Jazz

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GIROTTO/DE MATTIA/CESSELLI/KAUČIČ - Il sogno di una cosa

La sera del 24 luglio 2015, nel salone di Villa Occhialini, alle porte di Udine, il sassofonista argentino Javier Girotto, leader degli Aires Tango e protagonista di un numero ormai considerevole di collaborazioni a tutto campo ha incontrato  Massimo De Mattia, flautista abituato alle più  sorprendenti  avventure sonore, Bruno Cesselli, pianista essenziale, scabro nel tocco ma sapiente nella regia della propria musica, ed infine  Zlatko Kaučič, percussionista –folletto della scena slovena, molto spesso rintracciabile in progetti creativi appena al di là della sua frontiera, in Friuli e dintorni. Chi ama le passionali, travolgenti cascate di note tutte passione e furore di Girotto, qui le troverà ( e quando succede, è come se si fosse innescata una bomba emotiva), ma troverà anche ampie campiture assorte, oniriche, dove gli strumentisti  sembrano giocare all’interazione dei timbri, in una magnifica terra di nessuno musicale che sta da qualche parte tra Ornette Coleman e il tango. (Guido Festinese)

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DAVE DOUGLAS & FRANK WOESTE – Dada People

Secondo album nel 2016 per il trombettista newyorchese: dopo “Dark Territory” (in quartetto con Shigeto, Jonathan Maron and Mark Guiliana), ecco un nuovo progetto con il contrabbassista Matt Brewer, il batterista Clarence Penn e il pianista tedesco (ma residente in Francia) Frank Woeste cui si deve l’idea, accolta con entusiasmo da Douglas (“Having read about and looked at the Dadaists for years: I was enthusiastic about making these connections in our music”), di un disco dedicato al Dada. Specifichiamo subito che il movimento artistico sviluppatosi nel primo dopoguerra e che sanciva il rifiuto della cultura e dell'estetica, non si riflette con la stessa veemenza nella musica del quartetto: in questo senso l’apertura minimalista del pianoforte di “Oedipe” che evoca Satie – un contemporaneo dei firmatari del manifesto del 1918 – viene ben presto rimpiazzata dalla vigorosa tromba di Douglas, quasi a testimoniare quale sviluppo avrà il disco, al di là delle intenzioni iniziali. Le atmosfere delle restanti nove tracce sono improntate a uno stile piuttosto classico come nell’irruento “Mains Libres”, nel più rilassato “Montparnasse” o nel convincente dialogo tra la tromba di Douglas e il Fender Rhodes di Woeste in “Noire et Blanche”. Un buon disco, ma niente di più. (Danilo Di Termini)

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 JIM BLACK - Malamute

Malamute è il nome della razza dei cani da slitta nordici: forti come leoni, placidi di carattere, collaborativi, all'occorrenza pronti a trasformarsi in aggressive macchine da guerra, se minacciati. Un nome ben scelto per la nuova creatura sonora ideata da una delle intelligenze più fresche del nuovo jazz internazionale, Jim Black. Qui il batterista e compositore, ma anche eccellente manipolatore di aggeggi elettronici e sampler ha costruito un gruppo curioso ed efficacissimo che può contare sul sassofono dell'islandese Óskar Guðjónsson, sulle tastiere avventurose di Elias Stemeseder, sul basso elettrico di Chris Tordini. La musica? Se provate a far ascoltare qualche traccia ad un appassionato di indie rock infiltrato di elettronica, lo convertirete: strani brani dall'apparenza implosa e allusiva che pulsano di rumorini spettrali o simpaticamente contagiosi, come le frasette dei robot di Guerre Stellari. Linee lunghe, sinuose e morbidissime del sax avversate da una fibrillazione ritmica ed elettronica appena sotto una spanna, ed altri piccoli miracoli sonori, a volte in odore di Tortoise. Un gran disco, insomma. (Guido Festinese)

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E.S.T. - Symphony

La prevenzione è cosa buona e giusta in molti ambiti, da quello idrogeologico a quello sessuale; certamente non lo è in campo culturale, poiché le prevenzioni si trasformano rapidamente in pregiudizi. Ma è difficile sfuggire al fascino del pregiudizio e così, alla vista di un omaggio della Royal Stockholm Philharmonic Orchestra guidata dall’arrangiatore Hans Ek alla musica dell’Esbjörn Svensson Trio, considerata la mia idiosincrasia per il gruppo del pianista e leader scomparso nel 2008, avevo quasi rabbrividito. Poi mi sono fatto forza, incuriosito dalle prime note di uno dei loro pezzi più famosi, “From Gagarin's Point Of View”, e pur mantenendo le mie riserve sull’approccio musicale dei due membri restanti del gruppo, il bassista Dan Berglund e il compatto batterista Magnus Öström, entrambi coinvolti nel progetto, ho proseguito nell’ascolto. La partecipazione di solisti come il pianista finlandese Iro Rantala, il sassofonista norvegese Marius Neset, e soprattutto del sorprendente trombettista di Helsinki Verneri Pohiola, realmente originale in “Eight-hundred Streets by Feet”, oltre che gli arrangiamenti di Ek capaci di rendere plausibile anche la barocca e bachiana “When God Created the Coffee Break”, hanno invece realizzato l’impresa di dare al disco, brano dopo brano, una sua originale e interessante identità. Se siete fan degli E.S.T. non rimarrete delusi e se invece li tollerate a malapena, bè, bando alla prevenzione e ai pregiudizi, provate ad ascoltare. (Danilo Di Termini)

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SHIRLEY HORN - Live at the 4 Queens

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Shirley Horn, una figura davvero incomparabile nel panorama jazz: pianista, capace di accompagnare anche altre colleghe (il disco con Carmen McRae dedicato a Sarah Vaughan ne è un fulgido esempio), cantante, unica nel modo di accarezzare il suo repertorio, leader, di un trio che forse può vantare un record assoluto di longevità poiché il batterista Steve Williams le restò a fianco per 23 anni e il bassista, Charles Ables, per 33. Nella discografia, non monumentale considerati i suoi cinquant’anni di carriera, si può pescare tranquillamente senza timore di sbagliare, ma questo inedito registrato (molto bene) dal vivo in un hotel di Las Vegas nel 1988 con i suoi compagni abituali, può essere un ottimo inizio. Nove brani in cui il suo pianismo – “Ho amato Rachmaninoff, ma è stato Oscar Peterson a farmelo conoscere. E Ahmad Jamal mi ha portato da Debussy" – è ora al proscenio, come nell’iniziale strumentale “HI-Fly” di Randy Weston o nella chilometrica “Isn't It Romantic”, ora impeccabile contrappunto al suo canto come in “The Boy from Ipanema", ora in geniale equilibrio come nella solitaria “Lover Man”. E la versione di "Just For A Thrill" è l’unica in grado di competere con quella memorabile di Ray Charles. Disco assolutamente imperdibile. (Danilo Di Termini)

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FRANK MARTINO - Revert

Ci auguriamo, di cuore, che questo disco del chitarrista Frank Martino finisca sotto l orecchie di un pubblico decisamente più ampio di quello che segue l'avant jazz della Penisola. Sarebbe un peccato. Perché chi è appassionato di indie rock, di elettronica, di soluzioni sonore che mettano in conto ambienti sonori dilatati, strani, misteriosamente comunicativi potrebbe avere belle sorprese: nessuna venerazione per le sacre forme degli standard,  curiosità a tutto campo per timbriche aliene e costruzione di paesaggi di note mutanti. Qui il nostro interagisce con un trio che ben maneggia l'elettronica, oltre a saper fare il proprio mestiere di ritmica, ma ad ogni secondo è lecito attendersi una sorpresa. A volte quasi floydiana. A volte in ostici reami crimsoniani. Quando poi si arriva alla settima traccia, e un ispido cespuglio di sonorità contorte ad un certo punto si spiana,  diventando la straziata malinconia di Nude, Radiohead, da In Rainbows, tutti i conti tornano. (Guido Festinese)

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