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BILL CALLAHAN - Shepherd In A Sheepskin Vest

Sono passati sei anni da Dream River, e di Bill Callahan poche notizie, praticamente solo il bel  Live At Third Man dello scorso dicembre. Ben altre notizie sul fronte privato: una moglie, Hanly Banks e un figlio, Bass. Inevitabilmente la vita scorre poi nell'arte, e molti dei brani di Sheepskin In A Sheepskin Vest coinvolgono situazioni legate alla famiglia e all'apparente, nuova, stabilità. Ci sono anche brani sulle perdite, visto che Callahan ha perso di recente la madre. In ogni caso il denso contenuto dei testi non sembra quasi mai pessimista, qualche piccolo segno dubbioso lo si trova solo  nella cover di Lonesome Valley e nello stridente ultimo brano del disco The Beast. Voce sempre in primo piano, profonda come sempre e arrangiamenti sostanzialmente acustici che la valorizzano. Probabile disco dell'anno, comunque. (Fausto Meirana)

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MASSIMO DI VIA - Il respiro del mio cane

Un album dalle tematiche che fanno riflettere, servite su un tappeto musicale, spesso di potenza inusuale, talvolta invece di raffinata acustica flemma; un lavoro che non appartiene ai nostri tempi, o perlomeno non appartiene alla (voluta) degradante tendenza modaiola smerciata senza pietà. Chi ha idee interessanti deve autoprodursi perché il "sistema" odierno, ancorato al banale, non ne prevede la diffusione; uno di questi che "hanno idee" è Massimo di Via che coglie il bersaglio pieno con il suo terzo cd. In bilico fra denuncia sociale e sincero "outing" sulla sua condizione bipolare, che condizionerà inevitabilmente lo sviluppo dell'album, Massimo riesce a costruire un credibile "concept" che decolla da un letto in un reparto psichiatrico, rilegge un passato fatto di soprusi, ma di altrettanta fiera opposizione, ed atterra nel luogo natio a ritrovare sicure origini e possibili risposte. I testi sono sentiti, ponderati, ma diretti, spesso violenti nella loro sincerità e per questo rimangono impressi; la musica, che spazia dal folk, al country, al southern rock, concedendosi delicati tocchi "knopfler style" ed infinite elettriche calvalcate younghiane, spesso non lascia tregua costringendoci ad un ascolto, se vogliamo, ancora più attento. Questo non è un cd mordi e fuggi, uno di quelli che metti nel lettore e poi decidi di fare contemporaneamente altre cose; non è una colonna sonora del nostro agire quotidiano, ma è il respiro del nostro esistere quotidiano, quello che fatto a pieni polmoni, in piena consapevolezza e massima concentrazione... ci mantiene ancorati alla vita. (Mauro Costa)

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CALEXICO AND IRON & WINE - Years To Burn

Quattordici anni dopo In The Reins, ecco la nuova collaborazione tra i Calexico e Iron&Wine; sia gli uni che l’altro  vengono da due dischi recenti piuttosto riusciti (meglio però Beast Epic, ultimo sforzo del barbuto cantautore, che The Thread That Keeps Us, disco di transizione per i Calexico). Ancora una volta fa la parte del leone Sam Beam, gestore unico del nome Iron&Wine; scrive quasi tutti brani e infonde il suo stile all'intero progetto. Va detto però che il gruppo di Joey Burns e John Convertino si trova parecchio a proprio agio a fare la backing band, con un dosaggio del gusto sempre perfetto e saporito. Years To Burn è un disco ancora una volta piacevole, senza guizzi particolari, se non la mini trilogia di The Bitter Suite, dove la mistura dei due artisti funziona meglio, lasciando aperte le porte verso qualcosa i più stimolante. (Fausto Meirana)

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JJ CALE - Stay Around

Tara immediata sulla non appetibilità commerciale della copertina spartana, un primo piano neppure troppo nitido di J.J. Cale con cappello, nei suoi ultimi anni. Forse gli sarebbe piaciuta, schivo e orso com’era. Qualcuno ha detto che la musica di J.J. Cale non abita in un tempo normale: lo attraversa senza un passato o un presente. Tra cinque o cinquant’anni avrà lo stesso senso che quarant’anni fa. E’ il precipitato minimale e scabro dell’inimitabile (e dunque imitassimo: come la Settimana Enigmistica) Tulsa Sound, brani che si dipanano su sornioni mid tempo e vivono di lampeggianti illuminazioni blues, epifanie sottili country e rhythm and blues, schegge garbatamente jazz. Eric Clapton e Mark Knopfler gli devono molto, probabilmente moltissimo. Lui se n’è andato a 74 anni nel 2013, in punta di piedi, senza fare troppo rumore, come suo solito. Sua moglie, Christine Lakeland ha messo mano ancora una volta ai suoi prodigiosi e silenti archivi, e cavato anche queste quindici tracce. Una meraviglia. Ciò che per J.J. Cale era uno scarto, un avanzo, un qualcosa che non lo convinceva granché, per le nostre orecchie (e per quelle di tanti autoreferenziali signori della chitarra) è un miraggio e un’oasi vera assieme. (Guido Festinese)

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KEVIN MORBY - Oh My God

Il precedente disco di Morby, City Lights era piaciuto abbastanza; fino a considerare la possibilità che il seguito sarebbe stato un capolavoro… Ora possiamo dire che ciò non è avvenuto, anche se Kevin Morby, con Oh My God, ci ha provato seriamente con impegno e ingredienti di qualità. Emergono, soprattutto, le tre-quattro canzoni pianistiche con accompagnamenti scarni da club e assoli di sassofono che sembrano provenire dalla colonna sonora di Taxi Driver (Bernard Herrmann). I coretti gospel che appaiono qua e là invece, sembrano rivelare un certo rispetto verso la fase ‘cristiana’ di Bob Dylan, periodo molto rivalutato  negli ultimi anni. Un altro punto di riferimento di questo disco sembra essere  il Nick Cave ‘confessionale’ situato tra The Boatman’s Call e No More Shall We Part. Un serio contendente per il disco dell’anno, con qualche brano debole, scelte coraggiose e una copertina da buttare. (Fausto Meirana)

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DERVISH - The Great Irish Song Book

Trent’anni: quest’anno gli irlandesi Dervish festeggiano tre decenni di presenza sui palchi di tutto il mondo, con una produzione discografica che ben di rado ha mostrato segni di logoramento o scarsa ispirazione. Ecco allora che suona del tutto giustificato autocelebrare un po’ la band stessa, che continua a reggere con eleganza, come in parallelo vanno facendo ad esempio gli Altan, e un po’ il gran repertorio irlandese sedimentato nei secoli, alla base di pressoché tutto il folk revival dell'ultimo mezzo secolo, e oltre, se andiamo a riascoltare qualcosa della prima metà degli anni ’60, prima ancora che esistessero i Fairport Convention, per capirsi.

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THE FELICE BROTHERS - Undress

Per chi ama la musica americana che discende da Dylan ma senza complessi d'inferiorità, esce Undress, il nuovo disco dei Felice Brothers. Un disco di facile ascolto, con un rinnovato tocco di militanza politica, seppur blanda. La vena di Ian Felice, sempre un po’ malinconica, qui trova parole di critica verso l'amministrazione Trump, senza sventolare bandiere ma con ironia e sagacia. Musicalmente, oltre a quanto detto in precedenza, si sentono influenze springsteeniane (in zona Seeger sessions) ma anche l'eco ironica di John Prine e quella più disincantata di Conor Oberst. Peraltro le strade dei due cantautori si sono incrociate (nei dischi Ruminations e Salutations) e i Felice Brothers hanno accompagnato Oberst come backing band. Da artista completo, Ian Felice disegna anche la copertina floreale,  dimostrando una certa perizia, magari un po’ naif... (Fausto Meirana)

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MEKONS - Deserted

Grande ritorno dei Mekons, dopo otto anni dal precedente disco. Il gruppo è originario di Leeds, ma molto presente negli USA, tanto da venir definito da Wikipedia come British-American Band. Deserted è un disco concept, più o meno, sul deserto. Per questo il gruppo lo ha registrato nel parco nazionale di Joshua Tree, in California. Vi si narrano storie desertiche vissute o immaginate (Iggy Pop a Berlino in cerca di un whisky bar, Lawrence di California anzichè d'Arabia e la figura di Rimbaud in Africa). Nel disco c'è il consueto mix di punk piuttosto abbordabile, à la Clash, e di folk-rock dal sapore molto inglese. I Mekons sono un miracolo che dura da più di quarant'anni, con piccoli cambi d'organico, e la consueta nonchalance nel vivere nella propria nicchia. Sempre sugli scudi i membri fondatori Jon Langford, Tom Greenhalgh e Sally Timms, menzione speciale per il violino di Susie Honeyman e gli strumenti del poliedrico Lu Edmonds. Buon ascolto, garantito... (Fausto Meirana)

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BETH GIBBONS, Symphony No. 3 Henryk Górecki

La sinfonia n°3 del compositore polacco Henryk Górecki è una delle più celebri del cosiddetto 'minimalismo sacro', corrente che annovera tra i suoi adepti musicisti come l'estone Arvo Pärt e il georgiano Giya Kancheli, solo per citare i più famosi anche in ambito non specialistico. Ma quello che la rende davvero unica è il fatto che in una versione incisa nel 1992 dalla London Sinfonietta diretta da David Zinman, con la soprano Dawn Upshaw, il disco vendette milioni di copie, entrando nelle classifiche ‘generali’, cosa mai accaduta per un album di musica classica. Questo per dire che Beth Gibbons ha deciso di confrontarsi con una sorta di monumento della musica contemporanea, oltre che con la direzione di Krzysztof Penderecki, compositore a sua volta e uno dei numi tutelari del Radiohead Jonny Greenwood.

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