Jazz

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Image Buffo a dirsi, i Tied & Tickled Trio sono in realtà un sestetto. Nati nel 1994 come progetto parallelo ai Notwist per opera di Markus e Micha Acher, hanno nel corso del tempo acquistato spessore proprio. “Observing Systems” è il loro quarto lavoro e recupera, con sempre maggiore accuratezza formale, gli intenti originari. Su un supporto ritmico che sovente si lascia sedurre da un dub ossessivo (“Radio Sun 1”, “Like Armstrong & Laika”) e avvolgere da insinuanti tessiture elettroniche (“Ship Monk”), vengono lasciati liberi di muoversi in chiave jazz il sax tenore di Stefan Schreiber e la tromba di Micha Acher.
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Image Tra migrazioni jarrettiane e voglie ambient, Svensson continua nel tentativo di dare una nuova immagine alla formula del piano trio. Come il precedente lavoro, però, convince solo in parte. L’inizio è emblematico. Una lentissima ballata dove le note precipitano dalla tastiera come pesanti gocce di pioggia acida. Il vortice del basso-compressore indica una tendenza alla virata elettronica, ma mancano le invenzioni e le briosità di Medeski, Martin e Wood.
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Image Dopo aver allargato a big band di tredici elementi il suo quintetto, Holland, torna all’originale formazione con Chris Potter al sax, Robin Eubanks al trombone, Steve Nelson al vibrafono e lo straripante Billy Kilson alla batteria, per un doppio disco live inciso al leggendario Birdland nel novembre 2001.
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Image Per il pianista Enrico Pieranunzi, Fellini ha restituito al cinema “il suo senso originario di movimento”; anche nel jazz si tratta di afferrare ed esprimere quel “movimento interno” ad ogni tema che permette di ricrearlo cangiante e misterioso ogni volta. Così sei composizioni di Nino Rota (“I vitelloni”, “Il bidone”, “Amarcord”, “La dolce vita”, “La strada”, “Le notti di Cabiria”) e “La città delle donne” di Bacalov rinascono a nuova vita jazzistica senza i rischi dell’oleografia o dell’inutile commemorazione.
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Image Se il mondo si fosse improvvisamente congelato all’interno di un film di Woody Allen, per il nuovo lavoro di Colombo si potrebbe gridare al capolavoro. Sigaretta che rigorosamente pende dal labbro, brillantina, grande tecnica e grande cuore, trilli di clarinetto e ritmo swing che bacia gli anni venti e si dichiara figlio di Django Reinhardt. Ed è questo il punto cruciale dell’incisione: per Colombo e soci pare che non ci sia futuro oltre il grande chitarrista che così tanto influenzò generazioni di discepoli.

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ImageE’ piuttosto sorprendente vedere il nome del settantaseienne pianista francese accomunato alla Blue Note: la sua estetica è quanto di più lontano dal recente percorso dell’etichetta spesso consacrato ad uno pseudo-jazz da cocktail party. Martial Solal, nel suo primo ingaggio al mitico Vanguard, non concede sconti: accompagnato da François Moutin e Bill Stewart regala quasi settanta minuti di jazz sorprendente e inconsueto, fatto di brusche e improvvise accelerazioni, citazioni, ripensamenti: un evidente e continuo work in progress, diviso fra song originali della figlia Claudia e standard a tratti quasi scarnificati e irriconoscibili.

Top ten del mese

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