Jazz

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ELIAS NARDI GROUP -  Flowers Of Fragility

E' ben difficile, ormai, ascoltare dischi che riservino sorprese dalla prima nota all'ultima, su materiali di composizione. Forse allora una delle vie è quella di rivolgere l'attenzione a musicisti che sperimentino combinazioni timbriche complessive per nulla banali, ricercando nell'accostamento di strumenti raramente ascoltati assieme qualcosa di evocativo nella musica. Un caso di questo tipo arriva con Flowers Of Fragility di Elias Nardi, grande esperto e virtuoso del liuto arabo, lo oud ascoltato in mille dischi di world music. Qui però il nobile strumento mediterraneo è affiancato da bandoneon, la fisarmonica complessa che ha fatto grande il tango argentino, flauto traverso, basso fretless o a sei corde, come una chitarra, ed infine la decisamente inconsueta viola d'amore a chiavi. Ne deriva una fusione di suoni di una bellezza sorgiva, sorretta anche dall'eleganza dei profili melodici inventati da Nardi. I “Fiori della fragilità” del titolo sono i ragazzi che intrisero di sangue i campi delle Fiandre nella prima guerra mondiale. Oggi regna il silenzio e il verde dove un tempo furono fragore, morte e gas venefici. Un bel modo per ricordarli, con un ensemble che sembra essere un riassunto di culture. (Guido Festinese)

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JOHN MCLAUGHLIN - Black Light

Sarebbe forse il caso di dire, con una battuta datata e forse un po' crudele, che John McLaughlin ha un “grande avvenire dietro le spalle”. E' giusto mezzo secolo che calca i palchi di tutto il mondo, il gentile signore inglese dalle dita di fiamma, a partire dalle febbrili convulsioni della Swingin' London che lo portarono alla corte di Miles Davis, al posto di Jimi Hendrix, e proseguendo con mille altre avventure sonore incendiarie, una su tutte, la più amata, quella con la visionaria prima Mahavishnu Orcherstra. Oggi McLaughlin ha settantatré anni, una forma fisica invidiabile, una velocità e una tecnica sule corde che spesso non hanno musicisti con dieci lustri meno di lui. S'è trovato una nicchia di pura potenza e duttilità con questo gruppo, che comprende eccellenti musicisti come Gary Husband, Etienne M'Bappe e Ranjit Barot, capaci di suonare l'impossibile su tempi e fratture ritmiche rompicapo, e con loro ha già inciso diversi lavori. Black Light offre jazz rock e fusion ad altissima temperatura: a volte sembra quasi  di risentire prendere il volo agli “uccelli di fuoco” del '73, a volte riaffiorano i ricordi del solare chitarrista volto al Mediterraneo, a volte è patinata, muscolare, oliatissima routine fusion. Né forse si può pretendere di più, da chi, come dicono a Genova, “ha già dato”. (Guido Festinese)

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 DAROL ANGER/BARBARA HIGBIE QUINTET - Live At Montreux

Ci sono dischi che sembrano aver conquistato, per propri meriti, nicchie nel tempo che li custodiscono come gemme preziose a futura memoria. Che siano passati dieci o trent’anni dalla prima pubblicazione poco cambia. Prediamo il caso di Live At Montreux, strepitoso una tantum del 1984 di una formazione di etichetta Windham Hill riunita attorno ai violini di Darol Anger ed il pianoforte di Barbara Higbie, che per l’occasione scelsero di affiancarsi chitarra e mandolino di Mike Marshall, basso acustico di Todd Philips, steel drum di Andy Narell. Ognuno o quasi, da allora, ha avuto destini stellari. Allora, quando venero fuori queste dieci tracce di una bellezza al contempo maestosa e malinconica, con giochi di timbri letteralmente inauditi, pur lasciando intatta la prodigiosa forza melodica dei temi, qualcuno gridò al miracolo. Poi il miracolo non c’è stato, la cosiddetta “new acoustic music” s’è ritratta in pericolosi territori new ge o arenata nel tecnicismo, e solo chi ha un gran cuore va avanti (vedi alla voce Beppe Gambetta). Ma questo è un lavoro prezioso da ascoltare e riascoltare. E la ripubblicazione sarà una benedizione per chi allora era troppo giovane per averne sentito parlare. (Guido Festinese)

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IIRO RANTALA - My Working Class Hero

Fra i pochi demeriti che ha il jazz, costellazione di note spugna che riescono ad assorbire e restituire quasi tutto c'è il triste capitolo “classici del rock in jazz”. Abbiamo ancora in mente atroci scempi beatlesiani fatti da signori che invece ragionavano in termini di swing, ed altrettanto esiziali esibizioni di prodezze canore scat su brani che meritavano di essere lasciati in pace, in forma originale. Non tutte le canzoni “popular”, in sostanza, possono accedere senza traumi in territori jazz, a meno di non essere traumatizzate al punto di diventare irriconoscibili, ed allora è un altro e più interessante discorso. Iiro Rantala, uomo-spugna del jazz finlandese, dunque un altro nordico, come ormai sta diventando la norma in note un tempo più orientate verso Sud rende omaggio qui in totale solitudine al suo Working Class Hero, ovvero e naturalmente John Lennon.  Rimettete nel fodero i pugnali, beatlesiani uniti: il viaggio, che parte da Novegian Wood ed approda a All You Need is Love, passando per snodi ineludibili come Imagine e Oh My Love è decisamente sorprendente. Blocchi di accordi oscuri, nessun ricamo pleonastico e svenevole sulle melodie. Ce ne fossero, omaggi così. (Guido Festinese)

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MARCOTULLI/ERSKINE/DANIELSSON - Trio  M/E/D

A volte i miracoli (sonori) succedono anche a Genova. Condizione d’obbligo, però, la solidità d’impianto artistico delle situazioni. Il Gezmataz Festival diretto da Marco Tindiglia è una di queste eccellenze che sortiscono piccoli miracoli, incastonato in mezzo a una programmazione commerciale che difficilmente riserva sorprese. Questo cd è stato registrato  il 13 luglio al Gezmataz nel Porto Antico: sul palco un trio stellare con il pianoforte di Rita Marcotulli, il contrabbasso gonfio d’armonici di Palle Danielsson, la batteria inimitabile di Peter Erskine. Partenza con Mars, un brano che ha la grazia e la caratura di un capolavoro barocco finito nella macchina del tempo, prosieguo con This Is Not, una composizione della Marcotulli letteralmente incatenante, approdo una cinquantina di minuti  dopo, con un transito monkiano (Pannonica) ed altre assortite meraviglie. Come si suol dire, l’intesa del trio è telepatica, sembra di ascoltare all’opera un’unica mente articolata in tre corpi sonanti. Una meraviglia. E chi c’era può testimoniarlo de visu. (Guido Festinese)

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OZMOTIC/FENNESZ - AirEffect

A chi ha ancora voglia di ascoltare qualcosa di veramente inconsueto, non prevedibile e diverso dal solito consigliamo di procurarsi AirEffect, il cd che documenta l'incontro tra Christian Fennesz, chitarrista austriaco maestro d'elettronica e gli Ozmotic, duo torinese di musicisti ricercatori esperti di fisica del suono che da parte loro aggiungono altra messe d'elettronica, un sassofono suonato a note lunghe e lunghissime, percussioni. Il tutto funziona, spiegano, come se qualcuno avesse ritrovato una “scatola nera” dei nostri paesaggi sonori antropizzati e intessuti di tecnologia, dove convivono i “bip” elettronici e i versi degli animali, le voci dei venditori ambulanti e i fruscii misteriosi che producono le macchine. Puro soundscape, insomma. Provate a immaginare un incrocio fra quanto ha proposto nei suoi dischi ambient Brain Eno, le sonorità retrofuturistiche proposte da Jon Hassell, un'ulteriore dose di mistero applicato, ed avrete il succo di questo disco bello e per certi versi impenetrabile. (Guido Festinese)

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