Jazz

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ImageE’ piuttosto sorprendente vedere il nome del settantaseienne pianista francese accomunato alla Blue Note: la sua estetica è quanto di più lontano dal recente percorso dell’etichetta spesso consacrato ad uno pseudo-jazz da cocktail party. Martial Solal, nel suo primo ingaggio al mitico Vanguard, non concede sconti: accompagnato da François Moutin e Bill Stewart regala quasi settanta minuti di jazz sorprendente e inconsueto, fatto di brusche e improvvise accelerazioni, citazioni, ripensamenti: un evidente e continuo work in progress, diviso fra song originali della figlia Claudia e standard a tratti quasi scarnificati e irriconoscibili.
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ImageIn tempi in cui il jazz femminile flirta con il media business e la Krall (apparsa anche a Sanremo)  sposa un divo pop come Elvis Costello, Dianne Reeves rimane saldamente ancorata a stilemi classici che vogliono la cantante jazz muoversi come femme fatale avvolta in un malinconico velo di fumo. Ecco allora che l’indiscussa classe dell’artista viene sbiadita da un troppo insistito rallentamento del repertorio, che continua a snobbare l’originalità, appoggiandosi sulla solita (più o meno) conosciuta selezione di Senza Tempo.
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ImageLa produzione del settantaseienne sassofonista di Chicago è praticamente incontrollabile: concerti, dischi in duo, trio, quartetto. Così all’appassionato non resta che rassegnarsi alla perdita di alcuni cd per rallegrarsi di quelli trovati: è il caso di questo Listen…Silent, testimonianza di un concerto tenuto nel dicembre 2001 a Lecce.
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ImageSiamo certi che per Enrico Rava “Happiness is to win a big prize in cash”, come recita il divertente titolo di una sua composizione scritta in occasione di un premio vinto in Danimarca, appunto in contanti. Ma siamo altrettanto sicuri che ritrovarsi con Javier Girotto (sax baritono e soprano), Ares Tavolazzi (contrabbasso) e Fabrizio Sferra (batteria), rappresenti un’altra forma di felicità probabilmente ancora più appagante.
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ImageLe vie della produzione sono infinite si sa; ma cosa sia passato nella testa dei dirigenti della Verve, forse la più importante major jazz contemporanea, quando hanno deciso di dar corso a questo progetto, resterà per sempre un mistero. Immaginiamo invece chi a Genova abbia caldeggiato una simile ignominia, sfidando le patetiche polemiche che non volevano il Guarneri del Gesù di Paganini in mano ad una jazzista (già è proprio questo lo strumento utilizzato da Regina Carter); ma al di là di quella che sembrava una montatura ad arte per far parlare a sproposito, il prodotto finale è un disco da dimenticare, suonato in maniera totalmente kitch, che nemmeno un dentista nevrotico terrebbe di sottofondo alle sue trapanazioni.
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ImageNuovo lavoro ma “vecchie” tradizioni per Osby, che assemblea un riuscito mix di classico e moderno. Reminescenze del Wynton Marsalis di qualche anno fa, fanno assaporare la fusione fra lo swing ellingtoniano alla Cotton Club e il bebop angolare e aritmico di Monk. Un cast stellare, accompagna il saxofonista, tra cui spicca la giovane star della tromba Nicolas Payton.

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