Jazz

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MIKE MELILLO - Evidence

Sì, va bene, s'è anche abusato dell'etichetta “unsung hero”, quelle figure nel campo dell'arte che non hanno avuto degno riconoscimento pur essendo dei grandi. Però un signore del New Jersey ultrasettantenne e con la vitalità di un ventenne che ha suonato con Sonny Rollins, Coleman Hawkins, Chet Baker, ed oggi ha scelto di vivere e suonare a Macerata come lo definireste? Questo è un “live” eccellente, pieno di idee, fluidità e gran jazz, in un arco che sta tra Ellington , il bebop, e Ornette Coleman. E quando firma Melillo i brani, è pura gioia. Elio Tatti al basso e Giampaolo Ascolese alla batteria, una ritmica di eccellenza, come si suol dire. (Guido Festinese)

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WES MONTGOMERY - One Night In Indy

La Resonance Records è un’etichetta jazz che affianca dischi contemporanei (c’è anche un live del ‘nostro’ Dado Moroni) a inediti di notevole interesse storico come “Offering: Live at Temple University” di John Coltrane o “Echoes Of Indiana Avenue” di Wes Montgomery. Questo terzo titolo dedicato al chitarrista di Indianapolis, un live del 18 gennaio 1959 con il trio del pianista Eddie Higgins (completato dal batterista Walter Perkins e da un contrabbassista sconosciuto), proviene da un nastro di un collezionista, registrato all’Indianapolis Jazz Club con un apparecchio amatoriale. Di lì a un anno Montgomery inciderà per la Riverside due album, “The Wes Montgomery Trio” e “The Incredible Jazz Guitar”, che cambieranno se non la storia del jazz, sicuramente quella dello strumento. Insomma siamo all’apice e pur nell’occasionalità della seduta e nella rilassatezza della situazione (solo grandi standard in repertorio, da “Prelude to a Kiss” a Stompin’ at the Savoy”, da “Ruby, My Dear” a “You’d Be So Nice to Come Home To”) c’è davvero di che gioire del nastro ritrovato. Qualità della registrazione sufficiente, ma che non giustifica l’acquisto in vinile audiofilo (e caro) del titolo. (Danilo Di Termini)

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POZZA/CLEYNDERT/TAYLOR - Siciliana

Non è uno che sgomita o grida per farsi notare, il pianista genovese Andrea Pozza. Non è un presenzialista, non gli interessa fare il simpatico ad oltranza o il piacione comunicativo. Se deve dire qualcosa, lo dice con un mezzo sorriso gentile sulle labbra, e un tocco sul pianoforte che non ammette repliche sprezzanti: c'è, e basta. Da qualche tempo Andrea Pozza, dopo aver tra l'altro fatto parte anche del gruppo di Enrico Rava predilige la formula del trio,che qualcuno considera un logoro arnese della storia del jazz, e qualcun altro più attento verifica essere, anno dopo anno, una delle armi segrete continue della bellezza del jazz vero. Come succede qui: Pozza accanto ha l'inglese Andrew Cleyndert al contrabbasso (cavata morbida, presente, gonfia di armonici) e l'amico americano di tante avventure Mark Taylor alla batteria, uno che con grazia assoluta tiene ricami di ritmi impossibili. Si viaggia tra Monk e Corea, Strayhorn e Bud Powell, ma forse il cuore segreto batte già nel titolo: Johan Sebastian Bach, omaggiato con la “Siciliana” in jazz, e quello delle Variazioni Goldberg, parafrasato in minore nel Tango For Sebastian. Gran disco. (Guido Festinese)

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DR. LONNIE SMITH - Evolution

Avvertenza numero uno: nella storia del jazz ci sono due Lonnie Smith. Uno ha aggiunto Liston nel nome, ha suonato piano e tastiere anche con Davis e Pharoah Sanders, poi ha fondato i Cosmic Echoes e oggi prosegue una carriera tra funk e jazz. L’altro ci tiene ad essere chiamato Doctor, suona l’Hammond B3, ha iniziato con George Benson e dopo l’incontro con Lou Donaldson ha inciso ottimi album di soul-jazz per la Blue Note, alla quale ritorna 45 anni dopo “Drives” (con una funambolica versione di "Spinning Wheel"). Avvertenza numero due: il titolo non tragga in inganno. Nonostante la presenza di Robert Glasper al piano in "Play It Back" (dal “Live At Club Mozambique” del 1970) o di Joe Lovano in “Afrodesia” (dall’album omonimo del ‘75 dove il sassofonista aveva praticamente esordito), nel disco non si riscontra nessuna ‘Evoluzione’ musicale. Il settantaquattrenne Smith non lesina certo energia in “Talk About This” o “Straight No Chaser”, né delicatezza in “For Heaven’s Sake” o “My Favorite Things”, e la ritmica (Joe Dyson alla batteria e Jonathan Kreisberg alla chitarra) ben lo asseconda. Ma il risultato è un onesto soul jazz che però mantiene inalterato il suo sfocato fascino. (Danilo Di Termini)

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BILL FRISELL - When You Wish Upon a Star

Se dovessimo scegliere un solo pregio tra i tanti del chitarrista di Baltimora non avremmo dubbi nell’individuare nello stile unico, originale e riconoscibile, la peculiarità più essenziale. Spesso i pregi coincidono con i difetti e a volte i suoi dischi, complice anche una certa prolificità, risultano a tratti risaputi se non stucchevoli. In questo album, dedicato ad alcune celeberrime colonne sonore, grazie anche ad un interessante gruppo allestito per l’occasione (Eyvind Kang alla viola, Thomas Morgan al basso, Rudy Royston alla batteria e la voce di Petra Haden, la figlia di Charlie, già con il chitarrista in un disco in duo di qualche anno fa), il rischio del ‘birignao’ viene quasi sempre scongiurato: in particolare alcune reinterpretazioni sono molto riuscite, “Psycho” e ”The Shadow of Your Smile” per esempio; ma ripensando alla potenza del disco del 1985 “The Big Gundown”, in cui John Zorn rileggeva l’opera di di Ennio Morricone riunendo la crème dell’avanguardia di quegli anni (tra cui Frisell), si rimpiange la capacità che avuto il jazz di reinterpretare la realtà per trasformarla in maniera vitale e non consolatoria. Resta comunque un ottimo disco, uno dei migliori di sempre di Frisell. (Danilo Di Termini)

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CHARLES LLOYD - I Long To See You

In ambito jazz il musicista che più di altri ha contribuito all’unione civile con il country è sicuramente Bill Frisell. Il chitarrista ha esplorato spesso il country e il bluegrass e non stupisce trovarlo al fianco del quasi ottantenne Charles Lloyd (nel cui quintetto si mise in luce un giovanissimo Keith Jarrett e che ha anche frequentato i territori del pop), per un disco che ha l’ambizione di tenere insieme folk e spiritual, Dylan e Billy Preston, oltre al repertorio dello stesso sassofonista. Un gruppo di all star (il contrabbassista Reuben Rogers, il batterista Eric Harland, il chitarrista steel Greg Leisz) accompagna due ospiti come Willie Nelson nel classico anti-militarista “Last Night I Had the Strangest Dream” e Norah Jones in una svenevole versione di “You Are So Beautiful”, episodi che non convincono così come sconcerta la rilettura di “Masters of War”; decisamente più riusciti gli episodi jazz come “Of Course, Of Course” con Lloyd al flauto (da un disco del ’64), l’ispaneggiante “La Llorona” (da “MIrror” del 2010) e lo splendido finale di “Barche Lamsel” per un disco che prova forse a mettere insieme troppe cose senza riuscirci fino in fondo. (Danilo Di Termini)

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