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JOHN COLTRANE - Both Directions At Once: The Lost Album

Sonny Rollins, piuttosto acciaccato nel fisico, ma ben lucido con la testa, ha dichiarato, a proposito di questo disco, che è come se fosse stata scoperta una nuova stanza segreta nella Grande piramide. Bella immagine, perché questi nastri del marzo del 1963 davvero erano un grande buco nero nella storia del jazz. I  fatti ci dicono che il 7 marzo John Coltrane con il suo quartetto stellare (McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones) avevano una seduta di registrazione prenotata con il vocalist Johnny Hartman, per incidere un disco non certo memorabile. In realtà il giorno prima il Quartetto era già in studio, per tutto il giorno, e anche per provare brani nuovi. Una copia di quei nastri (bobina originale scomparsa) finisce a casa Coltrane: lui vuole farli ascoltare alla moglie. Fine della storia. Riemergono oggi, quasi mezzo secolo dopo, e con la curatela di Ravi Coltrane, figlio del grande John. Tre i brani totalmente inediti, due in forma canzone, con sigla numerica, uno un memorabile “Slow blues” da undici minuti che scava nell'anima. Compare l'unica versione in studio esistente di “One Up, One Down”, e una in trio della sognante “Nature Boy”. Il Quartetto è un congegno di precisione assoluta, ma l'emozione, tanti anni dopo, è intatta, e, semplicemente,  vengono i brividi, all'ascolto. (Guido Festinese)

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DREAM SYNDICATE - ARENA CONCHIGLIA di SESTRI LEVANTE

Nella bella location ricavata da un antico convento a due passi dall'incantevole Baia del Silenzio a Sestri Levante è andata in scena la prima data ligure del "sindacato del sogno", uno dei gruppi guida del rock degli anni '80, guidati dal leader Steve Wynn (voce e chitarra ritmica) e dai due membri storici Dennis Duck (batteria) e Mark Walton (basso) con la presenza alle tastiere dello storico produttore Chris Cacavas e alla chitarra solista di Jason Victor, collaboratore di Wynn nelle sue avventure soliste."How did I find myself here ?" recita il titolo del loro nuovo disco uscito nel 2017, a quasi 30 anni di distanza dall'ultimo album di studio che vide la luce nel lontano 1988, del quale hanno riproposto in avvio "The side I'll never show" a titolo di ideale congiunzione con il passato. "Come ci siamo ritrovati qui?" forse si sono chiesti anche gli spettatori, circa un migliaio, in attesa del concerto. La risposta l'hanno data presto Wynn e soci: ci siamo ritrovati ad ascoltare una band più fresca che mai nel riproporre e attualizzare il suo ormai classico rock psichedelico, dove il valore aggiunto è costituito dall'innesto di Jason Victor, con le sue sventagliate chitarristiche acidissime e la capacità di rielaborare costantemente il suono adattandolo alle varie situazioni e creando così autentici momenti di pathos sonoro a intercalare il cantato sempre efficace di Wynn e la ritmica sferragliante di Walton e Duck. I Syndicate hanno riproposto quasi integralmente il suddetto ultimo lavoro, dilatando in una lunga jam acida e jazzata il brano omonimo, nonchè alcuni brani ormai classici della loro vita precedente tra i quali hanno brillato particolarmente "Forest for the trees" e "Tell me when it's over" nonchè "Still holding on to you" e "Boston" tra gli encores. Nonostante le richieste non si sono sentiti i due super-classici "Medicine Show" e "John Coltrane Stereo Blues" ma il concerto non ne ha risentito, brillando ugualmente di luce propria. Per concludere: un concerto di alto livello, molto più di una semplice "reunion": i californiani hanno dimostrato di sapersi ritagliare il loro spazio anche nel nuovo millennio sulla scorta di una competenza interpretativa, di una perizia tecnica e di una creatività sorprendente che molti gruppi attuali anche più celebrati neanche si sognano. Un gruppo senz'altro da continuare a seguire da vicino, ora che ha riannodato i fili del discorso. (Nanni Iguera)

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PIERO DE LUCA & BIG FAT MAMA - Greetings From The Coast!

In attesa di festeggiarne il 40° anniversario della nascita l'anno prossimo, con l'ironico titolo dell'ultimo album la Big Fat Mama di Piero De Luca reclama il proprio diritto all'esistenza, denuncia l'ingiustificata invisibilità di cui è oggetto nel panorama blues italiano e non rinuncia a suonare il blues che lo ha visto nascere. Il cd dello storico gruppo genovese è costituito di sole cover, ma non per mancanza di idee o stimoli: semplicemente non era mai successo prima in quarant'anni. Questo lavoro è quindi frutto dell'esperienza fatta nei vari festival e locali in cui la band si esibisce con regolarità.
E a ben guardare la scelta delle cover non è affatto scontata: si va da "Nothing but the Blues" di Max Longmire (registrato per la prima volta da Guitar Slim nel 1955) alla jazzata "Hold It Right There" di Eddie "Cleanhead" Vinson, passando --tra le altre -- per riarrangiamenti di "Baby, Please" di Curtis Mayfield e "Going to New York" di Jimmy Reed, "She Belongs to Me" di Magic Sam, "Parchman Farm" nella versione di Mose Allison, "Madison Blues" di Elmore James, "Folsom Prison Blues" di Johnny Cash, "Tell Me" di Howlin' Wolf. Ciliegina sulla torta l'oscura "From the Bottom" di Sonny Boy Williamson II.
Supportati dal metronomico drumming di Ezio Cavagnaro, il fondatore del gruppo Piero De Luca (basso) e Antonio "Candy" Rossi (chitarra e armonica) si alternano al canto, con l'aggiunta dello spumeggiante special guest Marco "Ray" Mazzoli al piano e organo. Acquisto sicuro. (Luigi Monge)

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RY COODER - The Prodigal Son

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.

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JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness

È diventato quasi un format: l’anziano cantante country (o blues o soul) che si presenta con un disco fragile, uscendo dall’irrilevanza (che acchiappa tutti, presto o tardi) con un colpo di coda. L’esempio principe è Johnny Cash (che ha sputato in faccia al tramonto con i migliori dischi della sua carriera) ma la lista è lunga (Solomon Burke, per dire). Si allunga ancora un po’ con John Prine che più giovane (classe 1946) interrompe un silenzio ultradecennale con un album d’inediti luminoso (e sorprendente): parole chirurgiche, collaboratori vari che non turbano l’insieme, voce in minore e melodie squisite, country per la vivacità e folk per la malinconia, come si conviene. Fin dalla confusa faccia in copertina, questo è un disco che non nasconde le trappole (del tempo che passa) e, anzi, le mette in scacco con poche mosse (da maestro). (Marco Sideri)

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ENRICO PIERANUNZI - Monsieur Claude [A Travel with Claude Debussy]

Nel novembre del 2015 Enrico Pieranunzi insieme a Diego Imbert (conrabbasso) e André Ceccarelli (batteria) incide “Ménage a Trois”, titolo che gioca sulla composizione del gruppo e sulle due bellissime “signore musicali” con cui il pianista  dichiara di convivere da sempre, la classica e il jazz. In quel disco infatti si potevano ascoltare elaborazioni di brani scritti da grandi compositori come Bach, Liszt, Schumann. Il grande successo ha indotto i tre protagonisti alla registrazione di un nuovo album, questa volta interamente dedicato alla musica di Claude Debussy; si tratta di undici titoli, composti perlopiù da Pieranunzi ed ispirati da composizioni dell’artista come “Valse Romantique”, “Ballade”, “La fille aux cheveux de lins” che diventano rispettivamente “Bluemantique”, “L’autre ballade” et “Cheveux”.

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EELS - The Deconstruction

La decostruzione di Mark Everett, in realtà, è una strada  che il leader degli Eels ha percorso per tutta la carriera; dietro la produzione musicale di Everett c’è sempre stata una sofferenza pesante causata da improvvisi o drammatici lutti familiari. In certi dischi ce n’è di più come nel peraltro indispensabile Electro-Shock Blues, un capolavoro che risale, ahimè, a ben vent’anni fa… Anche in The Deconstrution, che esce a quattro anni dal precedente lavoro, c’è molto del rimuginare sulle perdite, dell’interrogarsi sul senso della vita; la dimensione prettamente acustica trasforma le canzoni in piccoli bozzetti, scenette di vita con qualche pretesa filosofica di troppo, ma confortate da  una buona vena in termini di melodie e arrangiamenti. Certo mancano, tranne che nel singolo Bone Dry, momenti ritmicamente più vivaci e coinvolgenti, ma evidente Mr E. non era dell’umore giusto.(Fausto Meirana)

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JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS SOUND PRINTS - Scandal

Nel 2008 l’annuale tribute concert del SFJAZZ Collective – l’istituzione legata al San Francisco Jazz festival fondata da Joshua Redman - era dedicato all’opera di Wayne Shorter. Fra i musicisti invitati Joe Lovano e Dave Douglas che hanno deciso di portare avanti il progetto trasformandolo nel gruppo Sound Prints, insieme al pianista Lawrence Fields, alla contrabbassista Linda May Han Oh e al batterista Joey Baron. Dopo una prima apparizione al festival di Monterey del 2013 (disponibile nell’omonimo disco del 2015) seguita da alcune date in tour, ecco il primo album in studio. La musica del quintetto, un gruppo molto unito e omogeneo, alterna composizioni di Shorter come “Fee Fi Fo Fum” e Speak no Evil”, a brani originali che riprendono le atmosfere del sassofonista cui il gruppo si ispira, ma più in generale la produzione Blue Note anni ‘60 meno mainstream e standardizzata. Ovviamente fanno capolino il nume tutelare di Lovano (in “Scandal” l’omaggio a Coltrane è evidente) oltre che Monk in “Ups and Down”. Un quintetto che si colloca felicemente tra post-bop e avanguardia, con la qualità non comune di un appassionato lirismo. (Danilo Di Termini)

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ONEIDA - Romance

La disponibilità immediata di moltissima musica, insieme alla scomparsa delle ideologie, ha naturalmente abbattuto steccati prima invalicabili. Oggi c’è chi ascolta l’avanguardia più spinta e a stretto giro il pop più frizzante. Ieri c’erano più tribù. Non ci interessa qui stabilire se sia cosa buona (e giusta) o cattiva; certi gruppi di confine come Oneida suggeriscono considerazioni simili. Sono di confine tra rock (la strumentazione, il tiro) e non-rock (le canzoni in forma libera e informe); sono di confine tra quasi elettronica (il ritmo, le pause, le ripartenze) e quasi sfuriata (le esplosioni, la distorsione); sono di confine tra esperimento (ripetizione, dissonanza) e ortodossia (a se stessi). Insomma, gli Oneida erano perfetti prima della fine delle ideologie; restano ancora bravi; e questo disco è un ritorno di forma con i fiocchi. (Marco Sideri)  

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