Jazz

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Da molti anni il pianista Roberto Magris ha concentrato i propri sforzi negli Stati Uniti, trovando partner eccellenti e una nicchia di visibilità che in Italia gli è spesso – a torto – negata. Questo è un progetto (il primo: ne seguirà un altro, con altra formazione) interamente rivolto all'opera di Lee Morgan, fiammeggiante trombettista hard bop scomparso troppo presto, e giustamente molto rimpianto. Tant'è che i suoi dischi sono a tutti gli effetti oggetti di culto. Magris ha al fianco in sala d'incisione il grande Albert "Tootie" Heath, che mise piatti e pelli al servizio di Lee Morgan agli inizi, a Philadelphia, innervando la già potente musica del trombettista di un surplus d'energia. Il posto di Morgan è "rilevato" dal bravo Brandon Lee, che non cerca certo di emulare Morgan, ma di suggerirne la presenza, sorretto dalla carica ritmica del pianista italiano. In coda un'intervista in tema a Heath. (Guido Festinese)

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PAT METHENY -  What's It All About

Dopo “One Quiet night” del 2003, Pat Metheny ritorna, in solitudine, alla sua amata chitarra baritono; ma allora le cover erano solamente tre, qui il repertorio arriva tutto dall’universo pop - nel senso nobile del termine - con l’unica eccezione di “'Round Midnight”, disponibile però solo come bonus download dal sito Nonesuch e nel doppio vinile di prossima pubblicazione. Il fan non avrà difficoltà ad accostarsi ad un album del genere, gli altri dovranno ritagliarsi un’ora d’intima solitudine per gustare appieno le variazioni per chitarra a 42 corde di “The Sound of Silence”, la splendida rilettura di “Alfie” di Burt Bacharach o la dilatata e straniata versione di “Garota de Ipanema” di Jobim & Vinicius. O arrivare alla rassicurante chiusura di “And I Love Her” e disporsi al riascolto. (Danilo Di Termini)

vedi sotto video

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JOHN SCOFIELD - A Moment's Peace

A leggere i nomi coinvolti nell’ultimo progetto dell’ormai sessantenne chitarrista di Dayton - Larry Goldings alle tastiere, Scott Colley al basso e Brian Blade alla batteria, praticamente il meglio sulla scena attuale - si sarebbe indotti a pensare a un progetto orientato al jazz contemporaneo. Invece “A Moment's Peace” tiene fede a quanto annunciato nel titolo: un repertorio di cover (“You Don't Know What Love Is”, “I Loves You Porgy”) suonato in maniera soft, che secondo gli auspici di Scofield “non degenera mai in easy-listening”. Niente di nuovo (da Tal Farlow a Jim Hall, c’è solo l’imbarazzo della scelta), ma anche grazie ai tre co-protagonisti, un disco davvero piacevole, tanto da lasciare il sospetto che dietro quest’apparente leggerezza si nasconda una profondità sorprendente. (Danilo Di Termini)

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PASQUALE BARDARO - Move On
Itinera è una piccola casa discografica napoletana molto attenta alla qualità: pochi titoli in uscita, ma sempre ben meditati. Questo è il secondo lavoro solistico per Pasquale Bardaro, che nella vita si guadagna il pane come percussionista "classico" al Teatro San Carlo di Milano, ma quando non indossa il completo compone (bene) e suona (meglio) vibrafono, pianoforte, Fender Rhodes, il piano elettrico glorioso della stagione jazz rock. Move On è un lavoro eccellente e vitale, anche perché Bardaro ha avuto l'idea di mettere in dialogo i sassofoni di Gaetano Partiplo e di Francesco Bearzatti, due nomi emergenti spesso segnalati nei referendum critici. I brani pagano intelligente pegno a Carla Bley, Ornette, Monk, a volte sfiorano un terragno blues, il tutto con gran respiro messo tra le note. Due le "cover", una più sorprendente dell'altra; Drifting Petals di Ralph Towner, il formidabile chitarrista degli Oregon, e una versione in jazz della verdiana aria d'opera "Amami Alfredo" che non rischia neppure la caduta nel kitch: è pura e nobilissima melodia. (Guido Festinese)
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JAMES FARM - Same
Ancora un cambio di direzione per Joshua Redman, celato dietro il nome di un gruppo paritetico con Aaron Parks alle tastiere, Matt Penman al contrabbasso e Eric Harland alla batteria. Un classico quartetto, che nelle scelte musicali - tutti originali i brani del disco - dimostra di voler percorrere la strada di un jazz contemporaneo, aperto a influenze e generi diversi. Il risultato però - forse volutamente, per raggiungere un pubblico più vasto - appare alquanto datato, ricordando una raffinata fusion anni ‘80, con atmosfere alla Steely Dan. Il pianismo molto ‘alla moda’ di Parks non aiuta Redman a sganciarsi dai soliti percorsi, prevedibili e non memorabili. Quando vi riesce, come in “Star crossed” e nella lenta e conclusiva “Low fives” suonata al soprano, è tutta un’altra musica.

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MILES DAVIS - The Unissued Japanese Concerts
Più che per i fan di Davis, che comunque vedono pubblicati per la prima volta i concerti del 12 e 15 luglio 1964 di Tokyo e Kyoto, questo doppio cd rappresenta una vera gemma per i seguaci del grandissimo Sam Rivers.Il sassofonista era stato aggregato su insistenza di Tony Williams al nuovo quintetto, che comprendeva già Herbie Hancock e Ron Carter e insieme all’ufficiale “Miles in Tokyo” è il solo documento del suo passaggio in formazione; ed è anche la prima registrazione in cui appare (se si escludono quattro brani con Tadd Dameron del 1961) visto che lo straordinario “Fuchsia Swing Song” sarà inciso solo nel dicembre di quell’anno. Il repertorio comprende quello del concerto ufficiale, ma i dieci brani non hanno doppioni e alcune gemme fanno dimenticare la qualità sonora un po’ precaria. (Danilo Di Termini)

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