Rock

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ImageQuando Ringo in “Yellow Submarine” girava per le stanze dei suoi compagni ad un certo punto trovava la creatura di Frankestein che, grazie ad una pozione, diventava John Lennon. Girando il cannocchiale del tempo e dello spazio Viktor Von Martin e prole ripetono l’esperimento e trasformano il quartetto di sir in una creatura cut up che se avesse subito il medesimo trattamento da altri saremmo già in odore di Lesa Maestà. “Love” non è , come le recensioni ante uscita millantavano, “il nuovo disco dei Beatles” ma, sotto certi aspetti ci va vicino : per rendersi conto del lavoro di George Martin e Figlio fatevi , come un tempo, una cassettina con gli stessi titoli però presi o dai vs. vinili o dagli analoghi cd e scoprirete che, effettivamente, “Love” ha un suono più nuovo del nuovo e chissà che qualche creatura da un altro pianeta non scambi questa collezione di canzoni per plagi di XTC… Comunque per le feste che si avvicinano una buona colonna sonora (ma coprite le orecchie ai bambini alla fine di “Being for the benefit of Mr.Kite...perchè c’è da avere paura) e se proprio volevate “il nuovo album dei Beatles” andate a cercarvi i due lavori dei Rutles. (Marcello Valeri)

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ImageAll’interno del cd un ritaglio di giornale dice: “L’intensità è diminuita moltissimo quando Neil Young ha imbracciato la chitarra elettrica e sono entrati in scena i Crazy Horse”. Un parere a caldo assai poco lungimirante poiché il Neil Young elettrico di quei due concerti al Fillmore East di New York (6 e 7 marzo 1970) era davvero travolgente. Il repertorio (tratto in gran parte da “Everybody Knows This Nowhere”) è eccellente e le chitarre di Young e del povero Danny Whitten s’inseguono con travolgente passione e nessuna prolissità (“Down By The River”, “Cowgirl In The Sand”). Manca la parte acustica d’inizio concerto che tanto era piaciuta al recensore di cui sopra, ma è probabile che il Neil Young in solitudine sarà ampiamento trattato nei prossimi volumi di questa appena inaugurata “performance series”. (Antonio Vivaldi)

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ImagePersonaggio a dir poco epico della cultura pop inglese degli ultimi venti anni nonché leader carismatico dei Pulp, Jarvis Cocker pubblica il suo primo album solista, dopo cinque anni di apparizioni sporadiche in colonne sonore (Harry Potter IV), collaborazioni estemporanee e serate passate dietro la consolle a far ballare giovani e meno giovani. Jarvis strizza l’occhio al grande pubblico addolcendo e stemperando le sonorità che avevano resi irresistibili i Pulp. Il carattere  cantautoriale e introspettivo emerge rispetto all’energia sfacciata tipica dei tempi del brit-pop. Solo addentrandosi pian piano nel mondo di Jarvis riaffiorano qua e là quelle atmosfere rarefatte ed esplosive che riportano ai fasti di His’n’Hers (Disney time, Tonite). Alla prossima, Jarvis, magari coi tuoi compagni di un tempo. (Giovanni Besio)

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ImageUno tra i tanti incontri/scontri tra culture musicali si svolge in mezzo alle pagine e agli accordi di questa raccolta (libro + CD) dell’etichetta tedesca Hausmusik. Accanto ai gruppi della scuderia, infatti, troviamo una sfilza di talenti, più o meno noti, del panorama indipendente anglosassone, impegnati in collaborazioni e duetti. Così incontriamo i veterani Calexico spalla a spalla con gli altrettanto veterani Notwist, gli autunnali Sodastream alla prese con l’elettronica pop di Ms. John Soda, e via incrociando… la musica, un incrocio ad alto tasso melodico di folk e macchinari, non delude e scorre via melodiosa, con punte di sgangherata bellezza; le pagine del libro, dal canto loro, risultano assai ostiche a chi non mastica il tedesco, fatta eccezione per le belle illustrazioni. Tutto sommato, una curiosità e nulla più. Ma di primo ordine. (Marco Sideri)

 

 

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ImageOgni esegeta dell’arte di Thomas Alan Waits, detto Tom, nato a Pomona (California) il 7 dicembre 1949, vi indicherà le due grandi fasi in cui è possibile suddividere la carriera del nostro: gli albori, musicalmente legati alla musica nera, al blues e alle atmosfere jazz dei dischi per la Asylum e la svolta dalla forti tinte post-avanguardia dei dischi per la Island da “Swordfishtrombones” in avanti.

A convalidare questa divisione un cambiamento radicale nell’uso della voce (che Tom Waits non esita a definire il suo più autentico strumento) e il passaggio ad una musica più cupa e pessimista, sicuramente meno ‘commerciale’; curiosamente, tutto questo, mentre la sua vita privata si rasserena dopo la fine della tormentata storia con Rickie Lee Jones e l’incontro con Kathlenn Brennan, con la quale inizia un sodalizio artistico e sentimentale che dura a tutt’oggi.

 

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ImageGli Herman Dune sono un gruppo piuttosto particolare: i tre fratelli svedesi, David-Ivar (detto Ya Ya voce, chitarra e basso), Andre (voce, chitarra e sassofono) e Neman (batteria) suonano insieme fin da piccoli. A loro si aggiunge più tardi la sorellina Lisa e mentre cambiano domicilio come ricercati dall’Interpool (Berlino, New York, Parigi) iniziano a incidere dove e quando possono. Oggi sono all’ottavo disco per la gioia dei fan di Magic Numbers e Jack Johnson: sedici canzoni impreziosite da fiati, cori, percussioni, muovendosi tra i generi - country, folk, pop, calypso - con estrema e apparente facilità, sempre sospesi tra ironia e nostalgia. Dal singolo di apertura “I Wish That I Could See You Soon” alla chiusura strumentale (con cori) di “Mrs Bigger” senza un attimo di respiro. (Danilo Di Termini)

 

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