Radio Disco Club 65
| 29 Maggio 2020
Buongiorno a tutti e bentornati a una nuova puntata di Blue Monday, viaggio di durata variabile nell'universo della musica nera e delle sue sfaccettature. All'inizio dell'ultima puntata ho lanciato un sondaggio: meglio le puntate monografiche (su un artista, un'etichetta o uno strumento) o le 'solite' puntate che saltano con nonchalance tra epoche, stili e artisti a seconda di come mi salta il ticchio?
Ha risposto una persona sola, che non considero sufficiente a fare media...
Il che mi fa pensare: ma sta roba la legge e sente qualcuno o è Gian che cerca di ingannarmi con degli espedenti tecnologici? Insomma, alla fatidica affermazione 'non sono un robot' di solito cosa rispondete?
Tutto questo comunque mi da lo spunto per lanciare il primo brano di oggi, firmato da una vecchia conoscenza di questa rubrica...
...e visto che siamo in casa Stax proseguiamo con uno degli artisti più importanti dell'etichetta, anche lui già incontrato su queste pagine virtuali. Sto parlando di Isaac Hayes e oggi sentiamo un estratto dal suo ambizioso e raffinato 'Black Moses' del 1971:
Ruthie Foster, nativa del Texas, ha già inciso un numero considerevole di album che miscelano elegantemente blues, folk, soul e gospel, spesso con l'aiuto di ospiti illustri. E' uscito di recente un suo album dal vivo nel quale - accompagnata da una formazione 'allargata' - si diverte a riarrangiare i suoi brani e a reinterpretare vari classici più o meno legati alla tradizione (nel precedente 'Joy Comes Back' l'aveva fatto addirittura con 'War Pigs' dei Black Sabbath!). Da questo 'Live at the the Paramount' sentiamo 'Runaway Soul.
Visto che gli esempi delle puntate precedenti hanno suscitato il vostro interesse vi posto altri due esempi di 'adattamento ai trend musicali' di altrettanti giganti del blues. Anche se meno estremi dei pezzi di Muddy ed Howlin' Wolf postati in precedenza sono comunque due esperimenti degni di interesse.
Partiamo con Willie Dixon e il suo album 'Peace' inciso nel 1971 per l'etichetta Yambo e – che io sappia – mai ristampato in cd. Questa è 'You don't make sense or peace (peace?)':
E proseguiamo con quella che forse è stata la fusione di maggior successo (artistico? Commerciale? A voi la sentenza) tra il blues e il nascente rock: 'Hooker 'n' Heat' (1971) che vede un artista decisamente 'classico' come John Lee Hooker affiancarsi in scioltezza ai Canned Heat.
Come forse saprete è sbucata fuori a sorpresa una TERZA foto di Robert Johnson, e stavolta pare proprio che sia autentica. Ne approfittiamo per parlare nuovamente del figliastro di Johnson, Robert Jr. Lockwood.
Noto per uno stile raffinato che passa con disinvoltura da sfumature jazzate ad un virtuosistico utilizzo della 12 corde e per un carattere non esattamente facile ha più volte omaggiato l'opera dell'illustre predecessore. Ecco ad esempio la sua versione di 'Terraplane Blues':
E a proposito di reinterpretazioni del corpus Johnsoniano eccovene un'altra ormai considerata a sua volta un classico: la versione di 'Hellhound on my Trail' rivisitata dai Fleetwood Mac nel loro primo album omonimo (1968):
Rimaniamo in Inghilterra per parlare dei Groundhogs di Tony McPhee che nello stesso anno davano alle stampe il loro debutto, 'Scratching the Surface'. Ecco la loro energica cover di 'You don't love me':
'You don't love me' è da sempre associata a Willie Cobbs che l'ha scritta e incisa per la prima volta (non contando l'ovvio precedente di 'She's Fine She's Mine' di Bo Diddley). Pur non avendo avuto una carriera esattamente baciata dal successo ha continuato a incidere con buoni risultati sino alle soglie del 2000.
Questa 'Butler Boy Blues' è tratta dall'album 'Down to Earth', pubblicato nel 1994.
Chiudiamo la nostra carrellata odierna con un brano di Chuck Berry, tra i pochi autori veri e propri legati al mondo del rock'n'roll. Questa è 'Oh Louisiana', brano d'apertura del sottovalutato LP 'San Francisco Dues' del 1971.
Alla prossima puntata!
Dario.
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