Jazz

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FELICE CLEMENTE TRIO - 6.35 A.M.

A volte, nel jazz italiano, bisogna andare a caccia di paradossi, per avere belle soddisfazioni. Ad esempio rintracciare dischi avventurosi e riusciti che invece qualcuno collocherebbe nel solco rassicurante del mainstream, dove l'immediata evidenza sembrerebbe rimandare ad un epigonismo schietto, per quanto maturo, mentre l'ascolto ripetuto suggerisce spazi di indagine anche vertiginosi. Felice Clemente, splendido quarantenne del jazz della Penisola, come direbbe Moretti, ha acquisito una tecnica ed un controllo sui suoi strumenti (tenore e soprano, come Coltrane) quasi trascendentale. Guarda a Henderson, a Coltrane, appunto, a Rollins, a Shorter: ma lo fa con una saggezza che gli impedisce la mera citazione. E i profili melodici delle sue composizioni parlano di Mediterraneo, di Italia e Africa, più che di Nord America. Qui lo trovate accanto a due mostri sacri come Massimo Manzi alla batteria e Paolino Dalla Porta al basso: un tappeto volante ritmico in grado di assecondare con sapienza ogni secondo del volo sassofonistico di Clemente. (Guido Festinese)

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STAR HIP TROOPERS - Planet E

Ecco un progetto bello e innovativo destinato a gettar ponti tra le musiche creative della Penisola. E' il disco con cui la Parco della Musica romana inaugura la serie M.I.T., ovvero “Meet In Town”, dedicata agli incroci virtuosi tra elettronica ed altre note. Qui Mess Morize (che sarebbe poi il moniker del dj e produttore Maurizio Bilancioni) ha messo assieme, ri-costruito e de-costruito decine di session in studio, dove sono stati via via coinvolti Piero Delle Monache, Raffaele Casarano, Luca Aquino, Riccardo Gola, Claudio Filippini, e due calibri da novanta come Francesco Bearzatti e Mauro Ottolini. Tra echi di dub, glitch, flussi armoniosi interrotti da scheggiature acide, un “soundscape”, un paesaggio sonoro elettroacustico decisamente riuscito ed affascinante. Con qualche traccia di mistero, il che non guasta. (Guido Festinese)

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ENRICO PIERANUNZI/FEDERICO CASAGRANDE - Double Circle

Raramente in questi anni Enrico Pieranunzi ha sbagliato un colpo, sia sui palchi, sia quando si è trattato di lasciare testimonianze discografiche. E' una figura tanto schiva nella vita quanto intensa, quando si tratta di aprire lo scrigno delle emozioni sugli ottantotto tasti. A volte, però, Pieranunzi centra il capo d'opera, quei dischi che ascoltati dall'inizio alla fine hai voglia di rimettere all'infinito, a caccia del segreto di tanta grazia. E' il caso di questo Double Circle, dove il pianoforte di Pieranunzi cerca (e trova sempre) la sponda della poesia nella chitarra di Federico Casagrande. E' musica assai leggera, aerea, ma gonfia di un oceano di intuizioni melodiche dispiegate in gentilissimi arabeschi. Come nello choro brasiliano, o in certa nobile new acustic music che fu. Quando si arriva all'omaggio finale, Charlie Haden, per un compagno d’avventura di Pieranunzi di tanti lavori in comune, si resta ammutoliti e grati di tanta bellezza. (Guido Festinese)

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VIJAY IYER - Break Stuff

Che i musicisti eccellenti emergano solo grazie alle proprie energie creative, e non perché il mercato è alla ricerca dell'ennesimo clone rassicurante è già importante. Se poi all'eccellenza musicale (che è una misteriosa combinazione  di studio, istinto, capacità di cogliere lo “spirito del tempo” in cui si vive, lo Zeitgeist che ci scorre attorno) si combinano modestia e un'aria tutt'altro che spavaldamente arrogante, bisogna tenere quei musicisti nel piccolo scrigno della felicità. Cui fare ricorso ogni volta che sembra che nulla stia succedendo. Vijay Iyer è quel tipo di musicista. Vi sarà capitato di chiedere a qualcuno dall'aria bonaria se ha in caso qualche libro interessante. E quel qualcuno può avervi risposto, “Sì, qualcosa”. Salvo poi scoprire che ci sono cinquemila libri, che li ha letti tutti, e che  è andato pure oltre. Iyer é uno così: in Break Stuff, dove lavora come titol programmatico su quelle pause e momenti affilati di silenzio che rendono palpitante la musica ha messo dentro  cinquemila ascolti diversi. C'è la pulsazione “funk” come la intende Nick Bartch e il martellante ricamo fiorito di note di Mc Coy Tyner. C'è il corrusco indagare di Monk e di Waldron e la raggiane fibrillazione di gioia della tastiera di Abdullah. La sapienza armonica di Paul Bley e l’incanto sospeso di certo John Taylor. Alla fine, c'è solo Vijay Iyer. Che con due altri grandi come Stephan Crump  al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria ha costruito un nuovo capo d'opera per trio jazz. (Guido Festinese)

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HENRY BUTLER & STEVEN BERNSTEIN - Viper's Drag

Che ci fanno assieme un pianista cieco di New Orleans come Henry Butler, capace di prendere letteralmente d'assalto la tastiera con quintali di note sapide e grassocce, del tutto degne della “tradizione” della città che fece da culla – precaria - per il jazz, e un trombettista come Steven Bernstein, raffinato uomo delle avanguardie newyorchesi ed oltre, per intendersi colui che ha dato vita assieme al nostro Paolo Fresu a Brass Bang!, avventura scavalca generi? Risposta semplice e difficilissima assieme. Partiamo dal difficile: qui si getta un ponte diretto, pieno di humor e intelligenza tra il portato storico delle musiche di Jelly Roll Morton, Fats Waller ed altri (gente che suonava più o meno al tempo della crisi del '29 dell'altro secolo)  e un oggi sfuggente e labirintico, quello del jazz che guarda da tutte le parti. Veniamo alla risposta semplice: preso atto che, come disse una volta Lester Bowie al reazionario Wynton Marsalis, “l'essenza della tradizione del jazz è l'invenzione”, tutti i conti tornano, se si affronta la “tradizione” così. (Guido Festinese)

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DANIELE CORDISCO - This Could Be The Start

Ci sono dischi di jazz italiano (continente iperinflazionato da una produzione debordante) che fanno la differenza. Bella novità, si dirà. E' normale che sia così. Capita sempre prima o poi uno che se ne esce con un guizzo inaspettato, un colpo d'ali, una scatto improvviso che allunga  la distanza. Più raro che a far la differenza sia qualcuno che proprio non conta né nulla novità, né sulla originalità del progetto: conta solo sulle proprie doti di strumentista, sul saper suonare bene. Daniele Cordisco è un chitarrista che s'è aggiudicato il Premio internazionale Massimo Urbani del 2013, giuria presieduta da Fabrizio  Bosso,ospite peraltro della seduta. Daniele suona con l’intensità e la foga swingante di Wes Montgomery, e lo fa con un’evidente, aggraziata soddisfazione. Scrive bene, e frequenta con cognizione atmosfere anni Sessanta. Un limite? Qui no. (Guido Festinese)

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