Jazz

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KATHRYN WILLIAMS & ANTHONY KERR - Resonator

Kathryn Williams è una cantautrice inglese sempre indecisa tra il folk e il pop, con un buon numero di dischi all’attivo  (tra cui la bella raccolta di covers Relations) e riconoscimenti  un po’ in tutti i campi, con partecipazioni in colonne sonore anche importanti, come quelle di C.S.I. e Coronation Street. Dicevamo prima dell’incerta collocazione della Williams: folk, pop, soft rock? Qui il problema non si pone, infatti questa collaborazione con il vibrafonista Anthony Kerr è totalmente dedicata ad alcuni degli standards più conosciuti in ambito jazzistico; l’esile ma convincente voce della cantautrice non sembra particolarmente a suo agio nell’affrontare questo tipo di materiale e l’accompagnamento scarno del vibrafono (aiutato solo da un contrabbasso piuttosto statico e occasionalmente da un trombettista un po’ timido) non aiuta. Alcune versioni si fanno comunque ascoltare, a scapito delle meno riuscite. I brani migliori sono Autumn Leaves, I’m A Fool To Want You e My Funny Valentine, ma con Chet era tutta un’altra musica… (Fausto Meirana)

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LEE KONITZ - Frescalalto

Le prime incisioni dell’altosassofonista di Chicago di cui si ha notizia certa sono quelle con l’orchestra di Claude Thornhill del 4 settembre 1947; sono passati settant’anni (anche se questa sessione è stata registrata a fine 2015) e questa premessa serve solo a ricordare che ci troviamo di fronte a un vero e proprio monumento, un musicista che ha fatto la storia del jazz. A quasi 90 anni (li compirà in ottobre) è forse superfluo rimarcare come il suono del suo sax alto non sia più limpido e lineare come un tempo e se non avete dischi di Konitz forse è meglio rivolgersi altrove, alle incisioni Verve o Atlantic o Steeplechase. Se invece siete dei devoti come il sottoscritto, allora godete di una nuova versione di “Thingin”, di “Out of Nowhere” o di “Darn That Dream” (e non sobbalzate troppo quando scoprirete che il nostro si diverte a cantarci sopra). La ritmica è di assoluto livello, con il pianista Kenny Barron, il contrabbassista Peter Washington e il batterista Kenny Washington, (per tre quarti lo stesso gruppo che nel 1992 incise un disco memorabile, “Jazz Nocturne”), anche produttore di una seduta che non entrerà negli annali della musica, ma che non deluderà gli appassionati. (Danilo Di Termini)

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EMILE PARISIEN - Sfumato

Nel 2015 durante una residenza a Marciac (sì, ci sono paesi che offrono residenze ad artisti per portare a compimento progetti musicali!) il giovane sassofonista Emile Parisien concretizza in un concerto l’idea di un quintetto trans-generazionale (e trans-nazionale), dai 72 anni del pianista tedesco Joachim Kühn ai 30 del batterista portoghese Mario Costa. “Sfumato”, rivelazione 2016 per la critica transalpina, è una conseguenza (fortunatamente) inevitabile: un “Preambule” delicato e un brano più swingante - “Poulp” - in quintetto con il chitarrista Manu Codjia e il contrabbassista Simon Tailleu, ci conducono al cuore del disco, una suite in tre parti (ampliamento di un brano già inciso in passato da Parisien), “Le clown tueur de la fête foraine”, nel quale si aggiungono anche il clarinetto basso di un grande vecchio della musica francese, Michel Portal, e il giovane accordeonista Vincent Peirani. L’atmosfera iniziale da fiera di paese è contraddetta dal secondo movimento, che ben esemplifica la traduzione, “Il pagliaccio assassino del Luna Park”, per una vera e propria pièce teatrale in tre atti.  Il “Duet for Daniel Humair” (del cui quartetto Parisien è un membro stabile), tratteggia (in neretto) una delle grandi ispirazioni del disco; l’altra è senza dubbio Ornette Coleman di cui non a caso Kühn è stato uno dei rari pianisti a condividere il palco. Disco eccellente a cui forse manca solo una grande composizione per diventare imperdibile. (Danilo Di Termini)

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PAOLO FRESU & URI CAINE - Two Minuettos

E' dal 2002 che i percorsi musicali e umani di Paolo Fresu e Uri Caine si incrociano con risultati sempre di assoluta eccellenza: da quando il trombettista sardo chiamò il pianista al “suo” festival di Berchidda. Da allora si sono ripetute le occasioni, dal vivo e negli studi di registrazione. Questo cd raccoglie il meglio di alcune esibizioni al Teatro del'Elfo di Milano del 2015, in cui il duo ripropose l'esperienza già tentata ad Orvieto qualche tempo prima: affrontare ogni volta un  repertorio diverso, che spaziasse dal jazz al rock ed alle musiche popular, lambendo anche il mondo della musica classica. Uri Caine in queste operazioni rischiose ed affascinanti, che possono trasformarsi anche in derive kitsch si muove con passo elegante e sicuro, come un danzatore sull'orlo di un abisso: e Fresu ha dalla sua, notoriamente, un filo di suono duttile e inventivo capace di piegarsi e accarezzare ogni contesto sonoro. Così qui troverete un'intesa pressoché simbiotica nello scavo di brani tanto diversi quanto possono esserlo il Minuetto in Sol minore di Bach e una citazione dalla Prima sinfonia di Mahler, Gershwin a braccetto con Almeno tu nell'universo firmata da Lauzi e cantata da Mia Martini. Un grande, eccellente disordine sotto il cielo della Madonnina. (Guido Festinese)

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TRIO BOBO - Pepper Games

Si frequentano da tre lustri almeno, all'inizio si sono guardati con sospetto, poi è bastato metter mano agli strumenti, e scoprire che le strade d'origine erano più o meno le stesse, anche se i luoghi di residenza non coincidevano: il rock e le musiche popular in ampia declinazione, il jazz come acquisizione di un vocabolario ulteriore, mai rinnegando certe caratteristiche di cantabile semplicità. E già qui il discorso diventa difficile, perché, notoriamente, la semplicità è faccenda assai difficile, a realizzarsi. I tre sono Alessio Menconi, chitarrista genovese cresciuto a botte di sanguigno rock blues, e la ritmica flessuosa che da decenni tiene in squadra la macchina ironica e a volte goliardica conosciuta dai più come Elio & Le Storie Tese: Chistian Meyes alla batteria e Faso al basso. Fanno dischi di rado, ma quando sono come questo Pepper Gamers conviene mettersi in ascolto. C'è la tecnica, sopraffina, ma c’è anche un mondo di musiche che premono dietro ogni pezzo che fa palpitare questa sontuosa salsa elettrica in trio. Un tempo si sarebbe detta grande fusion, oggi che per fortuna la parola è invecchiata conviene parlare di jazz con le orecchie aperte senza pregiudizi. E tutto torna. (Guido Festinese)

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DAVE BRUBECK - Jazz at the College of the Pacific

Le danze iniziano con All the Things You Are: uno dei più belli standard mai composti nella storia del jazz. Qui non è una “versione”: è un'indagine nel profondo che si dipana per oltre nove minuti, su tutto un solo di svettante eleganza dal sax contralto di Paul Desmond, e un contrappunto puntuale, rigoroso, implacabilmente ritmico dalla tastiera di Dave Brubeck. Questo cd, che ripropone per la prima volta il concerto al College of the Pacific del 14 dicembre 1953, non è solo un magnifico reperto sonoro, godibile oggi come oltre sessant'anni fa, in Californa. E' la testimonianza della prima volta che il jazz entrava in un campus universitario. Oggi sembra una banalità, nell'America puritana e razzista degli anni Cinquanta una specie di eresia. Certo, il Brubeck di Take Five è ancora a venire. Ma qui si assapora una succosa anteprima di potenza. Accluse session in jazz club dal medesimo periodo. (Guido Festinese)

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