Jazz

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BILL EVANS - Some Other Time - The Lost Session From The Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio.

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PAOLO FRESU & OMAR SOSA - Eros

Le belle amicizie durano una vita, e forse anche di più, con i ricordi. Il little big man del jazz italiano senza pregiudizi estetici ha incontrato parecchio tempo fa Omar Sosa, fulcro cinetico e propulsivo del jazz caraibico chiamato a chiudere il “doppio cerchio” delle influenze tra Africa ed Americhe, ed è stata intesa immediata. Vedi alla voce “Alma”, giusto cinque anni fa. Adesso tornano con questo progetto dedicato all'Eros, che girerà per l'Italia la prossima estate, ed è magia assortita che potrebbe esser nel gusto di fasce di ascoltatori assai diverse. Per capirsi: si parte con Teardrop dei Massive Attack, e la voce convocata è quella di una star vera della world music come Natasha Atlas, e si approda anche, sul finale, a What Lies Ahead, l'inedito delizioso che Peter Gabriel regalò  al pubblico italiano nel suo ultimo tour. C'è poi il violoncello ispirato di Jacques Morelenbaum, una spolverata intelligente di effetti elettronici distribuiti con grazia qui e là, e spesso il fondale strutturato, del Quartetto Alborada. Una piccola, rilucente meraviglia, nel nome dell'Eros. (Guido Festinese)

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Un cd che potrebbe sorprendere anche i più disillusi ed annoiati teorici del “tutto è già stato fatto, tutto è già stato sentito”. I World Service Projet sono un micidiale quintetto con base londinese, qui al terzo disco, che riesce a mettere in conto, senza alcun plagio evidente, sia chiaro, Frank Zappa e i King Crimson di Red, i Van Der Graaf Generator e il punk jazz, un funk disossato e allegramente irrisolto e molte, molte altre sorprese.  Tempi dispari, accelerazioni, capriole ritmiche e melodiche, botte quasi metal e dolcezze incistate nei punti più imprevedibili. Si esce alla fine dell'ascolto felicemente frastornati, e convinti che la buona musica non morirà mai, se ci sono  energie, idee, passione competenze da giocarsi al momento giusto. Come fanno loro. E sia onore e merito alla magnifica RareNoise, etichetta fondata da un genovese con voglia di fare a Londra: non sbaglia un colpo, nelle scelte. (Guido Festinese)

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Avanti e indietro sulla strada tracciata dal Re: e il re in questione, qui, è Buddy Bolden, il segreto meglio custodito della storia del jazz e delle note afroamericane. Anche perché cerchereste invano una sola nota registrata dal mitico cornettista di New Orleans: forse esiste un cilindro di cera dei primi del Novecento, presumibilmente nulla. Dunque conviene farsi prendere per mano dal contrabbassista Alberto Malnati,  che dopo svariate avventure sonore ( dalle riletture bebop di classici del rock al rockabilly fumigante al blues) adesso s’è inventato  un bel viaggio, tutt’altro che campato per aria sulle musiche che quasi sicuramente Buddy Bolden  suonava, incantando una generazione di suonatori a venire, in primis Louis Armstrong. Bella idea, bel gruppo, e la scoperta, anche, del Malnati cantante: con sapida ironia. (Guido Festinese)

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NICK BÄRTSCH'S MOBILE - Continuum

Il pianista svizzero Nick Bärtsch è uno dei segreti meglio custoditi per pubblici trasversali: di rado appare il suo nome, nell'elenco dei preferiti, ma quando qualcuno lo rammenta a qualcun altro ben addentro alle cose della musica, scatta il sorriso. Sarà colpa dell'austerità del personaggio, sarà colpa della pigrizia imperversante: ma l'approccio alle note del Nostro potrebbe essere una luminosa rivelazione, per chi ha amato certe composizioni minimalistiche di Mertens o Glass, per chi ha seguito le nuove musiche acustiche, per chi adora i costruttori di labirintici paesaggi sonori. Che Nick Bärtsch definisce semplicemente “moduli”, accostando ad ogni titolo con la stessa identica parola numeri e sigle. I suoi brani funzionano per accumulo di pattern ritmici che, secondo dopo secondo, costruiscono immani pinnacoli caratterizzati da uno strano, algido funk nordico. Qui è all'opera col suo gruppo, e un quintetto d'archi aggiunto: una Penguin Cafe Orchestra dedita alla metafisica del ritmo. (Guido Festinese)

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SONIA SPINELLO - Billie Holiday Project

A  maneggiare materiali esplosivi, in musica,  ci vuole cautela: lo scarto di un millimetro può ridurti in pezzi. O renderti ridicolo al mondo, perché hai banalizzato quanto invece richiedeva attenzione speciale. Billie Holiday è nitroglicerina pura, per chi ha a che fare con il jazz e le possibili interpretazioni. Il calco mimetico è ridicolo, l'allontanamento totale può essere straniante. E allora è bene che escano dischi belli e intelligenti come questo: dove le canzoni che cantava la voce più intensa e drammatica del Novecento, nel jazz, siano accostate a lacerti di musica originale che galleggia sul nulla, affidata a due chitarre: quella elettrica del grande Maurizio Brunod, quelle acustiche di Lorenzo Cominoli. Sonia Spinello poi con un filo di voce perfetta recita episodi della vita ulcerata di Billie, grandi ferite, grandi amori, grandi delusioni, grande musica da affrontare ogni volta come se fosse l'ultima. Un progetto che starebbe bene, anche, su un palco teatrale. A meno che non ci sia già stato. Non abbiamo informazioni a proposito. (Guido Festinese)

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