Rock

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ImageQuando nel 1986, con ‘London 0 Hull 4’, gli  Housemartins si trovarono in cima alle classifiche con un disco di frizzante pop ed eleganti armonie vocali, si poteva prevedere per il gruppo inglese un futuro radioso: invece, due anni dopo, l’improvviso scioglimento con  appena due dischi all’attivo. Questa opportuna raccolta riempie quindi un vuoto, quello che attiene alla dimensione ‘live’ del gruppo; le esibizioni alla BBC, in gran parte con John Peel alla console, e alcuni estratti da concerti.

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ImageIsobel è stata in passato, e probabilmente controvoglia, la ragazza-immagine di un preciso genere musicale: il pop indipendente e sognatore, che il suo primo gruppo, i Belle & Sebastian, ha portato alla ribalta a metà anni ’90. Musica spensierata e coinvolgente, persa tra ricordi e immagini molto connotate (i favolosi anni ’60, gli Smiths, gli arpeggi cristallini). Poi si è stufata, ha inciso un disco con Mark Lanegan, e oggi con “Milkwhite Sheets” mostra un lato, ed un’ispirazione, ombroso e scheletrico, in netto contrasto con quello che fu. Folk antico, chitarre solitarie, violoncello a sottolineare malinconie, citazioni tradizionali, passo dolente. Un taglio tanto netto potrà forse infastidire i seguaci più antichi, ma la qualità delle canzoni, e l’atmosfera, giustificano appieno il cambio di registro. (Marco Sideri)

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ImageSe gli archivi della radio britannica contengono immensi tesori, dal punto di vista del ‘significato’ le sedute di registrazione dei La’s sono davvero fra le gemme più rilucenti. Il gruppo guidato da Lee Mavers pubblicò un solo, omonimo,  album nel 1990, subito disconosciuto (per usare un termine morbido) dallo stesso Mavers che lo giudicò artefatto  nei suoni e nella produzione. Detto questo, è possibile che almeno tre delle quattro sessions qui riportate (registrate fra il 1988 e il 1990) corrispondano a quel puro e immediato pop chitarristico a cui Mavers anelava.

Si riascoltano due piccoli capolavori di ritmo e dolcezza quali “There She Goes” e “Timeless Melody” (in doppia versione) e appare anche “Callin’ All”, una delle canzoni più belle nel repertorio del gruppo e misteriosamente esclusa dall’album ufficiale. (Antonio Vivaldi)

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ImageDamon Gough, ossia Badly Drawn Boy, è stato frainteso proprio all’inizio della sua carriera. Dipinto dalla stampa inglese, e anche europea, come erede di Beck e del suo cantautorato isterico e eclettico, nel corso degli anni, e dei dischi, Damon si è rivelato per quello che è, ed è sempre stato: una versione britannica di Bruce Springsteen.
Bruce è la persona che lo ha ispirato ad imbracciare la chitarra, le storie d’amore e redenzione che canta il rocker americano diventano nei dischi di Badly Drawn Boy quadretti melodici ambientati nei meno sconfinati orizzonti inglesi. L’orecchio di Damon per un’ottima melodia, la voce calda e gli arrangiamenti discreti (che partono perlopiù dal pianoforte) candidano Born In The UK a disco della definitiva maturazione per il Ragazzo mal disegnato. Mettendo fine agli equivoci. (Marco Sideri)
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ImageGli Album Leaf sono  un organico aperto che fa capo a Jimmy LaValle, un californiano atipico, tutto colori autunnali e toni sommessi; non a caso un paio d’anni fa è andato a incidere in Islanda negli studi dei Sigur Rós. “Into The Blue Again” è il suo quarto album, tanto piacevole quanto a tratti manierato nei toni. La musica cosiddetta ambient corre da sempre il fortissimo rischio di trasformarsi in tappezzeria sonora, magari ‘artistica’ ma pur sempre tappezzeria.
Per evitare tale rischio occorre essere almeno un po’ eccentrici, come sono, ad esempio, proprio  i Sigur Rós. In questo disco LaValle parte bene con la strumentale “The Light” e migliora ancora con l’intensa “Always For You”, scritta insieme a Pall Jenkins dei Black Heart Procession. Poi tutto diventa  delicatamente risaputo salvo la bella e ‘sylvaniana’ “Wherever I Go”. (Antonio Vivaldi)

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ImageEssere ricordati quasi solo per il primo disco e averne incisi tanti altri. Capita a chi, come Lloyd Cole, parte con un album praticamente perfetto come “Rattlesnakes”. Da un po’ di tempo a questa parte Cole si è messo il cuore in pace. Stabilita l’impossibilità di risalire agli iniziali vertici d’eccellenza così come di ritrovare un buon successo commerciale, lo ‘scozzese a New York’ continua a incidere album sobri, delicati e in gran parte acustici come questo “Antidepressant”.
La capacità di scrivere ballate a cuore aperto resta indiscutibile e qui si può scegliere fra le autunnali (e scozzesi) “I Didn’t See It Coming” e “How Wrong Can You Be” e le più mosse (e americane) “New York City Sunshine” e “Travelling Light”. Niente di clamoroso ma l’antidepressivo omeopatico (dolce malinconia contro la depressione) è una bella idea. (Antonio Vivaldi)

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