Rock

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KESTON COBBLERS CLUB - Wildfire

Le storie e le recensioni di rock sono piene di luoghi comuni sul “difficile secondo disco”, o terzo, o quarto, e così via. Ogni disco è difficile, dal primo all'ultimo, magari quarant'anni dopo. Ogni disco è facile, se si hanno idee e suono. I Keston Cobblers al secondo disco fanno un centro nel bersaglio anche più evidente di quello realizzato col primo. Hanno affinato quel suono strano e affascinante, fatto di strati e strati di arrangiamento, alla Beach Boys, e ulteriormente messe a fuoco deliziose voci pop sciupate o argentine, o tutti e due gli elementi assieme. Poi c'è, messo in risalto, un oscuro tambureggiare e un borbottare di tuba che porta a hook melodici irresistibili. Insomma, ritrovata l'anima del brit pop più elegante ed elusivo, e del suono californiano che fu, messi in conto anche precari sbuffi di synth analogici alla Grandaddy, ed una grandeur alla Musée Mécanique, ecco un piccolo capolavoro rock da non perdere, con Wildfire. (Guido Festinese)

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JASON ISBELL - Something More Than Free

Jason Isbell ha un passato remoto come componente dei Drive-By Truckers, gruppo di southern rock  diviso tra  Georgia e Alabama,  e uno più prossimo e difficoltoso da alcolista, ma  oggi sembra uscito felicemente da entrambe le condizioni… Il suo presente, dopo il discretamente fortunato Southeastern del 2013, è rappresentato da Something More Than Free,  disco  che risplende di canzoni apparentemente ottimiste e varie, potenti quando serve, riflessive quando necessita. I brani rimandano a grandi nomi come John Prine , nell’iniziale It Takes A Lifetime,  o a uno Springsteen più  sereno, come in 24 Frames. Più soprendenti, nella notevole Children of Children, i decisi richiami ad artisti come David Crosby o al suo storico compare Graham Nash. Qualche piccola scivolata in un  repertorio più banale, come l’inconsistente Palmetto Rose,   non pregiudica la qualità globale del disco, decisamente alta per la categoria piuttosto affollata  dei singer-songwriter nella quale rientra certamente Isbell. (Fausto Meirana)

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THE STEELDRIVERS - The Muscle Shoals Recordings

Originari di Nashville (Tennessee) gli Steeldrivers sono un formidabile e fulminante assieme bluegrass, intriso di influenze blues, rhythm and blues e country rock sudista, che negli ultimi anni da quelle parti è andato decisamente per la maggiore. Guidata dalla chitarra e dalla voce rauca e sbilenca dell'ottimo Gary Nichols, l'unico del gruppo ad essere per la verità nato nella leggendaria area musicale di Muscle Shoals (nord ovest dell'Alabama), dove si è letteralmente scritta la storia della soul music e non solo (vedi alle voci Aretha Franklin, Wilson Pickett, The Staples Singers, Solomon Burke, ma anche Lynyrd Skynyrd e soprattutto W.C. Handy, l'inventore del blues, secondo la leggenda da lui stesso creata, che a Florence, altra cittadina dell'area nella Contea di Lauderdale, sarebbe nato il 16 novembre 1873), la band è poi composta dal mandolinista Brent Truitt, il bassista Mike Fleming, e soprattutto dai talenti della violinista e co-autrice (insieme a Nichols) Tammy Rogers e dell'impeccabile e compassato banjoista Richard Bailey. Una classica formazione bluegrass, insomma, con chitarra, banjo, mandolino, fiddle (violino) e basso tutti luminosamente al loro posto, aperta, come detto, ad altre influenze, che ha deciso di registrare questo quarto ispirato disco presso il NuttHouse Recording Studio di Sheffield (Alabama), piccolo centro urbano adiacente a quello di Muscle Shoals e dei suoi leggendari studios nella stessa Contea di Colbert, a due ore e mezza di viaggio dalla capitale del country (Nashville), per dedicarlo interamente a questa mitica regione così cruciale e determinante per le sorti della popular music e della stratificata cultura americana. Non un disco di soul, ovviamente, ma certo un album suonato con generosità, autenticità, e tanta qualità. Un lavoro che si chiude con una dolente riflessione sulla guerra civile "River Runs Red", perché in questi antichi territori Cherokee (almeno dopo la rivoluzione americana, ma la faccenda è complessa) l'industriale guerra dell'uomo bianco è passata con tutta la sua inesprimibile e ancora indimenticata ferocia. Divertente e appassionante. (Marco Maiocco)

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RICKIE LEE JONES - The Other Side Of Desire

Un tempo era la bionda e sfrontata bellezza che accompagnava Tom Waits nelle sue scorribande notturne. Poi divenne una cantautrice di grande e riconosciuto talento. Infine, dieci anni di totale oblio discografico. Rickie Lee Jones abbandona Los Angeles e cerca nuovi stimoli esistenziali e creativi trasferendosi a New Orleans Nella splendida e martoriata città del jazz, Rickie Lee torna in sala di registrazione, con risultati eccellenti. The Other Side of Desire dimostra che l’artista californiana ha saputo recuperare la verve creativa di un tempo. Le undici ballate dell’album scorrono con accattivante intensità, tra raffinati arrangiamenti folk-jazz e sonorità di scarna e inquieta bellezza. Il singolo Jimmy Choos, Blinded by The Hurt e Juliette sono l’omaggio ad una voce piena di ruvida dolcezza. (Ida Tiberio)

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SLIM HARPO – Buzzin’ The Blues

Paranoie ed eruzioni cutanee estive? Aumenti di peso ingiustificati? La cura è una dose inevitabilmente massiccia di Slim Harpo (1924-1970), nome d'arte di Eddie Moore, di cui è appena uscito un box quintuplo formato LP intitolato Buzzin' the Blues pubblicato dalla mitica Bear Family tedesca. Il materiale sonoro comprende tutte le sue registrazioni più un disco live con inediti impreziosito da un libro cartonato, antipasto del saggio Slim Harpo and the Baton Rouge Blues di Martin Hawkins, la cui uscita è prevista l'anno prossimo per Louisiana State University Press. Oltre ai classici "I'm A King Bee", "I Got Love If You Want It" e "Baby Scratch My Back", si apprezzano l'incedere pigro e paludoso della Louisiana di "Dream Girl", il blues straziante e intenso di "Harpo's Blues" e il ritmo contagioso di "I'm Your Breadmaker, Baby". Guariti. Buona estate. (Luigi Monge)

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MBONGWANA STAR -  From Kinshasa

A volte le band collassano quando sono troppo al centro dell'attenzione. Staff Benda Bilili, l'incredibile collettivo di musicisti disabili congolesi che ha scalato le classifiche della world music negli ultimi anni è un esempio classico: troppi riflettori ed aspettative, e il gruppo è imploso. Questa la cattiva notizia. La buona è che lo Staff della rumba congolese esiste ancora, con altro nome, e con una sferzata d'energia supplementare decisamente notevole. Ora Coco Nagmbali e Theo Nzonza dalla Staff, scelti altri cinque musicisti di vaglia ed affidatisi alle cure di Liam Farrell, aka Doctor L, un produttore parigino che con le idee molto chiare su quale suono ottenere (s'è occupato anche di  Tony Allen) si fanno chiamare Mbongwana Star, dove la prima parola siginfica “cambiamento”. La flessuosa ipnoticità della rumba congolese incontra bassi profondi e pulsanti, strumenti elettrici in saturazione alla Konono (perlatro presenti nella sesta traccia), ed un'energia che ci piacerebbe definire “afro-punk-funk”. In ogni caso, un bell'esempio di come da un passo indietro possano nascere due passi avanti. (Guido Festinese)

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