Jazz

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KENNY BARRON - Book of Intuition

Assomiglia a una sorta di greatest hits questo nuovo disco del settantaduenne pianista di Philadelphia in trio con il contrabbassista Kiyoshi Kitagawa e il batterista Johnathan Blake. Ci sono i due modelli di riferimento, Bud Powell (“Bud Like”) e Thelonious Monk (“Shuffle boil” e “Light Blue”), il Brasile di cui Barron è da sempre ammaliato (“Magic dance”) e una tecnica straordinaria al servizio del brano e mai fine a se stessa (“Dreams”). Soprattutto c’è una sensibilità musicale fuori dal comune che si esprime al meglio nelle ballad (“In the Slow Lane”) o nello struggente omaggio all’amico Charlie Haden di “Nightfall”. Un disco impeccabile, forse a tratti prevedibile, ma se cercate l’avanguardia non è a Barron che dovete chiederla. Qui c’è solo del raffinatissimo e impeccabile jazz, ma di questi tempi non è certo poco. (Danilo Di Termini)

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FRANK WOESTE - Pocket Rhapsody

A quanti  lavori discografici regalereste l'aggettivo “sorprendente”? Ben pochi, tutto sommato, nel profluvio di incroci, scambi, tentativi, meticciati tra ceppi musicali diversi che hanno saturato ogni nicchia stilistica. Eppure questo è un disco sorprendente, forse perché neppure vuole esserlo. Frank Woeste è un grande tastierista tedesco di stanza in Francia, dove collabora con musicisti come Portal e Ibrahim Maalouf. E proprio il trombettista specializzato nel suonare le scale impossibili con i quarti di tono, assieme alla voce lunare di Youn Sun Nah, e due archi “classici” sono ospiti della seduta d'incisione, costruita, oltre che sui tasti, sulla chitarra mutante di Ben Monder, una specie di camaleonte capace di adattarsi ad ogni situazione, e sulla batteria disarticolata di Justin Brown. Cosa suona Woeste? Una specie di funk trattenuto, imprevedibile e futuribile, attraversato da una selva di timbri diversi ad ogni brano. Ignorarlo sarebbe un peccato di inguaribile snobismo. (Guido Festinese)

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 MICHEL BENITA ETHICS - River Silver

Un flicornista svizzero, una virtuosa suonatrice giapponese di koto, la cetradi origine cinese, un chitarrista norvegese, un bassista e leader di seduta algerino, un batterista francese con sangue spagnolo. Effetti (notevoli) della globalizzazione in musica, l’unica che non apporti miseria e dolore, ma arricchimento spirituale e gioia della condivisione delle note. Il flicornista è Mathieu Michel, dal suono leggero, assorto, sensuale, e spesso protagonista dell’esposizione della linea melodica principale, la suonatrice di koto è Mieko Miyazaki, il chitarrista  Eivind Aarset, il batterista Philippe Garcia, il titolare della seduta per l’etichetta bavarese è Michel Benita. Tutti assieme ci regalano un lavoro di un’intensità struggente in cui davvero è lecita solo una cosa: abbandonarsi al flusso incantato di note che hanno un identità solo se prese tutte assieme, una brezza che porta aloni tintinnanti, e molte altre magie assortite. Si sarà capito: River Silver è un disco di quel “folklore immaginario” che può essere stucchevole, se mal affrontato, o meraviglioso. Qui la bilancia pesa solo sull’eccellenza. (Guido Festinese)

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ESPERANZA SPALDING - Emily's D+Evolution

Al quinto album infine la metamorfosi è completa. Eppure il passo, da nuova star del jazz contemporaneo al femminile (per di più scalza) a pretenziosa cantante pop da salotto, non sarebbe breve. Ma la quarantaduenne contrabbassista di Portland lo ha compiuto metodicamente, fin dal primo disco Junjo del 2006, passando per Chamber Music Society - Grammy Award come Best New Artist nel 2011 - e Radio Music Society in cuitra ospiti e orchestrazioni ancora manteneva un legame con il mondo della musica afro-americana. Adesso ha deciso di correre in tutt’altra categoria, in un limbo che sta tra la fusion e il pop, nel quale sembra disorientata, indecisa se proporsi come nuova Joni Mitchell (Judas, One) o percorrere strade apparentemente più aggressive (Good Lava, Ebony and Ivy), in realtà solo confusionarie e stantie di cui il lungo assolo di chitarra di Unconditional Love –alternate version è un fastidioso esempio. (Danilo Di Termini)

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NILS LANDGREN - Some Other Time A Tribute To Leonard Bernstein

Nils Landgren, trombonista e cantante svedese, eclettico e con molte collaborazioni all’attivo anche in ambito pop, con il suo gruppo Funk Unit è dedito a un genere in cui è il groove a dettare la linea. Ora si cimenta con il repertorio di Leonard Bernstein e per farlo chiede aiuto all’arrangiatore Vince Mendoza (anche alla direzione dei Bochumer Symphoniker, ensemble per l’occasione di soli fiati) e alla voce di Janis Siegel dei Manhattan Transfer. E fa bene perché i titoli più riusciti sono senza dubbio quelli orchestrali (“Maria”, “A Simple Song”) o quelli in cui la cantante adagia la sua splendida voce su temi immortali (“Some Other Time”, “The Story of My Life”, “Something’s Coming), mentre quando a cantare è il solo Landgren il risultato non convince del tutto. In evidenza nella ritmica il pianista svedese Jan Lundgren, cui si deve lo splendido accompagnamento di “Luckty to Be Me”, di gran lunga brano più riuscito di un disco che non dispiacerà agli amanti del jazz vocale. (Danilo Di Termini)

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PINO MINAFRA - “MinAfric”

Sarà il nome o il titolo, sarà il vivace disegno colorato in campo bianco, ma a guardare la copertina dell'ultimo disco della Minafric Orchestra del bravo trombettista (ma è ampiamente riduttivo) Pino Minafra, prosecuzione naturale del progetto Sud Ensemble, che nel 2005 aveva realizzato (per la tedesca Enja) il superlativo "Terronia", viene in mente un vecchio disco (già abbondantemente tardo però) dell'orchestra di Count Basie ("Afrique", appunto), con gli arrangiamenti di Oliver Nelson. Qui però non siamo alle prese con uno swing coraggioso e aperto (che, sulla scia di una coinvolgente tournée nell'antico Giappone, rivedeva tra l'altro composizioni di Albert Ayler e Pharoah Sanders) alla ricerca delle perdute radici africane, ma ci troviamo "semplicemente" a Ruvo di Puglia, nell'Alta Murgia Barese, a contatto con un suono "tutto meridionale, reale e immaginario", oltre che mediterraneamente afroamericano. La storia del jazz vi è ampiamente compresa (da Cab Calloway all'Art Ensemble Of Chicago, giusto per capirsi al volo), così come la reinvenzione del tradizionale linguaggio bandistico, in un'intima connessione tra dinamiche jazzistiche e stilemi etnici e popolari, non trascurando la vivacità ritmica di rock e pop, e tenendo sempre in considerazione quanto la Puglia sia da sempre una sorta di speciale porta bizantina e barocca, bianco levantina, affacciata sul vicino oriente, l'Europa (quella balcanica in prima istanza, con la sua complicata storia tutta particolare) in questo suo cruciale momento di nuovo faticoso cammino, e la madre Africa, che per noi (a volerla vedere) è sempre stata lì. Un'orchestra nata "per dare voce e suono alle musiche del nostro tempo travagliato e inquieto, volgendo lo sguardo su tutto l'orizzonte geografico, musicale e culturale del nostro sud", attraverso un suono luminoso e generoso, "dove il grido, la melodia, il ritmo, l'ironia e l'improvvisazione, convivono in uno strano equilibrio". Una nutrita ed entusiasta formazione intrisa di fiati (ance e ottoni), della quale fanno parte alcuni dei maggiori musicisti italiani, che con Minafra vivono da tempo passioni, progetti e interessi (Beppe Caruso, Carlo Actis Dato, Sebi Tramontana), oltre e soprattutto al meglio del jazz pugliese (Roberto Ottaviano, Gaetano Partipilo, Nicola Pisani, Giorgio Vendola), e al figlio di Pino, il talentuoso Livio Minafra nel triplice determinante ruolo di pianista, compositore e arrangiatore, molto divertente (per esempio) al piano preparato, filtrato da qualche marchingegno elettronico. Ma a questa nuova edizione della Minafric Orchestra si associano anche le meravigliose Faraualla (Gabriella Schiavone, Serena Fortebraccio, Terry Vallarella, Maristella Schiavone), quartetto vocale barese tutto al femminile (a tratti una vera e propria corale sui generis), con le sue funamboliche e assertive armonie vocali, estratte da una profonda tradizione popolare, ancestrale e magica, e però opportunamente reinventata, quasi trasfigurata, da un sapiente gusto per una sperimentazione audace, vissuta in una postmoderna chiave popular. Musica giubilante e pacifica, pirotecnica, caleidoscopica e spettacolare. (Marco Maiocco)

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