Rock

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ELEANOR FRIEDBERGER - New View

In Personal Record, il suo secondo disco dopo la conclusione dell’esperienza  Fiery Furnaces (con il fratello Matthew), le canzoni di Eleanor Friedberger  sembravano orientate alla fruibilità  radiofonica o all’uscita come singoli (o qualcosa del genere), mentre  nel nuovo album,  New View, la cantautrice si concede una diversa prospettiva artistica e personale, considerato il recente trasferimento dalla città di New York verso l’interno dello stato, forse in campagna. Nei testi resiste  ancora una eco della città, con  le pulsioni e gli incontri di una metropoli, ma nella musica si coglie già la rilassatezza del nuovo insediamento. Anche la  voce della Friedberger suona più serena e sincera, mentre gli arrangiamenti sono arrichiti da suoni ‘vecchi’ di organo e piano elettrico e da strati e strati  di chitarre gentilmente forniti  da una vera band che comprende anche alcuni collaboratori di Beck come Michael e Jonathan Rosen. (Fausto Meirana)

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TINDERSTICKS - The Waiting Room

Senza fare filosofia da taverna (anche se...) diciamo che la musica sta diventando affare da fan. O meglio: c’è un consumo generale, vorace e indistinto, e poi chi, con fede cieca, continua a seguire ogni mossa/pubblicazione dei suoi beniamini, a prescindere. In questo contesto, una recensione, o la valutazione globale del percorso di un gruppo, ha un ruolo marginale. Pace; ai margini non si sta male quindi sia detto chiaro e tondo: questo è il primo album dei Tindersticks che si possa dire completamente riuscito da (tanti) anni a questa parte. TWR fonde la passione per le immagini e le atmosfere da sala buia (è accompagnato da cortometraggi, cita colonne sonore), la vena soul emersa subito dopo gli esordi, l’estro melodico e malinconico dei Tindersticks classici, con la voce-marchio-di-fabbrica di Stuart Staples a chiudere il cerchio. Bentornati. (Marco Sideri)  

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LUCINDA WILLIAMS - The Ghost Of Highway 20

Dimentichiamo l’allure mitologica della Route 66. La Highway 20 è un’interstatale che va dalla Louisiana al Texas, in un susseguirsi di coffee house perse nel nulla, rare stazioni di servizio e immancabili motel che si affacciano tristi e indistinguibili sulla stessa linea d’asfalto. E la mente che scava nel passato, raccogliendo frammenti di serenità e d’angoscia. Questa è l’essenza dell’ultimo album di Lucinda Williams; un lavoro intimo, complesso e affascinante come un lungo viaggio nella memoria. Con la voce ruvida e toccante che abbiamo imparato ad amare, la songwriter americana rende omaggio a Woody Guthrie (House of Earth) e a Bruce Springsteen (Factory) e ci racconta splendide storie d’amore e d’inquietudine. Gli arrangiamenti scarni ed essenziali di Dust, Place In My Heart e If There’s A Place in Heaven (dedicata al padre Miller, recentemente scomparso) e la chitarra di Bill Frisell accentuano l’intimismo di un album che mette in evidenza il talento di Lucinda Williams. Qualora fosse necessaria una conferma. (Ida Tiberio)

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RENAISSANCE - DeLane Studios 1973

Di recente la signora della voce Annie Haslam ha dato preziosa testimonianza di sé collaborando (assieme a gente come Robert Wyatt, Andy Latimer, Dave Stewart) a un disco avvolgente e morbidissimo come Stream , di Dave Sinclair, piccola rinascenza canterburiana. Adesso arriva qualcosa dal passato, ed è un passato molto luminoso: i nastri registrati ai DeLane Studios nel 1973.  Poca gente ad applaudire, concentrazione massima sulle volute di quel suono classicheggiante ed elegantissimo, con più tentativi di imitazione, all'epoca, della Settimana Enigmistica, ma ineguagliato. Si parte con Can You Understand? E si approda, a Prologue. In Ashes Are Burning ci sono Andy Powell e Al Stewart. Una perla rimasta a sonnecchiare negli archivi che può ritornare a slpendere: basta aver voglia di viaggiare con la fantasia, come succedeva tanto, tanto tempo fa, quando forse si era meno cinici e con un futuro ancora incartato in pacco regalo. (Guido Festinese)

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BEACH HOUSE - Thank You Lucky Stars

Abbiamo già parlato di quest’album, parlando del suo predecessore. Thank You… (ottobre 2015) è il secondo disco dei Beach House nel giro di pochi mesi e, parola del gruppo, non è un’appendice di Depression Cherry (agosto 2015); è proprio un disco nuovo. E, parola del recensore, è un disco nuovo molto bello. Il rock sognante e sfumato dei BH acquista in queste canzoni una qualità quasi bambinesca: paiono carillon certe melodie; sono meno rock rispetto alle precedenti; sono ridotte all’osso di ritmi, tastiere e la bella voce della cantante V Legrand. Intorno c’è una nebbia elettrica che, per chi si diletta a definire, rimanda al dream pop; nel mezzo, un passo cadenzato che a tratti pare quasi un valzer d’altri tempi (Common Girl, Elegy To The Void). Disco affascinante e di sostanza, questo qui; una combinazione in via d’estinzione. (Marco Sideri)

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TOMMY CASTRO - Method To My Madness

Ci sono dischi che nascono e crescono bene per tutto, tranne che per un particolare. Il particolare che non funziona nel nuovo lavoro id Tommy Castro è di immediata evidenza: l'orrida copertina fumettistica dove il nostro sembra Hannibal The Cannibal in veste da piacione. Non era meglio una bella foto, o tutt'altro? Questo a parte, il resto funziona a meraviglia, e se un disco stipato di rock filante, riffoni pesanti ma motivati alla Hendrix, abbondanti speziature New Orleans e rhythm and blues, shuffle strascicati, rock 'n' roll come di Fender comanda, e via citando è, come dicono gli anglosassoni “la vostra tazza di tè”, l'acquisto è pressoché obbligato. Non c'è un pezzo debole, e  tutti suonano come se fosse l'ultima volta. O, almeno, la penultima. (Guido Festinese)

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