Jazz

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DONNY MCCASLIN - Blow

Se “Beyond Now” del 2016 centrava l’obiettivo di proporre una musica inedita tra elettronica, jazz e rock, il nuovo progetto del sassofonista californiano prosegue su quella strada nel tentativo di allargare i confini della sua proposta artistica. Quel disco arrivava al culmine di una affermata carriera da jazzista (con Maria Schneider e Dave Douglas ad esempio), ma soprattutto dopo la partecipazione all’ultimo album di David Bowie, “Blackstar”. McCaslin ammette che “prima di lavorare con lui, cose del genere mi sembravano impossibili” e si spinge più avanti alla guida di un quintetto che dal disco precedente mantiene il tastierista Jason Lindner e Mark Guiliana, aggiungendo Jeff Taylor alla chitarra e voce, Owen Biddle al basso e Zach Danziger alla batteria. Benché musicalmente il risultato non dispiacerà ai cultori di quello che potremmo definire come ‘post-jazz’, al di là di un impatto davvero imponente (che in alcuni momenti è debitore verso gli ultimi King Crimson), presto affiora una certa routine, cui contribuisce una scrittura dei brani non certo indimenticabile. Ovviamente i musicisti sono tutti tecnicamente ‘mostruosi’, ma anche "The Opener", in cui compaiono come ospiti i Sun Kil Moon (McCaslin ha già collaborato con Mark Kozelek e il batterista Jim White dei Dirty Three in un brano “Day in America” che si può ascoltare in rete, in attesa di un disco che uscirà nel marzo 2019) risente di una certa stanchezza che sfocia in un’avvolgente monotonia. Luci e ombre quindi, anche se “Blow” non mancherà di soddisfare gli amanti del genere. Nota per gli amanti del vinile dove, purtroppo, rispetto all’edizione in cd mancano due brani, "Exactlyfourminutesofimprovisedmusic" e "The Opener". (Danilo Di Termini)

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MONICA DEMURU NATALIO MANGALAVITE - Madera Balza

Leggerezza sembra essere la parola che sottende il primo disco di un duo attivo già dal 2010 (lascia una prima traccia nel 2005, in “L’amico di Cordoba” del trio Xavier Girotto, Peppe Servillo e Natalio Mangalavite, in cui Demuru era voce ospite) e che in occasione della partecipazione al festival di Berchidda nel 2016 viene esortato da Paolo Fresu ad incidere un album per la sua etichetta. La troviamo, la leggerezza, nel legno del titolo (“Balza”), in un libro di Sergio Atzeni – autore mai troppo rimpianto – che si fa canzone (“Passavamo”), nella capacità di mettersi a nudo nella formula del duo voce e pianoforte che non lascia spazio alla mistificazione, in un viaggio immaginario tra la Sardegna della Demuru e il Sud America dell’argentino di Cordoba Mangalavite, da fare a piedi come sarebbe piaciuto a Chatwin (“A due passi da te”, “L’uomo che per caso”) e con le ali, come sarebbe piaciuto a Calvino. Leggerezza nell’affrontare, “Senza Paura”, Vinicius e Toquinho o “I Monti di Mola” del monumento De Andrè, “Gracias a la vida” di Violeta Parra, o “Via Con Me” di Paolo Conte. Leggeri infine come coloro che tornano al sud “come si torna sempre all'amore” (“Vuelvo al Sur”, musica di Astor Piazzolla, parole del regista Fernando Solanas), con la gioia e l’improvvisazione che caratterizzano le cose autentiche come questo piccolo grande gioiello. (Danilo Di Termini)

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JOSÈ JAMES – Lean on Me

Originario di Minneapolis, dove è nato nel 1978, José James, insieme a Gregory Porter, è certamente il cantante jazz più interessante della sua generazione: al convincente debutto di “The Dreamer” del 2008 ha fatto seguito un contratto con la Blue Note che dopo l’interessante “No Beginning To End” lo ha spinto verso platee più ampie con un decoroso omaggio a Billie Holiday e un disco - “Love in a Time of Madness” - che lo ha avvicinato decisamente al mondo del pop. Adesso è la volta di un nuovo tributo, questa volta a Bill Withers, singolare figura di cantautore black che dopo aver inanellato una serie di successi planetari negli anni ‘70 si è ritirato dalle scene nel 1985 per restare vicino a sua moglie e ai suoi due figli. La storia la trovate nel bel film documentario “Still Bill”; la musica, oltre che in un box di nove cd - “Bill Withers: The Complete Sussex & Columbia Albums Collection” - ora è oggetto di questa rilettura fedele al limite del mimetismo di tutti i suoi brani più famosi. Prodotto da Don Was, all’origine anche del progetto per aver ascoltato James cantare un medley di Withers nei suoi concerti, registrato con una band in cui spiccano Pino Palladino al basso, la vocalist Lalah Hathaway e il sassofonista Marcus Strickland, l’omaggio si apre con la prima hit di Withers, “Ain’t no Sunshine” seguito da “Grandma's Hands”, toccante blues dedicato alla nonna.

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LARS DANIELSSON & PAOLO FRESU - Summerwind

Lars Danielsson è un contrabbassista svedese, già leader a metà degli anni ‘80 di un gruppo con Dave LiebmanBobo Stenson e Jon Christensen e con otto album all’attivo per l’etichetta tedesca con svariati musicisti tra i quali Tigran Hamasyan, Magnus Öström, Arve Henriksen, Nils Petter Molvær. L’idea di affiancargli il ‘nostro’ Paolo Fresu – non nuovo alla formula del duo, basti pensare alle sue collaborazioni con Furio Di Castri, Uri Caine e Ralph Towner – è proprio del produttore della ACT Siggi Loch, l’uomo che nel 1992 decise che la città di Monaco poteva permettersi anche un’altra etichetta jazz oltre all’ECM.

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THELONIOUS MONK - Monk

La vicenda di Thelonious Monk è una delle più affascinanti e misteriose di tutta la storia del jazz. Enigmatico almeno quanto la sua musica, profonda e imperscrutabile nella sua apparente semplicità, debutta discograficamente negli anni ‘40 con le sedute del Minton's Playhouse con Charlie Christian e Kenny Clarke, che storicamente segnano l’esordio del be-bop. Ma ‘Sphere’ - uno dei suoi tanti soprannomi – attraverserà tutti i generi degli anni a venire, impermeabile a ogni evoluzione, continuando a suonare praticamente solo la sua musica, la maggior parte dei titoli incisi nelle fondamentali registrazioni Blue Note del 1947 e in quelle Prestige degli anni immediatamente successivi. Anche questo concerto del 1963 (curiosamente lo stesso anno del recente “Both Directions at Once: The Lost Album” di John Coltrane: ma dove là c’era un disco inedito, qui c’è solo un concerto, di un anno peraltro già ampiamente documentato da svariate registrazioni ufficiali e bootleg) non sfugge alla regola: i tre brani di Monk - “Bye-Ya”, “Nutty”, “Monk’s Dream” - provengono da sedute degli anni ‘50 e i due standard prescelti - “I'm Getting Sentimental Over You” e “Body and Soul”, quest’ultima eseguita in solo - sono anch’essi temi ricorrenti nella produzione del pianista di New York.

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MARCIN WASILEWSKI - Live

Arrivati alla ribalta come accompagnatori del trombettista polacco Tomasz Stanko (scomparso nel luglio scorso), Slawomir Kurkiewicz (contrabbasso), Michail Miskiewicz (batteria) e Marcin Wasilewski (pianoforte) già da qualche anno si erano affrancati dal loro mentore per intraprendere un’attività ‘originale’ che li ha portati a incidere quattro dischi per ECM. Questo è il loro primo live, registrato nell’agosto 2016 al Middelheim Jazz Festival di Anversa dove il confronto con un audience di oltre 4.000 persone ha in qualche modo costretto il trio a rendere più energica la sua musica. Ne beneficia il repertorio, in passato soggetto a qualche leziosità di troppo, in questo caso quasi tutto proveniente dal disco del 2014 “Spark of Life”. Si tratta di quattro originali e due cover: una di “Message in a Bottle” dei Police (che non si rivela particolarmente adatta a una rilettura jazz), l’altra "Actual Proof" di Herbie Hancock (scritta originariamente per il film “The Spook Who Sat By The Door”, “Freeman - L'agente di Harlem” in Italia), uno dei grandi ispiratori del lavoro del trio. Un buon disco di piano trio, forse il migliore ad oggi di questo gruppo. (Danilo Di Termini)

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