Jazz

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RICCARDO BARBERA - Aymara

Ecco un (altro) disco che fa onore a Genova, ed alla nutrita schiera di eccellenze musicali che solo di rado riescono a farsi notare in Italia nei numeri impressionanti, se rapportati alla (scarsa) popolazione. Aymara è il primo lavoro solistico di Riccardo Barbera, notevole contrabbassista che limitare al pur vasto mare del jazz sarebbe veramente eccessivo. Piuttosto, se siete fra quelli che ancora oggi rimpiangono la mancanza di un gruppo come gli Avarta, protagonisti della più matura world  music mediterranea concepita all'ombra della Lanterna qui ne avrete, almeno in parte, degno seguito. Perché Barbera ha riunito Marco Fadda con le sue percussioni affollettate e i fiati di Edomndo Romano, il violino di Roberto Izzo, la chitarra a dodici corde di Luca Falomi, quella elettrica a sei di un Tindiglia meno timido del solito nell'aprire il suono, il pianoforte di Fabio Vernizzi ed altri grandi. E l'atmosfera di sostanziosa magia etnojazz, alla Oregon, per intendersi, comincia con la prima traccia, Bollezzume, peraltro colonna sonora per un lavoro di Michele Capozzi, ed arriva diritta a Simone, traccia conclusiva. Un gran bel disco, insomma. (Guido Festinese)

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ROBIN WILLIAMSON - Trusting In The Rising Light

Ascoltare Robin Williamson (tra i fondatori diverse decadi fa della leggendaria Incredible String Band), la sua arpa celtica (non tanto celestiale, quanto sprofondata nella materia densa di un atavico raccontare), il suo violino norvegese a otto corde (l'hardangerfiddle), la sua voce druidica, "ineducata", sbilenca e un po' allucinata (si ascolti solo che la title track "Trusting In The Rising Light"), significa davvero immergersi nelle profondità bardiche dell'antica grande regione britannica (si senta in questo senso l'ancestrale "Our Evening Walk"), nelle sue diverse epoche storiche, visibili quasi in prospettiva come in uno spettro luminoso, oppure mescolate tutte assieme più o meno confusamente. E questo a prescindere dall'intelligente, fluente e contemporanea commistione di linguaggi e culture musicali, cha da sempre caratterizza il suo acustico e sperimentale mondo sonoro. Ogni volta sembra davvero di tornare, esagerando un po' (perché in realtà la musica di Williamson è più rivolta all'indicare strade per il raggiungimento di un equilibrio e una pace interiore all'insegna di una sorta di naturalismo panteistico, piuttosto che essere l'ideale colonna sonora di epocali scontri militari), ai tempi delle campagne di Cesare, alle successive invasioni anglo sassoni, alle fiere ballate germaniche, alle scorribande vichinghe, allo scontro titanico con i Normanni (i vichinghi stanziatisi in Normandia, prima di passare la manica), oppure (e forse meglio) alle figure mitiche del cantastorie, dell'aedo o del citaredo, dell'attore tragico o burlesco, così presenti e valorizzate nel teatro shakespeariano, rinascimentale (sì), ma nei fatti quanto medioevale e affondato nella classicità! Perché la Britannia (perdonate la breve e forse non così appropriata digressione storica, considerato anche il fatto che l'antica Caledonia, l'odierna Scozia così come la chiamavano i romani, da cui Williamson proviene, ha probabilmente conosciuto sviluppi storici differenti, per quanto similari), secondo quanto spiegano i medioevisti, era certo periferia dell'Impero Romano, ma in quanto tale, custode (per lo meno in certe sue enclave) paradossalmente ancora più severa della tradizione latina e più in generale mediterranea, e quindi fonte imprescindibile alla quale attingere quando un occidente letteralmente sperduto cercherà, per esempio in epoca carolingia, di recuperare una cultura inabissatasi nelle profondità delle maree storiche, a seguito delle "invasioni barbariche" (prima) e soprattutto a seguito della "chiusura" del Mediterraneo (poi), ad opera dell'avanzata islamica (ma, per carità, non ce l'abbiamo con la conquista araba, e stiamo facendo "storia" nel solito modo pressapochista). Con la musica di Williamson, insomma, il viaggio nel tempo è di certo assicurato (ovviamente per quel che possono essere le nostre suggestioni), e non solo così vividamente nel passato, ma anche nel futuro. Perché certe sue aperture sonore, distorte, disorientanti, fiabescamente lisergiche (anche), il suo sapiente, antico e al contempo postmoderno rimescolamento linguistico, sono tutti aspetti che conferiscono alla sua musica un carattere cosmico e iperspaziale, degno, per esempio, mutate le cose da mutare, del Tony Scott (alias Antonio Sciacca) più etnico, zen e visionario (si odano le recitate e al confine con l'atonalità, o svincolate per lo meno da un forte centro tonale "Just West Of Monmouth" e "The Islands Of The Inner Firth", oppure l'elegante e forse ancor più orientale "Falling Snow"). Ma chissà, poi, se Scott è l'esempio giusto, per parlare del sempiterno ed estatico sguardo in avanti di Williamson. In queste nuove meditazioni, nel vero senso della parola, su amore, destino, viaggio esistenziale, natura, e sul piacere di essere vivi o sopravvissuti (come recitano le brevi note di copertina), lo accompagnano le colte improvvisazioni alla viola di Mat Maneri (musicista di assoluto livello, a suo agio nei più svariati territori musicali), e le imprevedibili percussioni di Ches Smith, già collaboratore di Tim Berne. Perché, più musicologicamente parlando, Williamson si dimostra ancora una volta un musicista euroatlantico a tutti gli effetti (oppure del mondo), per quanto immerso nella cultura della propria terra, sospeso tra modalità, tonalità (si ascoltino "Roads" o "Your Kisses" - quasi la versione acustica della zeppeliniana "When The Levee Breaks" -, splendide ballate con le loro accoglienti successioni di accordi) e improvvisazione jazzistica, più o meno convenzionale o libera, oppure radicale (si presti attenzione alla nervosa e al contempo rassicurante batteria di "Night Comes Quick In LA" o alla viola stuffsmithiana in "These Hands Of Mine"). Sciamanico. (Marco Maiocco)

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PAOLO FRESU QUINTET feat. DANIELE DI BONAVENTURA - Jazzy Christmas

In Italia non è molto diffuso il disco natalizio, ma quando la fama dell’artista sfonda i confini della penisola, come è il caso di Paolo Fresu, questa uscita appare un evento assolutamente normale. Jazzy Christmas, comunque previsto  per il mercato francese,  viene infine pubblicato anche ‘in continente’.  Nel disco, oltre al collaudato quintetto, presenzia anche Daniele di Bonaventura,  il bandoneonista marchigiano che da alcuni anni suona in duo con il musicista sardo; in effetti alcuni brani sono riservati all’esecuzione in coppia, ma il grosso della scaletta è affidato all’inedito sestetto. Come ogni selezione natalizia  che si rispetti il disco inizia con White Christmas (e finisce con l’Adeste Fideles!), però, a rimarcare ancora una volta il rispetto per la tradizione sarda, sono presenti tre motivi natalizi provenienti dal repertorio di Agostino Sanna e Pietro Casu, tra i quali spicca il meraviglioso Naschid’est In Sa Cabanna che vale veramente l’acquisto assieme alla scoppiettante e festosa versione della  Joy To The World di Haendel. (Fausto Meirana)

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HOUSTON PERSON - The Melody Lingers On

Cercate un disco di jazz che scorra dall'inizio alla fine avvolgendovi in spire sinuose ed intelligenti, che non insegua avventure, ma neppure routinaria banalità, che sia, soprattutto, convincente  “a prescindere”, come avrebbe detto il compianto Principe De Curtis in arte Totò? Procuratevi questo The Melody Lingers On. Lo fa uscire uno dei grandi “unsung hero” del jazz, quelle figure che non avranno mai un posto di rilievo nelle storie del jazz, che fanno da anello di tenuta dell'eleganza e della classe nel suonare, che forse non inventano nulla, ma sanno cosa, come e quanto suonare. Houston Person ha compiuto ottant'anni. Non è il caso di accreditare eccessiva fiducia a una storia passatista del jazz,  accreditata sulle anagrafi. Età non vuol dire sempre saggezza e maestria. Ma Person suona ancora il suo sax tenore splendidamente, con una grana di suono a mezza strada tra Dexter Gordon e Stan Getz. Lo accompagna un parterre di jazzisti d'eccellenza, Steve Nelson al vibrafono, Lafsayette Harris al piano, Ray Drummond al basso, Lewis Nash alla batteria. Dieci brani, dieci centri. (Guido Festinese)

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RICHARD GALLIANO - Sentimentale

“In realtà io sono sempre nello stesso punto, e il punto è essere al cuore della musica di cui sono innamorato. Ho bisogno di andare avanti e indietro tra le musiche per mantenere un approccio fresco verso le note”: così Richard Galliano nelle note al nuovo lavoro. IL titolo in italiano risulta un po' stucchevole, e anche la cover colorata da neomelodico non aiuta. La musica, invece, scelta in un range davvero sorprendente (con due nuove composizioni), e arrangiata da Tamir Hendelman, qui al piano  (da Coltrane a Lee Ritenour, da Corea al brasiliano Ivan Lins) regge bene e precisa il titolo. Certo, dalla fisarmonica di Gallaiano non arrivano sorprese né scossoni ma un solido, navigato mestiere: il maestro francese non è l'inquieto folletto del mantice Antonello Salis. Per qualcuno un limite, per altri una sicurezza ad ogni uscita. (Guido Festinese)

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NGUYÊN LÊ WITH NDR BIG BAND - Celebrating The Dark Side Of The Moon

 

Ci aveva provato qualche anno fa l’organista Sam Yahel rivisitando in chiave jazz “The dark side of the moon” con risultati alterni. Ora è la volta del chitarrista Nguyen Le che con l’aiuto della NDR Big Band, un’orchestra di Amburgo che al suo attivo molte collaborazioni illustri, e degli arrangiamenti di Michael Gibbs (decano del jazz inglese), si cimenta con uno dei dischi più famosi della storia del rock. Ma al di là del delitto di lesa maestà che molti floydiani doc invocheranno, qui il risultato ribadisce che il jazz non è un semplice genere, ma qualcosa di più o di diverso se preferite. Così non si può prendere una bella canzone e farla jazz sperando che il miracolo avvenga. Se la splendida voce di Youn Sun Nah riesce a salvare e solo in parte “Breathe”, le reinterpretazioni, prudentemente strumentali, di “Time”, “Money” e “The Great Gig in The Sky”, specie quest’ultima, non raggiungono la sufficienza. Ci riesce l’assolo di sassofono di Fiete Felsch in “Us and Them”, per una volta scevro dai pesanti arrangiamenti e dalla chitarra di Le spesso fuori sintonia: insomma un vero pastrocchio. (Danilo Di Termini)

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