Jazz

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PASQUALE BARDARO - Move On
Itinera è una piccola casa discografica napoletana molto attenta alla qualità: pochi titoli in uscita, ma sempre ben meditati. Questo è il secondo lavoro solistico per Pasquale Bardaro, che nella vita si guadagna il pane come percussionista "classico" al Teatro San Carlo di Milano, ma quando non indossa il completo compone (bene) e suona (meglio) vibrafono, pianoforte, Fender Rhodes, il piano elettrico glorioso della stagione jazz rock. Move On è un lavoro eccellente e vitale, anche perché Bardaro ha avuto l'idea di mettere in dialogo i sassofoni di Gaetano Partiplo e di Francesco Bearzatti, due nomi emergenti spesso segnalati nei referendum critici. I brani pagano intelligente pegno a Carla Bley, Ornette, Monk, a volte sfiorano un terragno blues, il tutto con gran respiro messo tra le note. Due le "cover", una più sorprendente dell'altra; Drifting Petals di Ralph Towner, il formidabile chitarrista degli Oregon, e una versione in jazz della verdiana aria d'opera "Amami Alfredo" che non rischia neppure la caduta nel kitch: è pura e nobilissima melodia. (Guido Festinese)
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JAMES FARM - Same
Ancora un cambio di direzione per Joshua Redman, celato dietro il nome di un gruppo paritetico con Aaron Parks alle tastiere, Matt Penman al contrabbasso e Eric Harland alla batteria. Un classico quartetto, che nelle scelte musicali - tutti originali i brani del disco - dimostra di voler percorrere la strada di un jazz contemporaneo, aperto a influenze e generi diversi. Il risultato però - forse volutamente, per raggiungere un pubblico più vasto - appare alquanto datato, ricordando una raffinata fusion anni ‘80, con atmosfere alla Steely Dan. Il pianismo molto ‘alla moda’ di Parks non aiuta Redman a sganciarsi dai soliti percorsi, prevedibili e non memorabili. Quando vi riesce, come in “Star crossed” e nella lenta e conclusiva “Low fives” suonata al soprano, è tutta un’altra musica.

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MILES DAVIS - The Unissued Japanese Concerts
Più che per i fan di Davis, che comunque vedono pubblicati per la prima volta i concerti del 12 e 15 luglio 1964 di Tokyo e Kyoto, questo doppio cd rappresenta una vera gemma per i seguaci del grandissimo Sam Rivers.Il sassofonista era stato aggregato su insistenza di Tony Williams al nuovo quintetto, che comprendeva già Herbie Hancock e Ron Carter e insieme all’ufficiale “Miles in Tokyo” è il solo documento del suo passaggio in formazione; ed è anche la prima registrazione in cui appare (se si escludono quattro brani con Tadd Dameron del 1961) visto che lo straordinario “Fuchsia Swing Song” sarà inciso solo nel dicembre di quell’anno. Il repertorio comprende quello del concerto ufficiale, ma i dieci brani non hanno doppioni e alcune gemme fanno dimenticare la qualità sonora un po’ precaria. (Danilo Di Termini)
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GIORGIO LI CALZI - Organum
Dopo sette anni, ovviamente non di purgatorio ma di proficua attività, il trombettista torinese Giorgio Li Calzi torna con un proprio progetto, inaugurando la Fonosintesi, l'etichetta da lui stesso fondata di recente. Musicista raffinato, Li Calzi non è solo un eccellente solista alla tromba, strumento che ha cominciato a suonare (incredibile dictu) a partire dai venticinque anni, ma è anche un compositore elettronico pieno di gusto e capacità, abile costruttore di immaginifici mondi sonori. E però, è davvero Il suono sordinato della sua tromba, così simile a quello davisiano, unito alla liricità del suo fraseggio e alla qualità delle sue improvvisazioni tematiche, a colpire maggiormente chi lo ascolta, a lasciare una traccia profonda. In questo ultimo lavoro, come in una sorta di metaforica diafonia medioevale (l'organum appunto), Li Calzi è da una parte accompagnato da un manipolo di ottimi jazzisti, tra cui i chitarristi Roberto Cecchetto e Matteo Salvadori (da incorniciare il suo solo in "Poesia in forma di prosa"), e dall'altra dagli interventi di alcuni ospiti "virtuali", che con lui condividono la stessa passione per l'elettronica e i processi digitali. É il caso di Hayley Alker, meravigliosa cantante di Portsmouth (UK), conosciuta tramite myspace, di Thomas Leer, autore di album di culto nella new wave inglese tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, dei Marconi Union di Manchester, grandi interpreti della contemporanea ambient minimale inglese, dei campani Retina.it, e del londinese Douglas Benford, tra i più quotati sperimentatori dell'attuale elettronica internazionale. Con loro fitto è stato lo scambio di file musicali da modificare e manipolare a piacimento da un capo all'altro dell'Europa. Il risultato finale è un'ammaliante e interessante sintesi, quasi un gioco di prestigio, tra jazz-rock contemporaneo, elettronica minimale, e trip-pop d'alta scuola (ma non solo). "Eyes Wide Open", secondo brano del cd, sembra una perduta session dei migliori Portishead di Beth Gibbons. Pregevole. (Marco Maiocco)
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MATHIAS EICK - Skala
Secondo disco a suo nome per questo enfant-prodige norvegese, già ascoltato con il gruppo JagaJazzist e nel mediocre disco ECM di Manu Katchè. Enfant perché ha solo ventinove anni, prodige perché riuscire a farsi pubblicare un disco del genere ha davvero del prodigioso. Non un solo brano degli otto di cui è composto il cd, si solleva dalla noia e dal già sentito: immaginate il Jan Garbarek più retrivo che incontra il Pat Metheny Group in pieno delirio d’onnipotenza; e senza nemmeno un briciolo delle qualità dei due leader. Il tutto immerso in un torpore che dovrebbe passare per ponderosa meditazione, ma dietro il quale non s’intravede che il vuoto: come ha scritto il buon John Fordham sul Guardian “ogni frase della tromba sembra riempire uno spazio più che suonare”. Girare al largo. (Danilo Di Termini)
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NGUYEN LE - Songs Of Freedom
Quando si affronta un disco di cover (il chitarrista vietnamita lo aveva fatto con “Purple” interamente dedicato a Jimi Hendrix) il rischio è di attirarsi le ire dei puristi, quelli che “però la versione originale…”. Figuriamoci se si pesca dai Led Zeppelin (“Black dog” con Dhafer Youssef alla voce e “Whole Lotta Love”) a “Songs in the key of life” (“I wish” con la voce di David Linx e “Pastime paradise”), da “Revolver” a “Disraeli gears”. Lasciando da parte inutili paragoni e nonostante scelte poco riuscite (“Sunshine of your love” dei Cream e la sempre noiosa “In-a-gadda-da-vida”) Nguyen centra l’obiettivo, soprattutto con “Eleanor rigby” (meno convincente “Come together”), con la sinuosa Youn Sun Nah, con “Redemption songs” di Bob Marley, con “Mercedes Benz” di Janis Joplin. Non è poco. (Danilo Di Termini)

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