Radio Disco Club 65

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. Puntata con qualche brano molto borderline del genere.

Oggi si parte con un gruppo inglese, batterista a parte, che però ha operato unicamente in Germania, esattamente come i 'Nektar'; la formazione a quattro composta da John Hadfield alle chitarre e voce, Anthony Hadfield al basso e voce, Philip Howard al flauto, sax e tastiere e Ellwood von Siebold alla batteria, non si sono mai più riciclati altrove ma, all'epoca, sotto il nome 'Diabolus' hanno inciso un unico lp invero molto bello.

Correva l'anno 1971 e l'album si chiamava 'High Tones'.Il gruppo è autore di un progressive molto folk, con rimandi a 'Black Widow', 'Audience', 'Tonton Macoute' e soprattutto ai 'Jethro Tull' per l'uso del flauto, flirtando talvolta anche con l'hard rock.
Lo stile di 'Diabolus' è una miscela perfetta di gente tranquilla talvolta tarantolata da shock elettrici in corto circuito con cariche di insperato jazz rock. Questo crea nei loro brani energia e tensione, anche nelle ballate delicate, perché ti aspetti che potrebbero sfociare in un riff vivace in qualsiasi momento. Il duello tra chitarra in bilico tra tecnicismi rock e jazz e il flauto traverso è semplicemente geniale. Non si capisce molto bene perché non abbiano avuto successo, eppure le condizioni erano favorevoli, compreso l'anno d'uscita. Forse se fosse stato stampato su etichetta Vertigo, invece che per la Bellaphon, oggi lo conoscerebbero in molti di più.
Vi propongo il sulfureo "Raven's Call", brano che chiude l'album a base di una diabolica tarantella assolutamente inaspettata per un gruppo inglese trapiantato in Germania.

Di Franco Battiato ultimamente si hanno notizie preoccupanti, ma la più grave resta quella che lui non da più notizie di se. Spesso accusato a torto di marciare su certi atteggiamenti pseudo intellettualistici, risulta invece essere un artista particolarmente innovativo, geniale e di grandissimo spessore artistico. Ha cavalcato moltissimi generi a cominciare dalla canzonetta fino agli ultimi brani di raffinatezza non comune. Per quanto mi riguarda il suo periodo più interessante rimane quello dei quattro album sperimentali dei primi anni settanta con l'etichetta 'BLA-BLA' (ve ne sarebbe anche un quinto ma era già orientato all'elettronica senza compromessi) che sono nell'ordine: Fetus, Pollution, Sulle Corde di Airies e Clic. Difficile stabilire quale sia il migliore sebbene si noti una crescente dose di maturità che non va a discapito della freschezza e dell'innovazione. Quindi potrei dire che forse il migliore è l'ultimo dei quattro e probabilmente è così. L'album dell'imprinting e anche quello che ricordo più volentieri è il secondo 'Pollution' del 1972 che mi folgorò letteralmente all'età di 12 anni. Non avevo mai ascoltato niente di simile e nei fui ammaliato. Ad esempio il brano che da il titolo all' album e che solo molti anni dopo capii che era una lezione di termodinamica applicata alla musica i cui passaggi alla chitarra acustica finiranno addomesticati molto bene dai Pink Floyd di Wish you were here. Battiato era anni avanti.

Sono d'accordo con Fabio Zuffanti che nel libro scritto a quattro mani con Riccardo Storti ha dichiarato che il miglior album di Mike Oldfield sia 'Hergest Ridge'

Mike Oldfield, ha dato il meglio di se con la sua prima versione in vinile di questo capolavoro giustamente definito, anche per comodità, "bucolico" o "pastorale".
Questa versione sta unicamente sul vinile originale perché già il cofanetto con le ristampe dei suoi primi tre lavori è rimixato da Oldfield stesso, dando l'inizio ad una prassi che non mi trova molto favorevole, fino alla stortura perversa delle frequenti ri-registrazioni.

'Hergest Ridge', che prende il nome da una collina inglese dell'Herefordshire in prossimità del confine gallese, è anche l'unico disco, forse con il solo "Einstein on the Beach" di Philip Glass, che mi abbia procurato un effetto applicato all'ascolto che paragonerei alla Sindrome di Stendhal, in special modo se ascoltato in cuffia che, in questo caso particolare, consiglio vivamente a tutti quanti rispetto alla normale fruizione dai comodi diffusori.
Ci sono intrecci di chitarre sovraincise e ipnotici contorsionismi di tastiere che spesso lasciano davvero senza fiato originando un pathos altissimo nell'ascoltatore fino a quando, quasi alla soglia della follia, viene improvvisamente ricacciato in percorsi strumentali improntati alla tranquillità agreste.
Difficile ottenere le medesime sensazioni altrove, nemmeno tra i migliori lavori di Oldfield come il grandissimo predecessore 'Tubular Bells' o l'altrettanto grandissimo seguito 'Ommadawn'.
'Hergest Ridge' è un LP terribilmente fondamentale.

'Still Life' è un complesso inglese che ha dato alle stampe un unico lp omonimo, su etichetta Vertigo, nel 1971 ed è un ottimo esempio, almeno nei pezzi più importanti, di heavy prog con l'ossessiva presenza dell'hammond e una generale cupezza di fondo che fu il loro marchio di fabbrica.
Prova d'esordio davvero interessante, compresa la copertina che non sfigurerebbe in un album dei Grateful Dead,ma che non ha avuto seguito e francamente è un peccato.
Vi propongo 'People in Black' brano introduttivo di questo lavoro.

(8:21)

Penultima proposta serale ed è pezzo che profuma di contaminatissima psichedelia
La band responsabile di questo grande brano si chiamano 'Cymande', un gruppo di musicisti della Guyana, della Giamaica e di Saint Vincent che si formarono a Londra nel 1971. Il loro nome si basa su una parola Calipso per colomba, che simboleggia la pace e in realtà la loro musica è una miscela eclettica di funk , soul, reggae e ritmi africani; uno stile noto come Nyah-Rock. Questo particolare pezzo 'Dove' è piuttosto particolare ed atipico nella loro produzione sicuramente ben più funkeggiante che psichedelica ma, proprio per questa sua innaturale incursione in altri lidi, merita il passaggio in trasmissione.


(10:55)

Conclude la puntata un pezzo che in realtà è una cover di un capolavoro senza tempo (potrebbe essere stato benissimo scritto negli anni duemila) dei Beatles :'Tomorrow Never Knows'. Questa cover è sicuramente di matrice rock, di prog c'è ben poco, forse l'uso del basso che ricorda un po' il manierismo di scuola canterburiana dei 'Matching Mole' e vorrei ben vedere visto che lo suona Bill MacCormick.
Ma chi si cela dietro questo fantomatico gruppo che ha all'attivo un solo album, per giunta di brani editi e di cover, il cui nome è in realtà il numero '801'? Il fulcro pensante è composto da Brian Eno e Phil Manzanera che si avvalgono dell'ausilio d MacCormick al basso e di Simon Philips alla batteria. Con altri due strumentuisti danno vita ad un breve ma intenso tour sublimato in uno splendido live singolo tra i più godibili di sempre.
Le proposte sono brani già editi del duo Manzanera/Eno e della loro band "Quiet Sun'. In aggiunta due cover eseguite alla grandissima: ' You really got me' dei Kinks e, appunto quella che vi propongo ' Tomorrow Never knows' resa particolarissima anche dalla voce di Brian Eno.

(6:20)

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buonasera a tutti dalla terza puntata di Old, New, Borrowed & Blue, programma del venerdì sera della Fase 2 di Radio Discoclub65, ancora in forma tradizionale, ovvero scritta e vista, ma non parlata. Per questo terzo abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).


La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle
PENTANGLE – WEDDING DRESS



CHRIS FARLOWE – OUT OF TIME
Partiamo quindi con la sezione "Old". E' ritornata in circolazione (e potete ordinarla al caro leader Balduzzi) la ristampa di Tonite Let's All Make Love In London, colonna sonora dell'omonimo film di Peter Whitehead dedicato alla Londra psichedelica del 1967 (il disco esce l'anno successivo). Si tratta di un affascinante ritratto di un'epoca fra canzoni e brevi interventi parlati. Si possono ascoltare la classica e immaginifica Interstellar Overdrive dei Pink Floyd ma anche cose meno note oppure mezze dimenticate come questa cover di Out Of Time, brano firmato Jagger-Richards e portato al successo nel 1966 dal roboante (e sinistro nell'aspetto, bisogna dire) Chris Farlowe.



VASHTI BUNYAN – ROSE HIP NOVEMBER
In Tonite Let's All Make Love In London compare anche Vashti, cantante di belle speranze (e bell'aspetto, al contrario di Farlowe). Per lei le speranze diventeranno ben presto certezze di fallimento commerciale. La nostra sceglie allora, come molti in quell'epoca, di vivere on the road, ma lo fa su un carro a cavalli diretto verso la Scozia. Nel 1970 incide un magnifico e sommesso disco di hippie folk, Just Another Diamond Day, con la partecipazione di Dave Swarbrick e Robin Williamson, da cui è tratta questa Rose Hip November. Poi scompare dalla circolazione per 35 anni prima di venire riscoperta e acclamata dai nuovi alt-folkers come Devendra Banhart.



PERFUME GENIUS - DESCRIBE
Il passaggio al settore "New" porta anche un cambio di attitudine musicale verso una dimensione più 'modernista'. Set My Heart On Fire, Immediately è il quinto disco di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius. Siamo nei classici territori del musicista statunitense, fra spettacolare e introverso, fra corporeo ed etereo e sempre con la consueta attitudine provocatoria. Un po' presuntuoso, certo, ma anche molto efficace.


EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN – ALLES IN ALLEM
Ritornano dopo un silenzio abbastanza lungo gli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld (a lungo collaboratore di Nick Cave). Qualcosa dell'antico rumorismo rimane, anche se prevale un tono tra l'elegiaco e l'epico, come nel caso del brano che intitola l'album.



ELVIS PRESLEY – HEARTBREAK HOTEL
La sezione "Borrowed" ("Prestato") è dedicate alle cover e stavolta si va su cose spesse. Cominciamo con l'originale. A inizio 1956 Elvis Presley, già idolo vitalista della gioventù americana, sceglie di incidere una canzone fosca (e secondo i funzionari RCA "morbosa"), forse ispirata al suicidio di un giovane. Elvis dà al brano una carica ormonale forse poco in sintonia con il testo, eppure affascinante. Nonostante i dubbi della RCA il pezzo arriva abbastanza rapidamente al numero 1.



JOHN CALE – HEARTBREAK HOTEL
Nel 1974 un John Cale in fase "oscurità e paranoia" decide di riprendere Heartbreak Hotel evidenziandone – ma guarda un po' - la dimensione tragica. La riproporrà nel corso degli anni in versione a volte spettrale a volte terrificante, a seconda dello stato d'animo di un artista geniale e tormentato. In questa versione anni '80 parte del pubblico sembra non gradire.


MARCO ROVELLI E CLAUDIO LOLLI – LA GIACCA
L'Hotel Cuore Infranto di John Cale ci conduce all'ultima sezione del programma: "Blue", ovvero la canzone malinconica di chiusura (siamo pur sempre in un'epoca difficile). La Giacca è una delle composizioni più belle del repertorio di Claudio Lolli, pubblicata sul suo primo album, Aspettando Godot (1972) . Un paio d'anni fa Marco Rovelli andò a trovare Lolli nella sua casa di Bologna per proporgli l'idea di reincidere a due voci La Giacca. Il risultato è commovente, anche perché si tratta delle ultime parole che Lolli riuscì, con commovente fatica, a cantare prima della morte. Il brano si ascolta sul recente album di Rovelli, Portami Al Confine. Un buon fine settimana a tutti da Antonio Vivaldi


Mainstream Rock di Ida Tiberio

Mainstrem songwriters

La canzone ha i suoi maestri. Stasera ne ascolteremo alcuni: celebri, celeberrimi....indispensabili

Phils Ochs
Cantautore, giornalista, intellettuale e attivista politico, Phil Ochs è stato anche (forse soprattutto) un uomo di grande intelligenza e sensibilità, quel tipo di sensibilità che a volte trascina verso un'inquietudine devastante. Figura di punta dei club del Greenwich Village newyorkese, il musicista diventa popolare con i suoi talking blues acuti e graffianti e ottiene il primo contratto discografico con la Electra. L'album è All The News That Fits to Sing, mutuato dal celebre slogan del New York Times "All The News That Fits to Print" e dà una grande visibilità al suo autore. Poi, l'impegno civile, l'adesione coraggiosa alla lotta contro la guerra del Viet Nam, la pubblicazione del celebre I Ain't no Marching Anymore. Alla fine degli anni sessanta, Phil si trasferisce a Los Angeles e pubblica due album prodotti da Van Dyke Parks che non ottengono il successo sperato. Infine, la crescente e implacabile inquietudine, i viaggi in giro per il mondo e il ritorno nella casa della sua adolescenza a Far Rockway, nello stato di New York. Proprio qui, in una mattina d'aprile del '76, la storia di quest'artista straordinario e tormentato termina per sempre. E in modo drammatico.


Bob Dylan
Ha 19 anni, il piccolo, magrissimo e caparbio Robert Zimmerman quando lascia il Minnesota, l'università e gli agi della piccola borghesia ebraica a cui la sua famiglia appartiene per raggiungere New York. Ha una missione da compiere: incontrare il suo mito Woody Guthrie, ricoverato in un ospedale del New Jersey. Ci riesce, decide che New York è il posto in cui vivere e nel giro di un paio d'anni diventa definitivamente e stabilmente Bob Dylan. La storia, leggendaria, di questo straordinario personaggio con cui chiunque si sia accostato alla canzone ha dovuto fare i conti, pagando un consistente pegno d'ispirazione e gratitudine, è ancora in evoluzione.

Leonard Cohen
Poeta, scrittore, artista poliedrico, inquieto viaggiatore, Leonard Cohen trova la sua dimensione espressiva ideale nella musica. E' probabile che le ambizioni del giovane canadese, approdato nell'isola greca di Hydra in cerca di quiete e ispirazione fossero di natura letteraria. Eppure, il suo futuro ha preso forma e consistenza artistica grazie alla musica. A lui si devono canzoni memorabili, piene di riferimenti colti e di frammenti autobiografici narrati con impareggiabile sensibilità poetica. Leonard Cohen, un autentico gigante della canzone d'autore, ha rappresentato un punto di riferimento essenziale anche per Fabrizio De Andrè. Le sue magnifiche cover di Suzanne e Nancy lo testimoniano con chiarezza. E a proposito di canzoni a forte connotazione autobiografica....

Joni Mitchell
Lo ammetto, lei è un mio personalissimo e imprescindibile mito e so bene che ne abbiamo già parlato quando la trasmissione ruotava esclusivamente intorno alle "Girls". Tuttavia, non credo di fare cosa sgradita (o impropria) riproponendo la magnifica signora di Laurel Canyon anche in un contesto che travalica la distinzione di genere. Del resto, Joni Michell ha tutti i requisiti artistici, compositivi e vocali per rientrare a pieno titolo nel "mainstream" della canzone d'autore. Maschile o femminile che sia. La sua voce suadente e la sua capacità di creare poesia e passione attraverso lo strumento al contempo semplice e potentissimo della canzone sono una certezza. E la canzone che segue (tratta dall'album Blue) è un memorabile concentrato di bellezza.


Neil Young
Percorriamo ancora, insieme ad un altro artista imprescindibile, il lungo, affascinante e proficuo tragitto Canada-California. Narra la leggenda che Neil Young, giovane musicista di Toronto si sia spostato in California insieme all'amico Bruce Palmer con mezzi di fortuna. E' invece storia (non leggenda) che a Los Angeles, la carriera di Neil Young sia partita con una rapida e inarrestabile progressione. I Buffalo Springfield, il più celebre e venerato "super gruppo" della Costa Ovest (devo specificare che si tratta di CSN&Y? Certamente no!) e poi una carriera solistica tra le più brillanti della storia del songwriting d'oltre oceano. Sono certa che pochi dischi abbiano segnato la mia adolescenza con la stessa intensità di Harvest o After the Gold Rush. E allora, celebriamone l'incanto anche qui.



David Crosby
Figura imprescindibile nel vasto territorio creativo della West Coast, David Crosby è un artista colmo di genialità e contraddizioni. La sua creatività ha dato certamente un impulso decisivo alla carriera dei Byrds e a quella del celebre e già citato super-gruppo CSN&Y. Nel 1971, David Crosby dà il via a una strepitosa carriera solistica che neppure i numerosi (e gravi) problemi personali e di salute hanno ostacolato. Il primo album a firma David Crosby si intitola If I Could Only Remember my Name ed è considerato (dopo le prime, tiepide accoglienze da parte della critica specializzata) uno dei più grandi capolavori della West Coast. All'album collabora il gotha della musica californiana, da Jerry Garcia (con la sua magica steel guitar) a Neil Young, da Graham Nash a Joni Michell, da Paul Kantner a Grace Slick. Il risultato è un'indimenticabile successione di brani visionari e suggestivi. Eccone uno.


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