Rock
Strano mondo, quello del neo prog rock. Ci sono personaggi che inondano un mercato già saturo di cd fotocopia sonora conforme di quanto fatto una quarantina d'anni fa, in una sorta di bulimica tensione a occupare ogni nicchia possibile, e figure dalle quali sarebbe bello e lecito attendersi testimonianze un po' più fitte, e invece nicchiano e ci strapensano, a pubblicare. La consolazione è che quando poi il cd esce, è in genere una meraviglia. La disperazione che un mezzo bicchiere d'acqua non leva la sete a chi è disidratato. Mr. Dave Surt, brillantissimo bassista e specialista d'elettronica aduso a muoversi in territori alt rock e prog veri (vedi alla voce ultimi gloriosi Gong) è al suo primo lavoro solistico. Da ultracinquantenne. Ci ha pensato e ripensato, ha convocato in studio il magnifico Theo Travis ai sax, un nome che chi frequenta i pentagrammi di Steve Wilson ben conosce, ha raccolto le ultime scivolate di “glissando guitar” di sua maestà Freak Daevid Allen, s'è fatto aiutare perfino da Steve Hillage. Risultato: un disco sognante, pastoso ed imprendibile al contempo che oscilla con sapienza infinita tra ambient music non decorativa, prog rock strumentale come potrebbe intenderlo Robert Fripp, vaghi richiami “etnici” alla Hadouk. E una classe smisurata. (Guido Festinese)
Non è la ripresa di un concerto qualunque quella qui pubblicata dai Tinariwen, anche alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali. Siamo a Parigi, un sabato di quasi un anno fa, il 13 dicembre 2014 per l'esattezza, presso il Bouffes du Nord, un teatro nei pressi della Gare Du Nord, gremito per l'occasione, e dall'interno molto simile a quello del Bataclan. La celebre formazione tuareg maliana di lingua tamashek è giunta quasi alla fine del lungo tour promozionale dell'ultimo album "Emmaar", oltre 130 le date. Siamo a Parigi ma è come se fossimo tutti quanti intorno al fuoco da qualche parte nel nord del Mali o nel deserto algerino meridionale. I Tinariwen, Ibrahim ag Alhabib, Hassan ag Touhami e Abdallah Ag Alhousseyni, tutti e tre formatisi nei campi profughi di Gheddafi nel corso degli anni '80, condividono il palco con la celebre cantante tindè Lalla Badi, una mentore per loro (musicale, artistica e "politica") da molto prima che diventassero "I deserti", ovvero sia il gruppo campione di desert rock conosciuto in tutto il mondo, già a partire dalla metà degli anni '90. Potremmo anche dire una mamma o una sorella maggiore in certi momenti di "romitaggio algerino" e poi libico alla ricerca di una vita migliore, lontano dalle repressioni governative contro il popolo nomade effettuate di continuo nel nord del Mali. L'algerina Lalla Badi, settantasei primavere, figlia del Sahara (la sua voce sofferta ne è una viva testimonianza), oggi residente a Tamanrasset, città non lontana dal roccioso complesso montuoso dell'Ahaggar (nell'Algeria meridionale), il cuore del territorio dei tuareg algerini, è la regina del tindè, una parola che indica sia un tipo di tamburo, una piccola percussione suonata solo dalle donne, sia una poetica ed un insieme di canti di tipo cerimoniale appannaggio esclusivo delle donne. Un repertorio simbolo della femminilità tuareg, cultura nella quale le donne sono tenute in alta considerazione, come depositarie e custodi dell'intera tradizione. Qui l'Islam (chissà che non sia capitato spesso!?), sembra essersi innestato felicemente su un'antica cultura berbera, probabilmente di tipo animista. È anche a partire dall'incontro con Lalla Badi e più in generale con la sua poetica che i Tinariwen, (come detto) prima ancora di nascere, hanno trovato le ragioni per creare il particolare sound che da sempre li contraddistingue: una mescola sapiente ed avvincente tra gli asimmetrici, vitali e sfalsati ritmi del tindè, le sornione cadenze "shuffle" delle carovane cammellate del deserto, e brucianti riff e ostinati "guerrieri", a dialogo con canti responsoriali, portati da chitarre elettriche pulviscolari intrise di rock e blues (musiche d'oltreoceano arrivate fin nei poveri territori nord africani e quindi in parte rimodulate oppure già inscritte nel "DNA" di quelle popolazioni?). Uno straordinario esempio di modernità e al contempo rispetto della tradizione, che in questo emozionante live, dal carattere riepilogatore e quasi commemorativo, trova una delle sue massime espressioni. Eccezionali. (Marco Maiocco)
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