Rock

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BILL FAY - Who Is The Sender?

Dopo quarant'anni di silenzio e oblio dal secondo (fino a quel momento) disco in studio ("Time Of The Last Persecution", 1971), un po' come poco prima era accaduto con la splendida Vashti Bunyan, il londinese Bill Fay pubblicava nel già lontano 2012 un album misterioso, spirituale, malinconico e al contempo rigenerativo ("Life Is People"). Un lavoro, la cui delicata dimensione innodiale, giusto un tre anni orsono, aveva sorpreso favorevolmente appassionati e addetti ai lavori. Con un "Who Is The Sender?" (forse un po' meno convincente, spontaneo, ma ugualmente interessante) Fay non si allontana di molto da quel registro diafano, dolente e al contempo catartico, taumaturgicamente antemico, a tratti "salmodico", continuando a riflettere, probabilmente da buon ultra settantenne, e come in un confidenziale dialogo con una sorta di Dio natura, come lo chiamava Spinoza, sul mondo (si ascolti la sinfonica "World Of Life"), lo scorrere del tempo, la sua non così lontana scadenza (almeno nel suo caso), il bisogno di una comunione con il creato; e non rinunciando alla critica sociale, al tema della pace e della ferma opposizione alla guerra, come in "War Machine" e in "Order Of The Day", nella quale viene ripetuto continuamente come una specie di mantra il verso "We Gonna Change This World". Al centro di tutte queste meditazioni e peregrinazioni spirituali un posto speciale è riservato alla musica ("There's a melody at the heart of me" si recita in "How Little"), nel Fay odierno vero e proprio gentile connubio tra folk, rock, digressioni accademico sinfoniche o cameristiche e timide armonie gospel, e soprattutto vissuta e considerata come un vero e proprio dono. Ma se è così, chi ne è mai il mittente ("Who Is The Sender?")? "Vorrei dirgli grazie". (Marco Maiocco)

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LEONARD COHEN - Can't Forget

La grande quantità di dischi dal vivo di Leonard Cohen usciti negli ultimi anni (Live in London, Songs From The Road, Live at The Isle of Wight, Live in Dublin,) non deve condizionare il giudizio su Can’t Forget, perché il contenuto questa raccolta è molto vario e interessante; metà dei brani proviene dai soundcheck, con due inediti, due inaspettate cover e il bonus di un divertissement narrativo. Tolti i brani ‘normali’, tra i quali brillano una sensuale ‘Joan of Arc’ e l’oscura ‘Night Comes On’ (da Various Positions), si fanno notare, tra i brani più appetitosi,  La Manic,  ballata in francese del Quebec accolta con fragore dal pubblico della regione canadese e una versione di Choices, tratta dal repertorio del countryman George Jones. I due inediti firmati da Cohen, ‘Never Gave Nobody Trouble’ e ‘Got A Little Secret’ sono due gradevoli esercizi carichi di blues e ironia, perfetti per rodare la band, non a caso provengono ambedue dalle prove di sala. Il bizzarro brano finale, ‘Stages’ è una recitazione  disincantata sull’attrazione  femminile verso il maschio in relazione alle differenti età di quest’ultimo, condita dell’autoironia che si può permettere il cantautore ottantenne; incollate ad essa ci sono  due belle strofe di ‘Tower Of Song’ che chiudono in bellezza questa selezione proveniente dai concerti del 2012-2013 sui palchi di mezzo mondo. (Fausto Meirana)

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GIUDITTA SCORCELLETTI - Nightingale

Ecco un disco gentile e sognante che potrebbe essere amato da fasce ben diverse di pubblico. Chi cerca voci armoniose e fuori dal tempo, chi va alla ricerca i soluzioni melodiche non banali, chi vaga cercando timbri nuovi, sorgivi, di quelli che sembrano sempre sul punto di rammentare qualcosa, ma poi non assomigliano a niente e nessuno. Giuditta Scorcelletti nel 2013 era per strada, tra i magnifici scorci medievali di San Gimignano, e cercava di raccattare qualche soldo cantando con la sua voce luminosa e antica al contempo vecchie canzoni popolari toscane, quelle che piacciono a Riccardo Tesi. Siccome i piccoli miracoli succedono, ecco che per le vie del paesino incantato passa Michel Hoppé, l'uomo che guidava etichetta A&R per la Polygram, per capirsi il talent che aveva scoperto gente da nulla quale Vangelis e Jean Michel Jarre. Folgorazione sulla via di San Gimignano: un biglietto da visita lasciato nelle mani di Giuditta, scambio di mail. E un disco che nasce piano piano su composizioni di Hoppè, con il fido chitarrista Alessandro Bongi, e qualche tocco di violoncello, tabla, flauto. Risultato: nelle vicinanze di un piccolo capo d’opera. I miracoli accadono, si diceva. (Guido Festinese)

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VAN DER GRAAF GENERATOR - After The Flood - Van Der Graaf Generator At The BBC 1968 - 1977

Se la prima e la seconda parte della carriera del glorioso “generatore” del progressive rock più oscuro e influente che si sia mai ascoltato hanno potuto mettere in conto solo poche incisioni dal vivo, a fronte di una produzione concertistica piuttosto imponente, i fan hanno trovato modo di rifarsi in quest'ultima decade. E' storia recente quella delle registrazioni  live al Paradiso (2009) e di Merlin Atmos, uscito quest'anno. Nulla da dire sul glorioso ed inevitabile crepuscolo di una band che è nel quinto decennio di attività, e può ancora dare lezioni di claustrofobica poesia rock in nero a migliaia di epigoni, a volte del tutto incoscienti di ripercorrerne le tracce. Però, e sia detto senza voler passare a forza nelle schiere dei laudatores temporis acti, la pubblicazione di questo doppio cd che riunisce finalmente tutte le session radiofoniche dei Van Der Graaf per la Bbc, in un arco benedetto di tempo che sta tra un archeologico 1968 ed il furor geometrico e disossato del 1977, in pieno punk (e  punk e darkettoni molto amarono, più o meno scopertamente, la band di Peter Hammill) mette la parla fine all'astinenza dal loro tempo migliore. Gran messe di inediti, un suono convulso e straziato, capace di passare da un'infinita dolcezza agli strappi più laceranti conosciuti dal rock. Forse solo il Re Cremisi di Red e Lark's Tongues in Aspic seppe sfoggiare uguale regalità ferina e “prog”. (Guido Festinese)

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THE TALLEST MAN ON EARTH - Dark Bird Is Home

A tre anni di distanza dal piacevole e dylaniano "There's No Leaving Now", sospeso tra il folk meditato e qualcosa di più commerciale, lo svedese Kristian Matsson, in arte The Tallest Man On Earth, torna sulla scena con un nuovo album. Pur non cambiando di molto la sostanza, il sound si è improvvisamente arricchito (in modo discreto, ci mancherebbe) di qualche fiato, coro, tastiere, sintetizzatori e pianoforte. Insomma, non più solo voce e chitarra o giù di lì (si ascoltino anche qui la parte iniziale di "Fields Of Our Home", e poi "Singers" e soprattutto "Beginners", scampoli del vecchio Tallest Man), ma il piacere di distendere qualche quinta sonora o di rafforzare l'impianto armonico e timbrico. Il risultato, però, sembra produrre alcuni riverberi di troppo, e anche sul piano compositivo, della scintilla melodica, la sensazione è che manchino le interessanti intuizioni dell'album precedente. Tutto appare, quindi, un po' più scontato, pur rimanendo la capacità di intrattenere con sapiente e immediata semplicità, raccontando di amori spensierati o di storie romantiche in precario equilibrio tra gioia e disperazione. Da rivedere. (Marco Maiocco)

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Siti dylaniani in fibrillazione, per questo cd: perché per quanto lo stesso Mr. Zimmermann stia provvedendo a svuotare i propri archivi, riportando alla luce gioielli e rarità assortite, non ce la farà mai a venire a patti con la smisuratezza della propria opera. Dylan è “larger then life”, come dicono gli anglosassoni. E dunque, se siete nella schiera di coloro che non perdonano al mercuriale cantore del Simple Twist of Fate la melensa e recente  sbandata sinatriana, rivolgetevi qui, a questo disco pirata (all'ottantacinque per cento di eccellente qualità sonora) che copre un quindicennio abbondante di apparizioni televisive del nostro. Si parte con il Johnny Cash Show, 1969 (e l'Uomo in Nero c'è, ovviamente, a duettare con  Dylan), si approda al 1984 del David Letterman Show. Chicche? Due versioni di Gotta Serve Somebody da incorniciare, una Hurricane a dir poco perentoria, un’acida Jokerman da mettere nell'album dei ricordi. (Guido Festinese)

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