Rock
Dave Cobb è un talentuoso musicista e produttore di Savannah (Georgia), cresciuto in una famiglia di fede pentecostale (i devoti dello spirito santo), all'interno della quale gli unici ascolti ammessi riguardavano musica sacra e country più o meno istituzionale. Pare che Cobb, oltre ad aver coltivato "in segreto" una passione per il funky dei Meters (dai quali almeno una parte del jazz rock ha senz'altro attinto, pensiamo ai primi Headhunters di Herbie Hancock), sia cresciuto ammaliato da un vecchio disco del 1979, prodotto dal britannico Paul Kennerly (poi noto alle cronache per aver sposato Emmylou Harris), e interpretato da una serie di artisti, tra cui Wailon Jennings e sua moglie Jessi Colter, oltre che da Eric Clapton. Un concept album corale, incentrato sulla guerra civile americana, vista dalla parte confederata, che in piena epoca punk ebbe il merito di ravvivare l'attenzione per le articolate sonorità popolari e le forme musicali del vecchio sud. Poco più che quarantenne, oggi Cobb è un affermato produttore di Los Angeles, che non ha smesso di coltivare l'interesse per le variopinte e umanissime musiche del profondo dixie. Dopo aver prodotto lo scorso anno alcuni dischi di assoluto pregio nel campo della reinvenzione (in chiave soprattutto rock) del country nashvilleiano ("Metamodern Sounds In Country Music" di Sturgill Simpson, "Something More Than Free" di Jason Isbell, "Traveller" di Chris Stapleton e "Delilah" di Anderson East), si è nel frattempo prodigato per realizzare questo prezioso "Southern Family", che in effetti dagli elettroacustici anni '70 sembra in buona parte provenire: un'ammaliante e ispirata rassegna di songs, realizzata con il contributo di una serie di ospiti e amici (John Paul White, Jason Isbell, Brent Cobb, Anderson East, Miranda Lambert, Brandy Clark, solo per fare qualche nome), che davvero si presenta come un'illuminata espressione della varietà musicale dell'ex territorio schiavista. A colpire sono l'eleganza e la sottigliezza di un'antologia, che dalla prima all'ultima traccia non perde nulla della sua caratura e intensità, e all'interno della quale trovano spazio, senza alcuna barriera stilistica, come in una grande famiglia, limpido country e cadenze bluesy, ballatone rock e muscle shoals sounds, solare southern gospel e venature funky/soul, bluegrass e intarsi di southern rock. Insomma un disco di americana a tutto tondo, intriso di rispetto e sentimento, senza particolari "smargiassate", e però assolutamente capace di incidere. Da non perdere. (Marco Maiocco)
Prodotto da Dave Cobb, vero e proprio mago dell'odierna riformulazione country folk, quest'ultimo lavoro di Mary Chapin Carpenter, autunnale folk singer di Princeton (New Jersey), a tre anni dal precedente "Ashes and Roses" (Zoë Records, 2012), cattura fin dal primo incedere. Lo compongono una serie di ballate profonde e avvolgenti (forse un po' troppo uniformi, ma sontuose nel tratto), che si segnalano per il tono meditativo e autoriale, le morbide sonorità, la sussurrata ed intima carica d'umanità. La Carpenter, interprete austera e solenne, racconta in realtà spesso della propria fragilità, di una personale lotta contro l'apatia, la noia (la depressione?), la riluttanza all'idea di aprirsi agli altri. Qui dispiega il tutto come attraverso una sorta di nebulosa e iridescente grazia soprannaturale, dispensante una specie di corroborante e ristoratrice quiete ipnotica. Brava. (Marco Maiocco)
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