Jazz

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THE MANHATTAN TRANSFER - The Junction!

Un primo disco, “Jukin”, nel 1971, poi quattro anni dopo la ‘vera’ partenza con una formazione in cui ritroviamo il solo Tim Hauser insieme ai nuovi Alan Paul, Janis Siegel e Laurel Massé: il successo è immediato, in anni in cui proporre un ritorno allo swing vocale potrebbe apparire totalmente anacronistico. Quando la Massé viene sostituita con Cheryl Bentyne nel 1979 arriva “Extensions”, con la versione di “Birdland” dei Weather Report - parole scritte dal padre dello stile vocalese Jon Hendricks – che vince due Grammy. Ne seguiranno altri, in particolare nel 1984 per “Vocalese” (il loro disco più jazz e più bello di sempre, con lo stesso Hendricks in regia e una pletora di ospiti da far rabbrividire) e nel 1987 per “Brasil” e l’incontro con la musica di Djavan, Ivan Lins e Gilberto Gil. Seguono anni meno brillanti, almeno discograficamente, perché dal vivo il gruppo non delude mai, con un live che sconfina nello show, impeccabile e trascinante. Oggi, dopo la scomparsa di Tim Hauser, sostituito da Trist Curless, una nuova fase, con la produzione di Mervyn Warren (membro del gruppo ‘rivale’ Take 6) e un repertorio che va dal rap anni ‘90 degli US3 di “Cantaloop (Flip Fantasia)” agli XTC di “The Man Who Sailed Around His Soul“ (da “Skylarking”), alla Rickie Lee Jones di “Ugly Man”, oltre a una serie di brani originali, tra cui “The Junction” in cui Warren campiona il primo grande successo del gruppo, “Tuxedo Junction”. Se l’obiettivo era innovare e al contempo rimanere perfettamente in linea - anche nei difetti, con qualche sdolcinatezza di troppo - con il percorso del gruppo, lo scopo  è perfettamente raggiunto. (Danilo Di Termini)

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DAVE LIEBMAN/JOHN STOWELL - Petite Fleur: The Music Of Sidney Bechet

Si parla molto poco di Sidney Bechet e della sua importanza nello sviluppo del linguaggio solistico del jazz, probabilmente paragonabile a quella del suo concittadino e coetaneo Louis Armstrong. Ben venga allora questo omaggio di Dave Liebman e del chitarrista John Stowell (al secondo disco insieme dopo "Blue Rose" del 2013) a uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ideale ponte tra Stati Uniti ed Europa, dove soggiornò a lungo fino a stabilirvisi definitivamente. Chi conosce Liebman come torrenziale improvvisatore (il disco pubblicato lo scorso anno insieme a Joe Lovano, "The Music of John Coltrane") o come frequentatore dell'avanguardia (il recente "The Unknowable" per RareNoise) potrebbe rimanere sorpreso dalla sinuosa languidezza del suo soprano che quasi indugia sulla chitarra soave di Stowell (che a tratti sembra evocare le magiche melodie di Django Reinhardt). "Petite Fleur", forse la più celebre composizione di Bechet, sorta di 'chanson', è interpretata tre volte, insieme e da entrambi in solitudine; c'è "Summertime", con Liebman che introduce il tema al flauto (molto lontano dalla storica versione dell'8 giugno 1939 con il soprano di Bechet quasi trasfigurato in voce umana), c'è "Creole blues", c'è "Si Tu Vois Ma Mere", scelta da Woody Allen per aprire "Midnight In Paris". C'è soprattutto l'anima di Sidney Bechet, impeccabilmente rievocata. E assolutamente da riscoprire, anche in originale. (Danilo Di Termini)

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BRAD MEHLDAU - Plays Bach

È una lunga storia d’amore quella tra il jazz e Johann Sebastian Bach, iniziata con il bebop e Parker - affascinato dal rigore armonico delle sue composizioni – proseguita con John Lewis e il Modern Jazz Quartet (senza dimenticare Nina Simone o John Coltrane, fino a un recente disco in cui Ramin Bahrami e Danilo Rea lo reinterpretano a quattro mani, ognuno nel suo stile) e sfociata in una prospettiva più ‘commerciale’ nelle riletture da ‘salotto borghese’ di Jacques Loussier e del gruppo vocale Swingle Singers. Le variazioni sul tema, il ritmo, la forma della composizione, fanno del musicista settecentesco un interlocutore privilegiato per l’universo afro-americano e ora tocca a Brad Mehldau cimentarsi con la musica dell’autore settecentesco. Il pianista originario della Florida ha studiato musica classica fino a 13 anni e ha al suo attivo anche un disco, “Love Song”, con la soprano Anne Sofie von Otter. "After Bach" affonda le sue radici in una commissione del 2015 della Carnegie Hall, e si articola in cinquetra Preludi e Fughe, seguiti da una composizione di Mehldau che replica, citando, deformando, variando, quella originale.

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CARLA MARCOTULLI -  Love Is The Sound Of Surprise

Dieci anni sono una bella fetta di tempo, tra un disco e un altro: evidentemente Carla Marcotulli non soffre di quel narcisismo compulsivo che fa pubblicare dischi – spesso inutili – a getto continuo. La grande vocalist prende bene le misure, ed evidentemente medita con attenzione uscite, scrittura e scelta dei brani. Così quando il disco esce, è una festa di intelligenza sonora che può piacere davvero a molti, perché la varietà della proposta e il valore di chi c'è impegnato sono merce non negoziabile: arte, dunque. Qui troverete un omaggio a Billie Holiday senza “birignao”, eccellenti ed ironiche tracce in italiano, un brano di Shubert che poi prende sapori gershwiniani, dove Marcotulli si diverte anche sfoderare a sorpresa una voce da soprano lirico. Arrangiamenti curati da Dick Halligan: chi ha la memoria lunga ricorderà che fu fondatore dei Blood, Sweat & Tears. Una sola curiosità: il brano What is Art? di Shana Halligan sembra calcato su “One” degli U2. Scelta inconsapevole? Omaggio? (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT/GARY PEACOCK/JACK DEJOHNETTE - After The Fall

Il 1998 è un anno cruciale per Keith Jarrett: dopo due anni senza concerti (l’ultimo risale al 30 ottobre 1996 a Genova) e senza mai entrare in studio di registrazione, il pianista è infine riuscito a sconfiggere la sindrome da stanchezza cronica che gli ha impedito di suonare. Ha pubblicato un emozionante disco in piano solo - “The Melody at Night, with You” - e il 14 novembre insieme a Gary Peacock e Jack DeJohnette, «the Standards trio», sale sul palcoscenico del Performing Arts Center di Newark. Di quella esibizione è la fedele testimonianza “After The Fall”: «Sono rimasto stupito nel sentire quanto la musica funzionasse» scrive nelle note del libretto. «Per me non è soltanto un documento storico, ma un vero gran concerto».

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HIROMI  & EDMAR CASTANEDA - Live in Montreal

Apologia della felicità. In jazz. Da quando, 1917, fu pubblicato il primo disco della storia di questa musica, due linee non necessariamente divergenti si confrontano. Premesso che la distinzione fra jazz “caldo” e jazz “freddo” è una solenne bischerata, nata da un equivoco linguistico alimentato ad arte, ( “cool jazz” non significa freddo, ma “figo”), è ben vero invece che in queste note ci sono sempre stati musicisti riflessivi e introversi, e altri di contagiosa allegria: gente portata al gesto diretto, umorale, spesso sorridente: pensate a Fats Waller, a Lester Bowie, a Dizzy Gillespie. Hiromi      è una pianista che quando siede dietro gli ottantotto tasti scatena una sorta di danza della felicità, come faceva Oscar Peterson, come seppe fare lo sfortunato Michel Petrucciani. Castaneda  suona invece l’arpa colombiana, non esattamente lo strumento principe di una scuola di jazz. La introdussero i conquistadores in America latina, Castaneda ha il merito, qualche centinaio di anni dopo, di essersela letteralmente reinventata. Tra le sue dita è uno strumento a percussione un liuto, un basso, un’arpa, ovviamente: ma con una carica che viene da pensare a cosa sarebbe successo, in mezzo ai ragazzi di Joe Zawinul, i Weather Report. Questo cd riporta l’incontro tra due vulcani in eruzione, dunque: tensione, swing, e un’evidente voglia di suonare. Fate provvista di buonumore jazz. (Guido Festinese)

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