Rock
John Parish è un gregario. E non si pensi che essere gregario significa, in qualche modo, essere inferiore a qualcuno. Semplicemente, John Parish agisce, da anni, all’ombra di dischi altrui (PJ Harvey in prima fila) e di progetti laterali per costituzione (colonne sonore, collaborazioni, pezzi strumentali). Raramente ha pubblicato dischi decisivi (mai?) e la cosa apparentemente non lo ha disturbato. Bird Dog Dante (gran bel titolo) non è decisivo (quale disco oggi lo è?) ma unisce canzoni nel senso tradizionale del termine (ottimamente scritte) con passaggi atmosferici e liberi (figli del CV di John) in un insieme coerente e riuscito; un disco che passa da ballate folk corali e in punta di banjo (Sorry For Your Loss) a astratti pezzi per piano (Carver’s House) senza che l’ascoltatore patisca il balzo. Si sta comodi, all’ombra, spesso più che sotto il sole dei riflettori. (Marco Sideri)
Da quando è stato eletto Trump, praticamente ogni disco americano (a prescindere dal genere) è stato disco “di protesta”. Tutti, dai rapper ai giocatori di football al cast dei musical di Broadway ai pallidi indie rocker di Brooklyn, hanno coralmente disconosciuto il presidente con canzoni, versi e gesti. Qui, Marc Ribot fa un passo in più, mettendo in fila una sorta di bignami della canzone di protesta che cita Trump per nome (ovviamente) ma scava indietro nel tempo, e nella protesta, fino al 1942 con pretesa enciclopedica o poco meno. Ribot (chitarrista e collaboratore seriale) arruola un cast di voci di prim’ordine per riletture grossomodo folk (con punte jazzate occasionali) di classici e meno classici del repertorio di lotta; da ascoltare (perché insieme coinvolgente e assurda) la versione di Bella ciao, affidata a Mr. Tom Waits (Goodbye Beautiful, ovviamente). (Marco Sideri)
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