Jazz

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RINO VERNIZZI QUARTET - Green Moon/The Best Bassoon
Ecco un disco con cui potreste sorprendere anche chi dice di aver masticato molto jazz, e molti strumenti applicati alla sinuosa materia del fraseggio jazz stesso. Rino Vernizzi è uno dei pochissimi pionieri dell'uso del fagotto jazz in Italia, rara avis che può trovare una corrispondenza, in ambito italiano, nelle avventure avantgarde di Alessio Pisani, o guardando fuori dai patri confini, in Inghilterra, nel "neo bop" per fagotto del bravo Daniel Smith. Quest'ultimo ha un percorso poetico ed estetico pressoché identico a quello del "nostro" Vernizzi: entrambi si divertono, e molto, a smontare la favoletta che il fagotto sia solo l'ingombrante creatura buona per qualche bizzarra avventura timbrica orchestrale "classica" e poco altro, almeno dalla fine gloriosa dell'epoca dei concerti barocchi. Ed invece: qui, in Green Moon, troverete temi da Charles Parker e Gerry Mulligan, un ragtime del 1910 e uno del 1908, un omaggio "nascosto" a Mahler e molti a Thelonious Monk, e perfino una deliziosa rilettura di Yellow Submarine, a cui il petulante e saporito timbro del fagotto aggiunge sapida ironia, come sarebbe piaciuto a Sua Beatlestà Lennon. (Guido Festinese)
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HERBIE HANCOCK - The Imagine Project

"Non volevo fare un disco di world music, volevo realizzare delle composizioni originali con artisti differenti, in modo che ogni canzone potesse rappresentare l'idea che la musica supera ogni confine". Così ha dichiarato, non proprio in maniera originale, Herbie Hancock e si è messo al lavoro riunendo nello stesso disco Jeff Beck, Seal, John Legend, Los Lobos e i Chieftains (non nello stesso brano), Dave Matthews, Derek Trucks, Shankar e altri. Il risultato è una decina di brani a dir poco storici (“Imagine”, “Don’t give up”, “The Times They Are A' Changin” tra gli altri), riletti secondo l’estro degli ospiti presenti. Risultato altalenante, a volte sorprendente, altre deludente, soprattutto quando nella confusione si ritrova il piano di Hancock e s’immagina quello che avrebbe potuto essere. (Danilo Di Termini)

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Ecco un disco che passerà inosservato: ai fanatici dell’etichetta tedesca, perché i dischi con la parola ‘vocal’ non sono certo tra i più scelti del catalogo; ai seguaci del rock alternativo, perchè difficilmente s’inerpicano per gli erti sentieri contrassegnati ECM. E invece il secondo disco dell’artista newyorchese (uscito quasi in contemporanea al primo, “Lu Lu”) riesce a mescolare – letteralmente e felicemente – il sacro e il profano, il jazz e il contemporaneo. Piano e voce (inevitabile pensare ad Annette Peacock), in alcuni brani l’organo, per un repertorio in parte personale, in parte di derivazione classica (e liturgica), con due soli standard (“All of You” e “They Can't Take That Away from Me”). Un disco particolarmente consigliato per chi vuole provare ad ascoltare qualcosa di nuovo. (Danilo Di Termini)

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NANDO MASSIMELLO & PAOLO MAGGIORA - Empathy Time

Massimello ai sassofoni tenore e soprano e Maggiora al pianoforte sono una coppia ben collaudata: fa testo un buon lavoro di qualche tempo fa, Since We Met, che inaugurava la formula “cameristica” del duo per fiato e tastiera. Discorso ripreso e approfondito in questo nuovo cd, il “tempo dell'empatia”, tutto dedicato ad uno dei grandi della storia del jazz, Bill Evans, che sull'empatia (in termini jazzistici: l'interplay) impostò gran parte della sua ricerca. Molto riuscita la scelta di alternare tempi binari e tempi ternari nella scaletta, per spezzare l'andamento ritmico della sequenza, e non affaticare l'ascoltatore. Meglio ancora l'altra scelta, quella di privilegiare brani magari non direttamente connessi alla storia o alle incisioni di Bill Evans, ma sempre rilevanti, invece, dal punto di vista dell' estetica coinvolta: ad esempio Slowly, un pezzo che porta la firma di Bob Mintzer, ed affianca ad una linea melodica affascinante un turbolento profilo ritmico e armonico,o Quiet Now, a firma Denny Zeitlin, un brano di un collega pianista che Bill Evans amava molto suonare nell'ultimo ciclo concertistico della sua breve vita. Forse ci sarebbe stata bene qualche avventura in più, in questo lavoro: che comunque si segnala per l'asciutta eleganza e caratura tecnica dei due jazzisti. (Guido Festinese)

 

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CHIARA CIVELLO -  7752

Evidentemente la casa discografica crede molto in questa italiana 'emigrata' negli States, se sui maggiori quotidiani nazionali questo terzo disco è pubblicizzato in pompa magna. Peccato che a tale sforzo comunicativo non corrisponda un adeguato contenuto, né in senso prettamente jazz o ‘brasil’ (una fusione da cui la Civello era effettivamente partita con il suo riuscito esordio, “Last quarter moon”, ribadita dal nuovo titolo, la distanza in linea d'aria che congiunge New York e Rio), né in direzione più pop commerciale (dove, a quanto pare, vorrebbe andare). Nonostante i musicisti coinvolti - Marc Ribot, Anat Cohen, Jaques Morelenbaum - le canzoni non destano alcun interesse, con una doverosa segnalazione negativa per l’apertura di “8 storie” che indispone all’ascolto. Peccato. (Danilo Di Termini)

vedi sotto video

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Il pianista franco serbo dal nome impronunciabile, Bojan Zulficarpašić, tant'è che ormai per convenzione si marca solo il cognome puntato, è l'ospite eccellente di un Trio (che in realtà è un quartetto: il paradosso c'è già nella autodefinizione) che porta il nome di Darriau, membro dei Klezmatics, ed animatore instancabile della scena downtown di New York. E' l'ambito frequentato da Zorn e dagli inquieti ricercatori del klezmer contemporaneo, e quindi non è difficile capire quale musica palpitante ed inquieta affronti questa formazione allargata: tempi dispari balcanici, incursioni tutt'altro che gratuite di strumenti etnici, ricerca sulla tradizione senza languori passatisti. Bojan Z. è il valore aggiunto: con un tocco pressante e ritmico che sembra fatto apposta per queste note libere. (Guido Festinese)

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