Rock
Qualcuno ricorderà La Decima vittima, il gruppo con la roca e affascinante voce di Bobby Soul che prendeva nome da un bel racconto lungo di Robert Sheckley che ebbe anche versione cinematografica. A mettere assieme quel gruppo contribuì anche il bassista e compositore Alberto Valgimigli, talento mercuriale innovativo assestato su molte e diverse temperature espressive artistiche: le arti visive, ad esempio. Questo è il suo nuovo gruppo, accanto ha Alessio Caorsi alle chitarre e al synth, Daniele Bernardini alla batteria, Paolo Emmanuel Ferrigato al flauto, e occasionalmente intervengono a rinforzo amici con tromba (Andrea Paganetto, molto davisiano) , percussioni e sassofono. Splendidamente indefinibile, invece, il fiotto di note senza parti vocali che andrete ad ascoltare: qualcosa che sembra conservare memoria di certo jazz rock inglese raffinato e a un passo dall’art rock progressivo, ad esempio quanto facevano i tardi Soft Machine o i Nucleus, o anche i Gong strumentali, ma anche certe sonorità fusion, senza però le temibili e aride secche del tecnicismo fine a se stesso che fa sì scintille, ma al secondo minuto annoia. Qui i brani mantengono un passo medio e un metronomo umano molto pensato e molto sostanzioso che è un piacere all’ascolto. Mica poco. (Guido Festinese)
Ad appena qualche mese da We Are Inhuman (progetto elettronico condiviso con Bryce Dessner dei National e con l’ensemble classico Eighth Blackbird) e solo ad un anno di distanza da Songs Of Love And Horror (firmato Oldham…) esce il nuovo disco di Bonnie Prince Billy; è il primo con canzoni nuove da un bel po’ di anni, precisamente da Wolfroy Goes To Town, che risale al 2011. I Made A Place ritiene qualche aroma del tributo a Merle Haggard di pochi anni fa, Best Troubadour, riusando i ritmi e le dinamiche del country in alcuni dei pezzi; altrove si ascoltano stilemi e sapori del folk americano, come la melodia di Satisfied Mind, molto riconoscibile in Nothing Is Busted, o fraseggi dylaniani, come nella bella ed intensa The Glow pt.3. Molto belli e discreti gli arrangiamenti di fiati, una recente caratteristica dei dischi di Oldham; il merito va al sassofonista Jacob Duncan, musicista senza confini che ha lavorato anche con Aretha Franklin, Norah Jones e i Violent Femmes. Preziosa collaborazione del duo Joan Shelley, voce e Nathan Salsburg, chitarra. (Fausto Meirana)
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