Jazz

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 MIKE RICHMOND - The Pendulum

Il violoncello non è esattamente il primo strumento che vi viene in mente se pensate all'iconografia “classica” del musicista jazz con strumento imbracciato. Non è neppure il secondo o il terzo, e bisogna fare uno sforzo di memoria per ricordarsi di qualche episodi o sul fratellino minore del basso di Ron Carter o di Dave Holland. La primogenitura dell'uso del legno intonato un'ottava sopra il contrabbasso va a Oscar Pettiford, che cominciò ad usarlo per ovviare ai danni di un incidente tra il '49 e il '50, continuando poi ad alternarlo al più ingombrante strumento per il resto dei suoi giorni. Mike Richmond, bassista solidissimo e autore di un metodo che i cultori delle corde spesse usano in tutto il pianeta, quasi mai è stato associato in modo automatico al violoncello, eppure il suo è un amore stagionato e ribadito nei decenni. Adesso arriva questo notevole cd tutto dedicato all'Oscar Pettiford violoncellista jazz, e non c'è una sola traccia debole o che non riservi belle sorprese e immaginazione dalle dita o dall'archetto del Nostro. Che ha scelto con acume tra le composizioni di Pettiford: ad esempio valorizzando  Why Not? That's What?, in pratica una risposta alla protervia un po' blasè di Miles Davis e della sua celeberrima “So What”, o scegliendo di chiudere in un climax danzante con Oscalypso, un titolo che si commenta da solo. Eccellenti gli altri della band, a partire da Peter Zak. (Guido Festinese)

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RICHIE BEIRACH & GREGOR HUEBNER - Live At Birdland New York

Registrato nell’agosto di cinque anni fa in uno dei locali storici del jazz newyorchese questo disco esce in occasione del compleanno dei due leader, entrambi nati il 23 maggio, anche se a vent’anni di distanza. Per l’occasione il settantenne pianista ha riunito compagni di lungo corso, come il contrabbassista George Mraz (i due si frequentano fin dagli album ECM di Beirach della fine degli anni ’70) e il batterista Billy Hart (insieme nel gruppo Quest con Ron McClure e Dave Liebman, imperdibili i dischi in duo con quest’ultimo, in particolare il recentissimo “Balladscape”); e compagni più ‘nuovi’, come il violinista tedesco Gregor Hubner, che ha partecipato alla recente trilogia dedicata ad altrettanti compositori classici (Round About Bártok, Federico Mompou e Monteverdi). A completare la formazione il trombettista Randy Brecker che nel primo brano “You Don’t Know What Love Is” ha il compito di evocare Chet Baker, con il quale alla fine degli anni ’70 Beirach ha iniziato la sua carriera. Trattandosi di un disco dal vivo i brani danno spazio a tutti i componenti del gruppo: ma se a tratti l’ascolto casalingo può soffrire di tale dilatazione, i dieci intensissimi minuti di “Siciliana” (da Bach) e gli oltre diciotto di “Elm”, la più celebre composizione del pianista, valgono il prezzo del biglietto. (Danilo Di Termini)

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TRIO 3 - Visiting Texture

Per circa un decennio il poderoso Trio 3 ( Oliver Lake al sax contralto, Andrew Cyrille alla batteria, Reggie Workman al contrabbasso: praticamente un' eccellenza assoluta del jazz più radicale maturato negli anni Sessanta) ha scelto di farsi accompagnare da pianisti: Jason Moran, Geri Allen, Vijay Iver, tra gli altri), e sono state piacevoli, anche se a volte attendibili scintille creative. Adesso i tre, tutti in età da più miti consigli risfoderano le unghie, e danno fondo all'esplosiva capacità di mettersi empaticamente in  gioco senza rete, e ne nasce questo magnifico, ostico, magmatico Visiting Texture. Dove troverete momenti di una tensione quasi non sopportabile, una dedica commossa a Max Roach, tutta giocata su metri irregolari, e la strepitosa ripresa di un brano di Ornette Coleman che il maestro del contralto libero non fece in tempo o non volle incidere, A Girl Named  Rainbow, dallo speziato profumo folk. Centro, ma solo per orecchie allenate a note non banali. (Guido Festinese)

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 GIOVANNI MIRABASSI - Live in Germany

La concentrazione di uno studio tedesco, il Bauer, aperto a qualche decina di persone, incapaci evidentemente anche solo di fiatare, come senz'altro Keith Jarrett avrebbe apprezzato, una ripresa del suono a dir poco impeccabile per lo Steinway gran coda centenario. E poi via, con sessantasei minuti a tema che ricostruiscono, con una declinazione di particolari spesso entusiasmante, tre ritratti di “donne in musica” eccezionali. Giovanni Mirabassi, da molti anni con base fissa in Francia (praticamente una “tastiera in fuga”: e come dargli torto?), sigla un altro piccolo capo d'opera, ricostruendo con la sua diteggiatura piena, armoniosa e classicheggiante le canzoni di Ella Fitzgerald, di Edith Piaf, di Mercedes Sosa. Quando non basta il riferimento diretto, inserisce anche uno spezzone in improvvisazione dedicato a Ella, Edith e Mercedes che lima e suggella il tutto. Un altro centro da un musicista che dovrebbe essere in ogni meditata discoteca contemporanea. (Guido Festinese)

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CHRIS POTTER - The Dreamer Is the Dream

Sassofonista ormai affermato, Chris Potter continua ad alternare una carriera al fianco di mostri sacri come Dave Holland o Pat Metheny a progetti da leader, approdati da qualche anno sotto l’egida ECM. Questo è il terzo album per l’etichetta di Monaco, dopo il primo ispirato dall'Odissea di Omero, “The Sirens”, e il secondo alla testa di dieci elementi dell’Underground Orchestra. Qui siamo nella classica forma del quartetto coltraniano e la citazione non è casuale poiché le prime note di “Heart in Hand” rimandano inevitabilmente a “Naima”, la splendida ballad di “Giant Steps”. “Ilimba” è invece una lunga cavalcata, in cui Potter riecheggia l’altro suo grande mentore Sonny Rollins, dove c’è spazio per il pianoforte di David Virelles e la batteria di Marcus Gilmore (direttamente dal gruppo di Vijay Iyer, nonché nipote di Roy Haynes).

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ANTONIO FARAÒ - Eklektic

All'ultimissimo Miles Davis, quello delle avventure hip hop lasciate a mezza strada di Doo Bop questo disco sarebbe piaciuto. Avrebbe teso le orecchie, e pensato che qualcuno aveva intercettato le sue nuove piste. La presenza di Marcus Miller, peraltro, è più di un indizio. E il disco è piaciuto, e molto, anche a Benny Golson, un veterano di mille battaglie delle note blu che certo non le manda a dire, se qualcosa non gli torna, e che qui firma le note di copertina. Antonio Faraò con Eklektik sforna un disco personale nel segno del funk jazz, del soul, del r'n'b più colto ed imprevedibile, del rap. Partecpano calibri grandi oltre a Miller: Snoop Dogg, Manu Katchè, Didier Lockwood, Bireli Lagrene, Robert Davi, Mike Clark, per citare solo le collaborazioni internazionali. Micidiali up tempo funk nerissimo, ricordi di Joe Zawinul, momenti che sembrano arrivare dai St. Germain di qualche decennio fa, e così via. Il leader arrangia, suona tastiere e piano, sparge filanti momenti di elettronica. La tensione ritmica si allenta solo in un paio di ballad davvero soulful, che magari piaceranno solo agli appassionati del genere. Ma, comunque lo si giri, è un gran disco. (Guido Festinese)

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