Jazz

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BEN MONDER - Amorphae

La non compattissima schiera dei chitarristi che osano l'inosabile, intendendo con l'aggettivo non certo i mitragliatori di note, ma coloro che usano la sei corde per costruire vertiginosi paesaggi sonori spesso inauditi comprendeva ad oggi gente come Frisell, certo Abercrombie, David Torn, Tibbetts, Aarset. Tutti più o meno confluiti a casa Ecm, che di paesaggi sonori udibili e inauditi se ne intende, e ne ha anzi fatto un marchio di fabbrica. Adesso converrà aggiungerci anche il grande Ben Monder, che con Amorphae sigla il suo primo titolo Ecm. Alla batteria trovate una delle estreme prove del compianto Paul Motian, tutto fruscii e misteriose risonanze metalliche: il più onirico batterista della storia, e a volte anche l'altrettanto grande sostituto Andrew Cyrille. Ai sintetizzatori Pete Rende, che fonde mirabilmente le sue timbriche estreme e maestose con quelle del chitarrista, tant'è che a volte è difficile distinguere la sei corde dall'elettronica pura. Chi ama il Frisell più inquieto e metafisico, il Torn degli sbalorditivi abissi sonori, ed anche certe riuscite pagine “ambient” di Robert Fripp sappia che qui troverà uno dei dischi di riferimento del genere per i prossimi anni. (Guido Festinese)

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RUDD/SAFT/DUNN/PANDI - Strenght & Power

Strenght & Power: forza ed energia. Esattamente il contrario di quanto vi aspettereste da un ottantenne. Va bene che la geriatria fa miracoli, va bene che si vive in un mondo dove chi ha già vissuto sedici lustri si considera più o meno un pivello, ma certi titoli andrebbero maneggiati con cautela. Se però vi chiamate Roswell Rudd, professione trombonista jazz al vetriolo, una carriera che mette in conto il Dixieland e assieme la militanza dura e pura accanto a gente affilata come Archie Shepp va a finire che vi dovrete ricredere. E mettervi ad ascoltare un disco come questo, un uragano di suono concepito in tote improvvisazione da Rudd nel suo studio vicino a Woodstock con gente che ha mezzo secolo meno di lui, e lo segue pure con un certo attonito arrancare. Suono palpitante, teso, luminoso e terroso al contempo, campiture ampie, un trionfo dell'intelligenza musicale creativa che non mostra segni di usura. (Guido Festinese)

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ARUAN ORTIZ TRIO - Hidden Voices

Da diversi anni il pianista cubano Ortiz è andato ad  aggiungere il proprio tocco possente ritmicamente e melodicamente scarno alla folta schiera di energie caraibiche con base negli States. Rispetto a Omar Sosa, che più o meno prende le mosse dagli stessi presupposti (conoscenza enciclopedica del jazz e delle note classiche, amore per le proprie radici afrocubane), Ortiz predilige una diteggiatura più vicina alle avanguardie afroamericane: ben evidente qui nelle due uniche cover presentate, rispettivamente da Ornette Coleman e Thelonious Monk (la poco frequentata Skippy). E' un disco di enorme fascino, questo delle “voci nascoste” del titolo, ricercate e recuperate: con il supporto pressoché perfetto di due giganti come Eric Revis al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria, ed il gioiellino finale Uno, dos y tres, que paso más chévere, direttamente attinto dal patrimonio folklorico cubano. (Guido Festinese)

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AVISHAI COHEN - Into The Silence

C’è un breve video sul web che accompagna l’uscita di questo primo disco per ECM del trombettista nativo di Tel Aviv (nessuna parentela con l’omonimo contrabbassista, ma due fratelli sassofonisti, la sorella Anat e il fratello Yuval). Lo vediamo a casa mentre sceglie da una collezione di vinili un disco che, con un po’ di pazienza, si scopre essere lo storico album della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. In quella formazione il trombettista era Don Cherry: evidente dichiarazione d’intenti, peraltro confermata dalle opere precedenti di Cohen, in particolare i due album con il trio Triveni di cui ritroviamo il batterista Nasheet Waits (con cui il dialogo richiama quello dello storico cornettista con il sodale Billy HIggins). Ma qui siamo in terra germanica, alla corte di Manfred Eicher e il quintetto (completato da Yonathan Avishai al piano, Eric Revis al contrabbasso e Bill McHenry al tenore) si adagia su un jazz decisamente più impressionistico che di certo non dispiacerà ai cultori dell’etichetta. Ma forse un po’ di energia in più a tratti non avrebbe guastato. (Danilo Di Termini)

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Bella e curiosa la musica proposta dai Note Noire, quartetto con base a Firenze, e cuore ed intelligenza nelle note senza passaporto: dal centro Europa a Cuba, passando per la musica classica (Ottorino Respighi!), ed il fumo denso che si respirava nei bar dove risuonava il blues greco, il rebetiko. Ufficialmente (o ufficiosamente?) loro sarebbero un gruppo manouche, dunque di gypsy jazz sulla scia di Django Reinhardt, in verità l'asticella è posta più in alto, e forse anche più a lato: perché il violino cubano di Ruben Chaviano aggiunge spezie volteggianti di charanga, e l'intento filologico è proprio l'ultimo dei pensieri. Com'era anche per Reinhardt, peraltro: ma troppi epigoni l'hanno dimenticato, e creano copie conformi. Loro no. Con passione e voglia di spiazzare. (Guido Festinese)

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Correva l'anno 1991 quando Marcus Roberts, decano dei pianisti che cercano solidità mainstream nel jazz, e ribadiscono più o meno all'infinito la lezione di Thelonious Monk scoprì il talentuoso trombettista Marcus Printiup. E' passato un quarto di secolo, e forse il titolo del disco non è del tutto azzeccato. A meno che non si intenda, ed è lecito farlo, che certe musiche ben suonate, e soprattutto affrontate con veemenza e rispetto assieme sono eternamente giovani: come il filante, poderoso hard bop dei Jazz Messengers di Art Blakey e dei gruppi di Clifford Brown che sono qui modelli calcati con acribia quasi filologica. Magnifico il fraseggio caldo, pastoso e spesso imprevedibile del leader. Sulle orme di Lee Morgan, diremmo. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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