Jazz

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JOHN ABERCROMBIE QUARTET - Up And Coming

A quattro anni dal precedente “39 Steps” il ‘nuovo’ quartetto del chitarrista statunitense torna con un album che conferma la formazione - Marc Copland al pianoforte, Drew Grass al contrabbasso e Joey Baron alla batteria - e soprattutto l’eccellente riuscita musicale. Otto brani per un totale di 48 minuti (il titolo esce anche in lp confermando il ritorno dell’ECM al vinile), cinque a firma di Abercrombie, due del pianista di Philadelphia e una rilettura di “Nardis”, il brano scritto da Miles Davis per Cannonball Adderley nel 1958 e curiosamente mai registrato dal trombettista (nonostante la nonchalance con cui firmasse i brani e benché il titolo sia legato storicamente alle interpretazioni di Bill Evans, sembra che questa volta la scrittura sia da attribuire proprio a Miles). La lunga digressione intorno a “Nardis” è giustificata dal fatto che proprio in quel titolo si evince al meglio, l’universo musicale di riferimento, proprio quello di Evans (al quale si può aggiungere Jim Hall, evidente ispirazione per la chitarra di Abercrombie); il perfetto interplay tra i quattro musicisti chiude perfettamente il cerchio per un disco che necessita almeno di qualche ascolto per riuscire a coglierne la bellezza e la più intima essenza. (Danilo Di Termini)

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GIULIANI/BIONDINI/PIETROPAOLI/RABBIA - Cinema Italia

Immaginiamo già il sopracciglio inarcato e la pre-critica innescata: “ma come, un altro disco di “jazz italiano” dedicato alle colonne sonore del cinema della Penisola?”. Spesso maneggiare profili melodici già di per sé perfetti come quelli di Nino Rota e Ennio Morricone può rivelarsi un boomerang avvelenato. Dando vita a creature sonore leziose ed inutili. Pericolo non solo scampato, qui, ma poeticamente risolto lasciando respirare la musica originale senza accanimenti improvvisativi, al contempo non dimenticando mai di intervenire qua e là per cercare angoli nascosti nelle pieghe di soundtracks anche molto noti. E poi c'è il gioco dei timbri di una squadra tutta stelle: a cominciare dalla superba interazione tra la fisarmonica di Luciano Biondini, un folletto imprevedibile e i sassofoni di Rosario Giuliani, la perentoria affidabilità del basso di Enzo Pietropaoli, l'inventiva a getto continuo di Michele Rabbia percussionista funambolo discreto ed efficace. Quindi, anche se certi temi li avete ascoltati un milione di volte, fate un milione e uno: senza ripensamenti. (Guido Festinese)

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GAETANO LIGUORI - Un pianoforte per i giusti

Scrive Gabriele Nissim, storico e saggista: “Le persone che hanno salvato la dignità umana in tempo oscuri hanno arricchito la bellezza del mondo, come fanno la musica ed altre espressioni artistiche. La responsabilità come ultimo baluardo quando l'umanità ha perso ogni riferimento morale: ecco il segreto dei Giusti.” Nissim presiede il comitato per la foresta dei Giusti- Gariwo, dal 2009 onlus, e sparge il bene per la terra: con interventi, libri che pesano contro le menzogne revisioniste, convegni, con la creazione dei Giardini dei Giusti. C'è sempre da salvare la memoria di qualcuno che a prezzo della propria incolumità ha sfidato gli orrori nazisti, staliniani, dei turchi contro gli armeni, e via citando. Gaetano Liguori, mani d'oro del pianoforte jazz in Italia, un uomo limpido con la schiena dritta che non ha mai mancato di schierarsi contro l'ingiustizia, è ambasciatore di Gariwo. E qui, dopo anni di concerti a Varsavia, a Praga, a Milano riassume in un cd intenso come un buon libro la “memoria musicale” dedicata ai giusti. La sua diteggiatura martellante, scandita, sempre innaffiata di generose pastosità  belle da ascoltare e facili da ricordare ricorda qui senza un'oncia di retorica figure come Che Guevara, Mozart, Jimi Hendrix, i ragazzi di Suruc in Turchia, i partigiani, Geronimo. Incisione palpitante dalla Sala Verdi del Conservatorio di Milano. (Guido Festinese)

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GIROTTO/DE MATTIA/CESSELLI/KAUČIČ - Il sogno di una cosa

La sera del 24 luglio 2015, nel salone di Villa Occhialini, alle porte di Udine, il sassofonista argentino Javier Girotto, leader degli Aires Tango e protagonista di un numero ormai considerevole di collaborazioni a tutto campo ha incontrato  Massimo De Mattia, flautista abituato alle più  sorprendenti  avventure sonore, Bruno Cesselli, pianista essenziale, scabro nel tocco ma sapiente nella regia della propria musica, ed infine  Zlatko Kaučič, percussionista –folletto della scena slovena, molto spesso rintracciabile in progetti creativi appena al di là della sua frontiera, in Friuli e dintorni. Chi ama le passionali, travolgenti cascate di note tutte passione e furore di Girotto, qui le troverà ( e quando succede, è come se si fosse innescata una bomba emotiva), ma troverà anche ampie campiture assorte, oniriche, dove gli strumentisti  sembrano giocare all’interazione dei timbri, in una magnifica terra di nessuno musicale che sta da qualche parte tra Ornette Coleman e il tango. (Guido Festinese)

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DAVE DOUGLAS & FRANK WOESTE – Dada People

Secondo album nel 2016 per il trombettista newyorchese: dopo “Dark Territory” (in quartetto con Shigeto, Jonathan Maron and Mark Guiliana), ecco un nuovo progetto con il contrabbassista Matt Brewer, il batterista Clarence Penn e il pianista tedesco (ma residente in Francia) Frank Woeste cui si deve l’idea, accolta con entusiasmo da Douglas (“Having read about and looked at the Dadaists for years: I was enthusiastic about making these connections in our music”), di un disco dedicato al Dada. Specifichiamo subito che il movimento artistico sviluppatosi nel primo dopoguerra e che sanciva il rifiuto della cultura e dell'estetica, non si riflette con la stessa veemenza nella musica del quartetto: in questo senso l’apertura minimalista del pianoforte di “Oedipe” che evoca Satie – un contemporaneo dei firmatari del manifesto del 1918 – viene ben presto rimpiazzata dalla vigorosa tromba di Douglas, quasi a testimoniare quale sviluppo avrà il disco, al di là delle intenzioni iniziali. Le atmosfere delle restanti nove tracce sono improntate a uno stile piuttosto classico come nell’irruento “Mains Libres”, nel più rilassato “Montparnasse” o nel convincente dialogo tra la tromba di Douglas e il Fender Rhodes di Woeste in “Noire et Blanche”. Un buon disco, ma niente di più. (Danilo Di Termini)

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 JIM BLACK - Malamute

Malamute è il nome della razza dei cani da slitta nordici: forti come leoni, placidi di carattere, collaborativi, all'occorrenza pronti a trasformarsi in aggressive macchine da guerra, se minacciati. Un nome ben scelto per la nuova creatura sonora ideata da una delle intelligenze più fresche del nuovo jazz internazionale, Jim Black. Qui il batterista e compositore, ma anche eccellente manipolatore di aggeggi elettronici e sampler ha costruito un gruppo curioso ed efficacissimo che può contare sul sassofono dell'islandese Óskar Guðjónsson, sulle tastiere avventurose di Elias Stemeseder, sul basso elettrico di Chris Tordini. La musica? Se provate a far ascoltare qualche traccia ad un appassionato di indie rock infiltrato di elettronica, lo convertirete: strani brani dall'apparenza implosa e allusiva che pulsano di rumorini spettrali o simpaticamente contagiosi, come le frasette dei robot di Guerre Stellari. Linee lunghe, sinuose e morbidissime del sax avversate da una fibrillazione ritmica ed elettronica appena sotto una spanna, ed altri piccoli miracoli sonori, a volte in odore di Tortoise. Un gran disco, insomma. (Guido Festinese)

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