Jazz
L’ultima volta, lo abbiamo lasciato in compagnia del sax soprano di Lol Coxhill ad improvvisare in libertà nell’ottimo recente “From Whichford Hill” per la serie Live at The Holywell Music Room (Slam Records, 2008): note stridule, suoni parassiti, nessun punto di riferimento ritmico e armonico. Oggi, invece, ritroviamo il sax-baritonista inglese George Haslam, sodale compagno del nostro Stefano Pastor, alla guida di un brillante quartetto impegnato nell’esecuzione di alcuni standards più o meno noti. Si va da “It’s Only A Paper Moon” e “Out Of This World” del grande Harold Harlen, il famoso compositore di “Over The Rainbow” e tra i maestri del mitico gruppo di autori newyorkese del Tin Pan Alley, a What’s New” del contrabbassista dixieland Bob Haggart, fino a un’interessante versione coltraniana di “St James Infirmary”, traditional portato al successo dalla poderosa cornetta di Louis Armstrong. Se bisogno c’era, ecco un buon modo per zittire tutti i possibili detrattori di un musicista come Haslam, che, nonostante la splendida preparazione, è sempre a rischio di incomprensione, data la sua appartenenza al mondo delle avanguardie e della sperimentazione in campo jazzistico. Un po’ come quando Lester Bowie, leader dell’art Ensemble Of Chicago, si metteva a suonare davvero il blues (forse come nessuno mai), senza uscire (per una volta) dalle sue griglie armoniche e dalle sue regole: quasi a dire che prima di dimenticarle le cose bisogna averle assimilate in abbondanza.
Partito dalla jungle-ambient nel 1994, il duo formato da John Coxon e Ashley Wales, nel corso degli album ha sempre più incluso elementi jazzistici nella propria musica, coinvolgendo strumentisti come Evan Parker, Kenny Wheeler e Mattew Shipp, direttore artistico della Blue Series della Thirsty Ear, alla quale sono approdati da cinque album. Qui l’ospite d’onore è il sax di John Tchicai (uno dei fondatori del New York Art quartet che incendiò il free negli anni ’60), al clarinetto basso nell’elegiaca “Silvertone”; insieme a lui si alternano l’interessante trombettista Roy Campbell e in due brani la chitarra di J. Spaceman, inquietante in “Garlands”, rumoristica in “1,000 Yards”. Il risultato è difficile da catalogare, come se Brian Eno avesse incontrato Miles Davis, ma ottimo da ascoltare. (Danilo Di Termini)
{mos_sb_discuss:11}
Altri articoli...
- JOHN ZORN - The Dreamers (Tzadik 2008)
- MARILYN CRISPELL - Vignettes (ECM 2008)
- OMAR SOSA - Afreecanos (Otá Records 2008)
- ORNETTE COLEMAN - Live in Paris 1971 (Jazz Row 2008)
- HIGH FIVE - Five For Run
- ANJA MOHR TRIO - Abend (Intuition 2008)
- STANLEY JORDAN - State Of Nature (Mack 2008)
- NILS PETTER MOLVAER - Re-vision (Sula 2008)
- SAM YAHEL - Jazz side of the moon (Chesky 2008)
- MARILYN MAZUR /JAN GARBAREK - Elixir (ECM 2008)
- KENNY WHEELER - Other People (Cam Jazz 2008)
- GEORGE HASLAM, STEFANO PASTOR, STEVE KERSHAW, PAUL HESSION - Helios Suite (Slam Productions 2007)
I più letti
- 23 aprile 2022 - 15 anni di Record Store Day
- Il 19 dicembre 1965 nasce a Genova il negozio di dischi più vecchio della città: Disco Club.
- THE BEATLES
- DISCO DELL'ANNO DI DISCO CLUB 2009 - Le Playlist
- DISCO DELL'ANNO 2012
- DESIERTOS - La Spagna e i luoghi del western
- CLOCK DVA - Post Sign
- MARK-ALMOND - Una band leggendaria e misteriosa
- DISCO DELL'ANNO 2013 - Classifica provvisoria e liste
- BLUR - All The People Blur Live At Hyde Park


“Dobbiamo continuare ad esplorare / E la fine di ogni nostra esplorazione/ sarà arrivare al punto dove abbiamo incominciato / e vedere quel posto per la prima volta”: questi splendidi versi di T.S. Eliot fanno da suggello, nel libretto, ad un disco destinato a piacere a molte fasce di pubblico diverse. Il progetto nasce dall’incontro tra Danilo Rea e Maurizio Martusciello, conosciuto con il nome d’arte di Martux. Danilo Rea, notoriamente, è uno dei pianisti jazz italiani più attenti alla fluidità della comunicativa, con quel tocco sontuoso e semplice al contempo, evidente frutto di impostazione classica, ma straordinariamente efficace quando affronta materiali non “eurocolti”: ne è prova bastevole il lavoro con il magnifico Doctor 3 trio. Martux è invece un performer abituato a lavorare in contesti legati all’avanguardia, sia musicali, sia legati alle arti visive. Assieme danno vita (firmando in accordo tutti i brani) a un intenso, lirico, palpitante tratteggio che mette in conto melodie affascinanti, tutte estremamente cantabili, e il continuo apporto di glitch, fruscii, echi, increspature elettroniche dei fondali sonori che rammentano molte belle avventure dell’ art rock più nobile e inquieto: i Radiohead del dittico sperimentale Kid A e Amnesiac, in primis. Intervengono anche una bella voce di soprano e una di baritono: chi pensasse che il tutto può virare nella stucchevolezza, vada col ricordo a trent’anni fa, quando Donella del Monaco e Tisocco si muovevano sulle stesse piste con i grandi Opus Avantra. (Guido Festinese)