Jazz

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 PAOLINO DALLA PORTA - Moonlanding

E' sempre una bella notizia,  quando si scopre che un musicista navigato e con un carnet di registrazioni impressionante, oltre centocinquanta lavori, sceglie per il suo nuovo disco di lavorare solo con musicisti che di anni ne hanno meno della metà dei suoi. Paolino Dalla Porta, classe 1956, contrabbassista eccelso e compositore è l'uomo che gli Oregon di Ralph Towner hanno scelto, nel 2015, per continuare il loro impressionante viaggio tra jazz e sonorità folk. Ma suona anche con Fresu, con Tracanna, con Rubino, con Battaglia: ovunque si muova musica vera. I dischi a suo nome sono pochi, e ora possiamo aggiungere all'esiguo carnet questo splendido “Quartetto delle svolte del futuro”, con il sax tenore venato di inflessioni blues di Nicolò Ricci, la chitarra spesso friselliana di Dario Trapani, la batteria di Riccardo Chiaberta. Gente che farà strada. E che qui suona con evidente passione brani che sanno di storia del jazz, alludendo ora a questo, ora a quel momento o musicista, riuscendo nel miracolo di suonare freschissimi.  E alzi la mano chi non ritroverà il Perigeo e gli Area con l'iniziale Campo Magnetico. (Guido Festinese)

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BARNEY KESSEL - Live At the Jazz Mill 1954

Continuano le scoperte di materiali inediti e anche se questa volta non si tratta di una sessione in studio di un big come Bill Evans, questo live (registrato dignitosamente) del chitarrista Barney Kessel è una bella sorpresa. All’epoca trentunenne, una carriera che lo ha già portato a suonare insieme a Benny Goodman, Charlie Parker e con il trio di Oscar Peterson, Kessel ha già sviluppato un linguaggio maturo, estremamente ritmico e lirico al contempo. Registrato al Jazz Mill di Phoenix in Arizona insieme al gruppo di Pete Jolly (un pianista ‘West-Coast’, che sarà molto attivo negli studios per la TV) durante una permanenza di dieci serate nel club, è inevitabilmente un’infilata di standard (“Strike up the Band”, “How About You”, “Get Happy”, “Stardust”) eseguiti in grande rilassatezza e in cui il pianista e il chitarrista si dividono equamente la scena. Difficile immaginare che questo disco possa finire negli scaffali di qualche giovane appassionato, ma complice anche la bella copertina (vagamente ispirata a quelle Blue Note di Andy Wharol per Kenny Burrell) e l’edizione in nostalgico vinile, può essere un ottimo regalo natalizio per chi ha già tutto o quasi. (Danilo Di Termini)

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ABBEY LINCOLN - Love Having You Around

Billie Holiday, si sa, non ha lasciato eredi: impossibile competere con la sinuosa, drammatica intensità di quella voce senza potenza, ma tutta nervi e lampi e sfumature. Il contrario di Ella Fitzgerald, in pratica. Se però dovessimo indicare una lady in jazz che in qualche modo si è avvicinata senza calchi mimetici alla potenza espressiva di Billie, Abbey Lincoln sarebbe la prima candidata. Cantante, ma anche attrice, poetessa, pittrice, esponente di primo piano di quel movimento per i diritti civili nei neri d'America che oggi registra il triste avvento alla presidenza di un razzista. Abbey, che fu anche moglie di Max Roach, con il marito batterista incise We Insist! Freedom now Suite, il disco del 1960 che fu una vera bomba di fierezza e coscienza afroamericana. Lì era contenuto quel brano drammatico, Driva' Man, storia di un sadico sorvegliante dlle piantagioni che in questo live di vent'anni dopo, 1980, prende ulteriori sfumature espressive. La registrazione arriva dal Keystone in California, locale molto amato dalla sponda psichedelica del rock, e ci restituisce una delle rare occasioni per ascoltare Abbey dal vivo: il fascino discreto e potente assieme del canto jazz senza stucchevole birignao. (Guido Festinese)

 

 

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DAVE HOLLAND - Aziza

A tre anni dal progetto con l’ensemble Prism, da cui viene confermato lo stratosferico batterista Eric Harland, Dave Holland ripropone una formazione in quartetto con Lionel Loueke, chitarrista francese originario del Benin e Chris Potter, da tempo sassofonista di fiducia del contrabbassista di Wolverhampton. Diciamo subito che se in un disco di jazz cercate avvincenti sorprese o inaspettate sterzate verso il futuro, la musica di questo quartetto non fa per voi. Troverete invece un gruppo tecnicamente di altissimo livello e molto affiatato, dal vivo capace di infiammare la platea come hanno confermato le recenti date italiane; e in grado di muoversi indifferentemente tra i ritmi caraibici di “Summer 15” (dove il soprano di Potter non fa rimpiangere il Rollins dei tempi migliori) e “Finding the light”, la falsa ballad sinuosa “Blue Sufi”, l’africaneggiante “Sleepless Night”, con una linea suonata all’unisono da sax e chitarra, e che dopo un breve intermezzo vocale sembra rievocare il free degli esordi di Holland, quello dei dischi con Surman e Mclaughlin. Album comunque interessante per tutti gli ascolti, contrassegnato dalla fluidità musicale di Potter e dallo stile chitarristico di Loueke, sorprendentemente poliedrico. (Danilo Di Termini)

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 ORCHESTRA COCÒ  -  Xmas Favourites

Ci vuole una bella autoironia per definirsi “orchestra” ed essere poi in tre a giocarsi la musica, il numero che sarà pure perfetto, come si diceva un tempo dalle parti del Colosseo, ma resta tre, non trenta. Allora forse “orchestra” va inteso nel senso gustosamente retrò con cui si autodefinivano i gruppi ottant’anni fa, un po’ come i gruppi beat che negli anni Sessanta erano “i complessi”. L’Orchestra Cocò è un triangolo di talenti che non ha mai nascosto il proprio amore per energie sguinzagliate in salsa manouche, ovvero velocità radianti sulle corde acustiche  tutte sussulti e tempi  impossibili, il gusto per lo swing, una passionaccia per certe derive da crooner elegante, modello supremo Nat “King” Cole. Adesso si cimentano con un disco natalizio, come amano fare gli anglosassoni, e quanto potrebbe apparire noioso sulla carta per chi non ama né i generi prima citati né lo spirito natalizio è invece divertente e freschissimo: ad esempio quando si recupera la canzone dello  spazzacamino di Mary Poppins, una vita fa. E poi, Natale è vicino… (Guido Festinese)

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HAMASYAN/HENRIKSEN/AARSET/BANG - Atmoshères

Ecco un gruppo che potrebbe far innamorare a prima vista: a condizione che amiate certe atmosfere algide e lievemente raggelanti, dove molto spazio è lasciato al silenzio, e dove l'imprevedibile, quando fa irruzione (e succede molto spesso) non è detto che accada per portare rassicurazioni. Il pianista armeno Tigran Hamasyan ha trovato il modo di portare nel labirintico scenario jazz contemporaneo gli echi e i ricordi della sua musica folk: le scale modali, i microtoni, certo stupito languore nei profili melodici. Arve Henrikesen è trombettista che attinge al pensiero musicale ultracool di un Jon Hassell, Eivind Aarset il chitarrista “mutante” che sappiamo, Jan Bang un piccolo stregone del live sampling, in interazione diretta con gli strumenti acustici. Il tutto dipanato su due cd. Poteva rivelarsi un'operazione stucchevole, invece si arriva in fondo con la voglia di vagare ancora per queste terre di nessuno sonore difficili, ma incredibilmente affascinanti.  (Guido Festinese)

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