Jazz

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PHIL WOODS & VIC JURIS - Songs One

Avete presente quelle conversazioni fra vecchi amici che si fanno più per il gusto di assaporare, ancora una volta, la prevedibile evoluzione di certi discorsi, approfondendo qualche particolare, che per avere sorprese o novità sconvolgenti? E’ quanto accade in questo bel disco, da assaporare in situazione quasi da pubblicità: poltrona, bicchiere di vino buono, se bevete,  tabacco aromatico, se fumate. Se non fate nulla di tutto questo, peggio per voi. Vivrete un giorno di più, e quel giorno pioverà, come diceva Woody Allen. E’ stata l’etichetta discografica di Paolo Piangiarelli a dare la possibilità di fissare su cd questo incontro tra Phil Woods e Vic Juris. C’è più o meno una generazione di distanza tra i due: Woods è un signore più che ottantenne, Juris è sopra i sessanta. Il contralto di Woods non ha più la pirotecnica, parkeriana capacità di aggredire le note, ma rimane a tutt’oggi un esempio di eleganza cristallina nella costruzione del fraseggio, e un quid di deliziosamente asprigno s’è insinuato nel suono. Juris è un chitarrista non virtuoso, ma perfetto come costruttore di accoglienti trame armoniche, e occasionali interazioni solistiche. Repertorio assai nostalgico, nella scelta dei temi, ma anche elegante. (Guido Festinese)

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RUDRESH MAHANTHAPPA - Bird Calls

Non è più una giovane promessa, il contraltista indoamericano Rudresh Mahanthappa, ma una solida realtà di quel jazz del terzo millennio definitivamente approdato a sintesi (nei fatti, non nelle teorie) di mondi musicali che erano già implicite al proprio apparire, agli inizi del Novecento. La globalizzazione ha solo accelerato i processi, non ha fatto da innesco. Bird Calls gioca sull'ambiguità del titolo con grazia: può voler dire sia “richiami per uccelli” che “Bird -nel senso di Charles Parker- ci sta chiamando”. Valgono tutte e due, forse: l'estetica di Rudresh implica il bebop di Bird e la sua vertigine danzante sulle chiavi del sax, ma lo trascende in una festoso, implacabile scintillio “armolodico” e ornettiano che sembra mettere in conto, più che i dischi sacri delle avanguardie jazz, la tavolozza cromatica delle bande di fiati del Rajasthan. Adam O'Farrill alla tromba si adegua con virtuosistica ironia, la ritmica accetta e rilancia il tour de force. (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT - Creation (Live)

È la prima volta che il settantenne pianista di Allentown riunisce in un disco di piano solo (il sedicesimo titolo, contando come singoli, doppi, tripli e cofanetti) brani che provengono da diversi concerti. I titoli, numerati da uno a nove, appaiono però come parti di un'unica composizione, come se le esibizioni di Toronto, Tokyo, Parigi e Roma, tutte del 2014, fossero legate da una sotterranea relazione che Jarrett rivela nella sua totalità solo ai fruitori del cd. All'ascolto i settantatré improvvisati minuti di Creation, alternano momenti più appassionati (la parte IV, vagamente spagnoleggiante, la IX, romantica e sentimentale) ad altri più riflessivi, al confine con la monotonia. Non è certo il disco con cui avvicinarsi all'originale concezione pianistica di Jarrett; ma per i suoi fedeli sostenitori la confortante riprova di un maestro ancora capace di emozionare. (Danilo Di Termini)

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SERTANGO - El Barrio

Sertango è un ensemble calabrese affascinato dal tango e, in particolare,  dalla sua commistione con il jazz, come rivela la composizione del gruppo: bandoneon e fisarmonica, chitarra, batteria, pianoforte e organo  Hammond; è forse quest’ultimo a caratterizzare maggiormente la proposta musicale, occupando occasionalmente anche le frequenze gravi vista la mancanza di un contrabbassista o di un bassista elettrico. Gli otto brani, molto gradevoli anche per chi sussulta alla parola ‘Tango!’ sono equamente divisi tra quattro composizioni originali, fresche e disincantate, e quattro cover. Queste sono tre brani di Astor Piazzolla, con una versione forse un po’ affrettata di Libertango,il Preludio Para La Cruz del Sur e, migliore della selezione, Oblivion. Il quarto brano non poteva che essere di Carlos Gardel, e la sua Por Una Cabeza è certamente il caposaldo di El Barrio, disco consigliabile senza riserve agli appassionati del genere. (Fausto Meirana)

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SINIKKA LANGELAND - The Half-Finished Heaven

Paesaggi sonori estremi, di raggelata intensità, vibratili e immoti al tempo stesso. Non è certo la suggestione del “grande Nord” quella che manca a The Half-Finished Heaven, nuovo disco per la vocalist norvegese Sinikka Langeland. Che purtroppo potrebbe usare di più la sua voce di fiamma e di ghiaccio, appoggiata al tintinnio di una cetra kantele, praticamente la strumento cardine del folk della vicina Finlandia, e invece preferisce concedere spazio e minuti a lunghi passaggi strumentali. Langeland ha optato per una formazione timbricamente tanto inusuale quanto efficace, all'ascolto: oltre a corde e voce c'è il sassofono tenore quasi “etnico” di Trygve Seim, già autore di eccellenti dischi a proprio nome nel solco garbarekiano, la viola quasi dolorosa di Lars Anders Tomter, tocchi di percussione di Markku Ounaskari. Un gran disco, certamente non adatto a chi si aspetta sorridenti cascatelle di note e inviti alla danza. (Guido Festinese)

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MASSIMO URBANI QUARTET - Live In Chieti '79

Forse non sarà stato “An Italian Massey Hall”, come recita il sottotitolo di questo nastro perduto, e ora sapientemente riproposto, dopo opportuno restauro, su cd: anche perché fa un po' sorridere, vedere accostato il locale canadese alla località abruzzese, e sia detto senza ombra di supponenza. Però qui avete un'altra (l'ennesima) testimonianza di perché Massimo Urbani sia stato il più grande talento espresso dall'intera storia del jazz italiano. Quella sera il contraltista geniale e dalla vita pericolosa, percorsa tutta col piede sull'acceleratore dell'autodistruzione aveva accanto Attilio Zanchi, memorabile signore del timing, il compianto  Giampiero Prima alla batteria, ed un immenso Franco D'Andrea che ancora  stata reimpostando la propria carriera in varie formazioni, dopo la fine dell'esaltante avventura jazz rock del Perigeo. Urbani suona da par suo: con quella foga febbrile che ogni volta faceva sembrare il suo concerto come l'ultimo possibile. Però chi ama D'Andrea troverà qui una stupefacente esibizione ( diciannove minuti di fila!) al piano solo di No Idea Of Time, un autentico, coltissimo viaggio nell'intera storia del pianoforte jazz, dallo stride e dal ragtime alle avanguardie. (Guido Festinese)

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