Jazz

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CRISTINA ZAVALLONI - The Soul Factor

Sospesa tra musica contemporanea e avanguardia jazz Cristina Zavalloni spiazza ancora una volta e si immerge nei territori del Soul con un omaggio alla regina del genere, Aretha Franklin. Ad accompagnarla c’è Uri Caine (con cui ha collaborato spesso in passato) e, tra gli altri, Dave Gilmore alla chitarra e i fiati di Ralph Alessi e Chris Speed. In tutti e gli undici brani (di cui Caine ha scritto la musica e la Zavalloni i testi) e la cover di “A Natural Woman”, il groove è decisamente funky; se le doti vocali della cantante brillano anche in questo contesto, a tratti l’esigenza di perfezione finisce per togliere spontaneità a una musica fatta soprattutto di sentimenti. Così gli episodi migliori sono quelli più rilassati (“For You”), in cui l’anima della Zavalloni si trasforma, istintivamente, in soul. (Danilo Di Termini)

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DINO RUBINO - Kairòs

E' questa, la terza fatica discografica per Dino Rubino, trentaquattrenne talento speciale catanese del giovane mondo jazz italiano: speciale perché non è frequente ritrovare nello stesso musicista la medesima, potente poetica sia quando tocca i tasti d'avorio del pianoforte, sia quando si trova ad imbracciare una tromba. Tant'è che in questi giorni Rubino è ospite dell'Istituto italiano di cultura di Parigi per un mese di “residenza creativa” con concerti e masterclass. Kairòs esce per l'etichetta curata personalmente da Paolo Fresu, e si sente: non un cd è pubblicazione gratuita o di maniera, in questa serie. Qui Rubino è all'opera (al pianoforte, agli arrangiamenti ed alla composizione con un ottetto, e i brani si dipanano tra spinte funk irresistibili e melodie sognanti che hanno il dono di catturare al primo ascolto. Continueremo a sentirne parlare. (Guido Festinese)

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BOBBY HUTCHERSON - Enjoy The View

Se c’è un sassofonista sottovalutato nel mondo del jazz, questi è certamente David Sanborn. Ben venga allora questo disco del settantatreenne Hutcherson, uno dei protagonisti dell’evoluzione in senso contemporaneo del vibrafono, che per il suo ritorno alla Blue Note (con cui negli anni ’60 ha inciso alcuni capolavori assoluti) ha riunito un quartetto completato dall’organo di Joey De Francesco (davisianamente alla tromba in “Hey Harold”) e dalla batteria del bravissimo Billy Hart. Con la produzione di Don Was, il nuovo plenipotenziario dell’etichetta (noto più ai rockettari per le sue innumerevoli produzioni), i quaranta canonici minuti scorrono felicemente luminosi. Con ancora una citazione per l’alto di Sanborn capace di evocare Bobby Timmons e Monk nello stesso assolo in “Don Is”. Sfolgorante. (Danilo Di Termini)

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ANTONIO MARANGOLO TERZETTO - Come Prima

Scrittore, pittore, ma soprattutto sassofonista, Antonio Marangolo ha attraversato la musica italiana, dagli esordi degli anni ’70 con Flea on The Honey e Goblin alla direzione musicale degli album più belli di Conte e Guccini. La musica scelta per quest’album rievoca invece la sua infanzia: a scorrere i titoli, da “Lettera a Pinocchio” a “Ed io tra di voi” ci sarebbe da preoccuparsi. Invece il sax di Marangolo, impeccabilmente coadiuvato dal contrabbassista Dino Cerruti e dal batterista Rodolfo Cervetto riesce nell’impresa. E se il gioco sembra facile con “Se stasera sono qui”, un brano con dignità di standard, a suscitare meraviglia è “Banana Boat” in cui il trio evoca felicemente il Rollins di “St Thomas” (alla batteria c’era Max Roach, tanto per dire). Un piccolo prezioso gioiello. (Danilo Di Termini)

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ENTEN ELLER - Pietas

Riteniamo così suggestive ed efficaci le parole di Massimo Barbiero e del critico e giornalista Davide Ielmini nel libretto a corredo di quest'ultima "fatica" degli Enten Eller (live at "34° Open Jazz Festival" - Bollengo - Torino), che ci ritiriamo un po' dal commentare direttamente, limitandoci a riproporne alcune nella loro interezza, considerandole le più adatte a esplicitare il senso del lavoro di questa storica formazione del jazz italiano più colto (che dal celebre aut aut kierkegaardiano ha preso le mosse), qui coadiuvata anche dall'intensità espressiva (una specie di fuoco sacro) di Javier Girotto al sax soprano e al flauto. D'altronde ubi maior, minor cessat. Barbiero riflette, proprio come lo scrittore Elias Canetti nel suo "Auto da Fé", sulla "catastrofe del mondo" legata "all'impotenza di fronte a tanta violenza travestita da comunicazione". "Anni fa - dice Barbiero - mai avrei pensato che la destrutturazione dei sentimenti, nella nostra epoca, procedesse ad una velocità così impietosa. La nostra musica, però, non ha la presunzione di descrivere ciò che accade, anche se vorrei che raccontasse questi nostri tempi come conseguenza dei tempi. Come una fotografia dell'oggi, che ci priva di un'umanità considerata non più necessaria. Ci proviamo, ma senza quadretti stucchevoli su politica ed economia. Cerchiamo una percezione più ampia; una specie di morte della ragione. Allora, non facciamo resistenza a qualcosa, ma rifiutiamo il qualunquismo etico ed estetico della contemporaneità". Barbiero parla insomma di pietas, di comprensione, rispetto per gli altri; un concetto antico, anche se non troppo, elaborato dalla mitologica e cultura classica, non senza fatica, e forse simboleggiato e rappresentato al meglio da quell'Enea, che dalla Troia sconfitta raggiunge le coste del Lazio con il padre Anchise, vecchio e stanco, sulle spalle. Un concetto che oggi sembra essersi smarrito nelle nebbie della surmodernità e di una società fintamente liquida, ma non più capace di costruire massa critica. "Pietas è musica che lotta contro l'oblio. Non il jazz che intrattiene e consola, perché quella è musica che tradisce le sue radici e le sue motivazioni sociali. In Italia sembra che anche il jazz abbia abdicato da tempo ad un impegno culturale". "Ecco la 'Pietas' degli Enten Eller: un processo in divenire, con molti contrasti risolti al momento stesso in cui si creano. Una sorta di rituale (dall'eco antico, aggiungiamo noi) che può funzionare solo tra noi, e solo in quel modo, e capace di stupire noi stessi di quanto si ottiene. È bello pensare che ci siano ancora questa ingenuità e questo rispetto nel suonare una musica che molto spesso è ostaggio di forme: più passano gli anni e più, queste, sembrano diventare modi da ostentare, quasi a garanzia del saper suonare". Forse anche in questo caso Martin Heidegger avrebbe parlato di un abitare per costruire, in opposizione ad una forma pre-ordinatrice dell'abitare. Perché con gli Enten Eller siamo alle prese con "l'estremo che convive con il limite e magicamente senza limiti". Soprattutto in un lavoro come questo, che Barbiero definisce essere un'improvvisazione totale, pur a partire da un consolidato repertorio di "temi" vecchi e nuovi, nata dal mutuo e reciproco ascolto, durante la preparazione dei suoni, il cosiddetto sound check. "Un suono (totale) che, in 'Pietas', gioca con la gravità fino a schiantarsi a terra come un'incudine su piedi d'argilla". "Un coagulo di energia e potenza a difesa di quel destino implacabile, di cui parlava Olivier Messiaen in occasione della "Danse Sacrale" di Igor Stravinsky. Quel destino che ci travolge, perché non credo vi siano cose che noi vogliamo. Le cose non le si deve provocare, ma solo accogliere con prontezza quando accadono. Le idee degli Enten Eller, negli ultimi anni, sono sempre più forti e non vacillano". Si stratificano, nidificano, procreano altri pensieri: è qui - dice Ielmini - "che Barbiero smetterebbe di suonare per ascoltare gli altri in una musica così fluida, eppure al tempo stesso solida e quasi plastica", potremmo anche dire diafanamente materica, o dal nitore materico. "Un mondo, quello degli Enten Eller, nel quale ciò che è può essere cambiato senza ipocrisia e con coerenza. Da qui nasce la tentazione di Barbiero, che di questa musica cambierebbe tutto continuamente". "Vorrei poter riplasmare quanto scritto e improvvisato in ogni attimo. E il bello di questo gruppo è che lo puoi fare, perché tutto fa parte di un simposio, che è eterna conversazione: sai che quelli con cui suoni ti ascoltano e che, soprattutto, la musica e l'incontro potrebbero non avere mai fine". E allora che il dialogo continui. (Marco Maiocco)

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DOCTOR 3 - Doctor 3

Azzeccare, nella qualità, è già notevole: specie se il lavoro si dipana su molti anni, e la guerra di logoramento della noia è in agguato. Perseverare nella qualità è quasi diabolico, ma c'è appunto un trucco luciferino: far finta di essere al capolinea, e poi tornare più freschi e forti di prima. I Doctor 3 di Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra hanno tirato avanti con rilassata eleganza fino al 2009, poi si sono  presi una pausa. Adesso tornano con un disco della rinascita che, al solito, (e per fortuna) spariglia completamente le carte di cosa siano i materiali per suonare jazz; ci trovate Life On Mars di Bowie, quell'orrore in falsetto di How Deep Is Your Love, che qui diventa, sotto le dita dei tre, un nobile pezzo quasi gershwiniano, Light My Fire dei Doors, Hallelulujah di Cohen. Il resto scopritelo voi. Tutti “trattati” come se fossero doni del cielo. O del diavolo? (Guido Festinese)

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