Jazz

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DUKE ELLINGTON - The Conny Plank Session

Tre take per ognuno dei due titoli, "Alerado" e "Afrique", per di più incise il 9 luglio del 1970 durante una pausa della tournée europea (la prima dopo la scomparsa di Johnny Hodges, il sax che più di ogni altro incarnò lo spirito musicale del Duca), cioè nell'ultimo periodo di attività di Ellington. Questo il contenuto del cd in cui appaiono per la prima volta due take inedite; sempre un po' poco per chi non sia un fanatico completista del gigantesco compositore nato a Washington nel 1899, scomparso di lì a quattro anni. Se non fosse che quel Coony Plank del titolo altri non è che Konrad Plank, mitico produttore nei cui studi di Colonia sono passati e hanno inciso alcuni nomi fondamentali della storia della musica: Kraftwek, Neu, Brian Eno, Ultravox (anche Gianna Nannini). E allora può essere interessante scoprire come il suo intervento audio abbia influito sul suono finale della musica di Ellington o sull'organo di Wild Bill Davis che giganteggia nel primo brano. Certo, stiamo parlando a un pubblico ristrettissimo, ma almeno adesso sapete cosa aspettarvi. (Danilo Di Termini)

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JD ALLEN - Graffiti

Nella generazione dei quarantenni eccellenti del jazz nordamericano, quella sfortunata categoria nata troppo tardi per partecipare alle rivoluzioni estetiche degli anni Sessanta e Settanta, e troppo presto per essere sintonizzata sulle tendenze più recenti (o modaiole anche, peraltro) metteremo senz'altro il tenorista di Detroit JD Allen. Quando lavora con il suo trio, gli eccellenti Gregg August al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria,  Allen riesce ancora a mostrare quanto spazio d'indagine e di manovra ci sia nel jazz moderno, tenendo a mente lezioni importanti. Nel suo caso, diremmo, soprattutto Sonny Rollins, per la maestosità del suono, la potenza d'attacco, la bellezza del timbro, e Hancok pre Weather Report (dunque, niente sax soprano) per l'andatura spezzata, spesso a sinusoide delle sue frasi, tant'è che un  aggettivo che usano spesso i critici stranieri per il suo fraseggio è “misterioso” o “criptico”. Che significa, poi, che l'articolazione delle frasi in assolo non lascia sempre intuire gli sviluppi. Per fortuna, diremmo noi: così arriva aria nuova. (Guido Festinese)

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DINO SALUZZI - Imágenes

Quarantadue anni: questo l’arco temporale abbracciato da Imágenes, il nuovo disco per Ecm di Dino saluzzi che documenta buona parte delle sue composizioni per pianoforte.  Saluzzi notoriamente usa come strumento  principale il bandoneon, quasi sempre svincolato da un’immagine stereotipa del tango legata al difficile mantice prediletto da Piazzolla: basterebbe ricordare la splendida collaborazione con Enrico Rava di parecchi anni,fa, Volver. Quando scrive per altri strumenti,però, si allenta ulteriormente il legame con la musica - archetipo dell’ Argentina, e si accentuano invece altre componenti. Ad esempio riferimenti incrociati a diverse altre componenti folkloriche argentine, e, soprattutto, meditazioni sentite sulla grande tradizione romantica europea.  Al pianoforte c’è il formidabile Pablo Máquez, giovane pianista argentino allievo di Pollini e Rosen: che sottolinea, nelle note, lo straordinario eclettismo compositivo dell’ormai anziano maestro. (Guido Festinese)

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 DAVID TORN - Only Sky

Se dovessimo indicare un nome, e uno solo, di un musicista che da solo riesca ad impersonare l'idea di “soundscape”, come scrisse Murray Schafer in un bel saggio tanti fa, il nome sarebbe quello di David Torn. Un “soundscape” è qualcosa di più di un paesaggio, e qualcosa di oltre la musica: è un ambiente risonante di intuizioni timbriche che, tutte assieme, restituiscono visioni di ulteriori paesaggi. Interiori. David Torn  qui, da solo con la sua chitarra elettrica e un oud elettrificato spinge le possibilità timbriche delle corde “trattate” a un limite che forse sarebbe stato quello di un Hendrix del terzo millennio, o di un Bill Frisell svegliato dal (magnifico) torpore cameristico che sembra ormai imbrigliare le sue idee. A proposito: Spoke With Folks, seconda traccia qui, sembra davvero una session fra un Frisell cibernetico e un Hendrix clonato a futura memoria. Minaccioso, dolcissimo, spesso delirante, Only Sky è diversi passi avanti rispetto a quello che chiamiamo rock, jazz o musica sperimentale. E' “altro”. (Guido Festinese)

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THE VERY BIG EXPERIMENTAL TOUBIFRI ORCHESTRA - Waiting In The Toaster

Benvenuti nel reame della più eretica big band di Francia. Intendiamoci subito: non che la (giustamente) blasonata Orchestre National de Jazz sia un florilegio di ortodossia, nel perseguire trame libere, a dispetto del nome istituzionale. Ma qui si va oltre. Perché l'ensemble guidato da     Grégoire Gensse (che di suo ci mette, oltre alla direzione della Toubifri Orchestra, tastiere, canto, e ukulele, come Marilyn Monroe) ci rammenta altre squisite e caloriche bizzarrie sonore assemblate per buon numero di strumenti: ad esempio quelle dell'orchestra che tanti anni fa dirigeva il folletto inglese Django Bates. Oppure, e non poteva essere altrimenti, le assortite irriverenze sonore del signor Frank Zappa. Un titolo, anzi, potrebbe essere la parte due di una sua composizione: The Jewish Cowboy, vedui alla voce zappiana Lonesome Cowboy Nando. Se arrivate in fondo, potrete anche gustarvi all'ottava traccia un brano, Cinderella,  che sembra opera della gloriosa Penguin Cafe Orchestra che fu sotto metanfetamina, dopo essere passati a rifornirsi dalla gentaccia di Breaking Bad. Insiamma, uno spasso. A patto che del jazz non abbiate un'idea troppo seriosa: quella lasciatela ai giapponesi in giacca e cravatta. (Guido Festinese)

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LANFRANCO MALAGUTI - Oltre il confine

Quasi in contemporanea alla notizia della scomparsa di Ornette Coleman è uscito Oltre il confine, il nuovo lavoro di uno dei più creativi musicisti italiani, il chitarrista Lanfranco Malaguti. E forse del modo futuribile di Ornette dove fluttuavano i confini della tonalità, e tutto poteva essere usato, purché garantisse un surplus di espressione ed approccio emozionale la musica di Malaguti è erede diretta. Nel corso degli anni Malaguti ha sempre più disancorato le sue composizioni dalla mera scrittura di temi con variazioni: adesso è una sorta di pulsazione vitale e costruita sull'interplay, un po' come certi affondi di Henry Threadgill, dove l'ancoraggio alla tonalità è residuale, e contano invece i frutti delli'intesa tra musicisti, costruita, immaginiamo, più guardandosi negli occhi che sbirciando partiture. C'è di più, anche: perché certi tormentati eppure misteriosamente rassicuranti profili melodici sembrano rimandare ad una stagione aurea del tardo art rock continentale: parliamo degli Henry Cow e del rock in opposition, per via di quella dimensione di straniato camerismo che il gruppo inglese praticava, e Malaguti ripercorre magari senza neppure accorgersene. Stavolta accettando la sfida di introdurre uno strumento che non è certo usato, in genere, come arnese principe dell'improvvisazione, la fisarmonica. E poi, Oltre il confine è un titolo che sarebbe piaciuto ad Ornette, diciamocelo. (Guido Festinese)

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