Jazz

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ImageDopo due dischi non indimenticabili con Pat Metheny, il ritorno al trio per Mehldau - con Larry Grenadier, contrabbasso e Jeff Ballard, batteria - avviene con un doppio cd dal vivo al Village Vanguard, quarto realizzato negli angusti spazi del più storico locale di New York, dall’11 al 15 ottobre 2006. L’interplay tra i musicisti raggiunge l’empatia: gli standard sono riletti in maniera originale (“More Than You Know” quasi in piano solo, “Countdown” di Coltrane) e gli originali diventano standard, mentre alle consuete e intelligenti incursioni nella pop-song (“Wonderwall” e “Black Hole Sun”) si aggiunge la geniale versione di un classico di Chico Buarque, “O Que Sera”. Intensità ed eleganza, senza manierismi. E se non vi basta su nonesuch.com disponibile in download a pagamento, l’intera serata del 13. (Danilo Di Termini)

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Image E’ dedicato a Jean Baudriallard, scomparso nel marzo 2007, l’ultimo lavoro del grande bassista elettrico, artista visivo e radioamatore Andrea Rossi Andrea. E ne sarebbe contento il celebre filosofo e sociologo francese, che ha teorizzato l’assassinio del reale ad opera dell’apparenza con l’inevitabile complicità del sistema mediatico. La musica di ARA, infatti, non offre punti di riferimento, è pura ricerca della cosa in sé, del noumeno, al di là di ogni imbellettato “velo di Maya”, oppure è “rumore bianco” tutto da decriptare. Nell’album, prova di maturità dell’artista veneto sul piano tecnico (rivoluzionario il suo utilizzo del basso elettrico) e formale, convivono la lezione frippiana con l’uso sapiente e provocatorio delle macchine di emersoniana memoria, l’eredità politica e musicale del free jazz con le “diavolerie” dell’odierna elettronica. Quattro tracce che scandiscono altrettanti momenti di quella che in realtà potrebbe considerarsi un’opera unica, un’intera suite. Nella prima domina uno strenuo e accattivante free-funk, nella seconda, il cuore della registrazione, fanno capolino le incursioni di Stefano Pastor al violino e Stefano De Agatone al sax tenore estrapolate dalla live-happening-performance del Jazz Fuori Tema tortonese dello scorso anno, alle quali segue una breve improvvisazione in trio con i sodali compagni di ARA: Luca Bonvini alla tromba e Tiziano Tononi alla batteria, maestri della musica creativa improvvisata.

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Image Due anni fa avevamo amato “Thunderbird”, viaggio nelle radici south-blues organizzato da T-Bone Burnett. Ora la bella Cassandra fa tutto da sola. Un repertorio di standard più che sicuri – “Lover come back to me”, “Black Orpehus”, “Gone with the wind”, “Caravan” - un gruppo ristretto di musicisti (tra cui Marvin Sewell alla chitarra, Jason Moran al piano, Lonnie Plaxico al contrabbasso), una vocalità rilassata da great lady of jazz: non propriamente un ritorno alle origini, considerando che la Wilson aveva iniziato con il collettivo radicale M-base di Steve Coleman. I riarrangiamenti sono sempre raffinati e originali, anche se il brano migliore è un duo voce-chitarra, “Spring can really hang you up the most”: probabilmente un po’ di compiacimento in meno non avrebbe guastato. (Danilo Di Termini)

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Image L’ultima volta, lo abbiamo lasciato in compagnia del sax soprano di Lol Coxhill ad improvvisare in libertà nell’ottimo recente “From Whichford Hill” per la serie Live at The Holywell Music Room (Slam Records, 2008): note stridule, suoni parassiti, nessun punto di riferimento ritmico e armonico. Oggi, invece, ritroviamo il sax-baritonista inglese George Haslam, sodale compagno del nostro Stefano Pastor, alla guida di un brillante quartetto impegnato nell’esecuzione di alcuni standards più o meno noti. Si va da “It’s Only A Paper Moon” e “Out Of This World” del grande Harold Harlen, il famoso compositore di “Over The Rainbow” e tra i maestri del mitico gruppo di autori newyorkese del Tin Pan Alley, a What’s New” del contrabbassista dixieland Bob Haggart, fino a un’interessante versione coltraniana di “St James Infirmary”, traditional portato al successo dalla poderosa cornetta di Louis Armstrong. Se bisogno c’era, ecco un buon modo per zittire tutti i possibili detrattori di un musicista come Haslam, che, nonostante la splendida preparazione, è sempre a rischio di incomprensione, data la sua appartenenza al mondo delle avanguardie e della sperimentazione in campo jazzistico. Un po’ come quando Lester Bowie, leader dell’art Ensemble Of Chicago, si metteva a suonare davvero il blues (forse come nessuno mai), senza uscire (per una volta) dalle sue griglie armoniche e dalle sue regole: quasi a dire che prima di dimenticarle le cose bisogna averle assimilate in abbondanza.

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Image Partito dalla jungle-ambient nel 1994, il duo formato da John Coxon e Ashley Wales, nel corso degli album ha sempre più incluso elementi jazzistici nella propria musica, coinvolgendo strumentisti come Evan Parker, Kenny Wheeler e Mattew Shipp, direttore artistico della Blue Series della Thirsty Ear, alla quale sono approdati da cinque album. Qui l’ospite d’onore è il sax di John Tchicai (uno dei fondatori del New York Art quartet che incendiò il free negli anni ’60), al clarinetto basso nell’elegiaca “Silvertone”; insieme a lui si alternano l’interessante trombettista Roy Campbell e in due brani la chitarra di J. Spaceman, inquietante in “Garlands”, rumoristica in “1,000 Yards”. Il risultato è difficile da catalogare, come se Brian Eno avesse incontrato Miles Davis, ma ottimo da ascoltare. (Danilo Di Termini)

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Image Membro dell’Elastic Band di Joshua Redman e dell’ultimo, straordinario, quartetto di Wayne Shorter, il batterista Brian Blade firma il suo terzo disco da leader in otto anni. Alla guida di un sestetto con Kurt Rosenwinkel alla chitarra, cui spetta l’onore di aprire l’album, con la leggiadra introduzione di “Rubylou’s lullaby”, e ampio spazio in ogni titolo, Blade non ha smanie da protagonista: il suo drumming è puntuale, ma discreto, sia quando accompagna il sax coltraniano di Melvin Butler che l’alto di Myron Walden (anche al clarinetto basso in una toccante “improvisation”). Ma dove stupisce maggiormente è nella scrittura: brani come “Stoner hill” o la lunga suite che dà titolo all’album, potrebbero essere uscite dalla penna di una Joni Mitchell in stato di grazia. Una delle sorprese del 2008. (Danilo Di Termini)

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