Jazz

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
CHARLES LLOYD - Manhattan Stories

Nell'ultimo ventennio c'è stata un progressiva intensificazione e rivalutazione dell'opera, del suono, dell'estetica di Charles Lloyd prima considerato solo un degno comprimario di giganti quali Coltrane o Rollins, o, al più, il mentore eccellente di talenti che poi avrebbero preso il volo: uno per tutti, Keith Jarrett. Il recupero del quasi ottantenne maestro è un atto dovuto, perché il sassofonista di Memphis cresciuto artisticamente nella California libertaria degli anni Sessanta e Settanta (molto lo amavano, allora, anche i rockers delle grandi band) lo merita tutto, l'aspetto da vecchio guru un po’ misterioso e il suono progressivamente sempre più rarefatto dell'oggi non devono però farci trascurare lo Lloyd che fu. Ecco allora che, assai opportunamente, saltano fuori queste superbe incisioni del '65, allo Slugs Saloon dove incisero anche Sun Ra e Albert Ayler, e alla Judson Hall di New York. L'atmosfera è al contempo febbrile e rilassata, i brani prendono campiture temporali estese, senza fretta. Ed il sax di Charles Lloyd duetta con la prodigiosa chitarra di Gabor Szabo regalando momenti preziosi per tutti quelli che hanno a cuore la buona musica. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
ANOUAR BRAHEM - Souvenance

Il suonatore di oud (liuto arabo) Anouar Brahem è stato, nell'ultimo quindicennio, uno degli uomini d'oro che hanno fatto incontrare raffinate, coltissime note di “tradizione” dal bacino del Mediterraneo con il jazz, sul terreno comune dell'improvvisazione inchiavardata su griglie modali. Se i dischi precedenti affascinavano, ma potevano anche risultare adatti solo ad orecchie molto allenate a cogliere la bellezza tintinnante del “legno” (questo significa oud), questo doppio cd invece potrebbe risultare prezioso anche per chi poco apprezza il cosiddetto “etnojazz”. Qui, in questa palpitante opera andata in  prima l'estate scorsa al Festival di Cartagine in Tunisia, Brahem ha attorno un trio eccellente con François Couturier al piano, Klaus Gesing al clarinetto basso, Biörn Meyer al basso. Il fondale d'archi è provvisto dalla strepitosa Orchestra della Svizzera italiana diretta da Pietro Mianiti. Struggente malinconia, pacata drammaticità, fondali corruschi alternati a radiose aperture le caratteristiche di Souvenance: con un richiamo diretto al ricordo delle “Primavere arabe” tradite. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
ARTISTI VARI - Jazz In Friuli Venezia Giulia Vol. 1

Non è una novità che il jazz, inteso nel suo significato stilistico più ampio, sia molto apprezzato, molto amato e molto suonato nelle nostre terre di confine. A Ovest come a Est. Merito forse di un salutare confronto con le altre realtà europee, sangue misto ben più ricco che la supposta “purezza” di questo o quel genere. Questa raccolta, realizzata dal Circolo culturale Controtempo, da San Vito Jazz e Associazione Culturale Euritmica è edita dalla prestigiosa etichetta del jazz in Friuli, Artesuono, ed è stata realizzata dal critico e saggista Flavio Massarutto, ancora una volta in coppia con il fotografo Luca D'Agostino, che illustra i “luoghi del jazz” in Friuli. Dodici brani (due inediti) con gente come Daniele D'agaro, Francesco Bearzatti, Glauco Venier, Caludio Cojaniz, Giovanni Maier e via citando: un'accademia dell'eccellenza di confine. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
KEITH JARRETT - Hamburg '72

Un paio d’anni fa sbucò fuori Sleeper, magnifica testimonianza di un concerto a Tokyo del Quartetto di Jarrett, anno di grazia 1979. Due anni riempiti poi dalla consueta pletora di nuovi dischi belli, perfetti , e francamente inutili di Jarrett, che da almeno un quindicennio sembra il prigioniero di se stesso. E tutta la luce musicale che arriva sembra quella di una stella spenta: la vediamo ora, brillava un tempo. Poi saltano fuori concerti dirompenti come questo incredibile set ad Amburgo del 1972, quando dunque il bizzoso genio della tastiera aveva ventisette anni, e aumentano i rimpianti per il compassato e perfetto signore d’oggi.  Sul palco ci sono  due titani come Charlie Haden e Paul Motian, tutti e due purtroppo scomparsi. Il pianista della Pennsylvania usa anche flauto, percussioni, e un sax soprano maneggiato usato con un tale magnifico azzardo timbrico da sembrare la ricapitolazione delle ricerche di quegli anni ruggenti e creativi. Si chiude con Song For Che: da lacrime. (Guido Festinese)

 

 

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
RICCARDO BARBERA - Aymara

Ecco un (altro) disco che fa onore a Genova, ed alla nutrita schiera di eccellenze musicali che solo di rado riescono a farsi notare in Italia nei numeri impressionanti, se rapportati alla (scarsa) popolazione. Aymara è il primo lavoro solistico di Riccardo Barbera, notevole contrabbassista che limitare al pur vasto mare del jazz sarebbe veramente eccessivo. Piuttosto, se siete fra quelli che ancora oggi rimpiangono la mancanza di un gruppo come gli Avarta, protagonisti della più matura world  music mediterranea concepita all'ombra della Lanterna qui ne avrete, almeno in parte, degno seguito. Perché Barbera ha riunito Marco Fadda con le sue percussioni affollettate e i fiati di Edomndo Romano, il violino di Roberto Izzo, la chitarra a dodici corde di Luca Falomi, quella elettrica a sei di un Tindiglia meno timido del solito nell'aprire il suono, il pianoforte di Fabio Vernizzi ed altri grandi. E l'atmosfera di sostanziosa magia etnojazz, alla Oregon, per intendersi, comincia con la prima traccia, Bollezzume, peraltro colonna sonora per un lavoro di Michele Capozzi, ed arriva diritta a Simone, traccia conclusiva. Un gran bel disco, insomma. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
ROBIN WILLIAMSON - Trusting In The Rising Light

Ascoltare Robin Williamson (tra i fondatori diverse decadi fa della leggendaria Incredible String Band), la sua arpa celtica (non tanto celestiale, quanto sprofondata nella materia densa di un atavico raccontare), il suo violino norvegese a otto corde (l'hardangerfiddle), la sua voce druidica, "ineducata", sbilenca e un po' allucinata (si ascolti solo che la title track "Trusting In The Rising Light"), significa davvero immergersi nelle profondità bardiche dell'antica grande regione britannica (si senta in questo senso l'ancestrale "Our Evening Walk"), nelle sue diverse epoche storiche, visibili quasi in prospettiva come in uno spettro luminoso, oppure mescolate tutte assieme più o meno confusamente. E questo a prescindere dall'intelligente, fluente e contemporanea commistione di linguaggi e culture musicali, cha da sempre caratterizza il suo acustico e sperimentale mondo sonoro. Ogni volta sembra davvero di tornare, esagerando un po' (perché in realtà la musica di Williamson è più rivolta all'indicare strade per il raggiungimento di un equilibrio e una pace interiore all'insegna di una sorta di naturalismo panteistico, piuttosto che essere l'ideale colonna sonora di epocali scontri militari), ai tempi delle campagne di Cesare, alle successive invasioni anglo sassoni, alle fiere ballate germaniche, alle scorribande vichinghe, allo scontro titanico con i Normanni (i vichinghi stanziatisi in Normandia, prima di passare la manica), oppure (e forse meglio) alle figure mitiche del cantastorie, dell'aedo o del citaredo, dell'attore tragico o burlesco, così presenti e valorizzate nel teatro shakespeariano, rinascimentale (sì), ma nei fatti quanto medioevale e affondato nella classicità! Perché la Britannia (perdonate la breve e forse non così appropriata digressione storica, considerato anche il fatto che l'antica Caledonia, l'odierna Scozia così come la chiamavano i romani, da cui Williamson proviene, ha probabilmente conosciuto sviluppi storici differenti, per quanto similari), secondo quanto spiegano i medioevisti, era certo periferia dell'Impero Romano, ma in quanto tale, custode (per lo meno in certe sue enclave) paradossalmente ancora più severa della tradizione latina e più in generale mediterranea, e quindi fonte imprescindibile alla quale attingere quando un occidente letteralmente sperduto cercherà, per esempio in epoca carolingia, di recuperare una cultura inabissatasi nelle profondità delle maree storiche, a seguito delle "invasioni barbariche" (prima) e soprattutto a seguito della "chiusura" del Mediterraneo (poi), ad opera dell'avanzata islamica (ma, per carità, non ce l'abbiamo con la conquista araba, e stiamo facendo "storia" nel solito modo pressapochista). Con la musica di Williamson, insomma, il viaggio nel tempo è di certo assicurato (ovviamente per quel che possono essere le nostre suggestioni), e non solo così vividamente nel passato, ma anche nel futuro. Perché certe sue aperture sonore, distorte, disorientanti, fiabescamente lisergiche (anche), il suo sapiente, antico e al contempo postmoderno rimescolamento linguistico, sono tutti aspetti che conferiscono alla sua musica un carattere cosmico e iperspaziale, degno, per esempio, mutate le cose da mutare, del Tony Scott (alias Antonio Sciacca) più etnico, zen e visionario (si odano le recitate e al confine con l'atonalità, o svincolate per lo meno da un forte centro tonale "Just West Of Monmouth" e "The Islands Of The Inner Firth", oppure l'elegante e forse ancor più orientale "Falling Snow"). Ma chissà, poi, se Scott è l'esempio giusto, per parlare del sempiterno ed estatico sguardo in avanti di Williamson. In queste nuove meditazioni, nel vero senso della parola, su amore, destino, viaggio esistenziale, natura, e sul piacere di essere vivi o sopravvissuti (come recitano le brevi note di copertina), lo accompagnano le colte improvvisazioni alla viola di Mat Maneri (musicista di assoluto livello, a suo agio nei più svariati territori musicali), e le imprevedibili percussioni di Ches Smith, già collaboratore di Tim Berne. Perché, più musicologicamente parlando, Williamson si dimostra ancora una volta un musicista euroatlantico a tutti gli effetti (oppure del mondo), per quanto immerso nella cultura della propria terra, sospeso tra modalità, tonalità (si ascoltino "Roads" o "Your Kisses" - quasi la versione acustica della zeppeliniana "When The Levee Breaks" -, splendide ballate con le loro accoglienti successioni di accordi) e improvvisazione jazzistica, più o meno convenzionale o libera, oppure radicale (si presti attenzione alla nervosa e al contempo rassicurante batteria di "Night Comes Quick In LA" o alla viola stuffsmithiana in "These Hands Of Mine"). Sciamanico. (Marco Maiocco)

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
87
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
86
Valutazione Utenti
 
0 (0)
4.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
5.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
6.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
7.
Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
8.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)
9.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)
10.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)