbington al basso, l’immenso John Marshall alla batteria. In pratica la ricomposizione auspicata dei “nuovi” Soft Machine e della Soft Machine Legacy attiva in parallelo. Premesso che qui si recuperano con amore e inesausta voglia di sperimentare le antiche The Man who wawed at trains, e la visionaria Out Bloody Rageous, dalla prima storia dei Softs, c’è da dire che il disco suona potente e interessante, alternando momenti struggenti a labirintici paesaggi di confine tra jazz e rock che temevamo di non ascoltare più. E Travis, quando poggia le mani sul Fender Rhodes e si diverte a mettere in  loop piccoli grappoli sognanti di note omaggia il genio dimenticato di Ratledge. (Guido Festinese)

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JOHN COLTRANE - Both Directions At Once: The Lost Album

Sonny Rollins, piuttosto acciaccato nel fisico, ma ben lucido con la testa, ha dichiarato, a proposito di questo disco, che è come se fosse stata scoperta una nuova stanza segreta nella Grande piramide. Bella immagine, perché questi nastri del marzo del 1963 davvero erano un grande buco nero nella storia del jazz. I  fatti ci dicono che il 7 marzo John Coltrane con il suo quartetto stellare (McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones) avevano una seduta di registrazione prenotata con il vocalist Johnny Hartman, per incidere un disco non certo memorabile. In realtà il giorno prima il Quartetto era già in studio, per tutto il giorno, e anche per provare brani nuovi. Una copia di quei nastri (bobina originale scomparsa) finisce a casa Coltrane: lui vuole farli ascoltare alla moglie. Fine della storia. Riemergono oggi, quasi mezzo secolo dopo, e con la curatela di Ravi Coltrane, figlio del grande John. Tre i brani totalmente inediti, due in forma canzone, con sigla numerica, uno un memorabile “Slow blues” da undici minuti che scava nell'anima. Compare l'unica versione in studio esistente di “One Up, One Down”, e una in trio della sognante “Nature Boy”. Il Quartetto è un congegno di precisione assoluta, ma l'emozione, tanti anni dopo, è intatta, e, semplicemente,  vengono i brividi, all'ascolto. (Guido Festinese)

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