Jazz

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HENRY BUTLER & STEVEN BERNSTEIN - Viper's Drag

Che ci fanno assieme un pianista cieco di New Orleans come Henry Butler, capace di prendere letteralmente d'assalto la tastiera con quintali di note sapide e grassocce, del tutto degne della “tradizione” della città che fece da culla – precaria - per il jazz, e un trombettista come Steven Bernstein, raffinato uomo delle avanguardie newyorchesi ed oltre, per intendersi colui che ha dato vita assieme al nostro Paolo Fresu a Brass Bang!, avventura scavalca generi? Risposta semplice e difficilissima assieme. Partiamo dal difficile: qui si getta un ponte diretto, pieno di humor e intelligenza tra il portato storico delle musiche di Jelly Roll Morton, Fats Waller ed altri (gente che suonava più o meno al tempo della crisi del '29 dell'altro secolo)  e un oggi sfuggente e labirintico, quello del jazz che guarda da tutte le parti. Veniamo alla risposta semplice: preso atto che, come disse una volta Lester Bowie al reazionario Wynton Marsalis, “l'essenza della tradizione del jazz è l'invenzione”, tutti i conti tornano, se si affronta la “tradizione” così. (Guido Festinese)

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DANIELE CORDISCO - This Could Be The Start

Ci sono dischi di jazz italiano (continente iperinflazionato da una produzione debordante) che fanno la differenza. Bella novità, si dirà. E' normale che sia così. Capita sempre prima o poi uno che se ne esce con un guizzo inaspettato, un colpo d'ali, una scatto improvviso che allunga  la distanza. Più raro che a far la differenza sia qualcuno che proprio non conta né nulla novità, né sulla originalità del progetto: conta solo sulle proprie doti di strumentista, sul saper suonare bene. Daniele Cordisco è un chitarrista che s'è aggiudicato il Premio internazionale Massimo Urbani del 2013, giuria presieduta da Fabrizio  Bosso,ospite peraltro della seduta. Daniele suona con l’intensità e la foga swingante di Wes Montgomery, e lo fa con un’evidente, aggraziata soddisfazione. Scrive bene, e frequenta con cognizione atmosfere anni Sessanta. Un limite? Qui no. (Guido Festinese)

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JACK DEJOHNETTE - Made In Chicago

Chi ha seguito le vicende della storia del jazz moderno sa che, nella Chicago degli anni Sessanta, accanto al blues elettrico e duro che avrebbe fatto da modello agli Stones c'era anche un gran fermento creativo nel jazz, per la seconda volta nella storia dopo la grande “migrazione” di musicisti da New Orleans degli anni Venti. A volte le cose coincidevano: ecco allora che musicisti abitualmente considerati delle “avanguardie” suonavano poi nelle sezioni fiati dei grandi del blues e del rhythm and blues. Jack DeJohnette dunque con motivato orgoglio storico intitola semplicemente “Made In Chicago” questa folgorante incisione dal vivo al Festival della Windy Town che riunisce calibri potenti di quel jazz lucido, avventuroso, a volte spietato, a volte commovente.

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CHARLES LLOYD - Manhattan Stories

Nell'ultimo ventennio c'è stata un progressiva intensificazione e rivalutazione dell'opera, del suono, dell'estetica di Charles Lloyd prima considerato solo un degno comprimario di giganti quali Coltrane o Rollins, o, al più, il mentore eccellente di talenti che poi avrebbero preso il volo: uno per tutti, Keith Jarrett. Il recupero del quasi ottantenne maestro è un atto dovuto, perché il sassofonista di Memphis cresciuto artisticamente nella California libertaria degli anni Sessanta e Settanta (molto lo amavano, allora, anche i rockers delle grandi band) lo merita tutto, l'aspetto da vecchio guru un po’ misterioso e il suono progressivamente sempre più rarefatto dell'oggi non devono però farci trascurare lo Lloyd che fu. Ecco allora che, assai opportunamente, saltano fuori queste superbe incisioni del '65, allo Slugs Saloon dove incisero anche Sun Ra e Albert Ayler, e alla Judson Hall di New York. L'atmosfera è al contempo febbrile e rilassata, i brani prendono campiture temporali estese, senza fretta. Ed il sax di Charles Lloyd duetta con la prodigiosa chitarra di Gabor Szabo regalando momenti preziosi per tutti quelli che hanno a cuore la buona musica. (Guido Festinese)

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ANOUAR BRAHEM - Souvenance

Il suonatore di oud (liuto arabo) Anouar Brahem è stato, nell'ultimo quindicennio, uno degli uomini d'oro che hanno fatto incontrare raffinate, coltissime note di “tradizione” dal bacino del Mediterraneo con il jazz, sul terreno comune dell'improvvisazione inchiavardata su griglie modali. Se i dischi precedenti affascinavano, ma potevano anche risultare adatti solo ad orecchie molto allenate a cogliere la bellezza tintinnante del “legno” (questo significa oud), questo doppio cd invece potrebbe risultare prezioso anche per chi poco apprezza il cosiddetto “etnojazz”. Qui, in questa palpitante opera andata in  prima l'estate scorsa al Festival di Cartagine in Tunisia, Brahem ha attorno un trio eccellente con François Couturier al piano, Klaus Gesing al clarinetto basso, Biörn Meyer al basso. Il fondale d'archi è provvisto dalla strepitosa Orchestra della Svizzera italiana diretta da Pietro Mianiti. Struggente malinconia, pacata drammaticità, fondali corruschi alternati a radiose aperture le caratteristiche di Souvenance: con un richiamo diretto al ricordo delle “Primavere arabe” tradite. (Guido Festinese)

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ARTISTI VARI - Jazz In Friuli Venezia Giulia Vol. 1

Non è una novità che il jazz, inteso nel suo significato stilistico più ampio, sia molto apprezzato, molto amato e molto suonato nelle nostre terre di confine. A Ovest come a Est. Merito forse di un salutare confronto con le altre realtà europee, sangue misto ben più ricco che la supposta “purezza” di questo o quel genere. Questa raccolta, realizzata dal Circolo culturale Controtempo, da San Vito Jazz e Associazione Culturale Euritmica è edita dalla prestigiosa etichetta del jazz in Friuli, Artesuono, ed è stata realizzata dal critico e saggista Flavio Massarutto, ancora una volta in coppia con il fotografo Luca D'Agostino, che illustra i “luoghi del jazz” in Friuli. Dodici brani (due inediti) con gente come Daniele D'agaro, Francesco Bearzatti, Glauco Venier, Caludio Cojaniz, Giovanni Maier e via citando: un'accademia dell'eccellenza di confine. (Guido Festinese)

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