Jazz

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ANDREA PAGANETTO - Nove

Buone notizie dal jazz ligure. C'è chi ha voglia di avventura sonora, muovendosi su quel crinale sottile fatto di azzardi e conferme, comunicativa e sintesi di diverse estetiche. Come il trombettista Andrea Paganetto, già attivo nel Free Area Quartet, e ora approdato al primo lavoro solistico  con eccellenti compagni di viaggio. Matteo Anelli al contrabbasso, Daviano Rotella alla batteria, Mauro Avanzini  al contralto, flauto e bansuri, il traverso indiano: tutti nomi che non hanno mai raccolto per quanto hanno seminato e per quanto meritavano. Paganetto è riuscito poi ad avere in studio Maurizio Brunod, il visionario chitarrista che da decenni lascia il segno nel jazz più disposto a mettersi in gioco e confrontarsi con la contemporaneità tutta, e Emanuele Parrini a viola e violino. Se c'è un nome che fa da nume tutelare a questo disco, potrebbe essere quello di Ornette Coleman, peraltro anche esplicitamente omaggiato nella settima traccia. Ma c'è anche tutta la lezione dei veterani dell'Art Studio, per restare in Italia, l'ombra di Kenny Wheeler, ed anche il ricordo di certe brucianti avventure elettriche di Rava di qualche anno fa. In definitiva: belli i temi, (finalmente) imprevedibili gli sviluppi, ottimi i musicisti, a partire dal titolare del disco, dotato di una sonorità luminosa e stagliata. Firma le note Javier Girotto. (Guido Festinese)

 

 

 

 

 

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JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS SOUND PRINTS - Scandal

Nel 2008 l’annuale tribute concert del SFJAZZ Collective – l’istituzione legata al San Francisco Jazz festival fondata da Joshua Redman - era dedicato all’opera di Wayne Shorter. Fra i musicisti invitati Joe Lovano e Dave Douglas che hanno deciso di portare avanti il progetto trasformandolo nel gruppo Sound Prints, insieme al pianista Lawrence Fields, alla contrabbassista Linda May Han Oh e al batterista Joey Baron. Dopo una prima apparizione al festival di Monterey del 2013 (disponibile nell’omonimo disco del 2015) seguita da alcune date in tour, ecco il primo album in studio. La musica del quintetto, un gruppo molto unito e omogeneo, alterna composizioni di Shorter come “Fee Fi Fo Fum” e Speak no Evil”, a brani originali che riprendono le atmosfere del sassofonista cui il gruppo si ispira, ma più in generale la produzione Blue Note anni ‘60 meno mainstream e standardizzata. Ovviamente fanno capolino il nume tutelare di Lovano (in “Scandal” l’omaggio a Coltrane è evidente) oltre che Monk in “Ups and Down”. Un quintetto che si colloca felicemente tra post-bop e avanguardia, con la qualità non comune di un appassionato lirismo. (Danilo Di Termini)

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ENRICO PIERANUNZI - Monsieur Claude [A Travel with Claude Debussy]

Nel novembre del 2015 Enrico Pieranunzi insieme a Diego Imbert (conrabbasso) e André Ceccarelli (batteria) incide “Ménage a Trois”, titolo che gioca sulla composizione del gruppo e sulle due bellissime “signore musicali” con cui il pianista  dichiara di convivere da sempre, la classica e il jazz. In quel disco infatti si potevano ascoltare elaborazioni di brani scritti da grandi compositori come Bach, Liszt, Schumann. Il grande successo ha indotto i tre protagonisti alla registrazione di un nuovo album, questa volta interamente dedicato alla musica di Claude Debussy; si tratta di undici titoli, composti perlopiù da Pieranunzi ed ispirati da composizioni dell’artista come “Valse Romantique”, “Ballade”, “La fille aux cheveux de lins” che diventano rispettivamente “Bluemantique”, “L’autre ballade” et “Cheveux”. Al trio in alcuni brani si aggiungono il sax di David El Malek e la splendida voce di Simona Severini per un lavoro che colpisce per luminosità e freschezza, ma soprattutto per mantenersi molto lontano da alcune paludate o superficiali commistioni dei due generi, ed essere un disco profondamente e intrinsecamente jazz nel suo svolgimento e nel suo felicissimo risultato. (Danilo Di Termini)

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BILL FRISELL - Music IS

“Quasi ogni giorno mi sveglio, bevo un caffè e scrivo musica”. Con una quarantina di album all’attivo e altri duecentocinquanta (circa) in cui ha assicurato la sua presenza, non abbiamo motivi per non credere alle parole del chitarrista di Baltimora; che poi definisce  l’esperienza del suonare profondamente legata al rapporto con gli altri musicisti. Forse per questo “Music IS” è solo il terzo disco in solo, dopo “Ghost Town” del 2000 e “Silent Comedy” del 2013, costruito come un viaggio nella sua memoria musicale. Quanto questo percorso sia comunque innovativo lo dimostrano le versioni di “Pretty Stars” e di “Ron Carter”, entrambi apparsi originariamente in “Blues Dream”, o di “Monica Jane” da “This Land” (ma la cui prima versione risale ad un disco con Paul Bley del 1986), o ancora di “In Line” e “Rambler”(presente in due versioni totalmente differenti) dai primi dischi solisti per ECM. Innovazione che passa anche per un vecchio pianoforte di Keith Moon, arrivato a casa di Frisell dopo essere passato nelle mani di Richard Manuel della Band e di Ian McLagan degli Small Faces, per fare da cassa di risonanza all’amplificatore in “Think About It” o per il blues di “Go Happy Lucky”. La chitarra al massimo della sua espressione. (Danilo Di Termini)

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THE MANHATTAN TRANSFER - The Junction!

Un primo disco, “Jukin”, nel 1971, poi quattro anni dopo la ‘vera’ partenza con una formazione in cui ritroviamo il solo Tim Hauser insieme ai nuovi Alan Paul, Janis Siegel e Laurel Massé: il successo è immediato, in anni in cui proporre un ritorno allo swing vocale potrebbe apparire totalmente anacronistico. Quando la Massé viene sostituita con Cheryl Bentyne nel 1979 arriva “Extensions”, con la versione di “Birdland” dei Weather Report - parole scritte dal padre dello stile vocalese Jon Hendricks – che vince due Grammy. Ne seguiranno altri, in particolare nel 1984 per “Vocalese” (il loro disco più jazz e più bello di sempre, con lo stesso Hendricks in regia e una pletora di ospiti da far rabbrividire) e nel 1987 per “Brasil” e l’incontro con la musica di Djavan, Ivan Lins e Gilberto Gil. Seguono anni meno brillanti, almeno discograficamente, perché dal vivo il gruppo non delude mai, con un live che sconfina nello show, impeccabile e trascinante. Oggi, dopo la scomparsa di Tim Hauser, sostituito da Trist Curless, una nuova fase, con la produzione di Mervyn Warren (membro del gruppo ‘rivale’ Take 6) e un repertorio che va dal rap anni ‘90 degli US3 di “Cantaloop (Flip Fantasia)” agli XTC di “The Man Who Sailed Around His Soul“ (da “Skylarking”), alla Rickie Lee Jones di “Ugly Man”, oltre a una serie di brani originali, tra cui “The Junction” in cui Warren campiona il primo grande successo del gruppo, “Tuxedo Junction”. Se l’obiettivo era innovare e al contempo rimanere perfettamente in linea - anche nei difetti, con qualche sdolcinatezza di troppo - con il percorso del gruppo, lo scopo  è perfettamente raggiunto. (Danilo Di Termini)

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DAVE LIEBMAN/JOHN STOWELL - Petite Fleur: The Music Of Sidney Bechet

Si parla molto poco di Sidney Bechet e della sua importanza nello sviluppo del linguaggio solistico del jazz, probabilmente paragonabile a quella del suo concittadino e coetaneo Louis Armstrong. Ben venga allora questo omaggio di Dave Liebman e del chitarrista John Stowell (al secondo disco insieme dopo "Blue Rose" del 2013) a uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ideale ponte tra Stati Uniti ed Europa, dove soggiornò a lungo fino a stabilirvisi definitivamente. Chi conosce Liebman come torrenziale improvvisatore (il disco pubblicato lo scorso anno insieme a Joe Lovano, "The Music of John Coltrane") o come frequentatore dell'avanguardia (il recente "The Unknowable" per RareNoise) potrebbe rimanere sorpreso dalla sinuosa languidezza del suo soprano che quasi indugia sulla chitarra soave di Stowell (che a tratti sembra evocare le magiche melodie di Django Reinhardt). "Petite Fleur", forse la più celebre composizione di Bechet, sorta di 'chanson', è interpretata tre volte, insieme e da entrambi in solitudine; c'è "Summertime", con Liebman che introduce il tema al flauto (molto lontano dalla storica versione dell'8 giugno 1939 con il soprano di Bechet quasi trasfigurato in voce umana), c'è "Creole blues", c'è "Si Tu Vois Ma Mere", scelta da Woody Allen per aprire "Midnight In Paris". C'è soprattutto l'anima di Sidney Bechet, impeccabilmente rievocata. E assolutamente da riscoprire, anche in originale. (Danilo Di Termini)

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