Radio Disco Club 65
| 24 Maggio 2020
Profumo di colla bianca di Mauro Costa
Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. Puntata con qualche brano molto borderline del genere.
Oggi si parte con un gruppo inglese, batterista a parte, che però ha operato unicamente in Germania, esattamente come i 'Nektar'; la formazione a quattro composta da John Hadfield alle chitarre e voce, Anthony Hadfield al basso e voce, Philip Howard al flauto, sax e tastiere e Ellwood von Siebold alla batteria, non si sono mai più riciclati altrove ma, all'epoca, sotto il nome 'Diabolus' hanno inciso un unico lp invero molto bello.
Correva l'anno 1971 e l'album si chiamava 'High Tones'.Il gruppo è autore di un progressive molto folk, con rimandi a 'Black Widow', 'Audience', 'Tonton Macoute' e soprattutto ai 'Jethro Tull' per l'uso del flauto, flirtando talvolta anche con l'hard rock.
Lo stile di 'Diabolus' è una miscela perfetta di gente tranquilla talvolta tarantolata da shock elettrici in corto circuito con cariche di insperato jazz rock. Questo crea nei loro brani energia e tensione, anche nelle ballate delicate, perché ti aspetti che potrebbero sfociare in un riff vivace in qualsiasi momento. Il duello tra chitarra in bilico tra tecnicismi rock e jazz e il flauto traverso è semplicemente geniale. Non si capisce molto bene perché non abbiano avuto successo, eppure le condizioni erano favorevoli, compreso l'anno d'uscita. Forse se fosse stato stampato su etichetta Vertigo, invece che per la Bellaphon, oggi lo conoscerebbero in molti di più.
Vi propongo il sulfureo "Raven's Call", brano che chiude l'album a base di una diabolica tarantella assolutamente inaspettata per un gruppo inglese trapiantato in Germania.
Di Franco Battiato ultimamente si hanno notizie preoccupanti, ma la più grave resta quella che lui non da più notizie di se. Spesso accusato a torto di marciare su certi atteggiamenti pseudo intellettualistici, risulta invece essere un artista particolarmente innovativo, geniale e di grandissimo spessore artistico. Ha cavalcato moltissimi generi a cominciare dalla canzonetta fino agli ultimi brani di raffinatezza non comune. Per quanto mi riguarda il suo periodo più interessante rimane quello dei quattro album sperimentali dei primi anni settanta con l'etichetta 'BLA-BLA' (ve ne sarebbe anche un quinto ma era già orientato all'elettronica senza compromessi) che sono nell'ordine: Fetus, Pollution, Sulle Corde di Airies e Clic. Difficile stabilire quale sia il migliore sebbene si noti una crescente dose di maturità che non va a discapito della freschezza e dell'innovazione. Quindi potrei dire che forse il migliore è l'ultimo dei quattro e probabilmente è così. L'album dell'imprinting e anche quello che ricordo più volentieri è il secondo 'Pollution' del 1972 che mi folgorò letteralmente all'età di 12 anni. Non avevo mai ascoltato niente di simile e nei fui ammaliato. Ad esempio il brano che da il titolo all' album e che solo molti anni dopo capii che era una lezione di termodinamica applicata alla musica i cui passaggi alla chitarra acustica finiranno addomesticati molto bene dai Pink Floyd di Wish you were here. Battiato era anni avanti.
Sono d'accordo con Fabio Zuffanti che nel libro scritto a quattro mani con Riccardo Storti ha dichiarato che il miglior album di Mike Oldfield sia 'Hergest Ridge'
Mike Oldfield, ha dato il meglio di se con la sua prima versione in vinile di questo capolavoro giustamente definito, anche per comodità, "bucolico" o "pastorale".
Questa versione sta unicamente sul vinile originale perché già il cofanetto con le ristampe dei suoi primi tre lavori è rimixato da Oldfield stesso, dando l'inizio ad una prassi che non mi trova molto favorevole, fino alla stortura perversa delle frequenti ri-registrazioni.
'Hergest Ridge', che prende il nome da una collina inglese dell'Herefordshire in prossimità del confine gallese, è anche l'unico disco, forse con il solo "Einstein on the Beach" di Philip Glass, che mi abbia procurato un effetto applicato all'ascolto che paragonerei alla Sindrome di Stendhal, in special modo se ascoltato in cuffia che, in questo caso particolare, consiglio vivamente a tutti quanti rispetto alla normale fruizione dai comodi diffusori.
Ci sono intrecci di chitarre sovraincise e ipnotici contorsionismi di tastiere che spesso lasciano davvero senza fiato originando un pathos altissimo nell'ascoltatore fino a quando, quasi alla soglia della follia, viene improvvisamente ricacciato in percorsi strumentali improntati alla tranquillità agreste.
Difficile ottenere le medesime sensazioni altrove, nemmeno tra i migliori lavori di Oldfield come il grandissimo predecessore 'Tubular Bells' o l'altrettanto grandissimo seguito 'Ommadawn'.
'Hergest Ridge' è un LP terribilmente fondamentale.
'Still Life' è un complesso inglese che ha dato alle stampe un unico lp omonimo, su etichetta Vertigo, nel 1971 ed è un ottimo esempio, almeno nei pezzi più importanti, di heavy prog con l'ossessiva presenza dell'hammond e una generale cupezza di fondo che fu il loro marchio di fabbrica.
Prova d'esordio davvero interessante, compresa la copertina che non sfigurerebbe in un album dei Grateful Dead,ma che non ha avuto seguito e francamente è un peccato.
Vi propongo 'People in Black' brano introduttivo di questo lavoro.
(8:21)
Penultima proposta serale ed è pezzo che profuma di contaminatissima psichedelia
La band responsabile di questo grande brano si chiamano 'Cymande', un gruppo di musicisti della Guyana, della Giamaica e di Saint Vincent che si formarono a Londra nel 1971. Il loro nome si basa su una parola Calipso per colomba, che simboleggia la pace e in realtà la loro musica è una miscela eclettica di funk , soul, reggae e ritmi africani; uno stile noto come Nyah-Rock. Questo particolare pezzo 'Dove' è piuttosto particolare ed atipico nella loro produzione sicuramente ben più funkeggiante che psichedelica ma, proprio per questa sua innaturale incursione in altri lidi, merita il passaggio in trasmissione.
(10:55)
Conclude la puntata un pezzo che in realtà è una cover di un capolavoro senza tempo (potrebbe essere stato benissimo scritto negli anni duemila) dei Beatles :'Tomorrow Never Knows'. Questa cover è sicuramente di matrice rock, di prog c'è ben poco, forse l'uso del basso che ricorda un po' il manierismo di scuola canterburiana dei 'Matching Mole' e vorrei ben vedere visto che lo suona Bill MacCormick.
Ma chi si cela dietro questo fantomatico gruppo che ha all'attivo un solo album, per giunta di brani editi e di cover, il cui nome è in realtà il numero '801'? Il fulcro pensante è composto da Brian Eno e Phil Manzanera che si avvalgono dell'ausilio d MacCormick al basso e di Simon Philips alla batteria. Con altri due strumentuisti danno vita ad un breve ma intenso tour sublimato in uno splendido live singolo tra i più godibili di sempre.
Le proposte sono brani già editi del duo Manzanera/Eno e della loro band "Quiet Sun'. In aggiunta due cover eseguite alla grandissima: ' You really got me' dei Kinks e, appunto quella che vi propongo ' Tomorrow Never knows' resa particolarissima anche dalla voce di Brian Eno.
(6:20)
Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!
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