Il 15 giugno 1215, a quasi un anno dalla fondamentale disfatta anglo/germanica ad opera dei francesi di Re Filippo II in quel di Bouvines (primo conflitto internazionale tra coalizioni di eserciti più o meno nazionali in Europa), il contestato Re Giovanni Senzaterra, il famigerato usurpatore del trono del fratello Riccardo Cuor di Leone, fu costretto dalla rivolta dei suoi vassalli e baroni, che gli avevano in sostanza negato la fedeltà, a concedere a Runnymede (nell'odierna Contea di Surrey) la promulgazione della famosa Magna Carta, documento feudale sì, un patto tra "signori" (si intende), ma considerabile come un primo passo nell'intera cultura occidentale verso il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, e verso una specie di primissima embrionale monarchia costituzionale. Un documento che ancora oggi in odierno regime britannico di common law, il cui ordinamento giuridico sostanzialmente non si appoggia a carte, codici, atti normativi (sono le decisioni giurisprudenziali ad assumere di volta in volta il valore di legge), pare rappresenti ancora la carta fondamentale della sempiterna monarchia britannica. A distanza di ottocento anni esatti dall'emanazione della Magna Carta, lo storico gruppo del folk progressivo inglese, che da quel documento ha preso il nome, proprio il 15 giugno scorso ha pubblicato il suo ultimo lavoro discografico "The Fields Of Eden", il ventitreesimo della serie, a oltre quarant'anni dall'album probabilmente più rappresentativo della band "Lord Of Ages" (anche se altri forse parlerebbero di "Seasons"), e a sette anni dall'ultima registrazione in studio. La copertina rimanda a un disco dei Fairport Convention "Over The Next Hill" (2004), che da queste "lande" non sono certamente lontani (il violino elettrico di Dave Swarbrick sembra per esempio dappertutto), oltre che più lontanamente (e comunque non a caso) ad una più recente registrazione di Keith Tippet, uno dei simboli del jazz rock inglese, "From Granite To Wind". Folk, rock, jazz, blues, orchestralità, digressioni strumentali, anche cameristiche, affreschi rurali, un'idea di poesia e ancestralità, un inconfondibile tocco british, una costante dialettica (proprio come nella Magna Carta) tra innovazione e conservazione, questi gli ingredienti della sempre elegante e intelligente musica dei Magna Carta, oggi ancora in tutta evidenza. Molta acqua è passata sotto i ponti, molti i cambiamenti (quest'ultimo disco ci appare per esempio più "americano" oltre che ancora più pastorale), ma la vena creativa di Chris Simpson, l'unico tra gli storici fondatori del gruppo ancora in formazione e per altro alla sua guida, è rimasta la stessa, ai livelli di un tempo. Simpson è da sempre innamorato delle incantate piccole valli (raffigurate in copertina) dello Yorkshire, la sua terra d'origine. Questo "The Fields Of Eden" è in primis un profondo, delicato e sentito omaggio, potremmo dire un gesto d'amore, nei confronti di quelle verdi terre (un paradiso sempre ritrovato più che perduto), oltre che una malinconica e però al contempo luminosa, cioè capace di guardare avanti, riflessione sul tempo che passa, le cose che non ritornano. Un omaggio alla propria terra, forse un po' troppo oleografico e adagiato, che trova il suo momento più alto negli oltre 16 minuti della (diciamo) suite, che conferisce il titolo all'album (ma tutto il disco è davvero di pregevole fattura). Un brano che abbiamo l'impressione Simpson abbia "rubato" a Mark Knopfler, il cui "passo" compare anche in altri momenti (si ascolti il felpato groove chitarristico nel plastico "European Union Blues"). Saremo "vecchi" e superati, ma questo è il nostro disco per l'estate. (Marco Maiocco)
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MAGNA CARTA - The Fields Of Eden
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