Jazz

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PAOLO FRESU QUINTET - A Jazzy Christmas

Sì, lo sappiamo che più d'uno inarcherà il sopracciglio e assumerà un'espressione di sopportazione mista a snobistica noia a leggere il titolo. Perché Fresu è uno di quei dieci (cinque?) nomi che devono conoscere proprio tutti, anche chi non frequenta il jazz italiano e al contrario si abbandona al culto idolatrico e blasé di ogni novità alt rock, purché sia della tendenza - della - non - tendenza, citi tutto, dall'hip hop a Manfred Mann ai Tame Impala, sia un bel niente accoppiato col nulla, come dice Camilleri. E soprattutto sia molto figo averlo tra le mani perché così fai vedere che tu sì che ne sai. Bene, questo invece è un disco natalizio registrato dal vivo in un Teatro di Sassari qualche anno fa, e ora disponibile a chiunque voglia ascoltare musica, non supposizioni. Un orrido cd natalizio, come fanno in America? No, uno splendido racconto in jazz che è mutazione alchemica e raffinatissima dei materiali di base, siano oscuri canzonieri remoti nati nell'Isola, siano melodie stranote. Si esce attoniti da queste registrazioni che hanno la grazia e l'intelligenza imprendibile di certe cose di Miles. Con il pepe quieto e straniante del bandoneon di Daniele Di Bonaventura ospite aggiunto. E poi, se ve lo mettete sotto braccio magari qualcuno si incuriosisce. E potete attaccare discorso. (Guido Festinese)

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DONALD VEGA - With Respect To Monty

Non è da tutti, e specialmente nell'affollato mondo del jazz, ricevere un omaggio in vita, senza aspettare il triste rosario delle ricorrenze, dei decennali,dei cinquantennali. Monty Alexander è vivo e vegeto, e il suo pianismo radioso contrassegnato da un gran tocco di “ricapitolazione” ( ricordiamo che Alexander è giamaicano, e la Giamaica è uno degli snodi nevralgici delle note afroamericane) viene ora omaggiato da un altro promettente maestro della tastiera, oggi quarantaduenne, naturalizzato cittadino a stelle e strisce, ma originario del Nicaragua, Donald Vega. Lo stesso Alexander ha voluto rimarcare sulla copertina di aver assai apprezzato la creatività del tocco di Vega applicata alle sue composizioni, qui proposte anche con l'aiuto dell'ottimo chitarrista Anthony Wilson e di Lewis Nash alla batteria, un batterista rodata da migliaia di esperienze. E' jazz solare, comunicativo, ilare e contagiosamente allegro, quello di Vega su Alexander, sulle tracce anche di Peterson e McCann. Se cercate un po' di buonumore a ottantotto tasti, è il cd che fa per voi. (Guido Festinese)

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MOSTLY OTHER PEOPLE DO THE KILLING - Mauch Chunk

Nato circa dieci anni fa il bizzarro quartetto newyorchese formato (allora) dal trombettista Peter Evans, dal sassofonista Jon Irabagon, dal bassista Matthew "Moppa" Elliott e dal batterista Kevin Shea si era imposto da subito all’attenzione della critica per una rilettura dell’hard-bop fedele e dissacrante al contempo, con cui riusciva compiutamente a perseguire il concetto di ‘innovazione nella tradizione’ tanto caro ai fedeli del jazz. Ma fin dalle cover dei dischi (ognuna omaggia e fa parodia della copertina di un classico: “A Night in Tunisia“ di Art Blakey, “This Is Our Music“ di Ornette Coleman, “Out of the Afternoon” di Roy Haynes e il Keith Jarrett di The Koln Concert” nel live “The Coimbra Concert” del 2011), l’aspetto beffardo del progetto impediva alla musica di limitarsi a una rilettura impeccabile, ma formale e in fin dei conti inutile. L’aggiunta di Ron Stabinsk al piano per risuonare nota per nota il “Kind of Blue” del quintetto di Davis (questa sì, idea veramente forzata) non si è rivelata temporanea per l’abbandono di Evans. In questo ultimo disco così il quartetto assume nuove sfumature pur mantenendo intatta la sua idea di musica che, anzi, appare rinvigorita nella sua capacità di spaziare dall’avant-garde alla Threadgill al latin, dalla ballad romantica al post-bop. (Danilo Di Termini)

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NAKED TRUTH - Avian Thug

Avian Thug: e dunque  “teppista aviario”, non si sa se nell’accezione di disturbatore di polli, tacchini et similia, o se invece trattasi di uccellaccio propenso a intimidire gli umani. Sia come sia, questo è il titolo che hanno scelto per il loro terzo lavoro i Naked Truth, eccellente formazione scavalca-generi in scuderia all’etichetta RareNoise di Londra, nome garanzia per chi cerca atmosfere musicali poco convenzionali. Alla tromba e cornetta elettriche c’è uno strepitoso Graham Haynes, spesso all’opera con Bill Laswell, alla batteria Pat Mastelotto, direttamente da casa King Crimson, RoyPowell degli InterStatic al basso, il nostro Lorenzo Feliciati a basso e chitarre, e direzione strategica del tutto. Derive elettriche “maledette” alla Miles Davis anni Settanta, l’ombra di Laswell e Wobble che marca qui e là  il territorio mobile  senza occuparlo, per note dense, oscure, limacciose e capaci di improvvise aperture luminose che potrebbero piacere sia a chi frequenta il jazz meno accomodante, sia a chi continua a indagare ai bordi del rock. (Guido Festinese)

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KIRK KNUFFKE - Little Cross

Nel  mare infinito di pubblicazioni che inondano un mercato quasi saturo, regalatevi un ascolto di questo disco eccellente,  che se non viene segnalato rischia di passare inosservato e sotto silenzio. E sarebbe un peccato. Kirk Knuffke è un cornettista dal timbro sapido ed amaro, autore di quasi quaranta dischi. Ha sempre amato le soluzioni timbriche particolari, e qui la sua cornetta è affiancata da uno strepitoso organo hammond, sotto dita e piedi di Jamie Saft, e dai colori poliritmici della batteria di Hamid Drake, un nome in genere associato all’avanguardia di Chicago.  Il tutto  per proporre un a sorta di magnifico e spiazzante viaggio nell’innodica quasi gospel, affiancata a composizioni dedicate a Don Cherry, Fred Anderson, Donald Ayler, il fratello di rado ricordato di Albert Ayler. Se non credete che un disco possa essere al contempo molto “cool” e molto caldo, qui potete ricredervi. (Guido Festinese)

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DINO BETTI VAN DER NOOT - Notes Are But Wind

Consueto titolo con citazione criptata da Shakespeare per il nuovo disco di Dino Betti, una figura tanto defilata dal mainstream jazzistico della Penisola quanto cruciale. Dino Betti periodicamente riunisce un'orchestra jazz che incorpora anche strumenti poco usati in tale contesto: dal violino all'arpa celtica al dizi, flauto di canna cinese, affiancati alla classiche sezioni di ance e ottoni. Se gli serve un suono come macchia significativa di colore, lo usa senza chiedere patentini di autenticità jazz: esattamente come faceva, mutatis mutandis, il grande Duke Ellington. Qui, in questa palpitante ora di musica divisa in cinque grandi porzioni troverete ad esempio una marcetta militaresca del ventennio nero che diventa una sorta di dolente requiem gitano e finisce con una aggricciata fanfara, un gioco di metri ritmici diversi in Midwinter, una commossa dedica alle note visionarie del grande Giorgio Gaslini, e tante altre sorprese: con avventurose aperture e spiragli che lasciano intravedere post rock, ricordi del Sun Ra cosmico, ruggenti schegge free, filanti compattezze swing. Un altro capolavoro, insomma. (Guido Festinese)

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