Jazz

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 PIERO DELLE MONACHE - Aurum

Chissà per quale misterioso motivo, che poco o nulla ha che fare con la logica spietata e rigorosa dei pentagrammi, certi dischi ci rimandano immancabilmente ad altri. L'evocazione è quasi da seduta spiritica: accenni un nome, ti risponde in un angolo del cervello tutt'altro ricordo. E non parliamo qui di pop music in libera declinazione, perché lì è più facile che succeda l’apparentemente impossibile, ovvero che un brano dei Pere Ubu vi rimandi a un riff dei Kinks. Sono faccende più semplici. Tutto il preambolo per  dire che l’ascolto di questo magnifico cd a firma Piero Delle monache, sassofonista non certo oggetto di sovraesposizione, in Italia, rammenta qualcosa. Nella musica che sembra alludere più che dire, nella tessitura raffinata e misteriosa di rumori e rumorini elettronici mischiati alle note acustiche, nei silenzi che spesso parlano più dei suoni. E' un fatto dunque di affinità elettive: con formazioni completamente diverse, epoche che nulla hanno a che fare luna con l’altra, un oceano di distanza, ecco la rivelazione. Aurum assomiglia ( nel mood, non nella lettera) a certi dischi visionari e inspiegabili dei Weather Report. Mysterious Traveller in primis. O a certe avventure dei tedeschi Embryo. Provare per credere. E se a voi scattano altri riferimenti, va bene lo stesso. (Guido Festinese)

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MILES DAVIS - Miles Davis At Newport 1955 – 1975

Chissà, forse un giorno questo inizio del terzo millennio, per quanto riguarda la musica, sarà ricordato come l’espordio del Grande Archivio. Intendiamoci: la fono fissazione , a far data almeno dall’ultimo decennio dell’Ottocento,  è l’inizio storico, ma in cent’anni le cose sono  procedute così vorticosamente che oggi la possibilità di attingere a suoni “registrati” è infinitamente, incomparabilmente superiore a quella che ha avuto in sorte ogni generazione a noi precedente. Il che significa che ogni sintesi fissata su un qualche supporto è destinata ad essere superata. Prendete ad esempio il caso di Miles Davis. La discografia ufficiale del nostro è già di per sé piuttosto imponente, occupando circa un mezzo secolo di cronologia. Poi hanno cominciato ad uscire i bootleg “live”, che hanno aggiunto sfumature decisive a momenti poco documentati,poi è stata la volta dei “bootleg ufficiali”, e la cosa s’è fatta quasi ingestibile. Ad esempio ora esce il quarto volume della Bottleg Series Sony Columbia, ed è un colpo basso terribile, parzialmente ammissibile con la buona sostanza che il tutto è piuttosto economico. Quattro cd, registrazioni tutte nel segno di Newport ( il Festival “vero” e quello in trasferta europea), registrazioni dal 1955, 1958, 1966, 1967, 1969, 1971, 1973, 1975. Dall’hard bop tornito, dunque, al periodo della ricerca armonica estrema, al tempo visionario dello sciamanesimo elettrico, tanto poco capito all’epoca – ma anche oggi c’è chi inarca il sopracciglio - quanto decisivo per le sorti della musica a posteriori. Che meraviglia. (Guido Festinese)

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DUKE ELLINGTON - The Conny Plank Session

Tre take per ognuno dei due titoli, "Alerado" e "Afrique", per di più incise il 9 luglio del 1970 durante una pausa della tournée europea (la prima dopo la scomparsa di Johnny Hodges, il sax che più di ogni altro incarnò lo spirito musicale del Duca), cioè nell'ultimo periodo di attività di Ellington. Questo il contenuto del cd in cui appaiono per la prima volta due take inedite; sempre un po' poco per chi non sia un fanatico completista del gigantesco compositore nato a Washington nel 1899, scomparso di lì a quattro anni. Se non fosse che quel Coony Plank del titolo altri non è che Konrad Plank, mitico produttore nei cui studi di Colonia sono passati e hanno inciso alcuni nomi fondamentali della storia della musica: Kraftwek, Neu, Brian Eno, Ultravox (anche Gianna Nannini). E allora può essere interessante scoprire come il suo intervento audio abbia influito sul suono finale della musica di Ellington o sull'organo di Wild Bill Davis che giganteggia nel primo brano. Certo, stiamo parlando a un pubblico ristrettissimo, ma almeno adesso sapete cosa aspettarvi. (Danilo Di Termini)

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JD ALLEN - Graffiti

Nella generazione dei quarantenni eccellenti del jazz nordamericano, quella sfortunata categoria nata troppo tardi per partecipare alle rivoluzioni estetiche degli anni Sessanta e Settanta, e troppo presto per essere sintonizzata sulle tendenze più recenti (o modaiole anche, peraltro) metteremo senz'altro il tenorista di Detroit JD Allen. Quando lavora con il suo trio, gli eccellenti Gregg August al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria,  Allen riesce ancora a mostrare quanto spazio d'indagine e di manovra ci sia nel jazz moderno, tenendo a mente lezioni importanti. Nel suo caso, diremmo, soprattutto Sonny Rollins, per la maestosità del suono, la potenza d'attacco, la bellezza del timbro, e Hancok pre Weather Report (dunque, niente sax soprano) per l'andatura spezzata, spesso a sinusoide delle sue frasi, tant'è che un  aggettivo che usano spesso i critici stranieri per il suo fraseggio è “misterioso” o “criptico”. Che significa, poi, che l'articolazione delle frasi in assolo non lascia sempre intuire gli sviluppi. Per fortuna, diremmo noi: così arriva aria nuova. (Guido Festinese)

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DINO SALUZZI - Imágenes

Quarantadue anni: questo l’arco temporale abbracciato da Imágenes, il nuovo disco per Ecm di Dino saluzzi che documenta buona parte delle sue composizioni per pianoforte.  Saluzzi notoriamente usa come strumento  principale il bandoneon, quasi sempre svincolato da un’immagine stereotipa del tango legata al difficile mantice prediletto da Piazzolla: basterebbe ricordare la splendida collaborazione con Enrico Rava di parecchi anni,fa, Volver. Quando scrive per altri strumenti,però, si allenta ulteriormente il legame con la musica - archetipo dell’ Argentina, e si accentuano invece altre componenti. Ad esempio riferimenti incrociati a diverse altre componenti folkloriche argentine, e, soprattutto, meditazioni sentite sulla grande tradizione romantica europea.  Al pianoforte c’è il formidabile Pablo Máquez, giovane pianista argentino allievo di Pollini e Rosen: che sottolinea, nelle note, lo straordinario eclettismo compositivo dell’ormai anziano maestro. (Guido Festinese)

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 DAVID TORN - Only Sky

Se dovessimo indicare un nome, e uno solo, di un musicista che da solo riesca ad impersonare l'idea di “soundscape”, come scrisse Murray Schafer in un bel saggio tanti fa, il nome sarebbe quello di David Torn. Un “soundscape” è qualcosa di più di un paesaggio, e qualcosa di oltre la musica: è un ambiente risonante di intuizioni timbriche che, tutte assieme, restituiscono visioni di ulteriori paesaggi. Interiori. David Torn  qui, da solo con la sua chitarra elettrica e un oud elettrificato spinge le possibilità timbriche delle corde “trattate” a un limite che forse sarebbe stato quello di un Hendrix del terzo millennio, o di un Bill Frisell svegliato dal (magnifico) torpore cameristico che sembra ormai imbrigliare le sue idee. A proposito: Spoke With Folks, seconda traccia qui, sembra davvero una session fra un Frisell cibernetico e un Hendrix clonato a futura memoria. Minaccioso, dolcissimo, spesso delirante, Only Sky è diversi passi avanti rispetto a quello che chiamiamo rock, jazz o musica sperimentale. E' “altro”. (Guido Festinese)

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