Jazz

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ImageAll’inizio furono i Jazz Messengers di Art Blakey, poi il ‘Great Quintet’ di Davis, infine l’avventura dei Weather Report; in mezzo venticinque dischi da leader: ecco il percorso di uno dei più grandi sassofonisti e compositori di tutti i tempi (e di tutte le musiche). Eppure Wayne Shorter non possiede l’aura di un Jarrett o di un Fresu: questione di apparenza forse, che nell’epoca della comunicazione è più importante della sostanza.
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Image Fare parte dei Masada di John Zorn matura finalmente i suoi frutti in questa contaminazione eccezionale fra jazz ed avanguardia newyorkese, collocandosi fra le elucubrazioni elettriche alla Bill Frisell e le aperture ritmiche di Joey Baron, qui presente come protagonista. Douglas alterna furore rockeggiante a vibrati davisiani, avvolgendosi in iniezioni d’elettronica mai invadente e cullandosi in sensazioni più attutite e delicate, di precisa memoria zorniana.
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Image I sedici secondi di “Circa 1990”, puro swingin’ bop old style, introducono senza fronzoli il tema fondamentale del nuovo, magnifico, lavoro di McBride. Aprono, infatti, la strada alla contrapposizione tra il “vecchio” ed il “nuovo”, tra il jazz elettrico e pieno di groove del brano seguente, “Technicolor Nightmare”, ricco di bordate elettriche e ritmi funky, e le rimembranze latine dolcemente romantiche di piccoli capolavori come “Lejos de Usted”.
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Image Cosa aspettarsi, di nuovo o di originale, da un lavoro targato Blue Note e firmato da un supergruppo All-Stars, è difficile prevederlo. Lovano, Scofield, Holland e Foster, infatti, ci propongono quello che può essere definito, a ragione, come la madre di tutte le produzioni attuali della prestigiosa casa discografica. Impeccabile, pulito, perfetto.
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Image Una donna italiana jazz che suona il piano è cosa inusuale. Se poi il suo lavoro si rivela una gradita sorpresa, ci ritroviamo di fronte ad un evento raro. Koiné appare sorvolare il contemporaneo d’oltre oceano, ma non solo. La sensibilità della nostra conduce ad un percorso che attraversa la world music affacciandosi sull’eco dell’etnico.
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Image Dopo Parigi e Londra, Jarrett chiude il cerchio delle incisioni live partorendo, dei tre, il lavoro più intimista e notturno. Registrato a Tokio, nella primavera del 2001, Always Let Me Go ci propone un trio impegnato a riprendere il discorso di Whisper not in una chiave maggiormente criptico-free, dove tutti gli amori di Jarrett sono ugualmente ricompensati.

Top ten del mese

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