Jazz

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NICK BÄRTSCH'S MOBILE - Continuum

Il pianista svizzero Nick Bärtsch è uno dei segreti meglio custoditi per pubblici trasversali: di rado appare il suo nome, nell'elenco dei preferiti, ma quando qualcuno lo rammenta a qualcun altro ben addentro alle cose della musica, scatta il sorriso. Sarà colpa dell'austerità del personaggio, sarà colpa della pigrizia imperversante: ma l'approccio alle note del Nostro potrebbe essere una luminosa rivelazione, per chi ha amato certe composizioni minimalistiche di Mertens o Glass, per chi ha seguito le nuove musiche acustiche, per chi adora i costruttori di labirintici paesaggi sonori. Che Nick Bärtsch definisce semplicemente “moduli”, accostando ad ogni titolo con la stessa identica parola numeri e sigle. I suoi brani funzionano per accumulo di pattern ritmici che, secondo dopo secondo, costruiscono immani pinnacoli caratterizzati da uno strano, algido funk nordico. Qui è all'opera col suo gruppo, e un quintetto d'archi aggiunto: una Penguin Cafe Orchestra dedita alla metafisica del ritmo. (Guido Festinese)

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SONIA SPINELLO - Billie Holiday Project

A  maneggiare materiali esplosivi, in musica,  ci vuole cautela: lo scarto di un millimetro può ridurti in pezzi. O renderti ridicolo al mondo, perché hai banalizzato quanto invece richiedeva attenzione speciale. Billie Holiday è nitroglicerina pura, per chi ha a che fare con il jazz e le possibili interpretazioni. Il calco mimetico è ridicolo, l'allontanamento totale può essere straniante. E allora è bene che escano dischi belli e intelligenti come questo: dove le canzoni che cantava la voce più intensa e drammatica del Novecento, nel jazz, siano accostate a lacerti di musica originale che galleggia sul nulla, affidata a due chitarre: quella elettrica del grande Maurizio Brunod, quelle acustiche di Lorenzo Cominoli. Sonia Spinello poi con un filo di voce perfetta recita episodi della vita ulcerata di Billie, grandi ferite, grandi amori, grandi delusioni, grande musica da affrontare ogni volta come se fosse l'ultima. Un progetto che starebbe bene, anche, su un palco teatrale. A meno che non ci sia già stato. Non abbiamo informazioni a proposito. (Guido Festinese)

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 FOURSOME - Smut!Clock!Spot!

L'inizio, con sbuffi di elettronica povera che rimbalzano da tutte le parti, come le interferenze di una vecchia radio, potrebbe tranquillamente essere quello di un bel disco di post rock. O dell'ultima sortita solistica di Thom Yorke. Piccoli miracoli del jazz italiano di ricerca, che quando passa tra le mani e dentro  i cervelli di gente giovane e motivata scatena energie assopite dal malinconico mainstream citazionistico imperante. I Foursome hanno in formazione tomba, trombone, organo hammond, batteria, e in più maneggiano bene le macchine. Una volta si unisce un contralto, quello di Cristiano Arcelli, e in un brano una voce. Disco imprendibile e magnifico, in bilico tra ricordi tutt'altro che nostalgici della Chicago di Lester Bowie e un futuro tutto da scrivere, con una tensione palpabile che tiene ancorati all'ascolto. (Guido Festinese)

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JAVIER GIROTTO AIRES TANGO  - Duende

I matrimoni misti, checché ne dicano i cultori di una purezza asfittica ed inesistente, mescolano i geni e danno una bella rinfrescata ai globuli rossi. In musica, poi, il fenomeno è addirittura necessario: uno può anche starsene una vita a coltivare il proprio orticello grindcore, alt country o punk jazz, poi arriva il momento che le pile sono scariche e il serbatoio vuoto di idee. Gli Aires Tango guidati da quel talento fumigante e dolcissimo al contempo che è il sassofonista e flautisia argentino Javier Girotto non corrono questi rischi: già la nervatura avant-tango-jazz garantisce gran messe di aperture e possibilità, in più i nostri hanno l'abitudine di voltarsi a seguire i venti del cambiamento che spirano da ogni direzione. Ad esempio dal Nord America di Ralph Towner, eccellente chitarrista attivo da un mazzo di decenni soprattutto con i magnifici Oregon, altri frequentatori insigni di musiche spurie. L'unione di forze qui sortisce un disco che fa quasi gridare al miracolo: fra echi di fughe classiche, paesaggi sonori che sarebbero piaciuti a Piazzolla, profili melodici purissimi, zampate vigorose ed asciutte. Settanta minuti di musica davvero senza etichette. (Guido Festinese)

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ENRICO PIERANUNZI - Proximity

Continua il percorso musicale del sessantaseienne pianista romano che dopo un disco in duo con il chitarrista Federico Casagrande e uno con la cantante Simona Severini nel 2015 ha pubblicato anche queste otto composizioni originali con un quartetto inedito composto da Matt Penman al contrabbasso, Ralph Alessi alla tromba, cornetta e flicorno e Donny McCaslin al sassofono tenore e soprano (che sta beneficiando di una certa notorietà per la presenza nell’ultimo disco di David Bowie). La scelta di non utilizzare un batterista rende l’ensemble molto ‘libero’ nelle strutture e ‘aereo’ nelle melodie, ma sempre molto riconoscibili come l’esemplare apertura di “(In)Canto”. C’è un brano per Lee Konitz, "Line For Lee", uno in due con il solo Alessi, “Simul”, una composizione corale che dà titolo al disco e un finale à la Coleman (Ornette), “Five Plus Five”, trascinante e cinetico fino all’astrattismo conclusivo. Un’altra conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della grandezza di un pianista di valore assoluto. (Danilo Di Termini)

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MANUEL VOLPE - Albore

Per la serie, “sfide impossibili tra latitudini temporali diverse”, si propone il seguente quesito: provare a immaginare una session della buon’anima che fu Nick Drake, tutte canzoni nuove, e un ensemble orchestrale diretto da Kip Hanrahan che abbia tutta la superba e sensuale lascivia notturna latin jazz e afro che ricordiamo in certi suoi dischi di qualche anno fa. Il risultato sarebbe questo sroprendente  Albore, una  quieta cavalcata notturna  dipanata in dieci magnifiche tracce che non alzano mai il wattaggio, ma la caratura strumentale sì. Manuel  Volpe, iesino non ancora trentenne, bassista, compositore e arrangiatore, ma  soprattutto vocalist dalle vellutate risonanze basse s’è messo attorno una compagine allargata, la Rhabdomantic Orchestra, che riunisce alcuni dei migliori talenti jazz della scena torinese. Questo è il risultato, ed è a serio rischio adorazione anche da parte di rockettari esperti ed esigenti. (Guido Festinese)

 

 

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