Jazz

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ENRICO PIERANUNZI/FEDERICO CASAGRANDE - Double Circle

Raramente in questi anni Enrico Pieranunzi ha sbagliato un colpo, sia sui palchi, sia quando si è trattato di lasciare testimonianze discografiche. E' una figura tanto schiva nella vita quanto intensa, quando si tratta di aprire lo scrigno delle emozioni sugli ottantotto tasti. A volte, però, Pieranunzi centra il capo d'opera, quei dischi che ascoltati dall'inizio alla fine hai voglia di rimettere all'infinito, a caccia del segreto di tanta grazia. E' il caso di questo Double Circle, dove il pianoforte di Pieranunzi cerca (e trova sempre) la sponda della poesia nella chitarra di Federico Casagrande. E' musica assai leggera, aerea, ma gonfia di un oceano di intuizioni melodiche dispiegate in gentilissimi arabeschi. Come nello choro brasiliano, o in certa nobile new acustic music che fu. Quando si arriva all'omaggio finale, Charlie Haden, per un compagno d’avventura di Pieranunzi di tanti lavori in comune, si resta ammutoliti e grati di tanta bellezza. (Guido Festinese)

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VIJAY IYER - Break Stuff

Che i musicisti eccellenti emergano solo grazie alle proprie energie creative, e non perché il mercato è alla ricerca dell'ennesimo clone rassicurante è già importante. Se poi all'eccellenza musicale (che è una misteriosa combinazione  di studio, istinto, capacità di cogliere lo “spirito del tempo” in cui si vive, lo Zeitgeist che ci scorre attorno) si combinano modestia e un'aria tutt'altro che spavaldamente arrogante, bisogna tenere quei musicisti nel piccolo scrigno della felicità. Cui fare ricorso ogni volta che sembra che nulla stia succedendo. Vijay Iyer è quel tipo di musicista. Vi sarà capitato di chiedere a qualcuno dall'aria bonaria se ha in caso qualche libro interessante. E quel qualcuno può avervi risposto, “Sì, qualcosa”. Salvo poi scoprire che ci sono cinquemila libri, che li ha letti tutti, e che  è andato pure oltre. Iyer é uno così: in Break Stuff, dove lavora come titol programmatico su quelle pause e momenti affilati di silenzio che rendono palpitante la musica ha messo dentro  cinquemila ascolti diversi. C'è la pulsazione “funk” come la intende Nick Bartch e il martellante ricamo fiorito di note di Mc Coy Tyner. C'è il corrusco indagare di Monk e di Waldron e la raggiane fibrillazione di gioia della tastiera di Abdullah. La sapienza armonica di Paul Bley e l’incanto sospeso di certo John Taylor. Alla fine, c'è solo Vijay Iyer. Che con due altri grandi come Stephan Crump  al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria ha costruito un nuovo capo d'opera per trio jazz. (Guido Festinese)

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HENRY BUTLER & STEVEN BERNSTEIN - Viper's Drag

Che ci fanno assieme un pianista cieco di New Orleans come Henry Butler, capace di prendere letteralmente d'assalto la tastiera con quintali di note sapide e grassocce, del tutto degne della “tradizione” della città che fece da culla – precaria - per il jazz, e un trombettista come Steven Bernstein, raffinato uomo delle avanguardie newyorchesi ed oltre, per intendersi colui che ha dato vita assieme al nostro Paolo Fresu a Brass Bang!, avventura scavalca generi? Risposta semplice e difficilissima assieme. Partiamo dal difficile: qui si getta un ponte diretto, pieno di humor e intelligenza tra il portato storico delle musiche di Jelly Roll Morton, Fats Waller ed altri (gente che suonava più o meno al tempo della crisi del '29 dell'altro secolo)  e un oggi sfuggente e labirintico, quello del jazz che guarda da tutte le parti. Veniamo alla risposta semplice: preso atto che, come disse una volta Lester Bowie al reazionario Wynton Marsalis, “l'essenza della tradizione del jazz è l'invenzione”, tutti i conti tornano, se si affronta la “tradizione” così. (Guido Festinese)

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DANIELE CORDISCO - This Could Be The Start

Ci sono dischi di jazz italiano (continente iperinflazionato da una produzione debordante) che fanno la differenza. Bella novità, si dirà. E' normale che sia così. Capita sempre prima o poi uno che se ne esce con un guizzo inaspettato, un colpo d'ali, una scatto improvviso che allunga  la distanza. Più raro che a far la differenza sia qualcuno che proprio non conta né nulla novità, né sulla originalità del progetto: conta solo sulle proprie doti di strumentista, sul saper suonare bene. Daniele Cordisco è un chitarrista che s'è aggiudicato il Premio internazionale Massimo Urbani del 2013, giuria presieduta da Fabrizio  Bosso,ospite peraltro della seduta. Daniele suona con l’intensità e la foga swingante di Wes Montgomery, e lo fa con un’evidente, aggraziata soddisfazione. Scrive bene, e frequenta con cognizione atmosfere anni Sessanta. Un limite? Qui no. (Guido Festinese)

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JACK DEJOHNETTE - Made In Chicago

Chi ha seguito le vicende della storia del jazz moderno sa che, nella Chicago degli anni Sessanta, accanto al blues elettrico e duro che avrebbe fatto da modello agli Stones c'era anche un gran fermento creativo nel jazz, per la seconda volta nella storia dopo la grande “migrazione” di musicisti da New Orleans degli anni Venti. A volte le cose coincidevano: ecco allora che musicisti abitualmente considerati delle “avanguardie” suonavano poi nelle sezioni fiati dei grandi del blues e del rhythm and blues. Jack DeJohnette dunque con motivato orgoglio storico intitola semplicemente “Made In Chicago” questa folgorante incisione dal vivo al Festival della Windy Town che riunisce calibri potenti di quel jazz lucido, avventuroso, a volte spietato, a volte commovente.

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CHARLES LLOYD - Manhattan Stories

Nell'ultimo ventennio c'è stata un progressiva intensificazione e rivalutazione dell'opera, del suono, dell'estetica di Charles Lloyd prima considerato solo un degno comprimario di giganti quali Coltrane o Rollins, o, al più, il mentore eccellente di talenti che poi avrebbero preso il volo: uno per tutti, Keith Jarrett. Il recupero del quasi ottantenne maestro è un atto dovuto, perché il sassofonista di Memphis cresciuto artisticamente nella California libertaria degli anni Sessanta e Settanta (molto lo amavano, allora, anche i rockers delle grandi band) lo merita tutto, l'aspetto da vecchio guru un po’ misterioso e il suono progressivamente sempre più rarefatto dell'oggi non devono però farci trascurare lo Lloyd che fu. Ecco allora che, assai opportunamente, saltano fuori queste superbe incisioni del '65, allo Slugs Saloon dove incisero anche Sun Ra e Albert Ayler, e alla Judson Hall di New York. L'atmosfera è al contempo febbrile e rilassata, i brani prendono campiture temporali estese, senza fretta. Ed il sax di Charles Lloyd duetta con la prodigiosa chitarra di Gabor Szabo regalando momenti preziosi per tutti quelli che hanno a cuore la buona musica. (Guido Festinese)

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