Jazz

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FRANK MARTINO - Revert

Ci auguriamo, di cuore, che questo disco del chitarrista Frank Martino finisca sotto l orecchie di un pubblico decisamente più ampio di quello che segue l'avant jazz della Penisola. Sarebbe un peccato. Perché chi è appassionato di indie rock, di elettronica, di soluzioni sonore che mettano in conto ambienti sonori dilatati, strani, misteriosamente comunicativi potrebbe avere belle sorprese: nessuna venerazione per le sacre forme degli standard,  curiosità a tutto campo per timbriche aliene e costruzione di paesaggi di note mutanti. Qui il nostro interagisce con un trio che ben maneggia l'elettronica, oltre a saper fare il proprio mestiere di ritmica, ma ad ogni secondo è lecito attendersi una sorpresa. A volte quasi floydiana. A volte in ostici reami crimsoniani. Quando poi si arriva alla settima traccia, e un ispido cespuglio di sonorità contorte ad un certo punto si spiana,  diventando la straziata malinconia di Nude, Radiohead, da In Rainbows, tutti i conti tornano. (Guido Festinese)

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 ORRIN EVANS - #Knowingishalfthebattle

La filosofia della Smoke Sessions Records è ben nota: si riuniscono i musicisti in studio al Sear di New York, si aprono i microfoni, si registra. Sono dischi realizzati dunque con il “buona la prima”. Discorso ben praticabile se il jazz proposto è mainstream, ben più difficile se sei un musicista come il pianista Orrin Evans, uno dei “giovani leoni” quarantenni del jazz che fa base a New York oggi. Non è un tipo semplice, Evans: spazia da Monk a Carla Bley, è innamorato degli impasti timbrici più diversi, sa costruire ballad di struggente bellezza e comunicativa come qui Chiara, dalla penna di Curtis Clark, così come cavare dal cilindro un brano quasi dimenticato di David Bowie, Kooks, da Hunky Dory, anno di grazia 1971: lo ha affidato alla voce di M'balia, una cantante che con lui ha condiviso avventure elettriche a Philadelphia, ritrovata dopo dieci anni. Per la session ha voluto due chitarristi elettrici, Kurt Rsenwinkel e Kevin Eubanks, praticamente l'eccellenza del momento, ma anche scegliere sax e flauto di Caleb Curtis è stato un bel colpo. Si sarà capito: il disco è un caleidoscopio di colori diversi. Aperto e chiuso da due minuti manipolazioni elettroniche di suo figlio, Matthew Evans. (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT - A Multitude Of Angels

Il primo disco in piano solo di Keith Jarrett è del 1971, “Facing You”. Due anni dopo con “Bremen/Lausanne” inizia la lunga teoria di live che oggi arriva al suo quattordicesimo capitolo con questo quadruplo album che raggruppa i concerti dell’ottobre 1996 in Italia, a Modena, Ferrara, Torino e Genova. Da tempo ormai, la produzione jazzistica del pianista di Allentown si sviluppa in questa forma o nella registrazione delle esibizioni con lo ‘Standard’ trio con Gary Peacock e Jack De Johnette (unica eccezione i dischi con Charlie Haden del 2007). Al di là di un’intenzione celebratoria ed enciclopedica (ma questa è una tendenza discografica della nostra epoca, basti pensare alla “Bootleg Series” di Dylan o a Springsteen che rende disponibili tutti i live dei suoi tour sul sito), per Jarrett il jazz, perlomeno il suo, è possibile esclusivamente in queste due forme, in una tensione improvvisativa che diventa composizione in tempo reale, in un flusso senza soluzione di continuità.

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 PAOLINO DALLA PORTA - Moonlanding

E' sempre una bella notizia,  quando si scopre che un musicista navigato e con un carnet di registrazioni impressionante, oltre centocinquanta lavori, sceglie per il suo nuovo disco di lavorare solo con musicisti che di anni ne hanno meno della metà dei suoi. Paolino Dalla Porta, classe 1956, contrabbassista eccelso e compositore è l'uomo che gli Oregon di Ralph Towner hanno scelto, nel 2015, per continuare il loro impressionante viaggio tra jazz e sonorità folk. Ma suona anche con Fresu, con Tracanna, con Rubino, con Battaglia: ovunque si muova musica vera. I dischi a suo nome sono pochi, e ora possiamo aggiungere all'esiguo carnet questo splendido “Quartetto delle svolte del futuro”, con il sax tenore venato di inflessioni blues di Nicolò Ricci, la chitarra spesso friselliana di Dario Trapani, la batteria di Riccardo Chiaberta. Gente che farà strada. E che qui suona con evidente passione brani che sanno di storia del jazz, alludendo ora a questo, ora a quel momento o musicista, riuscendo nel miracolo di suonare freschissimi.  E alzi la mano chi non ritroverà il Perigeo e gli Area con l'iniziale Campo Magnetico. (Guido Festinese)

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BARNEY KESSEL - Live At the Jazz Mill 1954

Continuano le scoperte di materiali inediti e anche se questa volta non si tratta di una sessione in studio di un big come Bill Evans, questo live (registrato dignitosamente) del chitarrista Barney Kessel è una bella sorpresa. All’epoca trentunenne, una carriera che lo ha già portato a suonare insieme a Benny Goodman, Charlie Parker e con il trio di Oscar Peterson, Kessel ha già sviluppato un linguaggio maturo, estremamente ritmico e lirico al contempo. Registrato al Jazz Mill di Phoenix in Arizona insieme al gruppo di Pete Jolly (un pianista ‘West-Coast’, che sarà molto attivo negli studios per la TV) durante una permanenza di dieci serate nel club, è inevitabilmente un’infilata di standard (“Strike up the Band”, “How About You”, “Get Happy”, “Stardust”) eseguiti in grande rilassatezza e in cui il pianista e il chitarrista si dividono equamente la scena. Difficile immaginare che questo disco possa finire negli scaffali di qualche giovane appassionato, ma complice anche la bella copertina (vagamente ispirata a quelle Blue Note di Andy Wharol per Kenny Burrell) e l’edizione in nostalgico vinile, può essere un ottimo regalo natalizio per chi ha già tutto o quasi. (Danilo Di Termini)

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ABBEY LINCOLN - Love Having You Around

Billie Holiday, si sa, non ha lasciato eredi: impossibile competere con la sinuosa, drammatica intensità di quella voce senza potenza, ma tutta nervi e lampi e sfumature. Il contrario di Ella Fitzgerald, in pratica. Se però dovessimo indicare una lady in jazz che in qualche modo si è avvicinata senza calchi mimetici alla potenza espressiva di Billie, Abbey Lincoln sarebbe la prima candidata. Cantante, ma anche attrice, poetessa, pittrice, esponente di primo piano di quel movimento per i diritti civili nei neri d'America che oggi registra il triste avvento alla presidenza di un razzista. Abbey, che fu anche moglie di Max Roach, con il marito batterista incise We Insist! Freedom now Suite, il disco del 1960 che fu una vera bomba di fierezza e coscienza afroamericana. Lì era contenuto quel brano drammatico, Driva' Man, storia di un sadico sorvegliante dlle piantagioni che in questo live di vent'anni dopo, 1980, prende ulteriori sfumature espressive. La registrazione arriva dal Keystone in California, locale molto amato dalla sponda psichedelica del rock, e ci restituisce una delle rare occasioni per ascoltare Abbey dal vivo: il fascino discreto e potente assieme del canto jazz senza stucchevole birignao. (Guido Festinese)

 

 

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