Rock

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PUGWASH - Play This Intimately (As If Among Friends)

Il pop come terapia? Qualora se ne riconoscesse la valenza in termini di ricadute positive, ecco allora che propugnerei ripetuti ascolti dei Pugwash con la certezza di ottenere risultati indubbiamente efficaci. La potenza salvifica di una canzone perfetta attinge alla suggestione di tutto il "suonare" che ci è passato per le orecchie e, nel nuovissimo album della miglior pop band del pianeta (se ne stanno accorgendo anche in America), di madeleine sonore ve ne son assai. Un condensato soave di Burt Bacharach, Paul McCartney, ELO , tanto per citare le memorie più note, ma anche tanta personalità in queste canzoni che omaggiano senza plagiare la migliore tradizione d'Albione, pur essendo gli alfieri irlandesi. Dicevo l'America perchè al momento è li che i ragazzi d'antan sono in tour e qualche cosa succederà. Ogni canzone contiene idee, stile, grazia e pure originalità, il pacchetto va ssunto nella sua interezza. Per gli amici, dentro ci son Ray Davies (KInks), Andy Patridge (XTC), Neil Hannon (Divine Comedy) e finanche Jeff Lynne con un fantomatico "shout". Disco che suonerò in loop per i prossimi mesi sino ad ottenimento completa guarigione. (Marcello Valeri)

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JIMI HENDRIX - Freedom/Atlanta Pop Festival

Luglio 1970, vigilia dell'Indipendence Day. Il governatore della Georgia non vede di buon occhio le quattrocentomila persone coi capelli lunghi e i vestiti colorati che hanno messo sotto assedio pacifico venticinque acri di terreno per ascoltare musica rock e blues. L'anno prima ne erano arrivate centocinquantamila. E tanto meno vede di buon occhio la stella delle tre serate, Jimi Hendrix. Nero e mezzo pellerosse, uno che, gli han detto “fa strani rumori con la chitarra”. Che è agli sgoccioli della sua brevissima vita, ed al massimo della potenza sonora e poetica. Quando sale a mezzanotte sul palco con il suo Trio scatena una deliziosa tempesta elettrica che lascia basiti tutti. E la versione di Star Splanged Banner sembra addirittura più potente e visionaria di quella incisa a Woodstock l'anno prima. Finalmente si apre un'altra fessura negli scrigni hendrixiani custoditi dai molossi della famiglia. Sedici brani, due in più nel documentari, Electric Church, che uscirà a ottobre. Valeva la pena aspettare trentacinque anni? Valeva la pena, l'aveva detto anche Jimi: “quando non ci sarò più, ascoltatevi i dischi”. (Guido Festinese)

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DANIEL BACHMAN - River

Ecco un'altro talentuoso nipotino di John Fahey, il venticinquenne Daniel Bachman, che al settimo disco in studio pubblica (a detta delle cronache) probabilmente il suo disco più riuscito, compiuto, convincente. Originario della Virginia, Bachman è per l'esattezza nativo di Fredericksburg, città cardine nel corso della guerra civile americana, perchè situata esattamente a metà strada tra Washington e Richmond, le due capitali delle forze a confronto, la prima capoluogo politico dell'Unione, la seconda estremo baluardo della coalizione confederata, stato maggiore del valoroso esercito del generale Lee (e non lo diciamo da sudisti ovviamente). Una cittadina costruita sulle rive dell'algonchino Rappahannock River, che dalle Blue Ridge Mountains, le avvisaglie orientali di quel mitico spartiacque culturale che è rappresentato dalla catena appalachiana, scorre più o meno rapido fino alla famosa baia di Chesapeake (l'approdo degli antichi "padri pellegrini"), vero e proprio ampio porto naturale. Sono aree geografiche nelle quali ci siamo già imbattuti, occupandoci (per esempio) di Nathan Bowles e del suo piccolo grande capolavoro "Nansemond", sospeso tra lo psych folk e la "filologia musicale" in chiave popular. Daniel Bachman per la verità oggi non vi risiede più, essendo da qualche tempo un cittadino della non lontana (verso sud) Durham (Nord Carolina), città nella quale è stato registrato questo suo ultimo "River", pacata e smagliante sintesi di blues, folk, "tempi stracciati", echi antemici, slide distorti e rallentati, saltellanti fingerpicking e improvvisazioni spaziali. Un impasto acustico e sonoro in fondo tipico del sud est (anche se Bachman ci mette decisamente del suo), capace di invadere qualsiasi ambiente di luminosi, corroboranti e terapeutici armonici. Un lavoro dal forte carattere ipnotico e narrativo, interamente dedicato al fiume Rappahannock, ai suoi paesaggi, al suo ecosistema, alla sua storia, e tutto questo a prescindere dal doloroso ricordo del terribile alluvione che nel 2014 ha colpito micidialmente la zona di Fredericksburg. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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IRIS DEMENT - The Trackless Woods

Iris DeMent è una cantante intensa e sensuale, e un'autrice di talento molto apprezzata, anche dal cinema (quello dei fratelli Cohen per esempio) e dalla televisione, nonostante il suo riserbo. Originaria dell'Arkansas, classe 1961, con la famiglia di osservante fede pentecostale si trasferisce presto a Los Angeles, dove cresce influenzata sia dal gospel che dalla country music (la sua voce può ricordare quella di Hemmylou Harris, con la quale ha per altro lavorato). Il suo ultimo vero album "Sing The Delta" (il delta dell'Arkansas non del Mississippi) risaliva a un triennio fa, ed aveva seguito a sedici anni di distanza il suo precedente lavoro autoriale "The Way I Should" ("Lifeline" del 2004 altro non era che la reinterpretazione di una serie di inni gospel, che Iris cantava da bambina). Un lavoro ("Sing The Delta") da lei interamente scritto e sprofondato nella cultura innodiale, se non altro dal punto di vista musicale (gli argomenti erano i più vari: dall'amore alla perdita, dalla fede alla memoria), senza mai perdere di vista la parte country di una poetica delicata, densa e affascinante. Con quest'ultimo "The Trackless Woods", "complice" la figlia adottiva Dasha dalle lontane (nello spazio) origini russe (adottata, insieme al marito Greg Brown, fin dall'età di sei anni), la DeMent compie un vero e proprio salto culturale (non tanto musicale), mettendo in musica (la propria) la poesia profonda e resiliente, lontana da suggestioni simboliche, di Anna Akhmatova (1889-1966), la matriarca della lirica russa del secolo scorso, che (da non allineata) soffrì gli orrori dell'era staliniana, rifiutandosi di lasciare la Russia, nonostante fosse stata definita una nemica della patria. Un modo per costruire un'ideale e simbolico ponte di comunicazione con la terra d'origine dell'amata figlia adolescente. Un concept album intimo e delicato, ad alto contenuto emotivo, costituito da 18 coinvolgenti composizioni tutte da leggere (il cd è corredato da un esaustivo libretto) oltre che ascoltare. Un lavoro registrato nel soggiorno di casa, tra le campagne dell'Iowa, con spesso il solo supporto della voce (in questo caso più raccolta e "tagliente" del solito), magari accompagnata da un "timido" pianoforte "pizzicato" qua e là, e a tratti sostenuta da una piccola e discreta string band, nella quale figura addirittura il famoso guitar hero Leo Kottke. Avvolgente. (Marco Maiocco)

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IRON AND WINE & BEN BRIDWELL - Sing Into My Mouth

In veste di strana coppia, Sam Beam, ovvero Iron and Wine, e Ben Bridwell, frontman dei Band of Horses, ci sottopongono un disco totalmente dedicato alle cover version. Bizzarra la scelta dei brani, con la prevedibile This Must Be The Place dei Talking Heads ad aprire gioiosamente la selezione, che scorre poi  zigzagando tra i due Cale, J.J. (Magnolia) e John (You Know Me More Than I Know), un brano del cantautore  Paul Siebel reso celebre da Bonnie Raitt (Any Day Woman), la Coyote di Peter LaFarge, una hit degli Unicorn, gruppo di country-rock inglese e via così, incontrando ancora la Marshall Tucker Band, Ronnie Lane e udite udite, persino la graziosa Sade. Come in tutti i dischi di questo tipo,  momenti alti e bassi sono inevitabili, rivelando la natura interlocutoria di questa uscita, ma le versioni condotte dalla voce  di Sam Beam sembrano avere una marcia in più, almeno per chi scrive. (Fausto Meirana)

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FAIRPORT CONVENTION - Access All Areas

Il profluvio inarrestabile di ristampe su cd di concerti che prima potevano ambire solo alla ambigua dignità di “bootleg” sta sortendo l'effetto contrario a quanto contemplavano gli astuti spacciatori di dischetti: la gente ha meno soldi, ed è diventata più selettiva anche sugli acquisti di musica dei propri beniamini. C'è poi il fatto che di norma le registrazioni ”live” sono un po' buttate lì, senza note e senza contestualizzazione. Se capita dunque qualche eccezione, è bene segnalare: ad esempio la bella serie Access All Areas, che non sempre presenta “live” inediti, ma lo fa con accompagnamento di Dvd eccellenti, note approfondite, e , in genere, ripresa sonora ben sopra la media. E' il caso di questo titolo riservato ai gloriosi Fairporti Convention, ripresi dal vivo nel 1990 nel periodo in cui avevano pubblicato lavori belli e dignitosi come Red & Gold e The Four Seasons, titoli che non troverete nelle classifiche dei capolavori del folk rock inglese, ma fanno da “anello di tenuta” per queste grandi note. Belle e dolenti ballate, come di consueto, e diversi classici travolgenti: tra i quali un prevedibile ma riuscito medley indiavolato con Lark In The Morning, Matty Groves, The Rutland Reel e Sack the Juggler cuciti assieme. Gran finale con una sontuosa Meet On The Ledge. (Guido Festinese)

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