Rock
Nato come wannabe gay ma confuso ed infelice, Brett Anderson arriva come un pensionato alla prova solistica dopo aver disintegrato gli Suede con l'orribile New Morning ed averci riprovato sotto il moniker The Tears che, se possibile, faceva pure peggio. Allora, questo disco ha dalla sua che è composto, se non altro, di canzoni o meglio, di ballate romantiche dai titoli evocativi (qualche furbata c'è tipo Scorpio Rising che cita il titolo di un famoso filmetto undergayground di Kenneth Anger...) dove avanzi di un pezzo per sentire la ballata glam definitiva ma non la trovi. La copertina lo vede pensoso, forse i diritti d'autore latitano, forse la gatta è in calore, per cui lui , dove può, miagola come ci aveva abituati in altri anni ed in altri ambiti. Insomma, se ci si accontenta, non un disco orribile ma neppure memorabile: andrà bene come musica di sottofondo per passeggiate sotto la pioggia e tutto il corollario di robe tardo romantiche per gli ultimi esegeti della malincoia. Spleen a manetta con ghiaccio, please. (Marcello Valeri)
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Due anni di lutto. Questo è periodo che gli Arcade Fire hanno lasciato passare dal loro disco d’esordio all’uscita del fatidico secondo album. L’attesa era tantissima e le aspettative enormi, visto il successo e il volume di chiacchere innescate, sia nel bene che nel male, dall’esordio del multiforme ensemble canadese. Butler e soci hanno preso tempo e hanno cercato di giocare le proprie carte nella maniera migliore possibile: non ripetersi uguali a se stessi solo per cavalcare l’onda lunga del successo. Neon Bible non c’entra molto con il suo predecessore, è meno sbilenco, meno improvvisato e forse anche meno spontaneo. L’atmosfera è più cupa e tesa, rafforzata dagli arrangiamenti orchestrali e dal pathos della voce di Butler. Chi cercava una conferma non ne rimarrà entusiasta, ma neppure chi si aspettava una debacle. (Giovanni Besio)
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Un bel cofanetto dedicato a un bel gruppo rappresenta una tentazione irresistibile. Se a ciò si aggiunge il ritorno d’interesse per tutto quanto è folk (ambito ‘cult’ s’intende, Mollica e Luzzatto Fegiz non ne sono al corrente) è facile immaginare come il quadruplo “The Time Has Come” diventi un acquisto quasi doveroso per gli appassionati di suoni acustici e ‘tradizionali’. Il periodo è quello dei primi sei storici album dei Pentangle, quando le chitarre di Bert Jansch e John Renbourn inventavano il blues barocco, la voce di Jacqui McShee evocava la verde Inghilterra rurale e la ritmica di Danny Thompson e Terry Cox dava un tocco jazz all’insieme. Si parla dunque di musica affascinante e importante. A ciò va aggiunto che le 50 pagine del libretto a cura di Colin Harper (il biografo di Bert Jansch) sono al solito ben scritte e piene di notizie poco note. Tuttavia il risultato non è del tutto soddisfacente. I primi due cd raccontano la storia ufficiale del gruppo con una buona scelta di brani da tutti gli album del periodo (oltre che dai dischi solisti di Jansch e Renbourn) rimpolpata da qualche nastro per la Bbc già ascoltato altrove, da pezzi usciti solo su singolo (“Cold Mountain” e “Travelling Song”) e, come episodio saliente, da “Poison”, proveniente dalla prima seduta di registrazione del quintetto. Il brano, caratterizzato da una chitarra elettrica assente nelle altre incisioni del periodo, verrà inciso e pubblicato due anni dopo da Jansch nel suo album “Birthday Blues”. C’è poi la delusione storica rappresentata da “Tam Lin”. Della più celebre ballata scozzese a tema magico è ben nota la fenomenale e monumentale versione elettrica dei Fairport Convention, mentre quella dei Pentangle, cantata su una diversa melodia e registrata nel 1971 per uno sceneggiato televisivo (oggi si dice fiction) intitolato appunto “Tam Lin”, restava oggetto elusivo e favoloso. Purtroppo, ciò che abbiamo a disposizione oggi è un collage nemmeno troppo ben connesso delle diverse sezioni del brano utilizzate come commento alle immagini.