Jazz

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 FOURSOME - Smut!Clock!Spot!

L'inizio, con sbuffi di elettronica povera che rimbalzano da tutte le parti, come le interferenze di una vecchia radio, potrebbe tranquillamente essere quello di un bel disco di post rock. O dell'ultima sortita solistica di Thom Yorke. Piccoli miracoli del jazz italiano di ricerca, che quando passa tra le mani e dentro  i cervelli di gente giovane e motivata scatena energie assopite dal malinconico mainstream citazionistico imperante. I Foursome hanno in formazione tomba, trombone, organo hammond, batteria, e in più maneggiano bene le macchine. Una volta si unisce un contralto, quello di Cristiano Arcelli, e in un brano una voce. Disco imprendibile e magnifico, in bilico tra ricordi tutt'altro che nostalgici della Chicago di Lester Bowie e un futuro tutto da scrivere, con una tensione palpabile che tiene ancorati all'ascolto. (Guido Festinese)

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JAVIER GIROTTO AIRES TANGO  - Duende

I matrimoni misti, checché ne dicano i cultori di una purezza asfittica ed inesistente, mescolano i geni e danno una bella rinfrescata ai globuli rossi. In musica, poi, il fenomeno è addirittura necessario: uno può anche starsene una vita a coltivare il proprio orticello grindcore, alt country o punk jazz, poi arriva il momento che le pile sono scariche e il serbatoio vuoto di idee. Gli Aires Tango guidati da quel talento fumigante e dolcissimo al contempo che è il sassofonista e flautisia argentino Javier Girotto non corrono questi rischi: già la nervatura avant-tango-jazz garantisce gran messe di aperture e possibilità, in più i nostri hanno l'abitudine di voltarsi a seguire i venti del cambiamento che spirano da ogni direzione. Ad esempio dal Nord America di Ralph Towner, eccellente chitarrista attivo da un mazzo di decenni soprattutto con i magnifici Oregon, altri frequentatori insigni di musiche spurie. L'unione di forze qui sortisce un disco che fa quasi gridare al miracolo: fra echi di fughe classiche, paesaggi sonori che sarebbero piaciuti a Piazzolla, profili melodici purissimi, zampate vigorose ed asciutte. Settanta minuti di musica davvero senza etichette. (Guido Festinese)

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ENRICO PIERANUNZI - Proximity

Continua il percorso musicale del sessantaseienne pianista romano che dopo un disco in duo con il chitarrista Federico Casagrande e uno con la cantante Simona Severini nel 2015 ha pubblicato anche queste otto composizioni originali con un quartetto inedito composto da Matt Penman al contrabbasso, Ralph Alessi alla tromba, cornetta e flicorno e Donny McCaslin al sassofono tenore e soprano (che sta beneficiando di una certa notorietà per la presenza nell’ultimo disco di David Bowie). La scelta di non utilizzare un batterista rende l’ensemble molto ‘libero’ nelle strutture e ‘aereo’ nelle melodie, ma sempre molto riconoscibili come l’esemplare apertura di “(In)Canto”. C’è un brano per Lee Konitz, "Line For Lee", uno in due con il solo Alessi, “Simul”, una composizione corale che dà titolo al disco e un finale à la Coleman (Ornette), “Five Plus Five”, trascinante e cinetico fino all’astrattismo conclusivo. Un’altra conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della grandezza di un pianista di valore assoluto. (Danilo Di Termini)

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MANUEL VOLPE - Albore

Per la serie, “sfide impossibili tra latitudini temporali diverse”, si propone il seguente quesito: provare a immaginare una session della buon’anima che fu Nick Drake, tutte canzoni nuove, e un ensemble orchestrale diretto da Kip Hanrahan che abbia tutta la superba e sensuale lascivia notturna latin jazz e afro che ricordiamo in certi suoi dischi di qualche anno fa. Il risultato sarebbe questo sroprendente  Albore, una  quieta cavalcata notturna  dipanata in dieci magnifiche tracce che non alzano mai il wattaggio, ma la caratura strumentale sì. Manuel  Volpe, iesino non ancora trentenne, bassista, compositore e arrangiatore, ma  soprattutto vocalist dalle vellutate risonanze basse s’è messo attorno una compagine allargata, la Rhabdomantic Orchestra, che riunisce alcuni dei migliori talenti jazz della scena torinese. Questo è il risultato, ed è a serio rischio adorazione anche da parte di rockettari esperti ed esigenti. (Guido Festinese)

 

 

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PAOLO FRESU/RICHARD GALLIANO/JAN LUNDGREN - Mare Nostrum II

Dice Paolo Fresu che oggi è forse arrivato il momento di fare in modo che arte, musica e cultura siano il linguaggio della ricostruzione, come successo (per esempio) a l'Aquila lo scorso anno, quando tutto il jazz italiano, proprio sotto la supervisione del trombettista gallurese, si è mobilitato per la ricostruzione del centro storico della città abruzzese. Non ha tutti i torti Paolo Fresu, siamo ormai da tempo circondati da troppe macerie. In quest'ottica ecco quindi il nuovo suggestivo progetto in collaborazione con il provenzale Richard Galliano e lo svedese Jan Lundgren, formatosi nella marinara Malmö. Un'ulteriore riflessione (la seconda di una trilogia a questo punto, che segue a distanza di dieci anni la prima) su quello che i romani chiamavano Mare Nostrum e su storici e mai abbastanza ricordati legami, tutti da disseppellire e quindi ritracciare. Ma il magico e colto suono del trio è mediterraneo oppure europeo? E le due cose (poi) si escludono a vicenda? Alla seconda domanda non sappiamo dare una risposta (oppure sì, visto il sepolcro che è divenuto negli ultimi anni il Mare Mediterraneo). Per quanto riguarda la prima, l'intenzione è certamente quella di far dialogare appartenenze (per lo meno nel caso di Fresu e Galliano, ma anche i vichinghi hanno avuto a che fare con "il grande mare") profondamente ancorate al mondo mediterraneo, e però la musica appare più l'espressione di un poetico camerismo europeo, filtrato dalla sensibilità jazzistica, che un tuffo nella vitale, "brulicante", magari fantastica e immaginaria, realtà sonora di antiche acque. Sembra dimostrarlo anche la scaletta, che accanto alle composizioni originali, a cui hanno contribuito tutti e tre i componenti del terzetto ("Blue Silence", "Kristallen den fina", "Giselle", "Aurore", per citarne alcune), affianca due arrangiamenti di brani "classici": "Si Dolce è il tormento" dal nono libro di madrigali di Claudio Monteverdi, compositore innovativo, assoluto protagonista (se non inventore) dell'opera barocca, al tempo di un melodramma rigoglioso di musica e strumentazione, privo (o quasi) di recitativi, con le sue "arie" meravigliosamente incastonate nell'orchestrazione (Fresu ci ha ormai abituati a questi excursus nella fondamentale musica del '600); e il "Gnossienne No. 1" del maestro miniaturista francese Erik Satie. Un lavoro, comunque, prezioso ed elegante (il loro), contraddistinto dal tocco impressionistico di Lundgren al pianoforte, e dalle vaporose e "tremolanti" concordanze tra gli ottoni di Fresu e la tastiera aerofona di Galliano. (Marco Maiocco)

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KENNY BARRON - Book of Intuition

Assomiglia a una sorta di greatest hits questo nuovo disco del settantaduenne pianista di Philadelphia in trio con il contrabbassista Kiyoshi Kitagawa e il batterista Johnathan Blake. Ci sono i due modelli di riferimento, Bud Powell (“Bud Like”) e Thelonious Monk (“Shuffle boil” e “Light Blue”), il Brasile di cui Barron è da sempre ammaliato (“Magic dance”) e una tecnica straordinaria al servizio del brano e mai fine a se stessa (“Dreams”). Soprattutto c’è una sensibilità musicale fuori dal comune che si esprime al meglio nelle ballad (“In the Slow Lane”) o nello struggente omaggio all’amico Charlie Haden di “Nightfall”. Un disco impeccabile, forse a tratti prevedibile, ma se cercate l’avanguardia non è a Barron che dovete chiederla. Qui c’è solo del raffinatissimo e impeccabile jazz, ma di questi tempi non è certo poco. (Danilo Di Termini)

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