Jazz

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GIOVANNI FALZONE - Led Zeppelin Suite

Va detto subito: non c’è nulla di più esiziale e infestante degli omaggi “copia conforme” a questo quel classico della storia del rock o del jazz. Nel migliore dei casi si finisce in oscenità regressive, si sprecano risorse del pianeta e, come si diceva un tempo, si rubano braccia e idee all’agricoltura. Ciò premesso, chi invece ha la capacità di mostrarti quanto nel suo Dna musicale sia dovuto a pratiche ed idee musicali che non sospetteresti è da guardare con rispetto, a prescindere. Come il grande Giovanni Falzone, che nella sua Led Zeppelin Suite  si presenta con un organico a nove con tanto di flauto, fagotto, due tromboni, tromba e sax, chitarra elettrica, basso e batteria. Quattro quadri visionari, ognuno ispirato a uno dei primi quattro dischi storici degli Zep, e che sfuggono tra le mani come sabbia fine, all’ascolto, per la gragnuola di idee e invenzioni sonore applicate alla dura e bluesy polpa della grande e ingombrante band. Certo, il Signor Frank Zappa aveva già immaginato qualcosa di simile, ma che ora esista uno scalpitante progetto tutto nostro è motivo di orgoglio reale. (Guido Festinese)

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BENNY GOLSON - Horizon Ahead

“Un orizzonte davanti”: gran bel titolo per un musicista americano che ha posizionato parecchi mattoni essenziali, nella storia ormai centenaria del jazz. Le molte primavere non solo non sembrano pesare sulle spalle del gran sassofonista tenore, ma si fa anche un po’ di autoironia su ulteriori sviluppi. A ben vedere, l’affermazione sembra proprio vera: perché Benny Golson, che molti ricorderanno per il suono asprigno e sapido, infiltrato di blues, sembra aver fatto fare una bella capriola al proprio stile. Qui, in compagnia di un altro gigante come Buster Wililams al basso, Mike LeDonne al piano e Carl Allen alla batteria sfodera un suono dolce, profilato e sensuale, che non può no far andare con la memoria a Stan Getz. E Lulu’s Back in Town, che sotto le dita di Thelonious Monk sembrava un derapato esercizio di “stride style” qui prende ambrate risonanze da ballad. Bentornato, comunque. E cento di queste incisioni. (Guido Festinese)

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STEFANO BOLLANI - Napoli Trip

Un disco su Napoli e la sua musica? Ci vuole tutta la folle irriverenza di Stefano Bollani per provare a confrontarsi con un repertorio così rischioso (e in fondo poco frequentato dal jazz) sfidando al contempo la critica e il pubblico più ‘raffinati’. Eppure dopo il progetto intorno a Zappa e lo sfizioso “Arrivano gli Alieni” (cui si è aggiunto un “Live from Mars” uscito in edicola recentemente), per “Napoli Trip” il nostro pianista più talentuoso non ha esitato a confrontarsi con nuovi compagni di viaggio. Se per la scrittura di originali e l’arrangiamento di standard della tradizione (“Il bel ciccillo”) la scelta di Daniele Sepe – il più zappiano degli artisti italiani odierni – poteva quasi sembrare obbligata, l’inedito incontro con il dj norvegese Jan Bang si rivela sorprendentemente proficuo (“’Nu quarto ‘e luna” e “Sette”). 

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 PIXEL - Golden Years

Uno legge sul retro di copertina la formazione, con ritmica classica, tromba e sax, e viene subito assediato dal tarlo del tedio postboppistico: un altro gruppo clone. Fermi tutti, la coincidenza di organico strumentale non vuol dire che si battano sentieri ultracanonici. I Pixel arrivano dalla Norvegia, sono al terzo lavoro discografico, e si divertono molto a sparigliare le carte del classico “quartetto jazz”: con soluzioni sonore vicine alla scuola di Chicago e una manciata di echi ben distribuiti. A volte occhieggiano all'indie rock più trasversale, con l'intervento della voce deliziosa della leader del gruppo, la bassista Ellen Andrea Wang, che porta profumati aromi di art rock canterburyano in più d'un brano, con forbita autorevolezza. Dunque, perché cercare di definire il tutto? Meglio mettersi in ascolto, con trasognata leggerezza. Che è poi la dimensione che i Pixel vogliono creare: riuscendoci. (Guido Festinese)

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 ROSWELL RUDD & HEATHER MASSE - August Love Song

Il Signore del Jazz ce lo conservi a lungo, perché Roswell Rudd, anagrafe assestata sull'ottavo decennio, ha ancora parecchie armi segrete. Ad esempio: uno ricorda che il suo trombone tutto strappi e lacerazioni, polvere infiammata e asprezze al limite dell'intonazione saltava a piè pari l'articolazione del linguaggio bebop, alla J.J. Johnson, e tirava un ponte diretto tra suono arcaico e avanguardia bruciante, quella dell'indispettito Archie Shepp degli anni Sessanta e Settanta. Poi ti ritrovi tra le mani un cd come questo. Dove Rudd duetta con una grazia da cartone animato con la fascinosa voce della giovane Heather Masse, ed è un prodigio di intelligente ironia. Con passaggi  in wha wha da maestro assoluto, botta e risposta, ed ogni genere di trucco retrò che uno impegnato all'ingombrante strumentone possa inventarsi con sapienza scaltrita. (Guido Festinese)

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BILL EVANS - Some Other Time - The Lost Session From The Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio.

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