Jazz

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PAT METHENY - Orchestrion (Nonesuch 2010)

L'Orchestrion è un aggeggio concepito negli anni '20 sostanzialmente per far suonare un uomo come un'orchestra. Ovviamente qui siamo di fronte al suo pronipote informatico, una sorta di Orchestrion 2.0, di cui al sito del chitarrista si può vedere un esaustivo video; e che ammirare dal vivo (tournée italiana tra febbraio e marzo) potrebbe rappresentare un’esperienza suggestiva. Ma limitandosi alla musica, i cinque brani proposti, tutti inediti, sembrano usciti da un qualunque disco del Pat Metheny group, a tratti più prog, a tratti più decisamente jazz (“Soul Search”). E se il desiderio di solitudine per Metheny non è certo indisponibilità al confronto, ma irrefrenabile brama di sperimentare, al termine dell’ascolto, piacevole e di gran livello, si fatica a capire il senso dell’operazione. (Danilo Di Termini)

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ImagePuò succedere anche questo: che una cantante jazz dalla voce notevole e molto duttile, tornata a frequentare quelle radici blues che nel jazz albergano con saggia dignità, alla fine riscopra il canzoniere di Bob Dylan, che di blues nascosto, accennato, dichiarato è intriso. Questa è una registrazione dal vivo all'Auditorium del Parco della Musica, con un supergruppo in cui spiccano il pianoforte di Stefano Sabatini, e il violoncello di Giovanna Famulari. Splendidi gli arrangiamenti, che non cercano di calcare l'originale, scheletrica formula del menestrello di Duluth, e accorta la scelta di Tedesco di non “doppiare” l'altrettanto scheletrica e affascinante voce brumosa di Dylan. Si tratta di re-inventare, che è poi una delle ragioni d'essere del jazz. I rockettari potrebbero anche rimaner perplessi, specie quando i ritornelli non “tornano” con l’inconfondibile raschio del bardo di Duluth, ma questo è proprio un bel lavoro, nel complesso. (Guido Festinese)

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ImageQuando nel 1992 fu pubblicato il doppio cd che testimoniava, riassumendole, le quattro serate del duo Stan Getz e Kenny Barron al Café Montmartre di Copenaghen (3, 4, 5 e 6 marzo dell’anno precedente), furono in molti a parlare di testamento musicale per il sassofonista di Philadelphia, che era scomparso esattamente tre mesi dopo quell’ultima esibizione. Recensendo “People time” nel luglio 2007 per la rubrica “I nostri preferiti” non lesinavamo certo gli elogi definendolo “un disco imprescindibile per ogni appassionato… per cui non resta che l’aggettivo sublime”. Oggi un semplice box cartonato contenente sette cd e un libretto a dettagliato commento (44 euro), permette di scoprire tutta la musica di quei quattro giorni divisa in due set per serata (sette in tutto, l’ultimo giorno Getz stava troppo male e dopo il primo preferì smettere). Sono quarantanove titoli (di cui ventidue ripetuti) che confermano lo stato di grazia dei due musicisti: il pianismo di Barron, ‘protettivo’ e non ‘antagonistico’ (come ad esempio fu quello di McCoy Tyner per Coltrane) è perfetto per il tenore lirico e soave di Getz, comunque impeccabile nonostante la malattia lo costringesse a chiedere a Barron di improvvisare per riprendere fiato. Ai brani che già conoscevamo (“East of the sun”, “Night and day”, “Gone with the wind”, “Softly, as in a morning sunrise”, la commovente “First song” di Charlie Haden e il brano di Benny Carter da cui il titolo) si aggiungono tra gli altri “Yours and mine” di Thad Jones, “Con Alma” di Dizzy Gillespie, “Que reste-t-il des nos amours di Trenet. Una vera e propria summa dell’arte del duo a cui si aggiunge una registrazione live pressoché perfetta. (Danilo Di Termini)

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Image“Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero si agita nella brezza del sud, strano frutto che penzola dagli alberi di pioppo”. Sono i primi versi di “Strange fruit” esplicita denuncia contro i linciaggi dei neri che Billie Holiday cantò per la prima volta al Café Society di New York nel 1939. La Columbia, per paura delle reazioni dei negozianti di dischi degli stati del Sud, rifiutò di inciderla e così ebbe inizio il rapporto con Milt Gabler, fondatore della Commodore prima e direttore artistico della Decca poi, che il 20 aprile 1939 la registrò con altre tre tracce. La collaborazione continuò fino al 1950 per un totale di 52 canzoni: un compendio inarrivabile, più compiuto delle incisioni precedenti e più immediato di quelle per la Verve. Imprescindibile. (Danilo Di Termini)

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ImageInciso lo scorso anno tra le pause di un breve tour (saranno di nuovo insieme dal 7 al 16 dicembre: apertura a Modena, poi Milano, chiusura a San Lazzaro di Savena, queste le uniche date italiane) “Chiaroscuro” è un disco mirabilmente cesellato tra luci e ombre, come suggerisce il titolo, tra pieni e silenzi. Un unico standard, “Blue in green” (un brano da “Kind of Blue” di cui si discute da sempre se l’autore sia Miles Davis o Bill Evans), una scelta stilistica significativa, che pervade i restanti nove titoli, tutti firmati dal chitarrista. Ma l’empatia è totale come dimostra “The Sacred Place”, prima eseguita da Towner in solo e poi, nella successiva ripresa, insieme a Fresu, svolgimento di un incontro che all’ascolto appare naturale e ineluttabile, perfetto e sublime. (Danilo Di Termini)

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ImageLe molte anime musicali di Stefano Bollani sono infine compiutamente approdate tutte in questo nuovo album, terzo con il trio ‘danese’ formato da Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria, registrato a New York nell’ottobre 2008. Il Brasile di “Carioca” con “Dom de iludir” di Caetano Veloso e “Brigas Nunca Mais” di Jobim e Vinicius (un’esecuzione da ascoltare e riascoltare all’infinito), l’amato Francis Poulenc con “Improvisation 13 en la mineur”, la brillante vena compositiva, la coerente abilità improvvisativa. Ma soprattutto colpisce la capacità di questo ensemble di trasformare ogni esecuzione in una meditata costruzione melodica e armonica, in cui i membri si esprimono in posizione assolutamente paritaria. Uno dei migliori dischi di jazz europeo dell’anno. (Danilo Di Termini)

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