Jazz

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 DAROL ANGER/BARBARA HIGBIE QUINTET - Live At Montreux

Ci sono dischi che sembrano aver conquistato, per propri meriti, nicchie nel tempo che li custodiscono come gemme preziose a futura memoria. Che siano passati dieci o trent’anni dalla prima pubblicazione poco cambia. Prediamo il caso di Live At Montreux, strepitoso una tantum del 1984 di una formazione di etichetta Windham Hill riunita attorno ai violini di Darol Anger ed il pianoforte di Barbara Higbie, che per l’occasione scelsero di affiancarsi chitarra e mandolino di Mike Marshall, basso acustico di Todd Philips, steel drum di Andy Narell. Ognuno o quasi, da allora, ha avuto destini stellari. Allora, quando venero fuori queste dieci tracce di una bellezza al contempo maestosa e malinconica, con giochi di timbri letteralmente inauditi, pur lasciando intatta la prodigiosa forza melodica dei temi, qualcuno gridò al miracolo. Poi il miracolo non c’è stato, la cosiddetta “new acoustic music” s’è ritratta in pericolosi territori new ge o arenata nel tecnicismo, e solo chi ha un gran cuore va avanti (vedi alla voce Beppe Gambetta). Ma questo è un lavoro prezioso da ascoltare e riascoltare. E la ripubblicazione sarà una benedizione per chi allora era troppo giovane per averne sentito parlare. (Guido Festinese)

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IIRO RANTALA - My Working Class Hero

Fra i pochi demeriti che ha il jazz, costellazione di note spugna che riescono ad assorbire e restituire quasi tutto c'è il triste capitolo “classici del rock in jazz”. Abbiamo ancora in mente atroci scempi beatlesiani fatti da signori che invece ragionavano in termini di swing, ed altrettanto esiziali esibizioni di prodezze canore scat su brani che meritavano di essere lasciati in pace, in forma originale. Non tutte le canzoni “popular”, in sostanza, possono accedere senza traumi in territori jazz, a meno di non essere traumatizzate al punto di diventare irriconoscibili, ed allora è un altro e più interessante discorso. Iiro Rantala, uomo-spugna del jazz finlandese, dunque un altro nordico, come ormai sta diventando la norma in note un tempo più orientate verso Sud rende omaggio qui in totale solitudine al suo Working Class Hero, ovvero e naturalmente John Lennon.  Rimettete nel fodero i pugnali, beatlesiani uniti: il viaggio, che parte da Novegian Wood ed approda a All You Need is Love, passando per snodi ineludibili come Imagine e Oh My Love è decisamente sorprendente. Blocchi di accordi oscuri, nessun ricamo pleonastico e svenevole sulle melodie. Ce ne fossero, omaggi così. (Guido Festinese)

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MARCOTULLI/ERSKINE/DANIELSSON - Trio  M/E/D

A volte i miracoli (sonori) succedono anche a Genova. Condizione d’obbligo, però, la solidità d’impianto artistico delle situazioni. Il Gezmataz Festival diretto da Marco Tindiglia è una di queste eccellenze che sortiscono piccoli miracoli, incastonato in mezzo a una programmazione commerciale che difficilmente riserva sorprese. Questo cd è stato registrato  il 13 luglio al Gezmataz nel Porto Antico: sul palco un trio stellare con il pianoforte di Rita Marcotulli, il contrabbasso gonfio d’armonici di Palle Danielsson, la batteria inimitabile di Peter Erskine. Partenza con Mars, un brano che ha la grazia e la caratura di un capolavoro barocco finito nella macchina del tempo, prosieguo con This Is Not, una composizione della Marcotulli letteralmente incatenante, approdo una cinquantina di minuti  dopo, con un transito monkiano (Pannonica) ed altre assortite meraviglie. Come si suol dire, l’intesa del trio è telepatica, sembra di ascoltare all’opera un’unica mente articolata in tre corpi sonanti. Una meraviglia. E chi c’era può testimoniarlo de visu. (Guido Festinese)

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OZMOTIC/FENNESZ - AirEffect

A chi ha ancora voglia di ascoltare qualcosa di veramente inconsueto, non prevedibile e diverso dal solito consigliamo di procurarsi AirEffect, il cd che documenta l'incontro tra Christian Fennesz, chitarrista austriaco maestro d'elettronica e gli Ozmotic, duo torinese di musicisti ricercatori esperti di fisica del suono che da parte loro aggiungono altra messe d'elettronica, un sassofono suonato a note lunghe e lunghissime, percussioni. Il tutto funziona, spiegano, come se qualcuno avesse ritrovato una “scatola nera” dei nostri paesaggi sonori antropizzati e intessuti di tecnologia, dove convivono i “bip” elettronici e i versi degli animali, le voci dei venditori ambulanti e i fruscii misteriosi che producono le macchine. Puro soundscape, insomma. Provate a immaginare un incrocio fra quanto ha proposto nei suoi dischi ambient Brain Eno, le sonorità retrofuturistiche proposte da Jon Hassell, un'ulteriore dose di mistero applicato, ed avrete il succo di questo disco bello e per certi versi impenetrabile. (Guido Festinese)

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TINDIGLIA/SHEPPARD/KAMAGUCHI/RABBIA - Sounds From The Harbor

Sounds From The Harbor, e dunque “suoni dal porto”: nel triplice significato di suoni materiali raccolti nella proliferante messe di attività del porto stesso con un registratore da Tindiglia,e innestati qua e là nel disco,  di suoni concepiti in quello spazio fisico, perché ogni anno il Gezmataz Festival ha quella cassa di risonanza storica, ed infine perché i quattro amici e compagni d’avventura sonora di questo disco sono anche i docenti dei seminari musicali collegati al Festival. Adesso arriva questo disco intenso e gentile, che sembra più una garbata conservazione tra persone ancora capaci di gioire uno dell’intelligenza dell’altro, senza alzare mai la voce, che uno di quei progetti fatti tanto per lasciare una testimonianza.  Il che non significa che non ci sia una tensione serpeggiante tra le note: succede ad esempio  in Genesi, un tema nervoso ed intenso, o in Collisions, che vive del contrasto fra linee melodiche lunghe dipanate dalla chitarra di Tindiglia, e secche concitazioni strumentali  colemaniane in risposta da parte degli altri. Tra l’altro trovate  una versione dilatata e sognante de Il pescatore”, e quel gioiello di ballad malinconica e nobile che si intitola Asken, scritta da Tindiglia in evidente stato di grazia. Che dire degli altri?Che ognuno è maestro del proprio strumento, e si sente. Senza bisogno di gridare, si diceva.  (Guido Festinese)

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FLORIO/BIANCHI/INTORRE - Roots Interchange

L’attacco (e il titolo del brano) funzionano meglio che un’esplicita dichiarazione di poetica: Feel Good Music. Ovvero, “musica per sentirsi bene” . Potrebbe arrivare da uno qualsiasi dei grandi dischi dei trii con organo hammond che furoreggiavano negli anni Sessanta, e che ebbero poi un discreto rilancio con l’acid jazz. Ha le idee chiare il giovane chitarrista  Florio Bianchi, che per realizzare Roots Interchange è andato a cercarsi Pat Bianchi, organista, e Carmen Intorre, batterista,  cuore ritmico del Trio di Pat Martino.  Davvero un bello “scambio di radici”, come dice il titolo, e un modo per riavvicinarci alla grande scuola musicale italoamericana. Florio ha un attacco morbido e carico di swing, nel caso subito rinforzato da una scorza “bluesy” che non lascia indifferenti., e scrive temi danzanti che invitano a battere il piede,  davvero senza limiti cronologici.  O da macchina del tempo, con atmosfere “boogaloo”  che faranno la gioia dei “retromaniaci”. Due le cover, entrambe da Thelonious Monk: In Walked Bud e Straight, No Chaser, dove peraltro spunta la voce sapida ed  ironica dell’ospite GegéTelesforo.  (Guido Festinese)

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