Rock

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ELLIOTT SMITH - Heaven Adores You OST

Oramai siamo al settarismo totale; cosa, in sé, né buona né cattiva. Manca un suono che metta tutti (o tanti) d’accordo. Ce ne sono mille, di suoni, che piacciono (moltissimo) a pochi. Così l’ascoltatore medio di musica (se esiste) segue tutto quello che fa il proprio idolo, a prescindere; e se ne frega di quello che fanno gli idoli altrui. Questo disco, che è la colonna sonora di un documentario su Elliott Smith, che è uno scrittore di canzoni fenomenale, avrà probabilmente un discreto successo perché chi giustamente ama ES vorrà plausibilmente ascoltarlo. Beh, tutto giusto ma il disco è una cosa per completisti ossessivi e come tale va maneggiato. È interessante (senti qua: Elliott adolescente che pizzica la chitarra!), ci sono un paio di belle canzoni, ma siamo al culto della personalità schietto (che è una cosa mitica, basta non scambiarlo per buona musica). (Marco Sideri)  

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SUEDE - Night Thoughts

Se i Suede decidessero di abbandonare la musica per darsi alla scrittura, ecco bello pronto un suggerimento per il primo titolo: Come tornare insieme dopo tanti anni, e farla franca. Tra le millanta reunion che hanno funestato la musica degli anni zero, infatti, la loro è tra le più serie e riuscite. E Night Thoughts lo conferma. Prima sono arrivate le obbligatorie ristampe enciclopediche e tournée nostalgiche (2010). Poi un disco più che decente che aggiornava il pop sbarazzino dell’esordio (2013). Ora un album teso e denso, sulle orme del capolavoro Dog Man Star che, però, non si diletta in dandysmi immaginari ma riflette le ansie della mezza età (che quella hanno, i Suede). Insomma, i Suede riformati sono una versione adulta dei Suede giovani. Per questo i loro dischi non sono inseguimento di una gioventù perduta; piuttosto canzoni di maturità vissuta. Così ci si riunisce. (Marco Sideri)

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SOAPKILLS - The Best Of

Meraviglia delle meraviglie. Ci sono gruppi indie che hanno il tempo di un soffio concesso dagli dei del mercato, si affacciano, scompaiono. E chi ne perde è l'intelligenza musicale complessiva. No, non arrivavano dal Canada o dagli Usa i Soapkills. Erano libanesi di Beirut. Nel primo lustro del 2000, dunque giusto una decina d'anni, fa fecero uscire tre dischi di una bellezza nuda e sconvolgente. Una voce femminile sensuale come la carambola di una veste leggera appesa al sole, elettronica dosata con sapienza alchemica, schegge dub e trip hop ad avvolgere il tutto, echi di un medioriente che appaiono e si dissolvono. E quella sensazione di meraviglioso equilibrio tra pieni e vuoti che solo Bill Laswell, Brian Eno e Jah Wobble hanno saputo maneggiare senza ustionare la musica. Se non ne avete mai sentito parlare procuratevi questo “best”, che peraltro contiene due inediti. Non ve ne pentirete. Per la cronaca, Zeid Hamdan è poi finito anche tra le grinfie dei militari. Ma per fortuna è vivo. E Yasmina, l'altra metà, ha iniziato un'altra carriera a Parigi. Questo resta un sogno che ha lasciato ben più che tracce sconnesse e inarticolate. (Guido Festinese)

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THE BESNARD LAKES - A Coliseum Complex Museum

Più che un gruppo, i Besnard Lakes sono un duo moglie-marito (Jace Lasek e Olga Goreas) di Montreal che si espande in forma di collettivo sonoro al momento di incidere i propri dischi. Al pari dei lavori precedenti, A Coliseum  Complex Museum suona come il prodotto di un’orchestra psichedelica (e anche un po’ shoegaze) che ama evocare atmosfere sognanti quanto quelle dei Tame Impala  - ma a briglia più sciolta - e impreziosite da impasti vocali che rendono esplicito omaggio ai Beach Boys di Pet Sounds e dintorni. L’effetto pastoral-cosmico che ne deriva è ad alto coefficiente di reversibilità e può così capitare di  trovare il disco suadente e vorticoso durante un ascolto e narcolettico e uniforme in quello successivo. Alla fine prevale la sensazione positiva, anche per la presenza di un pezzo epico come Nightingale che farebbe un figurone persino in un disco dei più acclamati concittadini Arcade Fire. (Antonio Vivaldi)

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VARIOUS ARTISTS – GEORGE FEST (A NIGHT TO CELEBRATE GEORGE HARRISON)

Il concerto tributo tenutosi il 28 settembre 2014 al The Fonda Theater di Los Angeles che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Brian Wilson, Norah Jones, Brandon Flowers (Killers), Conan O'Brien, Flaming Lips, Black Rebel Motorcycle Club, Cold War Kids, Ben Harper, Britt Daniel (Spoon), Ann Wilson (Heart), Dhani Harrison, "Weird Al" Yankovic, Nick Valensi (Strokes), Ian Astbury (Cult) e Perry Farrell. Il tributo ha avuto la regia organizzativa di Dhani Harrison, figlio dell'ex Beatles scomparso nel 2001, oltre alla registrazione del concerto il DVD contiene delle interviste con i musicisti intervenuti che raccontano quanto George Harrison sia stato influente per la loro arte, immagini del backstage e delle prove del concerto stesso. Spiega Dhani Harrison: "Ho sempre immaginato un piccolo club dove la mia generazione di musicisti potesse suonare i pezzi più profondi della sua carriera. Così, in modo completamente nuovo e vibrante, mi sono ritrovato sul palco con alcuni dei miei eroi musicali al suono della musica più familiare della mia vita. Spero che l'ascolto possa essere piacevole per voi come lo è stato per me. Sono le migliori interpretazioni che avrei mai potuto immaginare per George".

In uscita venerdì 26 febbraio 2016

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WILLIE NELSON - Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin

La chiave di lettura di questo disco sta nel Gershwin Prize per la canzone popolare assegnato a Nelson dalla Library of Congress nel 2015. Settantatré anni, da Abbot, Texas, primo disco inciso a diciannove, Nelson è una vera e propria leggenda della Musica Americana. E i fratelli Gerswhin sono due tra le colonne portanti di un tempio musicale (qui da noi vissuto più in ambito jazzistico di quanto lo sia negli States) al quale, prima o poi, tutti si recano a portare il loro (con)tributo. Nelson lo fa a modo suo e non potrebbe essere altrimenti; con un gruppo country-oriented, il risultato è sempre piacevole, anche se la voce non è certo quella di un crooner di razza. Peraltro i due episodi meno riusciti del disco sono i duetti, “Let's Call The Whole Thing Off" con Cyndi Lauper e "Embraceable You" con Sheryl Crow: nel primo perché la buffa vocina della Lauper porta la canzone su un piano troppo macchiettistico (e non si può far a meno di rimpiangere Ella & Louis), il secondo perché la Crow è troppo levigata nell’esposizione e non convince vicino alla voce polverosa di Nelson (e anche l’arrangiamento qui pecca nel melenso). Il resto è intrattenimento, ma di gran classe. (Danilo Di Termini)

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