Jazz

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GIOVANNI GUIDI - Ida Lupino

Ida Lupino è stata un’attrice e regista inglese, l’unica donna che riuscì a lavorare negli anni ’50 ad Hollywood con la sua casa di produzione indipendente, la prima a dirigere un noir (il bellissimo “La belva dell'autostrada”). Ma per Carla Bley era soprattutto una sognatrice e quando nel 1964 le dedica una sua composizione, è proprio quello l’aspetto che decide di mostrare, un brano onirico, che sarà inciso per la prima volta da Paul Bley; e che oggi Giovanni Guidi ha scelto per intitolare il suo terzo disco per ECM insieme a Gianluca Petrella al trombone (già molte collaborazioni, tra cui l’entusiasmante Cosmic band), Louis Sclavis ai clarinetti e Gerald Cleaver alla batteria. Iniziamo la recensione da questo standard perché insieme con quello cui è legato quasi senza soluzione di continuità (una geniale rilettura di “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei) sembrano rappresentare il cuore del disco, oltre ad esserne gli unici temi non improvvisati. I restanti dodici sono, infatti, strutture libere (“Things We Never Planned”, cose che non abbiamo pianificato), più o meno astratte, ma non per questo enigmatiche, anche nei momenti più inequivocabilmente free (“No More Calypso”).

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BRIAN CHARETTE  - Once & Future

Nostalgici ad oltranza delle grassocce e sapide sonorità dell'organo hammond, dopo l'effimera rinascenza di quell'acid jazz che prometteva sfracelli, e s'è risolto invece in una stanca fiammata di paglia buona per qualche party? C'è il rimedio. Ad esempio andare ad ascoltarsi questo nuovo cd di Brain Charette, uno che, assieme a Joey DeFrancesco, ce la mette tutta perché torni un po' di memoria di Jimmy Smith e seguaci, sul coordinate temporali assestate negli anni Sessanta. Qui il Nostro si fa aiutare da Will Bernard alla chitarra elettrica e Steve Fidyk alla batteria. Il titolo sta a significare che Charette, dopo aver scritto un libro tecnico su trucchi e maestri dell'hammond, s'è sentito dire: ma perché allora non ne fai un disco? Detto fatto. Qui si parte con Fats Waller, 1942, si transita per Jack McDuff, il necessario Jimmy Smith, addirittura James Brown e Wes Montgomery. Chiusura in gloria con un bluesaccio dalla sua penna, Blues For 96, che non sfigura affatto accanto a cotanta gloria. E il divertimento è assicurato, per i cultori del genere. (Guido Festinese)

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BRAD MEHLDAU/JOSHUA REDMAN - Nearness

 Il quarantasettenne sassofonista di Berkeley e il pianista della Florida di un anno più giovane si frequentano musicalmente da molti anni (“Moodswing” con Mehldau nel quartetto di Redman è del 1994), ma questa è la prima volta che si incontrano in duo per un disco tratto da una serie di concerti europei del 2011. Ad aprire “Ornithology” di Charlie Parker, giocato in uno stimolante contrasto tra la fedeltà al tema di Redman e la decostruzione di Mehldau; e nella rilettura degli standard, lo splendido “In Walked Bud” di Thelonious Monk, i sedici minuti di “The Nearness of You” lirici e intensi, risiede la forza del progetto che invece perde colpi, nonostante la grande intesa tra i due musicisti, proprio nei brani originali. Sia “Always August” che “Old West” sono risolti in maniera piuttosto prevedibile se non addirittura ammiccante. Non sarebbe dispiaciuto uno svolgimento meno scontato, più audace o addirittura rischioso; così facendo “Nearness” sarebbe stato certamente uno dei titoli del 2016 e non solo un bel disco come tanti altri. (Danilo Di Termini)

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FRANCO D'ANDREA PIANO TRIO - Trio Music Vol. II

Forse il vero patto col diavolo di cui narravano leggendari bluesmen l'ha fatto ad un crocicchio milanese il grande Franco D'Andrea. Il Nostro ha ormai i capelli bianchi, la gloriosa e ruggente stagione jazz rock del Perigeo è lontana come le guerre puniche per le orecchie più giovani, eppure il pianista  si permette azzardi con la musica che dovrebbero praticare i ventenni. Il penultimo sforzo fu, si ricorderà, un trio (Electric Tree) in cui l'elettronica di DJ Rocca e il sax di Andrea Ayassot interagivano con il piano di D'Andrea. Doppio cd, ispiratissimo. Adesso, a rincarare la dose, con sublime understatement il coetaneo all'anagrafe di Bob Dylan si permette un altro doppio cd per il suo Piano Trio acustico, forse la formula ritenuta più “abusata” della storia dle jazz, con i talenti stellari di Aldo Mella e Zeno Rossi, basso e batteria. Abituati come siamo a incensare (per carità, anche meritatamente) i Mehldau e i Jarrett, concedetevi il lusso di (ri)scoprire che D'Andrea è secondo a nessuno, una delle migliori tastiere del Pianeta. Con il santino cubista di Monk ad ammiccare, echi di ragtime e stride, riff e shuffle ben distribuiti, esplosioni di cluster che rammentano il glorioso Don Pullen che fu, e molto altro ancora. Scopritelo. (Guido Festinese)

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ACOUSPACE PLUS - Tid

Prendetevi del tempo (“Tid” in danese) e possibilmente anche dello spazio (anche quello immaginario, garantito dall’isolamento di un buon paio di cuffie, può andar bene) e disponetevi all’ascolto. Il quartetto formato da Jesper Bodilsen al contrabbasso (è lui il cuore pulsante del trio ‘nordico’ di Stefano Bollani), Claus Waidtløw e Joakim Milder ai sax e Spejderrobot all’elettronica, richiede attenzione, ma non perché la sua musica suoni ostica o pretenziosa, semplicemente perché, fin dalle prime note, “Snowland” avvolge in un universo acustico sinuoso, curvilineo, in questo favorito dall’assenza di strumenti percussivi e anche del pianoforte.

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SPIKE WILNER - Koan

Il pianista perfetto, esattamente in equilibrio come un funambolo gentile e scaltrito su un filo che è il più sottile di sempre, e finge di non accorgersene? Forse è così. Spike Wilner, cresciuto in una famiglia rabbinica di New York di specialisti della Cabala, una nonna che è stata pittrice impressionista astratta, e svariate altre curiosità parentali, oggi potrebbe aspirare legittimamente al titolo di Giovane pianista perfetto. E' cresciuto da ragazzino suonando brani di ragtime di impressionante difficoltà, poi s'è innamorato dello stride piano, infine s'è trovato a studiare con gente diversa come Kenny Barron, Barry Harris e Brad Mehldau, ed ha preso il volo: con una diteggiatura sempre sul tempo, implacabile, evidenti echi di blues nel modo di cercare sempre le note blu, una caratura ritmica impressionate nelle mani, un gusto a trecentosessanta gradi che lo porta a spaziare da Ellington a Ornette Coleman. Sempre con una pressante carica di swing, e comunicando quella voglia di battere il piede a tempo che per molti pianisti contemporanei è mera utopia. (Guido Festinese)

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