Jazz

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AVISHAI COHEN - Into The Silence

C’è un breve video sul web che accompagna l’uscita di questo primo disco per ECM del trombettista nativo di Tel Aviv (nessuna parentela con l’omonimo contrabbassista, ma due fratelli sassofonisti, la sorella Anat e il fratello Yuval). Lo vediamo a casa mentre sceglie da una collezione di vinili un disco che, con un po’ di pazienza, si scopre essere lo storico album della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. In quella formazione il trombettista era Don Cherry: evidente dichiarazione d’intenti, peraltro confermata dalle opere precedenti di Cohen, in particolare i due album con il trio Triveni di cui ritroviamo il batterista Nasheet Waits (con cui il dialogo richiama quello dello storico cornettista con il sodale Billy HIggins). Ma qui siamo in terra germanica, alla corte di Manfred Eicher e il quintetto (completato da Yonathan Avishai al piano, Eric Revis al contrabbasso e Bill McHenry al tenore) si adagia su un jazz decisamente più impressionistico che di certo non dispiacerà ai cultori dell’etichetta. Ma forse un po’ di energia in più a tratti non avrebbe guastato. (Danilo Di Termini)

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Bella e curiosa la musica proposta dai Note Noire, quartetto con base a Firenze, e cuore ed intelligenza nelle note senza passaporto: dal centro Europa a Cuba, passando per la musica classica (Ottorino Respighi!), ed il fumo denso che si respirava nei bar dove risuonava il blues greco, il rebetiko. Ufficialmente (o ufficiosamente?) loro sarebbero un gruppo manouche, dunque di gypsy jazz sulla scia di Django Reinhardt, in verità l'asticella è posta più in alto, e forse anche più a lato: perché il violino cubano di Ruben Chaviano aggiunge spezie volteggianti di charanga, e l'intento filologico è proprio l'ultimo dei pensieri. Com'era anche per Reinhardt, peraltro: ma troppi epigoni l'hanno dimenticato, e creano copie conformi. Loro no. Con passione e voglia di spiazzare. (Guido Festinese)

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Correva l'anno 1991 quando Marcus Roberts, decano dei pianisti che cercano solidità mainstream nel jazz, e ribadiscono più o meno all'infinito la lezione di Thelonious Monk scoprì il talentuoso trombettista Marcus Printiup. E' passato un quarto di secolo, e forse il titolo del disco non è del tutto azzeccato. A meno che non si intenda, ed è lecito farlo, che certe musiche ben suonate, e soprattutto affrontate con veemenza e rispetto assieme sono eternamente giovani: come il filante, poderoso hard bop dei Jazz Messengers di Art Blakey e dei gruppi di Clifford Brown che sono qui modelli calcati con acribia quasi filologica. Magnifico il fraseggio caldo, pastoso e spesso imprevedibile del leader. Sulle orme di Lee Morgan, diremmo. (Guido Festinese)

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SOSA/KRAUS/OVALLES  - Jog

Omar Sosa deve aver firmato un patto speciale con gli dei - santi sincretici che popolano la Santeria cubana: non sbagliare un colpo, discograficamente parlando, per qualche decennio. Difficile trovare un lavoro debole o transitorio del pianista, impossibile poi, quando lo si ascolta dal vivo, non cadere in una maliarda fascinazione: come successe a Genova tanti anni fa, quando sotto un autentico fortunale al Porto Antico Sosa continuava a suonare sorridendo completamente fradicio. Sia come sia, JOG è un nuovo progetto di Sosa: che si riserva ovviamente le parti di pianoforte, di manipolazione elettronica e di voce ( una sorta di flessuoso e gentile proto-rap) e si affianca il venezuelano Gustavo Ovalles alle percussioni, con lui dal 2003 in altri progetti, e il trombettista tedesco Joo Kraus, che ha un po' il suono tornito ed elegantissimo del nostro Paolo Fresu. Le undici tappe di JOG alternano ballate struggenti assolutamente irresistibili a momenti in cui la temperatura elettroacustica potrebbe rimandare agli anni Settanta, deliziosi abbozzi da due minuti tutti timbri a ricordi di danze caraibiche rese impalpabile materia da sogno. Siamo vicini al capolavoro, dunque. (Guido Festinese)

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PAOLO FRESU QUINTET - A Jazzy Christmas

Sì, lo sappiamo che più d'uno inarcherà il sopracciglio e assumerà un'espressione di sopportazione mista a snobistica noia a leggere il titolo. Perché Fresu è uno di quei dieci (cinque?) nomi che devono conoscere proprio tutti, anche chi non frequenta il jazz italiano e al contrario si abbandona al culto idolatrico e blasé di ogni novità alt rock, purché sia della tendenza - della - non - tendenza, citi tutto, dall'hip hop a Manfred Mann ai Tame Impala, sia un bel niente accoppiato col nulla, come dice Camilleri. E soprattutto sia molto figo averlo tra le mani perché così fai vedere che tu sì che ne sai. Bene, questo invece è un disco natalizio registrato dal vivo in un Teatro di Sassari qualche anno fa, e ora disponibile a chiunque voglia ascoltare musica, non supposizioni. Un orrido cd natalizio, come fanno in America? No, uno splendido racconto in jazz che è mutazione alchemica e raffinatissima dei materiali di base, siano oscuri canzonieri remoti nati nell'Isola, siano melodie stranote. Si esce attoniti da queste registrazioni che hanno la grazia e l'intelligenza imprendibile di certe cose di Miles. Con il pepe quieto e straniante del bandoneon di Daniele Di Bonaventura ospite aggiunto. E poi, se ve lo mettete sotto braccio magari qualcuno si incuriosisce. E potete attaccare discorso. (Guido Festinese)

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DONALD VEGA - With Respect To Monty

Non è da tutti, e specialmente nell'affollato mondo del jazz, ricevere un omaggio in vita, senza aspettare il triste rosario delle ricorrenze, dei decennali,dei cinquantennali. Monty Alexander è vivo e vegeto, e il suo pianismo radioso contrassegnato da un gran tocco di “ricapitolazione” ( ricordiamo che Alexander è giamaicano, e la Giamaica è uno degli snodi nevralgici delle note afroamericane) viene ora omaggiato da un altro promettente maestro della tastiera, oggi quarantaduenne, naturalizzato cittadino a stelle e strisce, ma originario del Nicaragua, Donald Vega. Lo stesso Alexander ha voluto rimarcare sulla copertina di aver assai apprezzato la creatività del tocco di Vega applicata alle sue composizioni, qui proposte anche con l'aiuto dell'ottimo chitarrista Anthony Wilson e di Lewis Nash alla batteria, un batterista rodata da migliaia di esperienze. E' jazz solare, comunicativo, ilare e contagiosamente allegro, quello di Vega su Alexander, sulle tracce anche di Peterson e McCann. Se cercate un po' di buonumore a ottantotto tasti, è il cd che fa per voi. (Guido Festinese)

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