Rock
Trent’anni: quest’anno gli irlandesi Dervish festeggiano tre decenni di presenza sui palchi di tutto il mondo, con una produzione discografica che ben di rado ha mostrato segni di logoramento o scarsa ispirazione. Ecco allora che suona del tutto giustificato autocelebrare un po’ la band stessa, che continua a reggere con eleganza, come in parallelo vanno facendo ad esempio gli Altan, e un po’ il gran repertorio irlandese sedimentato nei secoli, alla base di pressoché tutto il folk revival dell'ultimo mezzo secolo, e oltre, se andiamo a riascoltare qualcosa della prima metà degli anni ’60, prima ancora che esistessero i Fairport Convention, per capirsi.
Su cosa sia un capolavoro molte sono state le risposte, nel corso della storia. Vale anche per il mondo della popular music, che notoriamente è costruita a strati: più colti, meno colti, più sperimentali, più accattivanti. Un oggetto complesso da maneggiare. La definizione più felice è quella secondo cui un capolavoro è un oggetto che abita benissimo il presente, allunga le ife verso il passato, e proietta le antenne verso il futuro. C’è motivo di credere che questo quarto disco di Weyes Blood, cantautrice californiana, al secolo Natalie Mering, un giorno sarà ricordato come un piccolo capolavoro. Immaginate un tappeto avvolgente orchestrale a strati attorno alla voce malinconica della nostra, come amava fare Aaron Lightman, ad accompagnare canzoni incredibilmente oblique e sghembe, ma che stanno in piedi al primo ascolto. Poi sbuffi farfuglianti di sintetizzatori alla Grandaddy che introducono una nota vintage di petulanza. E un richiamo continuo, diretto a certi esperimenti beatlesiani e dei Beach Boys quando ancora il cervello di Brian Wilson girava a regime. Così funziona, quando, parafrasando il titolo, riaffiora il Titanic. (Guido Festinese)
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