Jazz
Dietro questa sigla, si celano quattro ottimi musicisti genovesi, i quali propongono un jazz moderno, attento alla scrittura e assai omogeneo. Andrea Pozzo (sax alto e soprano), Roberto Marotta (batteria), Chicco Parisi Lalonde (contrabbasso; al suo posto suona, ora, Michele Marino) e Alessio Disperati (chitarra) costituiscono un amalgama compatto e unitario, in cui ogni strumento trova la propria collocazione e il suo giusto spazio in sede d'improvvisazione. Pur non essendo giusto, per un gruppo personale e con la propria identità quale sono i SJ@R's, indicare riferimenti o scuole, ma sapendo quanto i parametri siano utili a chi legge, si può parlare di un jazz che attualizza con sapienza, misura e sobrietà – senza, peraltro, mai risultare serioso o accademico – la tradizione modale e un certo Davis anni Sessanta (ma senza piano). A comporre sette degli otto brani del CD è il sassofonista: si percepiscono in Andrea i molti ascolti di Joe Henderson, di Trane, di Bob Berg e del Wayne Shorter di Super Nova. La chitarra non è rock, fermandosi intelligentemente a un passo da esso, a cui si limita a fare un fugace sorriso. Più che Metheny (un modello inevitabile per chi fa e ascolta jazz) viene alla mente sentendo Alessio il grande John Abercrombie, oppure ancora il Mike Stern più intimista.
Dopo il più o meno felice incontro con Willie Nelson, Wynton Marsalis è tornato ad accogliere sul placo del Lincoln Center di New York di cui è direttore, un ospite non propriamente jazzistico come Eric Clapton. Insieme a una band di otto elementi stile New Orleans (e Taj Mahal in tre brani), i due ripercorrono i vari generi della tradizione musicale afro-americana, dallo swing al boogie-woogie, dal lamento funebre per marching-band al blues. Unico omaggio al gradito ospite (nonostante lui non fosse d'accordo), una “Layla”, più dolente dell'originale, che riprende l'arrangiamento di quella “Unplugged” incisa da Clapton anni fa. Tutto ineccepibile, ma la sensazione che, come nei peggiori western di Hollywood, dietro le impeccabili facciate degli edifici non ci sia davvero niente. (Danilo Di Termini)
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