Jazz

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FLORIO/BIANCHI/INTORRE - Roots Interchange

L’attacco (e il titolo del brano) funzionano meglio che un’esplicita dichiarazione di poetica: Feel Good Music. Ovvero, “musica per sentirsi bene” . Potrebbe arrivare da uno qualsiasi dei grandi dischi dei trii con organo hammond che furoreggiavano negli anni Sessanta, e che ebbero poi un discreto rilancio con l’acid jazz. Ha le idee chiare il giovane chitarrista  Florio Bianchi, che per realizzare Roots Interchange è andato a cercarsi Pat Bianchi, organista, e Carmen Intorre, batterista,  cuore ritmico del Trio di Pat Martino.  Davvero un bello “scambio di radici”, come dice il titolo, e un modo per riavvicinarci alla grande scuola musicale italoamericana. Florio ha un attacco morbido e carico di swing, nel caso subito rinforzato da una scorza “bluesy” che non lascia indifferenti., e scrive temi danzanti che invitano a battere il piede,  davvero senza limiti cronologici.  O da macchina del tempo, con atmosfere “boogaloo”  che faranno la gioia dei “retromaniaci”. Due le cover, entrambe da Thelonious Monk: In Walked Bud e Straight, No Chaser, dove peraltro spunta la voce sapida ed  ironica dell’ospite GegéTelesforo.  (Guido Festinese)

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C’era una volta il Sud Ensemble diretto da Pino Minafra: pochi dischi, ma, come dicevano un tempo, al fulmicotone. Come se l’orchestra di Duke Ellington, dopo aver preso una solenne sbronza, si fosse convertita al dionisismo, e il tutto guardando un film di Totò. Sette anni fa prende piede il progetto erede, questa pazzesca MinAfrìc Orchestra , con il gotha dei jazzisti pugliesi,  e l’innesto di mostri sacri come Carlo Actis Dato, Sebi Tramontana, Beppe Caruso. In più c’è ormai la presenza assidua di Livio Minafra ad aiutare il padre on il suo piano, le composizioni e gli arrangiamenti. Se non credete che un disco di jazz possa mettervi letteralmente l’euforia addosso, tale e tanta è la palpitante teatralità di queste note frementi, procedete subito all’ascolto. Vi si spalancheranno senari giubilanti, estatici, sprazzi in cui sembra di sentire ancora il piano in tumulto di Don Pullen, le orchestre sudafricane, tangherie del malaffare, sberleffi e burle da avanspettacolo. E una carica di swing  che, in Italia, non ha nessun’altra compagine allargata. E’ tutto? No. Ci sono ospiti anche quelle gran madri mediterranee delle Faraualla, con le loro voci antiche e modernissime, e il tutto deflagra. Procuratevelo. (Guido Festinese)

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STEFANO BOLLANI - Arrivano Gli Alieni

 

Tra gli ultimi dischi di Stefano Bollani c’è un Gershwin con l’orchestra sinfonica, un duo di pianoforti con Chick Corea, uno con Irene Grandi e l’originale omaggio a Zappa: a cercare di classificarlo c’è da perdere la testa. Lui, imperturbabile, afferma di riconoscersi pienamente nel progetto appena ultimato. In questo caso un disco in solo quasi interamente dedicato al Fender Rhodes con tre brani cantati (non è la prima volta, anzi), ma composte interamente da lui. E allora se si vuole comprendere fino in fondo il suo universo musicale, bisogna aver pazienza e ascoltare. Una volta per rimanere sorpresi o perplessi, una seconda per ritrovarsi a cantare il refrain di “Microchip” e della canzone che dà il titolo all’album, una terza per concentrarsi sulle trami musicali che prendono spunto da “Quando, Quando Quando” o da “The Preacher” di Horace Silver, da “Matilda” o da “You Don’t Know What Love Is”. Se cercate la presunta purezza del jazz, girate al largo, altrimenti questo è il disco per voi. (Danilo Di Termini)

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ENRICO RAVA QUARTET - Wild Dance

Si dice che quello che fa la differenza, nel jazz (e nella gran parte delle musiche che trovano ombra sotto il fogliame della gran pianta afroamericana del suono), sia la personalizzazione del suono da un lato, e la capacità di adattamento ai contesti più diversi. Enrico Rava, nei suo luminosi e leggerissimi settant'anni ha tutte e due, in una misura che per molti colleghi è una specie di miraggio. Una nota dalla sua tromba costruisce già un mood, e ti viene subito da dire “E' Rava”. In più, Enrico Rava continua ad avere una lucida e mobilissima intelligenza che lo porta a collaborare anche e soprattutto con chi ha diversi decenni meno di lui. Come qui, in questo ennesimo piccolo capo d'opera accreditato al suo Quartetto e assieme all'ospite Gianluca Petrella al trombone. Francesco Diodati alla chitarra elettrica , Enrico Morello alla batteria,  Gabriele Evangelista al contrabbasso: un gruppo che lavora come un'entità viva e guizzante. Si parte con una versione di Diva, lo struggente tre quarti ondivago più volte proposto da Rava, in una versione di attonita bellezza, si prosegue con episodi via via languidi, ruggenti, teneri, feroci, riservando anche un succoso spazio a un brano che si commenta da solo: Improvisation. Con molto respiro per la musica, e larghi spazi di silenzio. Un altro centro, un altro disco da ascolti col “replay”. (Guido Festinese)

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Come si suol dire, sembra ieri, ma dal 1985 sono passai tre decenni. Il tempo per fortuna aggiusta molte cose, ad esempio la prospettiva storica. All'epoca il concerto qui riportato che incrociava le giovani energie pianistiche dell'inglese Howard Riley con quelle più mature del maestro Jacky Byard, famoso per aver prestato il suo pianoforte onnisciente sulla storia dei tasti jazz a Eric Dolphy e Charles Mingus, appariva come un fatto di routine, o quasi. Oggi, al riascolto, è un piccolo miracolo. Solo cinque brani (due dal repertorio più noto di Monk: Round Midnight e Straight, No Chaser), dilatati fin al quarto d'ora e oltre nel concerto tenutosial  Pendley Manor Jazz Festival: segno che i due, già incontratisi in situazione simile l'anno prima, avevano affilato le armi. Si parte sempre con assoluta circospezione, esplorando e riesplorando il tema esposto, poi via con una stura di giochi armonici, cluster, dissonanze piazzate ad arte, echi formidabili delle vertigini antiche “stride” che Byard padroneggiava come quasi nessun altro. In coda Byard alza le mani dal piano, ed imbraccia il sax contralto, che suonava con grazia acerba: ne nasce una deliziosa Lady Bird. (Guido Festinese)

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Michele Marini  è uno dei (molti) talenti spuntati fuori dal ricchissimo vivaio di eccellenze musicali toscane.  Per la precisione arriva dal pistoiese, la terra di Riccardo Tesi e di Maurizio Geri. Gente schietta, di poche parole e che nel caso non le manda a dire, ma che quando suona sa dove arrivare esattamente. Suona il sassofono e il clarinetto, e su quest’ultimo strumento ha un suono bello ed assai personale, sia nell’attacco, sia nel fraseggio. Ci sono poi organo, piano e batteria. E’ jazz venato con sapienza e senza pesantezze di richiami etno-folk, di piccole derive fantasiose che si muovono esattamente negli stessi pascoli dove troneggia l’organetto di Riccardo Tesi: qui ospite, così come Daniele Dondelli alla fisarmonica e Gianluca Belpassi alla chitarra. Guido Festinese

 

 

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