Jazz

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THE VERY BIG EXPERIMENTAL TOUBIFRI ORCHESTRA - Waiting In The Toaster

Benvenuti nel reame della più eretica big band di Francia. Intendiamoci subito: non che la (giustamente) blasonata Orchestre National de Jazz sia un florilegio di ortodossia, nel perseguire trame libere, a dispetto del nome istituzionale. Ma qui si va oltre. Perché l'ensemble guidato da     Grégoire Gensse (che di suo ci mette, oltre alla direzione della Toubifri Orchestra, tastiere, canto, e ukulele, come Marilyn Monroe) ci rammenta altre squisite e caloriche bizzarrie sonore assemblate per buon numero di strumenti: ad esempio quelle dell'orchestra che tanti anni fa dirigeva il folletto inglese Django Bates. Oppure, e non poteva essere altrimenti, le assortite irriverenze sonore del signor Frank Zappa. Un titolo, anzi, potrebbe essere la parte due di una sua composizione: The Jewish Cowboy, vedui alla voce zappiana Lonesome Cowboy Nando. Se arrivate in fondo, potrete anche gustarvi all'ottava traccia un brano, Cinderella,  che sembra opera della gloriosa Penguin Cafe Orchestra che fu sotto metanfetamina, dopo essere passati a rifornirsi dalla gentaccia di Breaking Bad. Insiamma, uno spasso. A patto che del jazz non abbiate un'idea troppo seriosa: quella lasciatela ai giapponesi in giacca e cravatta. (Guido Festinese)

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LANFRANCO MALAGUTI - Oltre il confine

Quasi in contemporanea alla notizia della scomparsa di Ornette Coleman è uscito Oltre il confine, il nuovo lavoro di uno dei più creativi musicisti italiani, il chitarrista Lanfranco Malaguti. E forse del modo futuribile di Ornette dove fluttuavano i confini della tonalità, e tutto poteva essere usato, purché garantisse un surplus di espressione ed approccio emozionale la musica di Malaguti è erede diretta. Nel corso degli anni Malaguti ha sempre più disancorato le sue composizioni dalla mera scrittura di temi con variazioni: adesso è una sorta di pulsazione vitale e costruita sull'interplay, un po' come certi affondi di Henry Threadgill, dove l'ancoraggio alla tonalità è residuale, e contano invece i frutti delli'intesa tra musicisti, costruita, immaginiamo, più guardandosi negli occhi che sbirciando partiture. C'è di più, anche: perché certi tormentati eppure misteriosamente rassicuranti profili melodici sembrano rimandare ad una stagione aurea del tardo art rock continentale: parliamo degli Henry Cow e del rock in opposition, per via di quella dimensione di straniato camerismo che il gruppo inglese praticava, e Malaguti ripercorre magari senza neppure accorgersene. Stavolta accettando la sfida di introdurre uno strumento che non è certo usato, in genere, come arnese principe dell'improvvisazione, la fisarmonica. E poi, Oltre il confine è un titolo che sarebbe piaciuto ad Ornette, diciamocelo. (Guido Festinese)

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Attilio Zanchi, uno dei nomi d'oro del jazz contemporaneo in Italia, contrabbassista dalla cavata precisa, potente, duttile e sempre poeticissima non è un nome oggi celebrato come si dovrebbe. Forse il tutto rientra nell'understatement del personaggio, che pur avendo all'attivo diverse centinaia (!)  di incisioni e un curriculum che affonda le radici nella parte più creativa degli anni Settanta del secolo scorso, poco o nulla ha fatto, di azioni sgomitanti, per mettersi in luce. Ben venga allora uno dei suoi rari dischi solistici come questo Ravel'z Waltz, appena pubblicato. Zanchi riunisce qui un percorso sparso, costruito con apparizioni al fianco di Paolo Fresu, Ars3, Inside Jazz Quartet, Tommaso Starace, Barbara Balzan, Max De Aloe, e via citando: un percorso a tema. Si omaggiaano i compositori (anche popolari) e i poeti che Zanchi ha amato e ama, magari partendo da un  ricordo, da un'idea tematica, da un guizzo melodico. I nomi sono quelli di Ravel, Astor Piazzolla, Verdi, Hermeto Pascoal, Poulenc, Mingus, si cita lo choro, si ricordano Neruda e Ortiz. Più che un disco, un  viaggio: fatto di dodici stazioni punti fermi nel continente musica. (Guido Festinese)

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PHIL WOODS & VIC JURIS - Songs One

Avete presente quelle conversazioni fra vecchi amici che si fanno più per il gusto di assaporare, ancora una volta, la prevedibile evoluzione di certi discorsi, approfondendo qualche particolare, che per avere sorprese o novità sconvolgenti? E’ quanto accade in questo bel disco, da assaporare in situazione quasi da pubblicità: poltrona, bicchiere di vino buono, se bevete,  tabacco aromatico, se fumate. Se non fate nulla di tutto questo, peggio per voi. Vivrete un giorno di più, e quel giorno pioverà, come diceva Woody Allen. E’ stata l’etichetta discografica di Paolo Piangiarelli a dare la possibilità di fissare su cd questo incontro tra Phil Woods e Vic Juris. C’è più o meno una generazione di distanza tra i due: Woods è un signore più che ottantenne, Juris è sopra i sessanta. Il contralto di Woods non ha più la pirotecnica, parkeriana capacità di aggredire le note, ma rimane a tutt’oggi un esempio di eleganza cristallina nella costruzione del fraseggio, e un quid di deliziosamente asprigno s’è insinuato nel suono. Juris è un chitarrista non virtuoso, ma perfetto come costruttore di accoglienti trame armoniche, e occasionali interazioni solistiche. Repertorio assai nostalgico, nella scelta dei temi, ma anche elegante. (Guido Festinese)

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RUDRESH MAHANTHAPPA - Bird Calls

Non è più una giovane promessa, il contraltista indoamericano Rudresh Mahanthappa, ma una solida realtà di quel jazz del terzo millennio definitivamente approdato a sintesi (nei fatti, non nelle teorie) di mondi musicali che erano già implicite al proprio apparire, agli inizi del Novecento. La globalizzazione ha solo accelerato i processi, non ha fatto da innesco. Bird Calls gioca sull'ambiguità del titolo con grazia: può voler dire sia “richiami per uccelli” che “Bird -nel senso di Charles Parker- ci sta chiamando”. Valgono tutte e due, forse: l'estetica di Rudresh implica il bebop di Bird e la sua vertigine danzante sulle chiavi del sax, ma lo trascende in una festoso, implacabile scintillio “armolodico” e ornettiano che sembra mettere in conto, più che i dischi sacri delle avanguardie jazz, la tavolozza cromatica delle bande di fiati del Rajasthan. Adam O'Farrill alla tromba si adegua con virtuosistica ironia, la ritmica accetta e rilancia il tour de force. (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT - Creation (Live)

È la prima volta che il settantenne pianista di Allentown riunisce in un disco di piano solo (il sedicesimo titolo, contando come singoli, doppi, tripli e cofanetti) brani che provengono da diversi concerti. I titoli, numerati da uno a nove, appaiono però come parti di un'unica composizione, come se le esibizioni di Toronto, Tokyo, Parigi e Roma, tutte del 2014, fossero legate da una sotterranea relazione che Jarrett rivela nella sua totalità solo ai fruitori del cd. All'ascolto i settantatré improvvisati minuti di Creation, alternano momenti più appassionati (la parte IV, vagamente spagnoleggiante, la IX, romantica e sentimentale) ad altri più riflessivi, al confine con la monotonia. Non è certo il disco con cui avvicinarsi all'originale concezione pianistica di Jarrett; ma per i suoi fedeli sostenitori la confortante riprova di un maestro ancora capace di emozionare. (Danilo Di Termini)

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