Jazz

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SINIKKA LANGELAND - The Half-Finished Heaven

Paesaggi sonori estremi, di raggelata intensità, vibratili e immoti al tempo stesso. Non è certo la suggestione del “grande Nord” quella che manca a The Half-Finished Heaven, nuovo disco per la vocalist norvegese Sinikka Langeland. Che purtroppo potrebbe usare di più la sua voce di fiamma e di ghiaccio, appoggiata al tintinnio di una cetra kantele, praticamente la strumento cardine del folk della vicina Finlandia, e invece preferisce concedere spazio e minuti a lunghi passaggi strumentali. Langeland ha optato per una formazione timbricamente tanto inusuale quanto efficace, all'ascolto: oltre a corde e voce c'è il sassofono tenore quasi “etnico” di Trygve Seim, già autore di eccellenti dischi a proprio nome nel solco garbarekiano, la viola quasi dolorosa di Lars Anders Tomter, tocchi di percussione di Markku Ounaskari. Un gran disco, certamente non adatto a chi si aspetta sorridenti cascatelle di note e inviti alla danza. (Guido Festinese)

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MASSIMO URBANI QUARTET - Live In Chieti '79

Forse non sarà stato “An Italian Massey Hall”, come recita il sottotitolo di questo nastro perduto, e ora sapientemente riproposto, dopo opportuno restauro, su cd: anche perché fa un po' sorridere, vedere accostato il locale canadese alla località abruzzese, e sia detto senza ombra di supponenza. Però qui avete un'altra (l'ennesima) testimonianza di perché Massimo Urbani sia stato il più grande talento espresso dall'intera storia del jazz italiano. Quella sera il contraltista geniale e dalla vita pericolosa, percorsa tutta col piede sull'acceleratore dell'autodistruzione aveva accanto Attilio Zanchi, memorabile signore del timing, il compianto  Giampiero Prima alla batteria, ed un immenso Franco D'Andrea che ancora  stata reimpostando la propria carriera in varie formazioni, dopo la fine dell'esaltante avventura jazz rock del Perigeo. Urbani suona da par suo: con quella foga febbrile che ogni volta faceva sembrare il suo concerto come l'ultimo possibile. Però chi ama D'Andrea troverà qui una stupefacente esibizione ( diciannove minuti di fila!) al piano solo di No Idea Of Time, un autentico, coltissimo viaggio nell'intera storia del pianoforte jazz, dallo stride e dal ragtime alle avanguardie. (Guido Festinese)

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MATHIAS EICK - Midwest

Midwest: spazi della “grande America” che si connotano immediatamente, nell'immaginazione, per un senso di malinconica immensità, da attraversare con tutto lo stupore che ancora resta in un mondo abituato a bruciare emozioni e sentimenti. Questo aveva in mente il trombettista norvegese Mathias Eick quando è andato a ritrovare le tracce dei suoi antenati migranti in Dakota, dove ancora si conservano misteriosi scampoli delle culture musicali folkloriche del grande Nord europeo. Il risultato è in questo palpitante, un po' struggente lavoro, in cui il jazz incontra le ampie campiture della tradizione, senza mai farne calco calligrafico. Il timbro pastoso e pieno della tromba di Eick sposa con naturalezza le armoniche del violino “folk” di Gjermund Larsen, gli arpeggi perfetti del pianoforte stellare di Jon Balke punteggia il tutto con sensibile precisione. Un gran bel viaggio, insomma. (Guido Festinese)

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CLAUDIO LODATI - Animal Spirit

Un disco “estremo”, per chitarra elettrica, che estremo non è , almeno: non nel senso che sia inascoltabile ai più. Basta tenere a mente che, se la buonanima di Jimi Hendrix fosse riuscito a campare qualche primavera in più, oltre ad avvicinarsi al jazz di Miles davis, com'è ben noto, e come non riuscì a fare per un pelo, probabilmente avrebbe anche cercato ulteriori traguardi timbrici di suono-rumore come quelli che persegue Claudio Lodati. Che è tutt'altro che un novellino, avendo militato nel leggendario Art Studio, formazione d'eccellenza del jazz di ricerca italiano più vicino ad autentiche diramazioni “progressive”, ed avendo all'attivo decine di dischi. Mettiamola in questa maniera, allora: se Bill Frisell non avesse preso (belle) derive cameristico – cooderiane, senz'altro avrebbe fatto un disco così. (Guido Festinese)

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MAX IONATA & DADO MORONI - Two For Stevie

Il pianoforte sontuoso e “petersoniano” di Dado Moroni, per fortuna qualche volta attento anche alle avventure, oltre allo scintillio di un tocco da maestro, il sassofono di Max Ionata, fluente e maturo come deve essere un fiatista che cerchi l'incastro con gli ottantotto tasti manovrati dal timoniere di tastiere genovese. Assieme, ancora una volta, per un progetto che mancava, in fondo: cercare e trovare una chiave jazzistica compiuta per rendere in puro suono jazz lo sterminato canzoniere di Steveie Wonder. Sono musiche della stessa famiglia, il rhtyhm and blues venato di soul, rock e blues del tastierista cieco, e il jazz, spesso sfiorato come idea di creatività: eccolo qui il segreto di un disco riuscito, e, cosa che a molti farà piacere, considerando (a torto!) il jazz una musica poco più che penitenziale, assai sorridente. (Guido Festinese)

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LUCA AQUINO - OverDOORS

Il trombettista di Benevento Luca Aquino è uno  dei musicisti italiani che, negli ultimi anni, maggiormente è riuscito a conquistarsi occasioni di visibilità con progetti tanto vari quanto riusciti: dal solo alle comparsate in band di livello internazionale, ad esempio quella di Manu Katché. Questo disco l’ha meditato per anni, ben consapevole che oggi è moda e tormentone, quella dei “progetti” nel jazz. In realtà qui si tratta, dice lui, di pura storia d’amore: quella di ragazzi che, un po’ di anni fa, attraversavano le “porte della percezione” con la voce sciamanica di Jim Morrison e l’organo psichedelico di Ray Manzarek. Dunque ecco una chiave di lettura che non è né mero citazionismo, né stravolgimento totale: una via di mezzo in cui si cercano e trovano groove insospettabili (vedi il trattamento di Riders On The Storm) o non ci si fa scrupolo di usare voci, con tutto il rischio che comporta misurarsi con il Re Lucertola: quelle di Rodolphe Burger, Petra Magoni, Carolina Bubbico. Eccellente, al solito tromba e elettronica “povera” del titolare. (Guido Festinese)

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