Rock
Se volete far la prova, fatela: provate a non dire nulla a qualche appassionato di Americana e dintorni in libera declinazione country rock, mettendo in conto nella definizione usata un range piuttosto vasto di situazioni, dai Byrds ai Poco, passando per gli Eagles, la cosmic country music, certe avventure campestri rutilanti dei Creedence. Un pizzico di suono New Orleans, un riferimento gaelico giusto di sfuggita. Fategli ascoltare al buio questo disco: se ne innamorerà. E andrà a posarlo nella pila degli ascolti sacri, quelli appena indicati. A quel punto potrà anche essere vaccinato dal fatto che qui dentro trovate gli americani veri, e si chiamano ad esempio Ron Martin e Gene Parsons (dice qualcosa?), e gli italiani che quel suono l'hanno assorbito nel midollo: ad esempio Marco Zanzi e Cecilia Zanzi, Anna Satta. Un po' come la Red Wine che suona impeccabile bluegrass, o Bonfanti che se vuole scrive come Greg Brown. Qui armonizzazioni vocali da brividi, jingle jangle sound a Rickenbacker dodici corde garantita, dobro, fiddle e pedal steel. Gran scrittura personale, matura e sapient, e cover da lucciconi: ad esempio Tequila Sunrise degli aquilotti, Teach You Children pregiata ditta Nash, Sweet Baby James dalla penna di James Taylor. (Guido Festinese)
A meno di un anno di distanza dal suo precedente lavoro, riecco che affiora, in tutta la sua soavità,Tim Bowness, Attenzione, non trattasi di bulimia creativa, qui si tratta di ispirazione nel vero senso della parola : Bowness, già metà dei No-Man (l'altra metà era Steven Wilson) è promotore di un cantato che sottrae anzichè aggiungere, un vero e proprio sussurratore che, come degno contraltare alla propria delicata espressività, si ammanta di suoni talvolta vigorosi assai, a tratti tenui e pastellati.Queste undici canzoni hanno il grande pregio di esprimersi in pochi minuti, contrariamente al genere a cui egli viene ora assegnato, ovvero il prog, e nella loro concisione, contenere sempre elementi identificabili e distintivi, siano essi un fraseggio di synth piuttosto che un arpeggio elettrificato. Ospitate a parte (Peter Hammill, Phil Manzanera, Pat Mastellotto e David Rhodes) il disco si distingue per l'infinita ricerca nei testi e per madrigali inconsueti posti dove meno te lo aspetti. Di una ricercatezza stilistica assolutamente personale, un disco che meglio si apprezzerà quando finirà questo maledetto chiodo solare. (Marcello Valeri)
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