Rock
Debutto “lungo” (anche su dura poco più di una mezz’ora) per una band di Los Angeles che pesta sugli strumenti da quasi un decennio; Moaning ha lo stesso nome del gruppo e presenta un post-punk torrenziale dominato dalla chitarrona di Sean Solomon. Con lui c’è una sezione ritmica precisa e feroce composta da Pascal Stevenson al basso e Andrew MacKelvie alla batteria. Il bassista si fa notare anche per l’uso indovinato di certi synth anni’ 80 che danno colore in alcuni brani. Solomon canta spesso in un tono a metà tra una blanda disperazione e un indignato risentimento, condizioni che ricorrono anche nei testi, che hanno a che fare, quasi sempre, con delusioni sentimentali. La voce, talvolta, è un po’ seppellita nel mix, ma nel complesso si tratta di un disco fresco e compatto, anche se non originalissimo. Si vedrà in futuro, anche se la Sub Pop è abbastanza una garanzia… (Fausto Meirana)
La prima prova ‘tutto da solo’ dal lontano 2004 dell’ex Talking Heads (in mezzo colonne sonore, un concept album su Imelda Marcos con Fatboy Slim, un disco con St. Vincent) comincia bene, con “I Dance like This”, metà ballata, metà martello pneumatico, due lati che voce di Byrne è sempre riuscita a tenere insieme impeccabilmente. E prosegue meglio, con “Gasoline And Dirty Sheets” e “Every Day Is A Miracle” - in cui il punto di vista sulla vita è quello di un pollo! - due brani in cui lo smalto sembra essere tornato quello dei giorni migliori. E se pur con qualche occasionale cedimento “American Utopia” si rivela (attenzione, ha bisogno almeno di un secondo ascolto, date retta) una tra le opere migliori del musicista scozzese (sì, di nascita, anche se a due anni raggiunge il continente americano) dai tempi di “Rei Momo”. Ovviamente il ‘tutto da solo’ di cui sopra va preso con il beneficio d’inventario: segnaliamo la presenza di Isaiah Barr degli Onyx Collective al sax, di Sampha alle tastiere e di Brian Eno un po’ dappertutto: ci sarà un motivo se "Everybody's Coming to My House"! (Danilo Di Termini)
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