Jazz

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PAOLO FRESU & URI CAINE - Two Minuettos

E' dal 2002 che i percorsi musicali e umani di Paolo Fresu e Uri Caine si incrociano con risultati sempre di assoluta eccellenza: da quando il trombettista sardo chiamò il pianista al “suo” festival di Berchidda. Da allora si sono ripetute le occasioni, dal vivo e negli studi di registrazione. Questo cd raccoglie il meglio di alcune esibizioni al Teatro del'Elfo di Milano del 2015, in cui il duo ripropose l'esperienza già tentata ad Orvieto qualche tempo prima: affrontare ogni volta un  repertorio diverso, che spaziasse dal jazz al rock ed alle musiche popular, lambendo anche il mondo della musica classica. Uri Caine in queste operazioni rischiose ed affascinanti, che possono trasformarsi anche in derive kitsch si muove con passo elegante e sicuro, come un danzatore sull'orlo di un abisso: e Fresu ha dalla sua, notoriamente, un filo di suono duttile e inventivo capace di piegarsi e accarezzare ogni contesto sonoro. Così qui troverete un'intesa pressoché simbiotica nello scavo di brani tanto diversi quanto possono esserlo il Minuetto in Sol minore di Bach e una citazione dalla Prima sinfonia di Mahler, Gershwin a braccetto con Almeno tu nell'universo firmata da Lauzi e cantata da Mia Martini. Un grande, eccellente disordine sotto il cielo della Madonnina. (Guido Festinese)

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TRIO BOBO - Pepper Games

Si frequentano da tre lustri almeno, all'inizio si sono guardati con sospetto, poi è bastato metter mano agli strumenti, e scoprire che le strade d'origine erano più o meno le stesse, anche se i luoghi di residenza non coincidevano: il rock e le musiche popular in ampia declinazione, il jazz come acquisizione di un vocabolario ulteriore, mai rinnegando certe caratteristiche di cantabile semplicità. E già qui il discorso diventa difficile, perché, notoriamente, la semplicità è faccenda assai difficile, a realizzarsi. I tre sono Alessio Menconi, chitarrista genovese cresciuto a botte di sanguigno rock blues, e la ritmica flessuosa che da decenni tiene in squadra la macchina ironica e a volte goliardica conosciuta dai più come Elio & Le Storie Tese: Chistian Meyes alla batteria e Faso al basso. Fanno dischi di rado, ma quando sono come questo Pepper Gamers conviene mettersi in ascolto. C'è la tecnica, sopraffina, ma c’è anche un mondo di musiche che premono dietro ogni pezzo che fa palpitare questa sontuosa salsa elettrica in trio. Un tempo si sarebbe detta grande fusion, oggi che per fortuna la parola è invecchiata conviene parlare di jazz con le orecchie aperte senza pregiudizi. E tutto torna. (Guido Festinese)

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DAVE BRUBECK - Jazz at the College of the Pacific

Le danze iniziano con All the Things You Are: uno dei più belli standard mai composti nella storia del jazz. Qui non è una “versione”: è un'indagine nel profondo che si dipana per oltre nove minuti, su tutto un solo di svettante eleganza dal sax contralto di Paul Desmond, e un contrappunto puntuale, rigoroso, implacabilmente ritmico dalla tastiera di Dave Brubeck. Questo cd, che ripropone per la prima volta il concerto al College of the Pacific del 14 dicembre 1953, non è solo un magnifico reperto sonoro, godibile oggi come oltre sessant'anni fa, in Californa. E' la testimonianza della prima volta che il jazz entrava in un campus universitario. Oggi sembra una banalità, nell'America puritana e razzista degli anni Cinquanta una specie di eresia. Certo, il Brubeck di Take Five è ancora a venire. Ma qui si assapora una succosa anteprima di potenza. Accluse session in jazz club dal medesimo periodo. (Guido Festinese)

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SONNY ROLLINS - Complete 1957- 62 Studio Recordings

Il “Saxophone Colossus” di questa splendida raccolta è un ventisettenne che ha finalmente trovato il prioprio suono, all'inizio nell'ombra imponente di Coleman Hawkins, poi progressivamente sempre più in luce. Il tenore del ragazzo di New York è sotto i riflettori: e quando gli viene proposto di fare un tour sulla West Coast, lui approfitta dell'occasione per andare in studio con Ray Brown e Shelly Manne, una ritmica da sogno. E senza pianoforte a dar conforto armonico: dunque senza rete. Rollins porta in dono bizzarre canzoncine country ascoltate nei western, e se ne esce con il potente Way Out West, qui riproposto con alternate takes. Poi l'anno successivo, è la volta dell'imponente Freedom Suite: quasi venti minuti di indagine stentorea e meditata in ogni passaggio, e dove la “libertà” richiamata nel titolo non è solo quella musicale, il mondo sta cambiando, e anche l'America razzista. Poi il silenzio di qualche anno: il perfezionista Rollins s'è rimesso a studiare. Riemerge nel '62, e sononi frizzi “latin” di Bluesoso” e “Jungoso”. Un doppio cd che mette il punto e l' "a capo" per un colosso di fatto nella sua prima, sublime stagione. (Guido Festinese)

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JOHN ABERCROMBIE QUARTET - Up And Coming

A quattro anni dal precedente “39 Steps” il ‘nuovo’ quartetto del chitarrista statunitense torna con un album che conferma la formazione - Marc Copland al pianoforte, Drew Grass al contrabbasso e Joey Baron alla batteria - e soprattutto l’eccellente riuscita musicale. Otto brani per un totale di 48 minuti (il titolo esce anche in lp confermando il ritorno dell’ECM al vinile), cinque a firma di Abercrombie, due del pianista di Philadelphia e una rilettura di “Nardis”, il brano scritto da Miles Davis per Cannonball Adderley nel 1958 e curiosamente mai registrato dal trombettista (nonostante la nonchalance con cui firmasse i brani e benché il titolo sia legato storicamente alle interpretazioni di Bill Evans, sembra che questa volta la scrittura sia da attribuire proprio a Miles). La lunga digressione intorno a “Nardis” è giustificata dal fatto che proprio in quel titolo si evince al meglio, l’universo musicale di riferimento, proprio quello di Evans (al quale si può aggiungere Jim Hall, evidente ispirazione per la chitarra di Abercrombie); il perfetto interplay tra i quattro musicisti chiude perfettamente il cerchio per un disco che necessita almeno di qualche ascolto per riuscire a coglierne la bellezza e la più intima essenza. (Danilo Di Termini)

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GIULIANI/BIONDINI/PIETROPAOLI/RABBIA - Cinema Italia

Immaginiamo già il sopracciglio inarcato e la pre-critica innescata: “ma come, un altro disco di “jazz italiano” dedicato alle colonne sonore del cinema della Penisola?”. Spesso maneggiare profili melodici già di per sé perfetti come quelli di Nino Rota e Ennio Morricone può rivelarsi un boomerang avvelenato. Dando vita a creature sonore leziose ed inutili. Pericolo non solo scampato, qui, ma poeticamente risolto lasciando respirare la musica originale senza accanimenti improvvisativi, al contempo non dimenticando mai di intervenire qua e là per cercare angoli nascosti nelle pieghe di soundtracks anche molto noti. E poi c'è il gioco dei timbri di una squadra tutta stelle: a cominciare dalla superba interazione tra la fisarmonica di Luciano Biondini, un folletto imprevedibile e i sassofoni di Rosario Giuliani, la perentoria affidabilità del basso di Enzo Pietropaoli, l'inventiva a getto continuo di Michele Rabbia percussionista funambolo discreto ed efficace. Quindi, anche se certi temi li avete ascoltati un milione di volte, fate un milione e uno: senza ripensamenti. (Guido Festinese)

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