Il violinista genovese Stefano Pastor torna protagonista con un nuovo disco che lo mantiene ai vertici della sperimentazione jazzistica e non solo, confermando quello che ormai potremmo definire uno stato di grazia, vista la qualità delle sue tante recenti pubblicazioni. E altre sorprese sono in serbo per chi vivrà e vorrà prestare attenzione. Pastor è forse in questo momento l’unico musicista italiano in grado di scrivere nuove pagine da inserire nel libro mastro della storia del jazz. Lo abbiamo già detto, ma ci ripetiamo volentieri: Stefano fa la differenza soprattutto sul piano della strenua ricerca timbrica oltre che su quello tecnico e linguistico. Il suo violino ha un suono inconfondibile, impossibile da dimenticare per originalità e bellezza. Con estrema caparbietà, Pastor cerca e trova un timbro molto simile a quello di uno strumento a fiato: qualcosa di unico nel panorama mondiale. In questa incisione mette ancora più a punto pronuncia e fraseggio, che per velocità e legato sembra quello di un vero e proprio sax, tenore oppure soprano a seconda delle circostanze. Un particolare che fa immediatamente pensare all’ambiguità del “doppio significato” tanto caratteristica del jazz nero-americano: siamo alle prese con un violinista che ragiona e sviluppa il discorso musicale come un sassofonista.
In questa Helios Suite, registrata nel settembre 2006 nell’Oxfordshire, lo ritroviamo all’opera con il quartetto britannico della Holywell Session, escluso il trombettista Harry Beckett. Un lavoro, questa volta in studio, articolato in cinque tracce, le tre centrali che costituiscono i movimenti della Helios Suite (pura improvvisazione in presa diretta) e quelle d’apertura e chiusura, Marianao e la swingante Abingdon, due composizioni ad opera delle menti del progetto, il sax baritonista George Haslam e lo stesso Pastor. E proprio la strepitosa intesa tra i due fornisce il collante necessario a tutto l’insieme: un distillato di misura ed equilibrio. All’orecchio più esperto il loro interplay ricorda da vicino quello che univa Ornette Coleman e Don Cherry o Sun Ra e John Gilmore. Da questo punto di vista il colemaniano, sfilacciato tema di Marianao, che vede Haslam impegnato al tarogato (il clarinetto della musica popolare ungherese), è decisamente sorprendente. Con il fondamentale apporto di Steve Kershaw al contrabbasso e Paul Hession alla batteria l’album unisce il cosiddetto “british tinge”, così intriso di sfumature jazz-rock, con la radicalità di Pastor, sospesa tra l’avanguardia chicagoana e la “creatività” europea. Proprio come il titolo, certi precari galleggiamenti su pedali instabili fanno, a tratti, tornare in mente la musica del “dio sole” del jazz, quel San Ra che costruiva musica di un futuro ancora da venire poggiata su un’ancestralità che aveva dell’eterno. Vibrante. (Marco Maiocco)
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