Jazz

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JOHN COLTRANE - 1963: New Directions

Non suoni irriverente la citazione montaliana, ma di fronte a questo ‘nuovo’ box di tre cd di John Coltrane è corso spontaneo il pensiero alla poesia che apre “Ossi di Seppia”, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato. All’immaginaria domanda del lettore, che poi si presume anche essere il destinatario finale del prodotto, sul significato di un’operazione del genere – raccogliere in un elegante cofanettino tutte le registrazioni di Coltane dell’anno domini 1963 – non sappiamo rispondere se non con una ridda di ipotesi: dalla ricerca del fatturato alla volontà di riclassificare tutta l’opera di Trane in ordine cronologico, ogni congettura potrebbe essere quella giusta. Meglio non farsi domande e scorrere i titoli che provengono, per il primo cd, da "Both Directions at Once" (l’inedito pubblicato a giugno 2018, seduta del 6 marzo dell’anno in questione), sei in tutto, ma si arriva a tredici brani con le take alternate, ovviamente consecutive per incoraggiare l’ascolto comparato. Il secondo cd si apre con “Slow Blues” sempre dal 6 marzo e prosegue con la seduta del 7 in cui al quartetto storico - McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones – si aggiunge la voce di Johnny Hartman (il disco è “John Coltrane & Johnny Hartman”, uno dei più grandi successi commerciali del sassofonista); chiudono il secondo cd “After the Rain” e “Dear Old Stockholm” (registrate il 29 aprile 1963 con Roy Haynes alla batteria e pubblicate rispettivamente in “Impressions” e nella raccolta omonima ) e “I Want to Talk About You” (live at Newport Jazz Festival del 7 luglio 1963). Il terzo cd riprende da quel festival con “My Favorite Things” e “Impressions” (tutti editi: se non le volete sparpagliate esisteva già un “Newport ‘63” che le includeva tutte) per poi spostarsi al Birdland l’otto ottobre e nello studio di Rudy Van Gelder il 18 novembre per complessive cinque tracce che trovate comodamente nel celeberrimo “Live at Birdland”.

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ANDREW CYRILLE, WADADA LEO SMITH, BILL FRISELL - Lebroba

Se «scrivere di musica è come danzare di architettura» (frase attribuita anche a Frank Zappa, ma non ci sentiamo di accreditarla con certezza), sarebbe inutile anche solo provarci. Ma poiché nessuno rinuncerebbe a parlare d’amore [che pure, se non si esplicita in gesti, parole, opere (e omissioni), sfugge a qualunque enunciazione] mi accingo a scrivere di questo disco che in realtà andrebbe solo ascoltato. Bastano infatti pochi secondi di “Worried Woman”, brano di Bill Frisell che proviene da “Beautiful Dreamer” del 2010, per accorgersi di come “Lebroba” - il titolo è la contrazione di Leland, Brooklyn e Baltimora, i luoghi di nascita dei tre protagonisti – sia una di quelle opere che fin dalle prime note circuisce, ammalia, coinvolge, fino a far sentire l'ascoltatore il quarto membro del gruppo, colui che porta a compimento l’opera (d’arte). La lunga e dialogata suite, composta dal trombettista Wadada Leo Smith, “Turiya: Alice Coltrane Meditations And Dreams: Love” conferma la prima impressione: benché i tre abbiamo incrociato sporadicamente i loro strumenti (Frisell nel precedente ECM di Cyrille’ “The Declaration of Musical Independence”) e mai contemporaneamente, l’interazione è assoluta, come ribadiscono anche “TGD”, libera improvvisazioneco-firmata paritariamente e i due brani del batterista, il blues malinconico che dà titolo al disco e la conclusiva e sognante “Pretty Beauty”. Poco più di quaranta minuti di musica con i tre musicisti all’apice della loro espressività, con una menzione speciale per il leader, inarrivabile nell’intrecciare e tenere insieme le linee espressive di un piccolo autentico capolavoro. (Danilo Di Termini)

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CHARLIE HADEN & BRAD MEHLDAU - Long Ago and Far Away

Ricorda Ruth Cameron, la moglie di Charlie Haden, che il primo incontro tra il marito e Brad Mehldau avvenne nel 1993, quando, ad un festival in attesa del sound-check, si fermarono ad ascoltarlo mentre suonava nel quartetto di Joshua Redman, individuandolo immediatamente come un musicista fuori dal comune. Qualche anno dopo Haden portò Mehldau a Los Angeles invitandolo a unirsi a lui e a Lee Konitz per due dischi, “Alone Together” del 1996 e “Another Shade of Blue” del 1997 (un terzo, con l’aggiunta di Paul Motian, “Live at Birdland”, arriverà nel 2009), iniziando così una collaborazione che li porterà ad esibirsi dal vivo in duo per la prima volta all’Enjoy Jazz Festival di Mannheim nel 2007. Questo disco, che prende il titolo da una canzone, scritta da Jerome Kern e Ira Gershwin, è la testimonianza di quell’evento, di un incontro tra musicisti di due generazioni molto distanti tra loro (ricordiamo che Haden ha partecipato con Ornette Coleman e Don Cherry a una delle formazioni più innovative della storia del jazz e ha guidato la leggendaria Liberation Music Orchestra così come il Quartet West, un gruppo che faceva della rilettura del passato il fulcro del proprio progetto musicale). Il terreno comune non poteva che essere quello degli standard, dalla parkeriana “Au Privave” (con un’esitazione nel finale che evidenzia quanta ‘improvvisazione’ ci fosse nella loro esibizione) a “My Old Flame”. Al centro del concerto i quindici minuti del brano che dà il titolo al disco: da quel momento il duo spicca il volo con “My Love and I” (già incisa da Haden in duo con Gonzalo Rubalcaba nel sempre postumo “Tokyo Adagio”) e “Everything Happens to Me”, esecuzioni esemplari nella leggerezza dello stile di Haden e con Mehldau che sembra citare Kenny Barron (altro sodale di Haden in duo, nell’imperdibile “Night And The City”) nel fraseggio che chiude un disco davvero eccellente. (Danilo Di Termini)

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FREDDIE HUBBARD - Gleam

Pubblicato originariamente in un doppio lp esclusivamente dalla Sony Japan e quindi introvabile fino a una recente ristampa del 2012, entra nel catalogo della benemerita BGO una delle performance live più esaltanti di tutti i tempi. Registrato alla Yubin Chokin Hall di Tokyo il 17 marzo 1975, con un repertorio proveniente dai due dischi precedenti ("High Energy" e "Polar AC") e tre brani che appariranno in “Liquid Love” (le cui sessioni inizieranno il giorno dopo questo concerto), e con un gruppo in assoluto stato di grazia formato da un gigantesco George Cables al piano elettrico, Carl Randall al sax tenore e al flauto, Henry Franklin al basso Fender, Carl Burnett alla batteria e Buck Clarke alle percussioni,. Se l’apertura di "Put It In The Pocket" precipita immediatamente l’ascoltatore nel groove degli anni ‘70 ed "Ebony Moonbeams" regala un primo straordinario solo del trombettista di Indianapolis scomparso giusto dieci anni fa, con "Betcha By Golly Wow", hit che gli Stylistics portarono al successo nel 1971, eseguita in duo con Cables, Hubbard raggiunge vette di lirismo pressoché inarrivabili. Tra le altre composizioni spiccano l’omaggio di "Spirits Of Trane", i ventidue minuti di "Kuntu" e un’altra cover, "Too High" che apriva “Innervisions” di Stevie Wonder, risolta anch’essa in maniera stupefacente.Imperdibile! (Danilo Di Termini)

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KEITH JARRET -  La Fenice

Annunciato fin dai giorni che precedettero quel 19 luglio del 2006, esce infine la registrazione del concerto tenuto da Keith Jarrett al teatro La Fenice di Venezia (e sia detto solo di passaggio, dall’ECM ci aspettavamo qualcosa di diverso da una gondola in copertina). La pubblicazione è stata fatta coincidere con il riconoscimento del Festival Internazionale di Musica Contemporanea della « Biennale di Venezia » che ha onorato, proprio quest’anno il pianista di Allentown con il Leone d’Oro alla carriera. Le cronache dell’epoca riportano di un crampo alla mano sinistra con un’uscita di scena (con tanto di colorita esclamazione) che aveva fatto presagire il peggio; fortunatamente l’allarme rientrò e l’esibizione si concluse trionfalmente (dell’interruzione del disco non è rimasta traccia). La struttura è quella consueta dei live in piano solo, divisa in parti completamente improvvisate (qui sono otto) che spaziano dal blues all’atonalità inframmezzate da “The Sun Whose Rays” dall’opera “The Mikado” di Gilbert e Sullivan. Particolarmente riuscite sono Part V, fulgida rappresentazione della musica americana del ‘900 e la toccante e romantica Part VI, mentre il boogie finale di Part VIII conclude in maniera un po’ banale il concerto. Fortunatamente arrivano i tre bis, “My Wild Irish Rose”, “Stella By Starlight” e “Blossom” un sognante brano di Jarrett (da “Belonging” del 1974), chesuggellano più che degnamente questo doppio cd che rappresenta una delle migliori performancedi sempre in piano solo di Jarrett. (Danilo Di Termini)

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KEITH JARRETT - La Fenice

Diciamoci la verità: per l’ingombrante figura di Keith Jarrett agisce sempre, in automatico, una sorta di doppio binario nel giudizio. Chi è acriticamente appassionato del pianista dal pessimo carattere e dall’ottimo tocco tende a considerare gemme di prima lucentezza anche episodi minori o non riusciti, o semplicemente non all’altezza di prove celebrate, studiate, e soprattutto vendute in giro per il pianeta. Viceversa chi è infastidito dalla torreggiante figura di Jarrett tende a rinchiudere il proprio giudizio in affermazioni che danno conto più della pigrizia critica di chi ascolta, che del valore concreto di certe incisioni. Se ad esempio provate ad ascoltare senza pregiudizi di sorta questo monumentale La Fenice, cronaca di una serata in cui (caso rarissimo!) Jarrett addirittura si chiamò gli applausi, invece del consueto silenzio teso collettivo, rimarrete stupiti. Ed anche piuttosto deliziati.

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