Rock

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RADIOHEAD - A Moon Shaped Pool

E se il “Disco Nuovo Dei Radiohead” fosse solo il disco nuovo dei Radiohead? Difficile distinguere le canzoni dal fenomeno quando il gruppo è tanto prodigo d’iniziative e sottintesi (pubblicazioni fulminee, società registrate per ogni album, apparizioni e sparizioni). E però una volta posata la polvere del marketing A Moon Shaped… rimane una delle cose più placide e pacate pubblicate dal gruppo da un bel pezzo a questa parte. Un album arrangiato (molti e belli gli archi) e avvolgente che pesca canzoni anche risalenti (seppure tecnicamente inedite o quasi) e le livella a mo’ di colonna sonora. Il disco riallaccia qualche filo (le ballate esangui di fine anni 90 tornano nelle scalette dei concerti) pur mantenendo il modo futuribile e moderatamente avant dei Radiohead delle ultime ore. Lo si sarebbe detto, un tempo, un (bel) disco di transizione. (Marco Sideri)  

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HUGO RACE FATALISTS - 24 Hours To Nowhere

Ci sono musicisti monolitici (dediti a un suono solo e alle sue sfumature per una vita intera) e musicisti diffusi (che bazzicano luoghi e suoni diversi, per vedere l’effetto che fa). La chiave, per entrambi, è la personalità: se manca, sono dolori. Se, invece, c’è, allora anche ripetizioni e deviazioni possono affascinare. Hugo Race ha personalità, ed è vagabondo, per natura. Qui (insieme agli italiani Fatalists) incarna il lato folk e ombroso della sua ispirazione in ballate rotonde e riuscite. Ci sono arpeggi, duetti, sospiri, qualche accenno rock ma, perlopiù, molta atmosfera e una voce profonda; vale a dire: i due ingredienti chiave di certo cantautorato da punk pentiti. È facile che questo disco (bello il titolo che pare un film di serie B) si perda nella confusione intorno. Peccato, però, perché, nel suo genere, non gli manca proprio nulla. (Marco Sideri)

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SHAWN COLVIN & STEVE EARLE - Colvin & Earl

Protagonisti: Shawn Colvin, cantautrice americana di indubbia sensibilità artistica unita a oscure inquietudini esistenziali e Steve Earl, di cui molto apprezziamo il talento, la determinazione e l’indomito coraggio di ex “angry young man”. Dalla loro collaborazione nasce un album dalla solida impostazione country-rock che alterna interessanti cover e alcuni ottimi brani originali. I due artisti vantano splendide voci in perfetto equilibrio tra passionalità e malinconia, a tutto vantaggio di brani come Tell Moses, Come What May e la bluesy Tobacco Road di John Loudermilk. Vale la pena di soffermarsi anche sulla splendida ballata di Emmilou Harris Raise the Dead e sul classico firmato Jagger Richard per cogliere la varietà degli spunti e il rigore stilistico dei due artisti, accentuato dalla produzioe di Buddy Miller. Chi si concederà l’edizione Deluxe avrà modo di ascoltare anche una cover dei Beatles, Baby’s in Black. Shawn Colvin e Steve Earl hanno avviato una collaborazione destinata a proseguire nel tempo? Visti i risultati, c’è da sperare che quest’album non resti un episodio isolato. (Ida Tiberio)

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SCHNELLERTOLLERMEIER - X

E' terra incognita e, spesso, desolata, quella attraversata dagli svizzeri Schnellertollermeier. Per farlo armatevi di tempo e pazienza, non esattamente due caratteristiche fondanti, al momento. Però sarete ripagati da un palpitante mondo sonoro che offre sì inside e minacce ad ogni svolta, ma anche begli azzardi sonori ai bordi del rock più estremo che sia dato concepire. Loro sono tre, chitarra basso e batteria, non usano la voce, e il prodotto del power trio elettrico è quanto di più distante si possa concepire dal classico rock rinforzato di blues tipico delle formazioni a triangolo. Siamo invece dalle parti dei King Crimson più deliranti e atonali, in regioni che potrebbero appartenere al pianeta kobaiano dei Magma, ed anche, di quando in quando, in progressioni math rock che potrebbero rammentare certe cose dei Battles prima maniera. A volte è davvero difficile credere che i suoni alieni arrivino tutti da una chitarra, ma tant'è. Si parte con un brano monster da venti minuti, quello che intitola, e sembra un viaggio in una terra mutante, ad ogni sguardo, si prosegue con misteriose, assortite durezze e delicatezze che lasciano davvero attoniti. E affascinati. Avant jazz, ambient drone o punk all'assalto? Tutti e tre. (Guido Festinese)

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KING CRIMSON - Live In Toronto

Molte buone notizie per chi ama il futuro giurassico del rock, intendendo col termine quegli strani musicisti che facevano musica proiettata nel futuro una quarantina danni fa, e periodicamente, quando riattaccano la spina, invece che sembrare reperti geriatrici fanno ancora intravvedere spicchi di futuro. I King Crimson nella nuova superba formazione che riporta sul palco Mel Collins con i suoi sax e fiati e Tony Levin ai bassi, più, tanto per restare in tema di visionarietà , tre (!) batteristi e una micidiale accoppiata di chitarre ( Fripp stesso, ovviamente, Jakko Jakszyk che ha anche le difficili parti vocali) sono vivi e vegeti. E in attesa di pubblicare finalmente un nuovo disco e un live, in autunno, fanno uscire questa sorta di eccellente “bootleg” ufficiale, da un concerto di Toronto che, a detta di chi c'era, è stata una di quelle serate magiche in cui succede di tutto. Band in forma smagliante, equilibrio perfetto tra passato e contemporaneità, forza bruta e delicatezza assieme, e una manciata di inediti che aprono la strada a nuove, micidiali avventure nei reami del rock più claustrofobico e seducente che sia mai stato concepito. (Guido Festinese)

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JEFF ANGELL - Jeff Angell's Staticland

Ci vuole maestria scaltra e frequentazione assidua del milieu rock, per scrivere una ballatona strappacuore  come The World Is Gonna Win senza mai rischiare l'effetto melassa, o la diluizione. Jeff Angell è un rocker puro e duro, con il vantaggio, anche, di arrivare da una città che col rock ha compiuta storia di corrispondenze affettive, Seattle. Staticland è il suo nome progetto, pare in attesa che si riuniscano i Walking Papers, che notoriamente, mettono assieme energie composte e diverse da Screaming Trees, Pearl Jam e Guns 'n' Roses. Se vi siete fatti l'idea di un disco morbido, però, non è così: si viaggia perlopiù invece su sature atmosfere post punk blues, un bel modo per mettere insieme cocci di grunge e oscure bellezze alla Bad Seeds.  Alla fine salta fuori un disco vivo, palpitante, e anche parecchio divertente, per chi ama le chitarre non esattamente educate. (Guido Festinese)

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