Jazz

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BAD PLUS - It's Hard

Dopo quattro album composti esclusivamente di brani originali (ad eccezione di “Stravinsky’s Rite of Spring”) il pianista Ethan Iverson, il bassista Reid Anderson e il batterista Dave King tornano alla formula che li ha resi famosi, le cover di brani pop-rock. Inutile cercare un filo conduttore nella scelta dei brani (se non la sicumera che tutto possa serenamente diventare jazz): oltre a un pezzo di Ornette Coleman si susseguono titoli altenative rock, successoni anni ’80, i Kraftwerk e Peter Gabriel. Ma così come cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, anche qui il risultato è sempre identico e la parola che ben lo riassume è: sconfortante. “Time After Time” (di cui, lo ammetto, faccio fatica anche a sopportare la versione di Miles Davis) si dilata stancamente, così come “Don’t dream It’s Over” dei Crowded House (sì, l’ha rifatta anche Venditti…): per nobilitare la questione Iverson finge di mettere qualche nota dissonante qua e là, King si piazza dalle parti di Paul Motian e tutto prosegue fino al rassicurante ritornello. Ma c’è di peggio ed è sicuramente la versione di “Mandy” di Barry Manilow seguita da “The Robot” dei Kraftwerk in versione piano Casio per minori di dodici anni. A volte quando mi capita di ascoltare del jazz con qualche amico non interessato al genere, mi sento dire: “Non capisco cosa fanno”. In questo caso mi sento di dire che non si capisce invece perché lo fanno. (Danilo Di Termini)

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JACK DEJOHNETTE - In Movement

Nel nuovo album del settantaquattrenne batterista di Chicago, noto ai più per essere uno dei membri dello storico trio di Keith Jarrett, apparentemente è tutto esplicito. Se non bastasse la presenza del figlio di Jimmy Garrison, il favoloso contrabbassista dell’ultimo John Coltrane, e dello stesso Ravi Coltrane, Dejohnette ha scelto di aprire con una delle più belle composizioni del sassofonista di Philadelphia, “Alabama” (brano scritto in risposta alla bomba del Ku Klux Klan che il 15 settembre 1963 uccise quattro ragazze in una chiesa a Birmingham).

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BRAD MEHLDAU - Blues And Ballads

Brad Mehldau è uno dei pochi jazzisti contemporanei a superare il muro di cinta degli appassionati di un genere che ha, perlomeno in questa fase, esaurito la capacità di riverberarsi su altre musiche (come aveva fatto a più riprese nel secolo scorso). Ci è riuscito, oltre che per indubbie doti artistiche, per la capacità di esprimersi in linguaggi diversi, confrontandosi ad esempio con musicisti come Pat Metheny o Mark Guiliana, frequentando i territori della musica classica, contaminandosi con il grunge dei Nirvana o con un cantautore di culto come Nick Drake.

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KENNY GARRETT - Do Your Dance!

 

A 55 anni, più di trenta dall’esordio discografico per la benemerita etichetta olandese Criss Cross, l’alto-sassofonista dell’ultimo Davis torna con un nuovo progetto. Insieme a lui Vernell Brown al piano (in cui si riconoscono echi di McCoy Tyner), Corcoran Holt al basso, Ronald Brunner (in quattro brani) o McLenty Hunter alla batteria (in cinque, tutti meno uno con l’aggiunta del percussionista Rudy Bird); mentre in “Wheatgrass Shot” fa la sua comparsa anche il rapper Mista Enz per un episodio tipicamente ‘spoken-words’. Garrett, che ha sempre esplicitato il suo debito verso Coltrane (omaggiato in quello che resta ad oggi probabilmente il suo miglior disco, “Pursuance: the Music of John Coltrane“) sceglie di esplorare i ritmi della “Bossa” (in cui invece l’omaggio è al Parker più ‘latin’), a tratti in maniera troppo rilassata, quelli di un esile “Calypso Chant”, di un innocuo funky che dà titolo al disco e di un’orientaleggiante, ma senza particolari acuti, “Persian Steps”. Ciò nonostante “Do Your Dance!” scorre piuttosto piacevolmente, a tratti cogliendo anche nel segno come nel bell’assolo di “Waltz (for 3 Sisters)”, marcando un punto a favore nella discontinua discografia del musicista di Detroit. (Danilo Di Termini)

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MIROSLAV VITOUS - Music of Weather Report

Quando Miroslav Vitous nel 1974 decide di abbandonare i Weather Report, dopo esserne stato uno dei fondatori tre anni prima insieme a Wayne Shorter e Joe Zawinul, lo fa a causa della scelta del tastierista austriaco di portare la musica del gruppo verso “a commercial way into a Black funk thing". Non sorprende quindi che in questa rivisitazione il contrabbassista nato a Praga tenda a preservare lo spirito delle composizioni del gruppo maggiormente influente della scena jazz-rock, più che riproporne pedissequamente melodie e canzoni. Insieme a Gary Campbell e Roberto Bonisolo (Soprano e Tenore), Aydin Esen alle tastiere, Gerald Cleaver e Nasheet Waits alla batteria, Vitous opta per una rilettura contemporanea, astratta, a tratti rarefatta, a tratti ribollente, di alcuni tra i titoli più famosi dei Weather, anche posteriori alla sua dipartita. È il caso delle “Variations” su “Birdland”, celeberrimo brano di Zavinul tratto da “Heavy Weather” e di quelle su “Pinocchio” di Shorter, scritta originariamente per il quintetto di Davis nell’album del 1968 “Nefertiti” e ripresa dieci anni dopo in “Mr. Gone”. Insieme a tre nuovi blues scritti da Vitous, il disco comprende anche “Seventh Arrow”, “Scarlet Woman”, “Morning Lake” e “Acrobat’s Issues”, canzone suonata dai primi Report, ma mai incisa su disco. Se omaggio doveva essere, non poteva essere migliore. (Danilo Di Termini)

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GIOVANNI FALZONE - Led Zeppelin Suite

Va detto subito: non c’è nulla di più esiziale e infestante degli omaggi “copia conforme” a questo quel classico della storia del rock o del jazz. Nel migliore dei casi si finisce in oscenità regressive, si sprecano risorse del pianeta e, come si diceva un tempo, si rubano braccia e idee all’agricoltura. Ciò premesso, chi invece ha la capacità di mostrarti quanto nel suo Dna musicale sia dovuto a pratiche ed idee musicali che non sospetteresti è da guardare con rispetto, a prescindere. Come il grande Giovanni Falzone, che nella sua Led Zeppelin Suite  si presenta con un organico a nove con tanto di flauto, fagotto, due tromboni, tromba e sax, chitarra elettrica, basso e batteria. Quattro quadri visionari, ognuno ispirato a uno dei primi quattro dischi storici degli Zep, e che sfuggono tra le mani come sabbia fine, all’ascolto, per la gragnuola di idee e invenzioni sonore applicate alla dura e bluesy polpa della grande e ingombrante band. Certo, il Signor Frank Zappa aveva già immaginato qualcosa di simile, ma che ora esista uno scalpitante progetto tutto nostro è motivo di orgoglio reale. (Guido Festinese)

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