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BILL FRISELL & THOMAS MORGAN - Epistrophy

Bill Frisell ha incontrato discograficamente il giovane contrabbassista Thomas Morgan in “When You Wish Upon a Star”, disco del 2016 in cui il chitarrista esplorava con un bel quintetto il mondo delle colonne sonore cinematografiche e televisive. L’anno successivo è stata la volta di “Small Town” in duo: composizioni originali alternate a cover, tra cui una versione di “Goldfinger” che si riallacciava idealmente all’esperienza precedente. Questo live registrato al Village Vanguard di New York nel marzo 2016 è inevitabilmente un compendio di queste due esperienze: dalla bondiana "You Only Live Twice" di John Barry (presente anche in "When You Wish Upon a Star") a "Wildwood Flower" (che arriva invece da "Small Town"), anche se qui, in medley con il vecchio successo dei Drifters "Save The Last Dance For Me", rappresenta l'episodio probabilmente meno riuscito del disco, fino all'omaggio a Paul Motian – con il quale entrambi hanno suonato – di "Mumbo Jumbo".

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ROBBEN FORD & BILL EVANS - The Sun Room
Sono sufficienti poche note di “Star time” per ritrovarsi a metà degli anni ‘80, quando gruppi come Steps Ahead (in cui ha militato il sassofonista Bill Evans) e Yellowjackets (di cui il chitarrista Robben Ford è stato tra i membri fondatori) pubblicavano dischi che sarebbero rimasti come i migliori esempi di quell’incrocio tra jazz e rock passato alla storia con il nome di fusion. Entrambi i musicisti poi, anche se in tempi non concomitanti, ebbero anche modo di suonare nei magmatici gruppi che Miles Davis allestiva in quel periodo e basterebbero queste credenziali a farci capire che ci troviamo di fronte a due vere star dei loro strumenti. Ma gli anni passano e riproporre pedissequamente quella musica oggi (anche se qualcuno lo fa) non avrebbe più senso: così, insieme a un solido bassista come James Genus (un lungo sodalizio con Uri Caine, attualmente membro della house-band del Saturday Night Live) e con il batterista Keith Carlock (Steely Dan e Toto le sue ultime collaborazioni) Ford e Evans aggiungono una buona spruzzata di blues (“Catch A Ride”), echi bluegrass (“Bottle Opener”), tentano la strada del mid-tempo vocale alla Boz Scaggs (“Gold On My Shoulder”) o della ballata strumentale (“Something In The Rose”). Meno prevedibile di quanto si possa immaginare “The Sun Room” scorre sui binari di un intrattenimento di altissimo livello, ideali per gli amanti del genere, meno per chi nella musica cerca qualcosa di ‘inaudito’. (Danilo Di Termini)
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SANTANA - Africa Speaks

Il nome di Carlos Santana, soprattutto in Italia, fa storcere il naso a molti: nonostante un curriculum che da Woodstock, giusto cinquant’anni fa, lo ha portato a suonare con tutti i migliori musicisti rock, blues e jazz della sua generazione, su di lui grava un pregiudizio ineliminabile, quello di aver venduto milioni di copie di un brano, a onor del vero alquanto melenso, come “Europa”. Si aggiunga anche la contestazione politica (?) al concerto del Vigorelli del 1977, una hit mondiale come “Corazon Espinado” e parecchi album dimenticabili (tra cui quello del 2017 con gli Isley Brothers davvero deludente) ed ecco spiegato perché un piccolo gioiello come “Africa speaks” rischi di passare completamente inosservato. 

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STAN GETZ - Getz At The Gate

Parlare di un doppio cd registrato dalla Verve il 26 novembre 1961 al Village Gate di New York – per un album rimasto inedito fino a oggi – significa rituffarsi in un periodo davvero fulgido nella pur ricca storia del jazz. Tanto per dire quasi in quegli stessi giorni, a dieci minuti a piedi da lì, John Coltrane si esibiva al Village Vanguard con un gruppo che comprendeva McCoy Tyner, Eric Dolphy, Elvin Jones; quello stesso “Trane” che prima di trovare in Tyner il suo pianista ‘definitivo’ (o quasi) aveva provato per un breve periodo Steve Kuhn, il pianista che insieme al contrabbassista John Neves e al batterista Roy Haynes completa la formazione di questo quartetto. 

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CAROLE KING - Live At Montreux 1973

Nel giugno del 1973 Carole King pubblica il suo quinto album, “Fantasy”: è oramai una vera e propria star nel firmamento della musica pop; con i precedenti dischi, “Tapestry” su tutti, ha venduto milioni di copie. In Europa non ha mai suonato dal vivo se si esclude uno special di una trentina di minuti per BBC Four nel 1971 (c’è anche James Taylor, lo potete vedere qui: www.youtube.com/watch?v=GqAgSTV56a0); ma due anni dopo, il 15 luglio, sale sul palco del Jazz Festival di Montreux e inizia a ripercorrere il suo disco più famoso: “Feel The Earth Move”, “Smackwater Jack”, “Home Again”, “Beautiful”, sono tutte rilette per pianoforte e voce. Dal passato, dal suo lavoro di autrice di canzoni iniziato nel 1958 con il marito Gerry Goffin [insieme nel celebre Brill Building, il palazzo in cui nasceva la musica americana negli anni ‘50 e ‘60, hanno scritto brani come "Loco-Motion" e (You Make Me Feel Like A) Natural Woman)], arriva “Up on the Roof”, portata al successo dai Drifters, e qui riproposta ancora in solitudine; ancora due brani da “Tapestry”, “It’s Too Late” e “Fantasy Beginning” e tocca al nuovo disco, riproposto quasi interamente con il gruppo con cui è stato inciso, in cui spiccano il batterista Harvey Mason, il sax di Tom Scott e la chitarra di David T. Walker.

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RORY GALLAGHER - Blues

Nella montagna di riedizioni, box stipati di remix più o meno significativi, dischi in origine singoli che diventano mostruose iperfetazioni da cinque, aver notizia che esce un triplo cd di Rory Gallagher è una bella boccata d’ossigeno. Il chitarrista irlandese che maneggiava la slide come un consumato bluesman del Delta trasferitosi a Chicago, il rocker che grondava a ogni concerto litri di sudore misto a whisky all’alba del 2019 non è nel pantheon degli intoccabili del rock. Eppure Jimi Hendrix, a domanda diretta se lui fosse il miglior chitarrista del pianeta rispose beffardo: “Andatelo a chiedere a Rory Gallagher”. Fu in predicato per sostituire Mick Taylor negli Stones, Ritchie Blackmore nei Deep Purple, per fortuna non accettò nessuna di quelle proposte, e andò avanti a modo suo, in direzione, per dirla con Faber, “ostinata e contraria”.

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THE BLACK KEYS - Let's Rock

Facile ritorno, quello dei Black Keys, alla formula che li ha portati al successo con il potente uno-due di Attack And Release (2008) e Brothers (2010); il power duo formato da Dan Auerbach e Patrick Carney poi ha svoltato leggermente con i dischi seguenti (El Camino e Turn Blue) verso la psichedelia, con risultati commercialmente ottimi, ma contraddittori sul versante artistico. Aggiungiamo il debole sforzo solistico zuccherato di country  di Auerbach (Waiting On A Song) e si capisce come mai, in Let’s Rock, fin dal titolo si tirano i remi in barca, cercando di orientare la bussola nella direzione giusta. Tra riff ‘grassi’ e ballate che potrebbero ricordare dei Creedence Clearwater Revival aggiornati, il disco si fa ascoltare con grande piacere, specie se stiamo guidando verso le vacanze, ma la proposta dei Black Keys comincia a sapere di vecchio e la cosa più elettrizzante, alla fine, è il brivido che dà la copertina... (Fausto Meirana)

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DAVE DOUGLAS - Devotion

Trio inedito per Dave Douglas che, oltre all’amico di vecchia data Uri Caine (con cui ha condiviso anche un disco in duo), arruola il gigantesco batterista Andrew Cyrille, anziano sodale di Cecil Taylor. Il progetto affonda le sue radici in un inno sacro del 1818 di Alexander Johnson: è proprio questo brano a chiudere un album, cui dà anche il titolo, interamente dedicato a omaggiare - con devozione - i ‘buoni maestri’. C’è Franco D’Andrea in “D’Andrea” e “Francis of Anthony”, Carla Bley in “Miljøsang” e “False Allegiances”, rispettivamente un brano incalzante e una sorta di tango da bordello; c’è Mary Lou Williams in “Prefontaine” e “Rose and Thorn”, Dizzy Gillespie in “ We Pray”; e in “Pacific”, destinato a Aine Nakamura affiora anche Duke Ellington con la prolungata citazione di “In a sentimental mood”. Menzione particolare al gioco sempre attento e puntuale, ma anche geniale e improvviso di Cyrille, per una collaborazione davvero riuscita. (Danilo Di Termini)

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BOB DYLAN - The Rolling Thunder Revue - The 1975 Live Recordings

Uscito in contemporanea con l'omonimo  film di Martin Scorsese ''The Rolling Thunder Revue" (da vedere assolutamente) il cofanetto in esame raccoglie in quattordici CD le testimonianze dello spettacolare circo della Revue, così divisi: dieci CD che raccolgono cinque concerti registrati professionalmente; tre CD di prove (monofoniche ma molto buone) e un CD "bonus" di esecuzioni rare ( e di qualità alterna). Tutti i documenti sono relativi ai concerti del 1975, poiché la tournée del 1976 ebbe scarsa fortuna. Ad un primo ascolto si resta impressionati proprio dalle prove, piene di brani in evoluzione,  in rilettura o inaspettate cover. Concentrandosi meglio, magari con l'aiuto delle immagini del documentario, la grande potenza dell'ampia band (con Roger McGuinn, Mick Ronson, Joan Baez e molti altri) si svela nei concerti, e lì lo stesso Dylan è inarrestabile nel trasfigurare i brani con una grinta senza precedenti.

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