Jazz

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DOCTOR 3 - Doctor 3

Azzeccare, nella qualità, è già notevole: specie se il lavoro si dipana su molti anni, e la guerra di logoramento della noia è in agguato. Perseverare nella qualità è quasi diabolico, ma c'è appunto un trucco luciferino: far finta di essere al capolinea, e poi tornare più freschi e forti di prima. I Doctor 3 di Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra hanno tirato avanti con rilassata eleganza fino al 2009, poi si sono  presi una pausa. Adesso tornano con un disco della rinascita che, al solito, (e per fortuna) spariglia completamente le carte di cosa siano i materiali per suonare jazz; ci trovate Life On Mars di Bowie, quell'orrore in falsetto di How Deep Is Your Love, che qui diventa, sotto le dita dei tre, un nobile pezzo quasi gershwiniano, Light My Fire dei Doors, Hallelulujah di Cohen. Il resto scopritelo voi. Tutti “trattati” come se fossero doni del cielo. O del diavolo? (Guido Festinese)

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MARC RIBOT TRIO - Live At The Village Vanguard

L’universo musicale del chitarrista Marc Ribot non ha confini; ma se dobbiamo individuare la stella polare che ne guida il cammino artistico, il nome di riferimento è certamente quello di Albert Ayler. Nei primi lavori con i Lounge Lizards, nei dischi solisti, l’eredità del sassofonista morto a New York nel 1970 a soli trentaquattro anni è sempre stata ben presente. Nel 2005 Ribot ha formato addirittura un quartetto, “Spiritual Unity”, con il trombettista Roy Campbell, il batterista Chad Taylor (Chicago Underground) e il contrabbassista Henry Grimes (che con Ayler aveva inciso proprio al Village Vanguard nel 1965) per ricrearne e re-immaginarne la musica. Scomparso Campbel il progetto è continuato in trio. In questo live due brani da “Sun Ship” di Coltrane, due di Ayler e due standard: bellissimo. (Danilo Di Termini)

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LORENZO CAPELLO QUINTET - Dagli Appendini alle Ante

Eravamo rimasti al Partenzista. Che è era ed è il contrario dell'arrivista: uno che se le tenta, e qualcosa sarà. Quell'uno è Lorenzo Capello. Jazzista con un dono raro e di rado apprezzato nel serioso mondo delle note blu all'italiana, (quasi) tutte, appunto, arriviste e mestamente ripiegate sull'hard bop di maniera. Il dono è l'ironia. Lo humor. A volte il sarcasmo. E una voglia di giocare con la musica da bimbo irriverente. Che poi le note di Capello siano molto, molto più serie (a livello di ricerca, di timbri, di soluzioni sonore inaspettate, di fantasia, insomma) di quelle di qualche altro centinaio di colleghi, è un altro fatto. Ma intanto gustatevi il rutilante mondo post-mingusiano ed in continuo movimento di Dagli Appendini alle Ante. Viaggio in un armadio (!) con  un brano cantato che fa ricordare l'art rock degli Henry Cow, magnifici strumentisti a servizio di una musica altrettanto magnifica. E titoli che pochi oserebbero: Rammendi ancor? O Panico da bagaglio a mano. (Guido Festinese)

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CHICAGO UNDERGROUN DUO - Locus

Il multiforme collettivo di Chicago (la formazione varia attorno alle figure centrali di Rob Mazurek e Chad Taylor) fin dagli esordi nel 1998 per l’etichetta dei Tortoise, è stato uno dei primi a collocarsi in un ambito post-jazz, confondendo la matrice black con ritmiche e sonorità più rock ed elettroniche. Se in alcuni casi quest’ultime prendono il sopravvento (l’Esbjorn Svensson trio o i Bad Plus) nel Duo la presenza del cornettista Mazurek e il peso della tradizione chicagoana (Art Ensemble in testa) fa propendere l’ago decisamente verso un free contemporaneo, innervato dall’Africa (“Yaa Yaa Kole”, dal Ghana) o dall’Oriente dell’ipnotica “Kabuki”. La chiusura di “Dente” in cui l’elettrowave si scioglie in un crescendo di fiati dapprima caotico e poi placato, riassume felicemente il senso del disco. (Danilo Di Termini)

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EKLETTIC PLANET DUO - Sound Portraits

Due eccellenti musicisti liguri della scena jazz contemporanea, Rodolfo Cervetto e Paolo Maffi, già da tempo attivi in altre formazioni che ne hanno approfondito la conoscenza reciproca, in duo con un progetto assai coraggioso. La batteria del primo, i sassofoni del secondo: nessuno strumento armonico a produrre accordi, dunque, percussioni e melodie senza rete di protezione, gioco all'incastro tra canto e ritmo, come qualche volta il jazz ha osato, ma assai di rado, a partire da Coltrane. Qui i temi arrivano da Monk (miscelato in un caso con Michale Jackson!), da Mingus da Ellington, da Sting, da Shorter, e via citando. Quello che più conta, per noi, è che questo disco, registrato in presa diretta senza overdubs né aggiustamenti in studio, è un piccolo capolavoro di intelligenza e sensibilità. Il minimo di mezzi per il massimo dei risultati. Mettetevi in ascolto. (Guido Festinese)

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ELENI KARAINDROU - Medea

Sia lode a Manfred Eicher, benevolo conducator dell'etichetta tedesca, per aver suggerito alla grande Eleni Karaindrou di registrare per Ecm le musiche di scena della Medea di Euripides, andata in scena a Epidauro ed Atene nel 2011. Chi avesse da inarcare il sopracciglio, a pensare a note acustiche con strumenti "etnici" uniti ad un impressionante coro che ogni tanto irrompe, metta subito invece in conto che questo lavoro è quanto di più vicino a certe lontane e meravigliose avventure dark wave targate 4AA (This Mortal Coil, Dead Can Dance, Cocteau Twins, e via citando) che sia dato ricordare. Un silenzio attonito, quasi fisico serpeggia tra le note sussurrate, soffiate, strappate. Un senso di ineluttabilità drammatica che in teoria dovrebbe scoraggiare, ed invece incatena all'ascolto. In un paio di occasioni Eleni usa anche la sua gran voce di scuro damasco mediterraneo: moltiplicando l'effetto catartico. (Guido Festinese)

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