Jazz

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LUCA AQUINO - OverDOORS

Il trombettista di Benevento Luca Aquino è uno  dei musicisti italiani che, negli ultimi anni, maggiormente è riuscito a conquistarsi occasioni di visibilità con progetti tanto vari quanto riusciti: dal solo alle comparsate in band di livello internazionale, ad esempio quella di Manu Katché. Questo disco l’ha meditato per anni, ben consapevole che oggi è moda e tormentone, quella dei “progetti” nel jazz. In realtà qui si tratta, dice lui, di pura storia d’amore: quella di ragazzi che, un po’ di anni fa, attraversavano le “porte della percezione” con la voce sciamanica di Jim Morrison e l’organo psichedelico di Ray Manzarek. Dunque ecco una chiave di lettura che non è né mero citazionismo, né stravolgimento totale: una via di mezzo in cui si cercano e trovano groove insospettabili (vedi il trattamento di Riders On The Storm) o non ci si fa scrupolo di usare voci, con tutto il rischio che comporta misurarsi con il Re Lucertola: quelle di Rodolphe Burger, Petra Magoni, Carolina Bubbico. Eccellente, al solito tromba e elettronica “povera” del titolare. (Guido Festinese)

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PAOLO FRESU/DANIELE DI BONAVENTURA - In Maggiore

Una storia di poesia, di ascolto reciproco, categoria sempre più assente in un mondo in cui tutti comunicano e nessuno tende l'orecchio, di rispetto senza alcuna velleità egotica. Eppure le due figure in questione hanno motivi sostanziosi per avere ego consistenti. Ad esempio quello fondamentale di essere musicisti grandi, grandissimi. La tromba, e qualche volta il pastoso flicorno dell'elfo lucido e passionale da un lato. Dall'altro il bandoneon delle mille risacche di Daniele Di Bonaventura, arnese ingrato e difficile da maneggiare che quando è fra la braccia giuste sprizza scintille inevitabilmente screziate di tango. E via con un incontro fra cuori e cervelli che mette in conto, tra l'altro, O que será cucito con El pueblo unido jamàs serà vencido, Te recuerdo Amanda già frequentò un altro grande senza etichette, Robert  Wyatt,  Non ti scordar di me e la puccianiana Quando me'n vo. Un altro piccolo miracolo sonoro  dalla Penisola, ma ben assestato su coordinate planetarie. (Guido Festinese)

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FELICE CLEMENTE TRIO - 6.35 A.M.

A volte, nel jazz italiano, bisogna andare a caccia di paradossi, per avere belle soddisfazioni. Ad esempio rintracciare dischi avventurosi e riusciti che invece qualcuno collocherebbe nel solco rassicurante del mainstream, dove l'immediata evidenza sembrerebbe rimandare ad un epigonismo schietto, per quanto maturo, mentre l'ascolto ripetuto suggerisce spazi di indagine anche vertiginosi. Felice Clemente, splendido quarantenne del jazz della Penisola, come direbbe Moretti, ha acquisito una tecnica ed un controllo sui suoi strumenti (tenore e soprano, come Coltrane) quasi trascendentale. Guarda a Henderson, a Coltrane, appunto, a Rollins, a Shorter: ma lo fa con una saggezza che gli impedisce la mera citazione. E i profili melodici delle sue composizioni parlano di Mediterraneo, di Italia e Africa, più che di Nord America. Qui lo trovate accanto a due mostri sacri come Massimo Manzi alla batteria e Paolino Dalla Porta al basso: un tappeto volante ritmico in grado di assecondare con sapienza ogni secondo del volo sassofonistico di Clemente. (Guido Festinese)

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STAR HIP TROOPERS - Planet E

Ecco un progetto bello e innovativo destinato a gettar ponti tra le musiche creative della Penisola. E' il disco con cui la Parco della Musica romana inaugura la serie M.I.T., ovvero “Meet In Town”, dedicata agli incroci virtuosi tra elettronica ed altre note. Qui Mess Morize (che sarebbe poi il moniker del dj e produttore Maurizio Bilancioni) ha messo assieme, ri-costruito e de-costruito decine di session in studio, dove sono stati via via coinvolti Piero Delle Monache, Raffaele Casarano, Luca Aquino, Riccardo Gola, Claudio Filippini, e due calibri da novanta come Francesco Bearzatti e Mauro Ottolini. Tra echi di dub, glitch, flussi armoniosi interrotti da scheggiature acide, un “soundscape”, un paesaggio sonoro elettroacustico decisamente riuscito ed affascinante. Con qualche traccia di mistero, il che non guasta. (Guido Festinese)

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ENRICO PIERANUNZI/FEDERICO CASAGRANDE - Double Circle

Raramente in questi anni Enrico Pieranunzi ha sbagliato un colpo, sia sui palchi, sia quando si è trattato di lasciare testimonianze discografiche. E' una figura tanto schiva nella vita quanto intensa, quando si tratta di aprire lo scrigno delle emozioni sugli ottantotto tasti. A volte, però, Pieranunzi centra il capo d'opera, quei dischi che ascoltati dall'inizio alla fine hai voglia di rimettere all'infinito, a caccia del segreto di tanta grazia. E' il caso di questo Double Circle, dove il pianoforte di Pieranunzi cerca (e trova sempre) la sponda della poesia nella chitarra di Federico Casagrande. E' musica assai leggera, aerea, ma gonfia di un oceano di intuizioni melodiche dispiegate in gentilissimi arabeschi. Come nello choro brasiliano, o in certa nobile new acustic music che fu. Quando si arriva all'omaggio finale, Charlie Haden, per un compagno d’avventura di Pieranunzi di tanti lavori in comune, si resta ammutoliti e grati di tanta bellezza. (Guido Festinese)

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VIJAY IYER - Break Stuff

Che i musicisti eccellenti emergano solo grazie alle proprie energie creative, e non perché il mercato è alla ricerca dell'ennesimo clone rassicurante è già importante. Se poi all'eccellenza musicale (che è una misteriosa combinazione  di studio, istinto, capacità di cogliere lo “spirito del tempo” in cui si vive, lo Zeitgeist che ci scorre attorno) si combinano modestia e un'aria tutt'altro che spavaldamente arrogante, bisogna tenere quei musicisti nel piccolo scrigno della felicità. Cui fare ricorso ogni volta che sembra che nulla stia succedendo. Vijay Iyer è quel tipo di musicista. Vi sarà capitato di chiedere a qualcuno dall'aria bonaria se ha in caso qualche libro interessante. E quel qualcuno può avervi risposto, “Sì, qualcosa”. Salvo poi scoprire che ci sono cinquemila libri, che li ha letti tutti, e che  è andato pure oltre. Iyer é uno così: in Break Stuff, dove lavora come titol programmatico su quelle pause e momenti affilati di silenzio che rendono palpitante la musica ha messo dentro  cinquemila ascolti diversi. C'è la pulsazione “funk” come la intende Nick Bartch e il martellante ricamo fiorito di note di Mc Coy Tyner. C'è il corrusco indagare di Monk e di Waldron e la raggiane fibrillazione di gioia della tastiera di Abdullah. La sapienza armonica di Paul Bley e l’incanto sospeso di certo John Taylor. Alla fine, c'è solo Vijay Iyer. Che con due altri grandi come Stephan Crump  al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria ha costruito un nuovo capo d'opera per trio jazz. (Guido Festinese)

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