Jazz

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ELLA FITZGERALD - Ella At Zardi's

Il 7 febbraio 1956 Ella Fitzgerald entra negli studi di registrazione della Verve per registrare il primo dei suoi SongBook dedicato a Cole Porter. All’epoca ha 39 anni ed è nel pieno della sua maturità artistica e vocale: qualche giorno prima di iniziare il suo contratto con l’etichetta di Norman Granz, il 2 febbraio, è allo Zardi's Jazzland di Hollywood con un trio formato da Don Abney al piano, Vernon Alley al contrabbasso e Frank Capp alla batteria. A più di sessantanni da quella serata salta fuori una registrazione, non impeccabile dal punto di vista audio, ma con una Fitzgerald in forma stratosferica. La disarmante facilità con cui passa dal languido romanticismo di “Tenderly” al groove aggressivo di “Why Don't You Do Right“, dal blues di “Joe William’s blues” al terrificante scat in puro stile bop di “How High The Moon”, lascia letteralmente a bocca aperta. Quale miglior modo per finire questo 2017 in bellezza? (Danilo Di Termini)

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ARTISTI VARI – Hendrix In The Spirit Of Jazz

Non è certamente una storia nuova quella che unisce Hendrix e il Jazz e questa antologia della Act (attenzione: non sono brani inediti, ma una raccolta di titoli già usciti nei singoli dischi) sta lì a dimostrarlo. Se poi il rapporto sia più o meno fecondo è questione da valutare volta per volta, mai come in questo caso dove insieme alla rivelazione del jazz polacco Leszek Mozdzer (che insieme a Lars Danielsson, Zohar Fresco e la  Polish Radio Symphony Orchestra appronta una bizzarra versione di “Are You Experienced?”) troviamo il norvegese Bugge Wesseltoft (bella sua versione in piano solo di “Angel”) o la cantante sud coreana Youn Sun Nah alle prese con un’eterea “Drifting” (dal suo album del 2017 inciso con un trio guidato da Jamie Saft). La parte del leone la fa, e non poteva essere diversamente, il chitarrista di origini vietnamite Nguyên Lê, un hendrixiano di provata fede, che rilegge “1983...(A Merman I Should Turn to Be)”, “If 6 Was 9” (con Terri Lyne Carrington) e “Little Wing” mettendo lo zampino anche nella versione live di “Purple Haze” insieme a Caecilie Norby, Céline Bonacina, Wolfgang Haffner, Verneri Pohjola, Lars Danielsson e Nils Landgren. Stili diversi quindi, più o meno fedeli; ma è lo Spirito quello che conta: a volte c’è, a volte s’intravede, altre sembra del tutto assente. (Danilo Di Termini)

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JOHN COLTRANE - Chasin' The Trane

Prodotto e realizzato dal filmmaker John Scheinfeld (“USA contro John Lennon”, “Who Is Harry Nilsson…?”) con la partecipazione della famiglia di John Coltrane, questo documentario sul più influente sassofonista della storia del jazz in Italia si può vedere su Netflix. Se non siete abbonati al servizio e, soprattutto, se non avete nemmeno un disco in casa di John Coltrane, allora potrebbe interessarvi la colonna sonora del documentario. Si tratta di undici brani, scelti tra tutti i periodi musicali (che in genere si fanno corrispondere alle etichette per le quali incideva in quel momento: in ordine cronologico Prestige, Atlantic e Impulse). C’è “A Love Supreme” (solo la prima parte) e “Giant Steps”, “My Favorite Things” (in una bizzarra ‘single version’ di due minuti e quarantaquattro) e “Russian Lullaby”, il Trane più frenetico e irruento e quello più soave e malinconico. In chiusura anche due brani ‘live’, “I Want to Talk About You” e “Chasin' the Trane” da “At Newport” e dal “Live At The Village Vanguard”. Una buona antologia, con tutti i (macroscopici) limiti del caso; e considerando quanto costa l’abbonamento mensile a Netflix, forse vale la pena di spendere quei soldi per vedersi il documentario. (Danilo Di Termini)

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 THE URBAN RENEWAL PROJECT - 21st Century Ghost

Sì lo sappiamo che molti, solo che a sentir nominare la parola “rap” vengono presi da attacchi di cistite fulminante, da lombo sciatalgie, orchite  e  malinconia acuta. C’è una generazione che viene dal rock e dal jazz, con qualche spruzzata pop, e che delle chiacchiere in rima e assonanza non vuol proprio sapere, con buona pace dello scrittore  David Foster Wallace, che si prodigò, in un bel libro intitolato “Il rap spiegato ai bianchi” di avviarli a sanare la ferita. Però se il rap è di classe, non quella robaccia “gangsta”, e magari avvolto anche in sontuose panni rhythm and blues, in morbide casacche soul, in atmosfere che fanno pensare agli anni  ’60 e ’70, e il tutto  ve lo propongono a sua volta ben sistemato negli interstizi di una vera e ruggente orchestra jazz, con tanto di sezioni di fiati, un ascolto potete ben darcelo. E magari scoprire che tutte quelle voci che intarsiano un tessuto strumentale febbrile e magnificamente arrangiato funzionano: non è rap, non è soul music, non è jazz. E’ tutto assieme. Arrivano da Los Angeles, li guida un direttore sveglio come R. W. Enoch, Jr. Provate a sintonizzarvi. (Guido Festinese)

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WES MONTGOMERY - In Paris: The Definitive ORTF Recording

Pubblicato in vinile per il Record Store Day's Black Friday e in cd nel gennaio del 2018, lo storico concerto del 27 marzo 1965 al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi esce finalmente nella sua interezza, con i titoli corretti (i due volumi della BYG, poi ristampati dalla Affinity, erano infatti incompleti) e con un audio impeccabile, frutto della collaborazione della Resonance record con l’Institut National de l'Audiovisuel, e di una rimasterizzazione direttamente dai nastri originali. Il gruppo, allestito praticamente per il tour europeo, è composto da Harold Mabern al pianoforte, dal contrabbassista Arthur Harper, dal batterista Jimmy Lovelace e ospita in tre brani il meraviglioso sax tenore di Johnny Griffin. Montgomery è in un momento di grazia e affronta il suo repertorio (“Four on Six”, “Jingles”) come gli standard (“Here's That Rainy Day”) o un gioiello come “Impressions” di Coltrane, con una grazie e una leggerezza inarrivabili. Quando poi arriva Johnny Griffin ("Full House", "'Round Midnight" and "Blue 'N Boogie/West Coast Blues") verrebbe voglia di salire sul palco e abbracciarli tutti. (Danilo Di Termini)

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 STEFANO BOLLANI - Mediterraneo

“Jazz alla Filarmonica di Berlino” è una bella serie di concerti (giunti con questa registrazione al diciassettesimo capitolo) che cerca di dare un ritratto sonoro delle molte famiglie musicali jazz, classiche e folk che tutte assieme possiamo definire come “Europa”, termine un po' in ribasso in questi tempi. Dunque qualsiasi argine culturale messo a presidio dell'intelligenza, contro chi predica grette chiusure campanilistiche e pseudo identitarie è benvenuta. Qui è all'opera il trio nordico da molti anni attivo guidato da quel folletto dei tasti che è Stefano Bollani, trio rinforzato dalla fisarmonica di Vincent Peirani, con la presenza naturalmente della “piccola orchestra” ritagliata nei ranghi della Filarmonica. Resta un po' ambiguo il concetto se questo disco sia dedicato al “Mediterraneo” o se tale caratteristica vada intesa come attributo principe dello stivale geografico lanciato come un pontile sull'acqua nell'Europa meridionale: forse vale questa ipotesi, perché si parte da Monteverdi, si transita per Rota e Morricone, poi per Paolo conte, Puccini e Rossini. Scelte dunque abbastanza convenzionali, perfino prevedibili, per noi. Ma la classe strumentale è intatta, e le singole scelte indiscutibili, per valore. (Guido Festinese)

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