Jazz

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DINO BETTI VAN DER NOOT - Notes Are But Wind

Consueto titolo con citazione criptata da Shakespeare per il nuovo disco di Dino Betti, una figura tanto defilata dal mainstream jazzistico della Penisola quanto cruciale. Dino Betti periodicamente riunisce un'orchestra jazz che incorpora anche strumenti poco usati in tale contesto: dal violino all'arpa celtica al dizi, flauto di canna cinese, affiancati alla classiche sezioni di ance e ottoni. Se gli serve un suono come macchia significativa di colore, lo usa senza chiedere patentini di autenticità jazz: esattamente come faceva, mutatis mutandis, il grande Duke Ellington. Qui, in questa palpitante ora di musica divisa in cinque grandi porzioni troverete ad esempio una marcetta militaresca del ventennio nero che diventa una sorta di dolente requiem gitano e finisce con una aggricciata fanfara, un gioco di metri ritmici diversi in Midwinter, una commossa dedica alle note visionarie del grande Giorgio Gaslini, e tante altre sorprese: con avventurose aperture e spiragli che lasciano intravedere post rock, ricordi del Sun Ra cosmico, ruggenti schegge free, filanti compattezze swing. Un altro capolavoro, insomma. (Guido Festinese)

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ABBEY LINCOLN - Sophisticated Abbey

Non sono poi molte le occasioni per ascoltare dal vivo l'intensa, franta voce di Abbey Lincoln, ed anche il nome della vocalist afroamericana non è esattamente il primo che viene in mente, a far mente locale sulla storia delle grandi ugole collocabili nel jazz e dintorni. Peccato. Se però avrete la pazienza di recuperare qualche disco storico del periodo “arrabbiato” di Archie Shepp, scoprirete che la voce imperiosa e quasi recitante dei suoi dischi è lei, Abbey Lincoln. In questo cd, invece, la signora è colta dal vivo al Keystyone, il locale californiano dove incidevano e si abbandonavano a lunghe jam  i freaks dell'epoca, a cominciare da Jerry Garcia dei Grateful Dead. Lincoln qui ha una cinquantina d'anni, una classe infinita, e per undici intensi momenti dispiega quella voce sarcastica, un po' amara, ai bordi dell'intonazione, ma di un fascino leggendario: non a caso lei disse che aveva imparato tutto da una vocalist anti-virtuosistica come Billie Holiday, in pratica il rovescio esatto di una Ella Fitzgerald. E a Lady Day va l'omaggio finale, una splendida God Bless the Child. (Guido Festinese)

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RENATO STRUKELJ TRIO - Giammai

Se siete alla ricerca di un nome non consueto ma affidabile, nel campo del pianoforte jazz, e al contempo cercate quel quid in più che fa di un disco di jazz italiano un disco speciale, qui avete la sintesi perfetta. Strukely è un bel nome da seguire: formazione in pianoforte classico, nell'udinese, diverse avventure cameristiche, e poi l'avvicinamento al jazz con musicisti come Glauco Venier, Franco D'Andrea, Enrico Pieranunzi: un'anti-accademia dell'eccellenza, in pratica. Il “quid” in più qui è che Strukelj affianca alla sia ottima ritmica (Simone Serafini al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria) il suono potente ed inimitabile dei sassofoni dell'amico Maurizio Giammarco, gran maestro delle ance. L'intervento di Giammarco fa da catalizzatore, imprimendo alle notevoli composizioni di Strukelj slancio e passionalità, costringendolo, quasi, a incamerare nel tocco una pregnanza ritmica salutare o dilatando i tempi (oltre dieci minuti di In You Own Sweet Way) senza che il tempo sembri passare. Insomma, un gran bel disco. (Guido Festinese)

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RAFFAELE CASARANO - Medina

Ci sono dischi ancora (per fortuna) che quando li ascolti ti fanno pensare immediatamente a delle immagini, e mentre procedono i brani si attizza un film mentale. Quando si ascolta Medina di Raffaele Casarano, eccellente sassofonista non più agli esordi con la casa discografica voluta e diretta da Paolo Fresu, l'impressione è quella di trovarsi attaccati ad un aliante che sorvola maestose città mediterranee, antiche e nuove. Sarà merito di temi che si fanno ricordare al primo ascolto, di una forza melodica rara, sarà anche grazie alla sinuosa compattezza dell'orchestra Tito Schipa diretta da Alfonso Girardo, che interagisce con il gruppo con una naturalezza figlia della sapienza costruttiva. E poi c'è il sax “narrante” del titolare, il pianoforte mai meno che efficace di Mirko Signorile, gran talento anche nei suoi lavori solistici, un solista e accompagnatore pieno di poesia. Grande disco. (Guido Festinese)

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ELIAS NARDI GROUP -  Flowers Of Fragility

E' ben difficile, ormai, ascoltare dischi che riservino sorprese dalla prima nota all'ultima, su materiali di composizione. Forse allora una delle vie è quella di rivolgere l'attenzione a musicisti che sperimentino combinazioni timbriche complessive per nulla banali, ricercando nell'accostamento di strumenti raramente ascoltati assieme qualcosa di evocativo nella musica. Un caso di questo tipo arriva con Flowers Of Fragility di Elias Nardi, grande esperto e virtuoso del liuto arabo, lo oud ascoltato in mille dischi di world music. Qui però il nobile strumento mediterraneo è affiancato da bandoneon, la fisarmonica complessa che ha fatto grande il tango argentino, flauto traverso, basso fretless o a sei corde, come una chitarra, ed infine la decisamente inconsueta viola d'amore a chiavi. Ne deriva una fusione di suoni di una bellezza sorgiva, sorretta anche dall'eleganza dei profili melodici inventati da Nardi. I “Fiori della fragilità” del titolo sono i ragazzi che intrisero di sangue i campi delle Fiandre nella prima guerra mondiale. Oggi regna il silenzio e il verde dove un tempo furono fragore, morte e gas venefici. Un bel modo per ricordarli, con un ensemble che sembra essere un riassunto di culture. (Guido Festinese)

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JOHN MCLAUGHLIN - Black Light

Sarebbe forse il caso di dire, con una battuta datata e forse un po' crudele, che John McLaughlin ha un “grande avvenire dietro le spalle”. E' giusto mezzo secolo che calca i palchi di tutto il mondo, il gentile signore inglese dalle dita di fiamma, a partire dalle febbrili convulsioni della Swingin' London che lo portarono alla corte di Miles Davis, al posto di Jimi Hendrix, e proseguendo con mille altre avventure sonore incendiarie, una su tutte, la più amata, quella con la visionaria prima Mahavishnu Orcherstra. Oggi McLaughlin ha settantatré anni, una forma fisica invidiabile, una velocità e una tecnica sule corde che spesso non hanno musicisti con dieci lustri meno di lui. S'è trovato una nicchia di pura potenza e duttilità con questo gruppo, che comprende eccellenti musicisti come Gary Husband, Etienne M'Bappe e Ranjit Barot, capaci di suonare l'impossibile su tempi e fratture ritmiche rompicapo, e con loro ha già inciso diversi lavori. Black Light offre jazz rock e fusion ad altissima temperatura: a volte sembra quasi  di risentire prendere il volo agli “uccelli di fuoco” del '73, a volte riaffiorano i ricordi del solare chitarrista volto al Mediterraneo, a volte è patinata, muscolare, oliatissima routine fusion. Né forse si può pretendere di più, da chi, come dicono a Genova, “ha già dato”. (Guido Festinese)

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