Jazz

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OZMOTIC/FENNESZ - AirEffect

A chi ha ancora voglia di ascoltare qualcosa di veramente inconsueto, non prevedibile e diverso dal solito consigliamo di procurarsi AirEffect, il cd che documenta l'incontro tra Christian Fennesz, chitarrista austriaco maestro d'elettronica e gli Ozmotic, duo torinese di musicisti ricercatori esperti di fisica del suono che da parte loro aggiungono altra messe d'elettronica, un sassofono suonato a note lunghe e lunghissime, percussioni. Il tutto funziona, spiegano, come se qualcuno avesse ritrovato una “scatola nera” dei nostri paesaggi sonori antropizzati e intessuti di tecnologia, dove convivono i “bip” elettronici e i versi degli animali, le voci dei venditori ambulanti e i fruscii misteriosi che producono le macchine. Puro soundscape, insomma. Provate a immaginare un incrocio fra quanto ha proposto nei suoi dischi ambient Brain Eno, le sonorità retrofuturistiche proposte da Jon Hassell, un'ulteriore dose di mistero applicato, ed avrete il succo di questo disco bello e per certi versi impenetrabile. (Guido Festinese)

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TINDIGLIA/SHEPPARD/KAMAGUCHI/RABBIA - Sounds From The Harbor

Sounds From The Harbor, e dunque “suoni dal porto”: nel triplice significato di suoni materiali raccolti nella proliferante messe di attività del porto stesso con un registratore da Tindiglia,e innestati qua e là nel disco,  di suoni concepiti in quello spazio fisico, perché ogni anno il Gezmataz Festival ha quella cassa di risonanza storica, ed infine perché i quattro amici e compagni d’avventura sonora di questo disco sono anche i docenti dei seminari musicali collegati al Festival. Adesso arriva questo disco intenso e gentile, che sembra più una garbata conservazione tra persone ancora capaci di gioire uno dell’intelligenza dell’altro, senza alzare mai la voce, che uno di quei progetti fatti tanto per lasciare una testimonianza.  Il che non significa che non ci sia una tensione serpeggiante tra le note: succede ad esempio  in Genesi, un tema nervoso ed intenso, o in Collisions, che vive del contrasto fra linee melodiche lunghe dipanate dalla chitarra di Tindiglia, e secche concitazioni strumentali  colemaniane in risposta da parte degli altri. Tra l’altro trovate  una versione dilatata e sognante de Il pescatore”, e quel gioiello di ballad malinconica e nobile che si intitola Asken, scritta da Tindiglia in evidente stato di grazia. Che dire degli altri?Che ognuno è maestro del proprio strumento, e si sente. Senza bisogno di gridare, si diceva.  (Guido Festinese)

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FLORIO/BIANCHI/INTORRE - Roots Interchange

L’attacco (e il titolo del brano) funzionano meglio che un’esplicita dichiarazione di poetica: Feel Good Music. Ovvero, “musica per sentirsi bene” . Potrebbe arrivare da uno qualsiasi dei grandi dischi dei trii con organo hammond che furoreggiavano negli anni Sessanta, e che ebbero poi un discreto rilancio con l’acid jazz. Ha le idee chiare il giovane chitarrista  Florio Bianchi, che per realizzare Roots Interchange è andato a cercarsi Pat Bianchi, organista, e Carmen Intorre, batterista,  cuore ritmico del Trio di Pat Martino.  Davvero un bello “scambio di radici”, come dice il titolo, e un modo per riavvicinarci alla grande scuola musicale italoamericana. Florio ha un attacco morbido e carico di swing, nel caso subito rinforzato da una scorza “bluesy” che non lascia indifferenti., e scrive temi danzanti che invitano a battere il piede,  davvero senza limiti cronologici.  O da macchina del tempo, con atmosfere “boogaloo”  che faranno la gioia dei “retromaniaci”. Due le cover, entrambe da Thelonious Monk: In Walked Bud e Straight, No Chaser, dove peraltro spunta la voce sapida ed  ironica dell’ospite GegéTelesforo.  (Guido Festinese)

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C’era una volta il Sud Ensemble diretto da Pino Minafra: pochi dischi, ma, come dicevano un tempo, al fulmicotone. Come se l’orchestra di Duke Ellington, dopo aver preso una solenne sbronza, si fosse convertita al dionisismo, e il tutto guardando un film di Totò. Sette anni fa prende piede il progetto erede, questa pazzesca MinAfrìc Orchestra , con il gotha dei jazzisti pugliesi,  e l’innesto di mostri sacri come Carlo Actis Dato, Sebi Tramontana, Beppe Caruso. In più c’è ormai la presenza assidua di Livio Minafra ad aiutare il padre on il suo piano, le composizioni e gli arrangiamenti. Se non credete che un disco di jazz possa mettervi letteralmente l’euforia addosso, tale e tanta è la palpitante teatralità di queste note frementi, procedete subito all’ascolto. Vi si spalancheranno senari giubilanti, estatici, sprazzi in cui sembra di sentire ancora il piano in tumulto di Don Pullen, le orchestre sudafricane, tangherie del malaffare, sberleffi e burle da avanspettacolo. E una carica di swing  che, in Italia, non ha nessun’altra compagine allargata. E’ tutto? No. Ci sono ospiti anche quelle gran madri mediterranee delle Faraualla, con le loro voci antiche e modernissime, e il tutto deflagra. Procuratevelo. (Guido Festinese)

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STEFANO BOLLANI - Arrivano Gli Alieni

 

Tra gli ultimi dischi di Stefano Bollani c’è un Gershwin con l’orchestra sinfonica, un duo di pianoforti con Chick Corea, uno con Irene Grandi e l’originale omaggio a Zappa: a cercare di classificarlo c’è da perdere la testa. Lui, imperturbabile, afferma di riconoscersi pienamente nel progetto appena ultimato. In questo caso un disco in solo quasi interamente dedicato al Fender Rhodes con tre brani cantati (non è la prima volta, anzi), ma composte interamente da lui. E allora se si vuole comprendere fino in fondo il suo universo musicale, bisogna aver pazienza e ascoltare. Una volta per rimanere sorpresi o perplessi, una seconda per ritrovarsi a cantare il refrain di “Microchip” e della canzone che dà il titolo all’album, una terza per concentrarsi sulle trami musicali che prendono spunto da “Quando, Quando Quando” o da “The Preacher” di Horace Silver, da “Matilda” o da “You Don’t Know What Love Is”. Se cercate la presunta purezza del jazz, girate al largo, altrimenti questo è il disco per voi. (Danilo Di Termini)

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ENRICO RAVA QUARTET - Wild Dance

Si dice che quello che fa la differenza, nel jazz (e nella gran parte delle musiche che trovano ombra sotto il fogliame della gran pianta afroamericana del suono), sia la personalizzazione del suono da un lato, e la capacità di adattamento ai contesti più diversi. Enrico Rava, nei suo luminosi e leggerissimi settant'anni ha tutte e due, in una misura che per molti colleghi è una specie di miraggio. Una nota dalla sua tromba costruisce già un mood, e ti viene subito da dire “E' Rava”. In più, Enrico Rava continua ad avere una lucida e mobilissima intelligenza che lo porta a collaborare anche e soprattutto con chi ha diversi decenni meno di lui. Come qui, in questo ennesimo piccolo capo d'opera accreditato al suo Quartetto e assieme all'ospite Gianluca Petrella al trombone. Francesco Diodati alla chitarra elettrica , Enrico Morello alla batteria,  Gabriele Evangelista al contrabbasso: un gruppo che lavora come un'entità viva e guizzante. Si parte con una versione di Diva, lo struggente tre quarti ondivago più volte proposto da Rava, in una versione di attonita bellezza, si prosegue con episodi via via languidi, ruggenti, teneri, feroci, riservando anche un succoso spazio a un brano che si commenta da solo: Improvisation. Con molto respiro per la musica, e larghi spazi di silenzio. Un altro centro, un altro disco da ascolti col “replay”. (Guido Festinese)

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