Radio Disco Club 65

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti ad una nuova puntata di Blue Monday! Stasera vi tocca, come precedentemente annunciato, la seconda puntata dello special dedicato a Robert Johnson e alla sua musica.
Visto che nel corso della serata ascolteremo interpretazioni molto diverse tra loro dell'opera Johnsoniana cominciamo dall'originale, che come al solito risulta insuperabile.
Partiamo con la movimentata 'Preachin' Blues (Up Jumped the Devil)', solo omonima del classico di Son House.


La passione di Eric Clapton per Robert Johnson è ben nota: oltre ad interpretare diversi suoi brani nel corso della sua carriera ha dedicato alla sua opera ben due album. Tratta dall'interessante 'Sessions for Robert J' eccovi la sua interpretazione di 'If I had possession over judgement day'.



Spostiamoci dall'altra parte dell'oceano per far visita ad un artista che non viene comunemente associato con il blues, John Mellencamp. A sorpresa però la sua versione di 'Stones in my Passway' non è affatto male. O no?



Continuiamo col rock blues ad alta tensione: il nativo del Delaware George Thorogood e la sua violentissima cover di 'Stones in my Passway', tratta dall'album 'Platinum' (2008)



Richie Kotzen ha cominciato la sua carriera come virtuoso della chitarra metal (nel suo curriculum ha anche una breve presenza nei Poison) ma nel tempo ha maturato uno stile vario e personale e – soprattutto – una voce espressiva e duttile. Stasera sentiamo una sua sorprendente versione di 'From Four 'til Late', già familiare agli amanti del rock per essere stata reinterpretata dai Cream nel loro primo LP.



Per l'ascoltatore moderno uno dei pezzi più evocativi del corpus Johnsoniano è senz'altro 'Hellhound on my trail', vuoi per lo spettrale falsetto con il quale è interpretata (probabile retaggio dell'influenza di Skip James) vuoi per i temi di persecuzione 'diabolica' tanto cara ai cultori della leggenda. Eccone una convincente interpretazione di Kelly Joe Phelps

Nel corso delle puntate precedenti abbiamo già incontrato Robert Jr. Lockwood, figliastro di Robert Johnson e chitarrista d'eccezione, oltre che raffinato interprete dell'opera del patrigno. Questa è la sua versione di 'Little Queen of Spades':


Torniamo all'originale per uno dei brani meno celebrati tra quelli da lui incisi: l'elegante 'Malted Milk', ricca di sottili variazioni chitarristiche. (Cos'é di preciso il 'Malted Milk'? Semplice latte con aggiunta di malto - come pare si vendesse all'epoca - o un'allusione a qualche bevanda alcolica? O nessuna delle due cose? Vi rimando come al solito al già citato libro di Luigi Monge per fugare questo e altri eventuali dubbi)

Per 'Drunken Hearted Man' ho scelto la versione bluegrass dei Devil Make Three (giovane formazione di Americana proveniente da Santa Cruz, California), giusto per suggerirvi che alla musica di Johnson si sono davvero abbeverati cultori e musicisti di ogni genere, dal country all'heavy metal.



E a proposito di riarrangiamenti eccone uno 'moderno' ad opera di un altro protagonista della musica nera, solo di un'altra decade: Gil Scott-Heron e la sua versione di 'Me and the Devil'


Per 'Stop Breaking Down' ho scelto una versione tratta dal primo, omonimo album degli White Stripes.
Sicuramente non il loro lavoro di maggior successo ma con i tratti caratteristici che li hanno resi celebri già in bell'evidenza.

Quasi tutti i protagonisti della scena musicale inglese della seconda metà degli anni '60 sono stati ispirati dal blues dei maestri afroamericani e Robert Johnson è stato uno tra i più saccheggiati. I Led Zeppelin ovviamente non hanno fatto eccezione e i loro primi album sono ricchi di suggestioni e cover blues (alcune dichiarate, altre non proprio...). Questa è la loro versione di 'Travelling Riverside Blues', incisa per la BBC e a lungo rimasta inedita se non su bootleg.



Parlando di virtuosi della slide contemporanei abbiamo parlato nella scorsa puntata di Roy Rogers: in questa è il turno di Bob Brozman, scomparso nel 2013 e vero studioso (e insegnante) della tecnica bottleneck non solamente legata al blues ma alla musica tradizionale di paesi di tutto il mondo. Eccovi la sua versione di 'Honeymoon Blues', forse uno dei pezzi meno celebrati del repertorio Johnsoniano.


E' innegabile che 'Love in Vain' sia ormai indissolubilmente legata al nome dei Rolling Stones che ne incisero una fortunatissima cover in uno dei loro album capolavoro, 'Let it Bleed'. Devo confessarvi che non è mai stata tra le mie favorite ma ve ne metto comunque un'interessante versione dal vivo filmata nel 1972, con uno scintillante Mick Taylor in formazione.



E visto che la puntata di stasera è stata piena di grossi nomi chiudiamo con un altro gigante: Bob Dylan e la sua versione di 'Milkcow Calf Blues' (apparentemente una outtake dalle sessions di 'The Freewheelin' Bob Dylan', il suo secondo album). Spero che vi siate divertiti e che i più puristi tra voi non si siano scandalizzati troppo.
A lunedì prossimo,
Dario.


Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buonasera a tutti da Antonio Vivaldi e dalla sesta puntata di Old, New, Borrowed & Blue, uno dei celebrati programmi della Fase 2 di Radio Discoclub65. Il titolo prende spunto da una tradizione beneaugurante per le neo-spose del mondo anglofono. Per questo nostro abito nuzial-sonico odierno – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).

La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa, appunto) dei Pentangle
THE PENTANGLE – WEDDING DRESS (2:25)


THE PENTANGLE – COLD MOUNTAIN (2:05)
Sezione "old" dunque. Già che ci siamo restiamo in compagnia – ottima compagnia - dei Pentangle, di cui è da poco uscito il doppio cd Live On Air 1967-1969, contenente registrazioni di programmi radiofonici e televisivi per la BBC. I primi sette pezzi sono del Danny Thompson Trio con John McLaughlin, (quindi niente folk), ma quando entra in scena il magico Pentagono l'emozione è assicurata. Cold Mountain uscì nel 1969 come lato B del singolo Light Flight.

SLEEPER – INBETWEENER (3:21)
Ancora un brano di ambito "old", per quanto più recente. Siamo nel 1995 e gli Sleeper, guidati dalla tosta Louise Wener, esordiscono con Smart, uno degli album-caposaldo dell'effimero britpop. Nel ventiquennnale dell'uscita l'album viene ristampato e suona piacevole, frizzante e anche molto rock, termine che oggi suona curiosamente démodé.

EVE OWEN –SO STILL FOR YOU (2:28)
Il settore "new" parte con qualcosa di nuovo in tutti i sensi. Parliamo infatti dell'opera prima della ventenne inglese Eve Owen, Don't Let The Ink Dry. La cosa sorprendente è che la ragazza ha cominciato a lavorare al disco tre anni fa, non certo un esempio di irruenza giovanile. Notevole anche il fatto che la produzione sia affidata ad Aaron Dessner dei National. Il talento è indiscutibile, i pezzi sono belli, forse è nata una indie-stella.

MOBY – POWER IS TAKEN (3:53)
Un "new" più attempato, almeno per quel che concerne l'età del protagonista. Quasi tutti hanno perso di vista Moby dopo il grandissimo successo di Play. In realtà il nostro ha continuato a incidere dischi a cadenza abbastanza regolare fino al recente All Visible Objects. Power Is Taken è vigorosa e molto arrabbiata nei confronti di un potere che sarebbe da rovesciare. La voce è quella di D.H. Peligro, già con i Dead Kennedys.

BUILT TO SPILL – BLOODY RAINBOW (2:24)
Settore "borrowed", dunque "prestito" e dunque cover. Built To Spill Plays the Songs of Daniel Johnston è l'omaggio di un gruppo storico dell'indie-rock a Daniel Johnston, il visionario cantautore dalla psiche estrema scomparso nel novembre 2019. Grazioso e commovente.

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ROBERT WYATT – TE RECUERDO AMANDA (3:33)

Le canzoni di Daniel Johnston non sono poi così famose, dunque le cover dei Built To Spill potrebbero benissimo essere degli originali del gruppo. Ecco allora un "prestito" più famoso. Con la sua voce metafisica e struggente, Robert Wyatt rende omaggio al cantautore cileno Victor Jara, ucciso dai golpisti di Pinochet nel settembre 1973. Una canzone d'amore (con finale tragico) che diventa anche denuncia sociale.

EYELESS IN GAZA – LIGHT OF APRIL (2:22)
Concludiamo, come sempre, con il settore "blu". Il brano degli Eyeless In Gaza è incluso nella recente antologia della Ace The Tears Of Technology, dedicata alla malinconia insita in molta new wave 'sintetica' (e dunque presumibilmente algida) tra fine anni '70 e inizio '80.
Un saluto e un buon fine settimana da Antonio Vivaldi. E rimanete in contatto con Radio Discoclub65.

Mainstream Rock di Ida Tiberio

Mainstream songwriters. Seconda parte
Ovvero: altre canzoni memorabili. Almeno per chi scrive...

Tom Petty
Leggenda vuole che Tom Petty si sia accostato alla musica dopo aver assistito ad un concerto di Elvis Presley. Non stupisce che un simile incontro abbia avuto un impatto emotivo fortissimo sul giovane studente di Gainsville, Florida, non ancora in grado di manifestare con chiarezza interessi e passioni. Ben presto, però, la strada da intraprendere si delinea con chiarezza: è quella della musica. Southern rock, ballate accattivanti e ispirate, nonché la preziosa collaborazione di Benmont Tench e Mike Campbell sono la linfa vitale degli Heartbreakers, la band con cui Tom Petty raggiunge il successo. Sothern Accents, pubblicato nel 1985, è uno degli album più apprezzati (e premiati) della band. Il brano d'apertura è quello che stiamo per ascoltare

Bob Seger
Ed ecco un rocker sanguigno e al tempo stesso romantico in grado di incarnare lo spirito del mid-west con grande efficacia. Bob Seger, chitarrista, pianista e cantante di talento, nasce a Detroit, la celebre e musicalmente ricchissima Motown, e i suoi esordi musicali, soprattutto live, avvengono nei tardi anni sessanta presso numerosi club del Michigan. Ma la svolta discografica, quella decisiva, arriva a metà anni settanta, grazie all'etichetta Capitol e al coinvolgimento degli ottimi musicisti della Silver Bullet Band. Da quel momento Bob Seger darà voce alle storie cariche di fatica e di volontà di riscossa dei blue collar e dei proletari del midwest. Con ardore e grande empatia.

Steve Earle
Nato in Virginia ma indissolubilmente legato al Texas per ragioni familiari e artistiche, Steve Earle, al di là del carattere ruvido e delle notevoli scosse esistenziali, è un ottimo chitarrista e un autore di grande sensibilità poetica e sociale. Il suo talento è apprezzato anche da uno dei più geniali e inquieti cantautori texani, Townes Van Zandt e da Guy Clark, con cui Steve collabora durante la sua lunga permanenza a Nashville. La svolta arriva nel 1986, quando dopo un lungo e prestigioso "apprendistato" artistico, Steve pubblica il primo, apprezzatissimo album: Guitar Town. Da quel momento, nonostante le traversie e i problemi giudiziari dovuti al massiccio uso di droga, Steve non ha mai smesso di scrivere canzoni coraggiose e lungimiranti. Il suo sguardo critico e implacabile è ancora rivolto verso gli aspetti meno "presentabili" della realtà americana. Il brano che ascoltiamo è la title-track di uno dei suoi album migliori

Elliott Murphy
Trascorrere l'adolescenza nella New York degli anni '60 e sviluppare una sana passione per la musica sono due dati che si riscontrano con una certa regolarità. Soprattutto se l'esigenza di trovare una via di comunicazione "universale" fanno già parte di te. Elliott Murphy ha queste caratteristiche alle quali si aggiunge una grande opportunità: quella di intraprendere un lungo e proficuo viaggio in Europa in compagnia del fratello maggiore e di una provvidenziale chitarra con quale si esibisce nelle stazioni della metropolitana. Tornando a New York, Elliott frequenta i club alternativi della città e incontra gli artisti di punta del momento (Patti Smith, i New York Dolls, Lou Reed..). Presto, e meritatamente, comincia a farsi strada nel mondo del songwriting. L'estro, la profondità poetica e la bella vocalità del giovane autore confluiscono nell'album d'esordio Aquashow, un piccolo gioiello discografico molto apprezzato dalla critica specializzata. Questa è una delle canzoni più intense e affascinati della lunga carriera di Elliott Murphy.

Jackson Browne
Intimismo e impegno sociale, narrazione sofferta e poetica della propria vita, riferimenti letterari e causa ambientalista. Jackson Browne è tutto questo e anche qualcosa in più. E' il cantautore sensibile e ispirato che ha coinvolto i nomi più importanti della scena musicale californiana nei suoi progetti artistici (da Joni Mitchell a David Lindley, da David Crosby a Glenn Frey, solo per citarne alcuni), è l'autore di canzoni memorabili ed è anche uno dei principali ideatori del movimento No Nukes. Tra i suoi dischi, alcuni dei quali sono delle vere pietre miliari della musica west coast degli anni settanta, la mia preferenza va a Late for the sky, splendido a partire dalla celebre copertina "magrittiana". L'album è un capolavoro di scrittura e soluzioni sonore perfette. E questa è una canzone fortemente e poeticamente ambientalista

Bruce Springsteen
"Quando mai nel rock si è parlato di una cosa del genere, di uffici di collocamento, di una normale quotidianità di gente che lavora invece di pensare solo a ballare e ai rapporti sentimentali, quando mai nei rapporti sentimentali c'entrano i rapporti di lavoro?" (Alessandro Portelli, Note Americane)
Lascio ad Alessandro Portelli, docente di letteratura americana e grande studioso dei fenomeni sociali e di cultura popolare, questa riflessione che io trovo illuminante. Portelli si riverisce a Springsteen, nello specifico a The River, che definisce "una canzone politica" con quell'inedito accenno alla tessera sindacale ricevuta in regalo per il diciannovesimo compleanno. Oltre ad un abito da sposo. Il che conferisce a Springsteen un ruolo cruciale nel cogliere l'abbinamento, tutt'altro che fortuito, tra la storia individuale e quella di classe nel paese delle grandi e irrisolte contraddizione: gli Stati Uniti d'America. Da un album importante come The River, ho scelto una delle canzoni più intense, dolenti e poetiche della carriera del Boss.

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